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foto Pontremoli, falò

Presentazione Signore 2020

È tutto un grande addio

(Luca 2,22-40)

Purificazione del Signore anno A

 

Non mi trovo a mio agio tra purificazioni e riti, tra sacrifici di tortore e colombe e leggi che non capisco. Eppure leggere il vangelo è anche accettare di salire insieme a questi due ragazzini, Giuseppe e Maria, fino a Gerusalemme, è entrare nel tempio, esperienza straniante di cui si può solo intuire qualcosa, è trovare il coraggio di lasciar fare alle parole. È mettersi in obbediente ascolto di quei profumi, di quella storia, è non rimanere lontano da ciò che non si comprende. La lettura, qualsiasi lettura, chiede prima di tutto umiltà.

E poi loro sono bellissimi, Maria e Giuseppe dico, anche perché fanno quello che bisognerebbe sempre fare quando lo straordinario decide di scrivere enormità inattese tra le righe della vita: bisognerebbe semplicemente continuare a fare le cose ordinarie. Ed è quello che i due decidono di fare: salgono al tempio, senza scomporsi, dimenticano angeli e magi e pastori e, chiuso il presepe alle spalle, si lasciano mangiare dalla vita normale, quella dei riti e dei sacrifici. Sono splendidi.

Vita normale. Ma cosa è straordinariamente normale in questa storia? Presentare il figlio al Tempio, cioè riconoscere il mistero della vita, riconoscere che quello che hai partorito è un mistero più grande di te. E non perché quel bimbo si chiama Gesù e dicono sia arrivato sussurrato da labbra angeliche, no, occorre presentare la vita al Divino Mistero perché davanti a quell’essere vivente che ride, piange, succhia al seno, apre gli occhi, respira, davanti a quella vita uguale a tutte le vite, se non sei ingenuo o superficiale, quello che puoi fare è solo decidere di riconoscerne l’Immensità. Consegnare a un Mistero più grande. Non è questione di religione, non importa quale rito o sacrificio ti sembrerà raccontare meglio questo passaggio, puoi usare tortore o colombe o semplicemente metterti a piangere, quella si chiama preghiera, ed è questione di lucidità e franchezza.

Questa vita è più grande di noi e io purtroppo posso solo immaginare cosa significhi vedere un bambino partorito da un gesto d’amore, posso solo immaginare occhi che ti guardano e credo sia come ascoltare il sussurro dell’Eterno. Chiamalo Amore, Dio, Mistero, chiamalo come vuoi ma non farlo tacere. Mi pare sia un passaggio obbligato per diventare uomini. Sicuramente per comprendere che la verità di quel che siamo dovrebbe essere essenzialmente poetica, contemplativa, che significa imparare a vivere nella capacità di riconsegnare, stupiti, all’Origine, la maestosità della vita. Di ogni espressione vitale.

            Lo immagino emergere dal buio, sarei disposto a giurare in due occhi lucidi e luminosi, e in mani grandi e segnate dal tempo. Lo immagino possente, una vecchia quercia resistente, lo vedo solido e concreto, sacerdote capace di non lasciar evaporare la virilità nei fumi dell’incenso. Un vecchio che scopre Dio in un bambino lo immagino capace di amare, di fare l’amore con la vita, fino alla fine. Lo immagino così Simeone. Uomo piantato nella terra, su quella terra dove si vedono le cose nascere e morire, su quella terra in cui a un certo punto ci si sente molto soli perché tutto ciò in cui si è creduto è scivolato fuori dal tempo, perché gli amici non ci sono più e l’entusiasmo dell’attesa del Messia è da tempo messo a dura prova. Un uomo che sa cosa vuol dire morire. Ecco perché accetto che lui mi parli di consolazione, cioè dell’attesa di qualcuno che non si porti via la solitudine ma che la condivida: con-solo, qualcuno con cui stare. Simeone è l’uomo che ha preso sul serio la vita, che vuol dire prendere sul serio la morte, è l’uomo solo ma che non si rassegna all’isolamento. Simeone lo amo perché racconta che solo chi impara la solitudine e la morte, solo chi si impegna nell’arte di imparare a morire può essere così saggio e lucido da gioire per una vita che continuerà ben dopo di lui. Simeone non ha visto nulla di Gesù, solo un bambino, come tanti, ma gli è bastato. Di quel Dio misterioso gli importava solo di verificare se era affidabile oppure no, della vita gli importava capire se si muore in solitudine o se esiste un Dio compassionevole in grado di con-solare, si mettersi in mano d’uomo per non farci sentire abbandonati.

            E poi è tutto un grande addio, per dirla alla Paolo Conte, è tutto un lasciare, è una pagina che prende fiato prima dei tre anni cruciali del Cristo, tutti provano a fare quel che sarà loro chiesto alla fine, prove generali di resurrezione. Maria e Giuseppe lasciano andare Gesù e Simeone si rende disponibile ad andare… e a noi che leggiamo, mentre ci pare di sentire la voce rotta dall’emozione di una donna, Anna, che lasciato andare il lutto e le preghiere e i sacrifici, ci parla del bambino, a noi che leggiamo sembra sentire chiaramente che anche a noi sarà richiesta la stessa cosa: lasciar andare. Lasciarci andare, mollare la presa, imparare a non trattenere e a non trattenerci, non rimanere aggrappati alle paure ma camminare per attraversare perfino la morte, che alla fine, il Divino ha i tratti della vita che nasce.

            E non dimenticare che quello che sta avvenendo è scandaloso. Che quel bambino che qualcuno proverà a credere Dio è scandaloso, che le sue parole lo saranno e i suoi gesti ancor di più. Che peccato vero sarà addomesticarlo in riti e sacrifici e dottrine. Che errore sarà abituarsi a lui. O usarlo per far credere semplice la vita. Quel bimbo mostrerà il volto vero solo nella contraddizione, e contraddizione è un altro nome di spada, di taglio penetrante, contraddizione è crisi, è l’attimo esatto in cui la vita non riesce a tenere insieme i pezzi. Fede vera, fede secondo il Vangelo è camminare sapendo che l’unica cosa che possiamo chiedere al Messia è quella di aiutarci ad andare in frantumi, in un continuo gioco di scomposizione, frantumazione e ricostruzione, processo che ci aiuta a lasciarci andare, che la pienezza è abbandonarci nelle braccia del grande Consolatore.

Presentazione del Signore A 2020

3 pensieri riguardo “

  1. Grazie .
    Mentre ascolto l’Ave Maria di Schubert (Piano end Violin Instrumental) e ascolto la sua voce, le sue Parole e Tutto piu’ Sublime su questa terra!!! ❤

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    1. Vittoria Cavalleri febbraio 2, 2020 — 4:55 pm

      Bellissimo, grazie!!! Buona settimana, un abbraccio.

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