Scagliare lacrime e silenzi (rivoluzione) Tutti i Santi (Matteo 5,1-12)

Ducli e Giacometti

foto: Cammini (Dulcinea e Giacometti)

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Scagliare lacrime e silenzi (rivoluzione)

Tutti i Santi (Matteo 5,1-12)

 

Mi commuove sempre questo Gesù che si siede in cima a un monte e si lascia avvicinare. E più l’uomo si avvicina, a piccoli passi, come su suolo sacro di antichi roveti di fuoco, come entrando in chiesa, come nella stanza dove dorme chi più ami, più l’uomo si avvicina e più si sente cucire addosso un vestito prezioso, quello del discepolo.

Gesù si siede e io cammino, da una vita cammino, ma adesso più lento, e senza pretese, con dolcezza, e finalmente sento che in fondo è tutto così semplice, lui ci aspetta e noi ci avviciniamo, siamo nati per questo. Vivere è un cammino lieve incontro all’amore che ci attende.

Lui si siede e noi proviamo ad ascoltare, che la rivoluzione non grida, non pretende, accoglie e spesso sussurra. Nessun nemico se non la paura, nessuna paura se non quella di non riuscire a credere all’uomo quanto ci crede questa divinità in attesa. E inattesa.

Lui si siede e noi proviamo ad avvicinarci piano e in quel momento di pacata semplicità ecco che le Beatitudini trovano il colore esatto per appoggiarsi al mondo. Come semi sospesi nel vento. Lievi e rivoluzionarie, gentili e infuocate, delicate e radicali, questa è la forza immensa di questa pagina inarrivabile. Parole che abilitano l’umanità a una resistenza che non ammette violenza, a una ribellione efficace perché non oppositiva, a una rivoluzione che scaglia lacrime e silenzio e speranza contro la disumanità.

La rivoluzione di chi sa allevare un cuore alla povertà, che poi è quello che lui stesso chiede, se solo sapessimo ascoltarlo. Ad ogni battito, ad ogni singolo battito, in noi batte la preghiera di un muscolo romantico capace di elemosinare amore con gli occhi gonfi di speranza. Non credo più in nessuna rivoluzione che non preveda di dare voce al bisogno radicale d’amore che brucia in petto. Non voglio più credere a nessun uomo, non voglio nemmeno ascoltare, chi non esplicita di essere un povero mendicante di baci e di carezze e di parole accoglienti. Povero è chi sceglie di opporsi alla violenza seminando battiti cardiaci imploranti come preghiere, richieste d’amore, appelli di cura e di custodia. Vorrei essere parte di quella chiesa rivoluzionata e rivoluzionaria, la chiesa dei cuori affamati di cura, la chiesa che sa bene che un discepolo è solo un bisognoso d’amore.

E certo che piangerò, è così semplice smettere di fingere. Certo che piangerò, perché credo fermamente solo nelle persone che hanno ancora il coraggio di scagliare lacrime contro l’arroganza e l’indifferenza. Perché solo chi piange e si lascia consolare ha ancora una possibilità di cambiare il mondo. Partendo da se stesso.

E non sopporto più l’arroganza, perché strappa la fraternità, perché confonde le parole, perché è figlia della paura di morire. Non è più tempo di dare fiducia agli arroganti, non credo in chi ha le soluzioni facili, non sopporto chi, con supponenza, conosce sempre il volto dei nemici. Il mondo sarà cambiato con la mitezza di chi si sente erede di una terra che ha trovato e vuol lasciare a chi verrà dopo di lui. E se il mondo non cambierà almeno non smetterà di respirare, levigato dalle carezze dei miti. La mitezza di chi non si sente padrone mai, ma neppure schiavo ma padrone mai, viandante quello sì, grato e stupito e leggero. La rivoluzione è dei miti e del loro sorriso scagliato controvento.

E non voglio più credere a chi pretende giustizia ma nemmeno a chi la promette. Il mondo non è giusto e non lo sarà mai. Da duemila anni la croce certifica il fallimento delle umane utopie. Le rivoluzioni violente illudono, promettono, poi replicano. Non voglio più cadere nella trappola seduttiva delle soluzioni definitive. Credo solo nella beatitudine rivoluzionaria di chi vive di passaggio ma, mentre cammina, rimane affamato. Affamato ora, per essere saziato poi, ma da un Amore più grande. Affamato, contro chi non sente più il profumo del pane buono della fraternità, affamato, così affamato, da non sprecare nemmeno un boccone di pane, anche piccolo, perché si procede a morsi, perché solo così non si perde il ricordo, la memoria, dell’approdo.

Di misericordia in misericordia, perché così ho visto crescere la vita, in me prima di tutto. Sono vivo solo grazie al perdono che altri mi hanno offerto e che io, a fatica, sto imparando a regalarmi. Non credo nella vendetta, nella punizione e nel castigo, non ci credo non perché sono buono ma perché non funzionano. La violenza porta solo ad altra violenza. Ricamare trame di pazienza, allenarsi a riconoscere umanità in ogni persona, non smettere di ringraziare per quando la vita, misericordiosamente, ci ha graziati. Resistere alla tentazione dell’aggressività, non dare fiducia a chi parla con cuore risentito. Sospettare sempre di chi “perdona ma non dimentica” amare invece chi non dimentica il nostro nome, di chi non dimentica il nostro indirizzo e il nostro numero di telefono nonostante la nostra miseria. Amare chi non riesce a dimenticare la fragilità umana perché ne è perdutamente innamorato. Sospettare di chi parla spesso di perdono e di misericordia, amare chi nel nascondimento riesce a preparare orizzonti, strade percorribili a chi non crede più in se stesso.

Beato chi ha il cuore puro, ma dove puro non vuol dire immacolato ma vivo. Puro nel suo essere cuore, puro nella sua vocazione profonda: che il cuore faccia il suo mestiere: ami! Sospettare sempre di chi parla troppo d’amore, di chi ostenta, il cuore quando è puro, non ha bisogno di alzare la voce per farsi sentire. Beati i cuori che vedono Dio, che lo vedono adesso, che riescono a scorgerlo in ogni sguardo, in ogni alba, in ogni ramo e cane e nuvola e formica e poesia e vento e bava di lumaca…

Beato chi opera la pace partendo da se stesso. La pace non si scambia, la pace non si promette, la pace non si concede, la pace: è, la pace abita. Beato è chi è pacificato, non perché non conosce conflitti ma perché nulla può smuovere la gioia di essere figlio. Figli di un Dio che siede e aspetta, in pace, al centro del mio essere più profondo. E noi non dobbiamo far altro che camminare, semplicemente camminare, con leggerezza rivoluzionaria, con il sorriso di chi ha sperimentato di essere amato, camminare verso la pace. Verso se stessi.

E non avremo più paura, nemmeno in tempo di persecuzione, dove la persecuzione peggiore è quella che ci infliggiamo per la paura di non essere all’altezza della vita. Non avremo paura degli insulti, nemmeno di quelli pesantissimi che noi facciamo a noi stessi quando siamo stanchi di amare. E non ci farà più paura nemmeno la menzogna perché la verità non è una cosa, un’idea, una religione, che sono tutte cose che possiamo perdere, no, la verità e una persona e noi non la perdiamo perché appena ci allontaniamo lei si ferma. E ci aspetta.

Tutti i Santi

Parabola che non funziona Trentesima domenica Tempo Ordinario C

crocetta

foto: Muro di Mozzacoda di Crocetta

liturgia parola domenica trenta

Parabola che non funziona

XXX domenica del Tempo Ordinario C (Luca 18,9-14)

 

Non serve a nulla. Questa parabola dico, non serve a nulla. È la prima reazione onesta che possiamo avere alla lettura del testo. I due protagonisti sono così grezzi e così monolitici da non essere credibili. Sono caricature, parodie del paradigma del santo, caricature dell’immaginario del peccatore, sono personaggi e non persone, sono maschere. Il primo è perfetto, così perfetto nella sua ricerca di religiosità senza sbavature che esagera e risulta essere non credibile. Anche il peccatore esagera, anche nella conversione, non ci sono sfumature. Sono due ruoli interpretati alla perfezione. E infatti la parabola non funziona, la trappola non scatta. Non riusciamo a identificarci in nessuno dei due personaggi e se non ti identifichi non puoi rimanere impigliato nella logica delle parabole e quindi, semplicemente, la parabola non funziona.

Non c’è stupore, risulta essere solo un racconto edificante. Puoi essere il più santo del mondo ma se odi gli altri e sei presuntuoso sei il peggiore di tutti. Puoi essere il peccatore incallito ma se ti penti puoi diventare meglio di un santo. Tutto qui? Possiamo tentare di interpretare i gesti dei due personaggi, possiamo giocare con le parole, possiamo fare tutto quello che vogliamo ma la morale rimane questa e non ci sconvolge più di tanto, lo sapevamo già. Vien voglia di girare pagina e continuare la lettura. A meno che.

A meno che si carichi di maggior significato l’introduzione alla parabola che specifica essere raccontata per “alcuni che avevano l’intima presunzione di essere giusti e disprezzavano gli altri”. E qui non è ancora parabola, è dichiarazione di intenti. Il Vangelo non dice di andare ad indagare i due personaggi della parabola, che infatti non presentano alcun tipo di complessità interiore, dice invece di interrogarsi su se stessi e sulle intime presunzioni di giudizio. Insomma, sul nostro modo di leggere il mondo. Non è il fariseo ad essere intimamente presuntuoso, e nemmeno il peccatore che spera di estorcere il perdono, sono io che leggo il presuntuoso. E infatti mi pare che in questo caso la trappola sia già scattata, ed è scattata ancora prima dell’inizio della parabola stessa, il suo suono è stato secco e deciso: “sei sicuro di saper interpretare quello che vedi? Come lo interpreti? Come credi che Dio osservi queste due tipologie di uomini?”. Ecco la trappola, Gesù non sta raccontando una parabola, Gesù mi sta interrogando, mi affida un compito, un esercizio per misurare la mia attitudine all’umiltà. “Chi si umilia sarà esaltato”. Colpito! Non resta che provare a smascherare il nostro sguardo.

I due uomini salgono a pregare, il primo è un fariseo ipocrita, chiuso in se stesso, non vede altro che il suo tentativo di perfezionismo, e disprezza pure gli altri. Non serviva Gesù a dirci che questo non è esempio da seguire, e fin qui ci siamo, infatti il compito è altro: provare a cercare di scendere con sguardo intimamente umile, prendendo ad esempio lo sguardo del Padre che tende alla giustificazione e non alla condanna “(il pubblicano) tornò a casa sua giustificato”. Umiltà e desiderio di giustificazione. E mentre mi chiedo se sia esercizio legittimo ecco che ripenso a un’altra pagina di Luca, penso a due fratelli, a due modi di vivere il mondo e ad un padre misericordioso che umilmente giustifica. Mi torna un po’ di coraggio, forse la strada è percorribile. Esercizio diventa: “guarda con profonda umiltà i due uomini del vangelo, immagina di essere il Padre misericordioso”.

E al primo allora chiederei: “ma tu sei felice?”. Solo questo. Non essere ladro, ingiusto e adultero, digiunare e pagare le decime più del dovuto ti rende felice? Continua così. Cosa ti importa degli altri, cosa ti importa se hai fratelli che vivono in modo diverso da te? Non ti chiedo di essere per loro un esempio, non ti chiedo di convertirli, non ti chiedo nulla se non: tu sei felice nel tuo modo di vivere? “Ciò che è mio è tuo”, smetti di essere in gara con gli altri. Esercizio per me, che credo di essere intimamente giusto, è quello di non condannare questo fariseo e invece di provare ad accudire questa grandissima insicurezza, provare a guardarlo come una vittima del catechismo moralistico che ogni religione impone. L’esercizio è mio: provare a chiedermi se intimamente sento compassione per quest’uomo che non riesce a liberarsi dal confronto e dal dubbio atroce che Dio sia un padrone esigente. L’esercizio è mio, provare, davanti ai farisei di ogni tempo, davanti ai tanti tradizionalisti che fanno perdere la pazienza, davanti a chi prega e ragiona e vive la fede in un modo diverso dal mio, davanti a chi non mi capisce e mi accusa… davanti ai loro volti riesco ad essere umile? Questa è la posta in gioco. Riesco a vedere in chi mi sembra così lontano dalla verità (ma chi sono io per deciderlo?) un fratello con le mie stesse paure? Riesco a essere seriamente interessato alla sua felicità? Riesco a giustificare il più possibile gli atteggiamenti di paura e di chiusura? Giustificare non significa banalizzare, non significa che è tutto uguale, non è il primo gradino verso il relativismo ma è l’assunzione di uno sguardo paterno, il tentativo di intuire le ragioni, interrogare le fragilità, accompagnare alla maturità. E piangere per questo fariseo che probabilmente non riesce a vivere con la dovuta saggia leggerezza.

E così per il peccatore, guardarlo con umiltà. Guardarlo come si guarda un figlio. Evitare di usarlo come si usano gli esempi, non trasformarlo in “caso esemplare”, non trattarlo da convertito. Non esaltarlo in nome della sua scelta. Ma amarlo sinceramente e provare ad andargli incontro, provare a riempire con la compassione quella distanza che lui ha posto tra sé e il divino, tra sé e sé. Provare a correre incontro, come farebbe il padre misericordioso, provare ad abbracciare e a sollevargli lo sguardo.

Questa parabola non funziona, e si capisce il perché, manca un personaggio fondamentale, è come la parabola del figlio maggiore e del figlio minore ma senza il padre. In questa parabola manca colui che sorprende tutti, manca lo sguardo umile che esalta, manca chi si umilia per esaltare l’umanità altrui. Manca la sorpresa perché manca lo sguardo divino. Questa parabola è inutile fino a quando non comprendiamo che è un appello rivolto al lettore: diventa tu il terzo, fai irruzione nella parabola, fai funzionare la parabola, diventa tu lo sguardo che sorprende!

XXX TO C parabola che non funziona

Anteprima

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Oggi niente commento al Vangelo del giorno, mentre Dulcinea tenta di fuggire dalla finestra (ma fuori piove!) io lavoro all’incontro del 18 novembre a Romano di Lombardia… eccone un’anteprima.

“Sacro diritto è che ciascuno in ogni comunità si senta chiamato per nome, è uno scandalo essere trattati come un numero, come un soldato obbediente per andare a tappare le falle. Io non sono un volontario Caritas, un catechista, un prete, uno che canta nel coro, io sono Alessandro e se mi chiami per nome, cioè se mi aiuti a guardarmi con compassione e misericordia, se mi fai sentire importante, se riesci a capire cosa posso darti io di specifico, se mi aiuti a comprendere cosa tengo nel cuore, se hai pazienza perché mi stancherò e ti deluderò, se non avrai l’ansia quando in chiesa non mi vedrai, se accetterai di veder morire i seminari e chiudere gli oratori senza incolpare me e la mia generazione, se il tuo compito principale sarà quello di tagliare i nodi che mi impediscono il movimento (come fece Gesù con Lazzaro), se resisterai alla tentazione di diventare il mio carnefice perché io stesso te lo chiederò (ti implorerò spesso di togliermi l’imbarazzo della libertà, ti farò sentire onnipotente), se mi slegherai e mi lascerai andare, se accetterai che da lontano io ti maledica, se sarai come Abramo e resterai, solo, slegandomi dal tuo altare, in quel momento smetterai di chiederti “come posso parlare di Dio”, tu, in quel preciso momento, bello e sconfitto, sarai Lui”.

http://www.moltefedi.it/project/romano-di-lombardia/

 

 

Essere complici della vita

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Dal Vangelo secondo Luca

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Siate pronti, con le vesti strette ai fianchi e le lampade accese; siate simili a quelli che aspettano il loro padrone quando torna dalle nozze, in modo che, quando arriva e bussa, gli aprano subito.
Beati quei servi che il padrone al suo ritorno troverà ancora svegli; in verità io vi dico, si stringerà le vesti ai fianchi, li farà mettere a tavola e passerà a servirli.
E se, giungendo nel mezzo della notte o prima dell’alba, li troverà così, beati loro!».

Forse “essere pronti” è questione di vesti strette e di lampade accese cioè: cammino nella notte. Essere pronti è questione di piedi e di occhi. Così quando la vita arriva possiamo farci strada e orizzonte. E allora credo che vada rovesciata l’idea di una preparazione previa alla vita, come se servisse una preparazione in attesa di applicare le competenze acquisite. “Essere pronti” per obbedire alla vita che bussa e chiede complicità.

Forse “essere pronti” non è vivere nella sicurezza del Suo ritorno, come le prime comunità, ma nemmeno ubriacarsi di moralistici propositi per “farsi trovare pronti” come in vista di un’interrogazione a sorpresa. Forse “essere pronti” è vivere come le stagioni, come questo autunno che, se guardi bene, è già inverno, primavera e estate. “Farsi pronti” è stare dentro il presente con consapevolezza.

Forse “essere pronti” è rimanere abilitati allo stupore, alla sorpresa. Ti aspetti un padrone e trovi un servo.

Vuoto (sepolcro)

Vent’anni fa, ricordo, la mia mano è scesa lenta su quella pietra, e furono lacrime mentre io mi appoggiavo, sicuro di aver trovato.Oggi la mano accarezza ma poi chiede di rimanere in sospeso.C’è uno spazio, un vuoto, un Nulla, appena sopra la pietra. Pochi centimetri di aria. Un legno traballante, insicuro, una sacra zattera trasformata in altare e poi sopra……pietre, candelabri, latino incrostato dal tempo, impasto religioso spesso, solido, oro, magmatici sedimenti sacrali impastano bisogni di appartenenza, guerre di posizione, sinceri dolori, drammatici smarrimenti. Tutto è pesante. Come se una mano avesse affondato nell’umano più misterioso e torbido e avesse preso tutto quello che poteva. Ed è tutto pesante. Troppo.Schiaccia. Preme sull’anima. Calpesta il respiro. Ma quando la chiudi, nel cuore, la mano non riesce a sconfiggere un nocciolo di vuoto.Con l’ultimo fiato prima di lasciare ti chiedo, Signore, di poter rimanere qui, sotto il legno traballante, sopra la pietra, nel nocciolo di vuoto. Mano sospesa nel vento, a riconoscerti presente nell’aria, nel sole, nella pioggia. Ti chiedo la grazia, se posso, di rimanere in sospeso in questo sacro Nulla dove mi sento finalmente trovato. Sacra è l’alba di ogni mattino e il cuore di tutte le donne a cui è stato rubato l’amore, sacra la corsa di chi non ti trova e ritorna a cercarti. Fammi restare a mano aperta in questo spazio tra cielo e terra, tra tutto e niente. E dammi la forza di rialzare la mano quando andrà ad appoggiarsi a religiose sicurezze o a ingenui egoismi. Dammi la forza di rimanere aggrappato al visibile quando la mano si sentirà troppo chiamata dall’invisibile.Vent’anni fa, ricordo, la mia mano è scesa lenta su quella pietra, e furono lacrime mentre io mi appoggiavo, sicuro di aver trovato.Oggi la mano accarezza ma poi chiede di rimanere in sospeso.

Variazione sul padre nostro (monte degli ulivi)

Per la consolazione di dire, ancora, papà, senza vergogna, nonostante i tradimenti, nonostante i legami spezzati.Per il coraggio di una preghiera plurale, per la tenerezza di chi osa sentirsi parte di un tutto.Per il cielo, che è un infinito a portata di sguardo.Per la rivoluzione di ogni parola benedicente.Per la follia di chi trova evangelico il filo d’erba, una pietra, il volo di una mosca, perfino il cuore dell’uomo.Per chi ha capito che unica volontà divina è vivere con intensità poetica l’istante.Per gli acrobati dell’amore, equilibristi che cuciono a lacrime terra e cielo.Per la fragranza del pane, per le farine, le mani, il fuoco, l’acqua.Per la liturgia di tutti i fornai che trasfigurano il quotidiano. Ma con leggerezza.Per chi si è liberato dalla mania di far tornare i conti, per chi si sente debitore di tutto, ma come la terra accoglie, e se fa frutto non trattiene.Per chi ha paura delle tentazioni ma soprattutto per chi ha paura di non sentirne più il loro morso che risveglia a libertà.Per chi è riuscito finalmente a liberare Dio dal male che ci ostiniamo religiosamente a coltivare.Per chi è libero. Per chi troverà il coraggio di farsi liberare.Amen

Natività (tra poco esco)

Diede alla luce il suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce e lo pose in una mangiatoia, perché per loro non c’era posto nell’alloggio.

Dare alla luce, a questo credo. Essere stella, solcare la vita da comete, lasciare una scia lenta e cadente, il più possibile luminosa. Una bava lenta di vita.

Sono nella chiesa della natività. Betlemme.

Essere fertili, fecondi, generativi. Solo a questo credo, miracolosa è la vita che nasce. Miracolosa è la follia dell’amore che, alla fine, si convince che valga la pena di dare un figlio alla vita. “Valga la pena”, che modo strano di dire, rendere sensata la gran pena dei giorni, da qualche tempo in parole come queste vi scorgo saggezza. E il profilo curdo (sì curdo, non solo crudo) di ogni minoranza.

Sono nella chiesa della natività e ho caldo e c’è troppa gente e troppa attesa.

Credo solo nei gesti divini di chi avvolge con mani femminili la debolezza. Il resto potete pure riprendervelo, vi aiuterò io stesso ad accartocciare le statue dei nostri dolci presepi (e sorriderò, sarà anche quello un fasciare materiale fragile).

Sono nella chiesa della natività e l’unica cosa che mi vien da fotografare è un sacco da cantiere, lavori in corso. Mi sembra di una bellezza struggente. Lo credo davvero. È la cosa che oggi, qui, sento più sacra.

Tenetevi tutto, portatevi via il natale e pure i crocifissi nelle scuole se li volete, tanto lui nasce, ogni volta che la vita trova mani deponenti. Come quando si lascia andare piano un figlio nella mangiatoia, oppure a peso morto nel sepolcro. Come quando ci si lascia andare, come nel fare l’amore, unico cantiere che desidero mantenere aperto.

Prendetevi tutto, ma non mettetemi a posto, non trovatemi un posto, non lo voglio, sarebbe la morte. Non c’è posto che possa contenere la Grazia. Solo il corpo d’uomo può, e infatti non è posto ma riflesso.

Sono nella chiesa della natività, Betlemme. Tra poco esco.

Fiume Giordano (non mi immergerò)

No, non mi immergerò

per troppo tempo ho ceduto al dovere,

Non mi immergerò, lascio ad altri i canti, le braccia al Cielo, il sacrosanto bisogno di sentirsi comunità. Le chitarre, i sorrisi adolescenti, la sicurezza di farcela, di avere capito, di saper arrivare.

No, non mi immergerò, senza astio, senza giuduzio, senza supponenza. Solo non è più tempo, il cuore da quella parte, è ormai muto.

Non invidio, non compatisco, comprendo.

No, non mi immergerò, spero solo di rimanere innamorato di quel che chiamiamo “sacerdotale” che è poi solo l’artigianato quotidiano di mettere in carne l’amore invisibile.

Spero solo di essere un poco “regale”, di liberarmi cioè da tutte le schiavitù, dal fascino della religione e alla fine anche da me stesso.

E se la profezia accetterà di accarezarmi, almeno per un alito di tempo, spero di non voler trattenere nemmeno le conseguenze.

No, non mi immergeròperché sei tu, Signore, ad immergerti in me, Ancora, Nonostante me.

Sei tu ad immergerti, a perdere fiato sotto le superficiali Apparenze, sei tu che muori in me.

Non mi immergerò Lascio fare a te, io proverò a seguirti, non fino in fondo, il tempo di un fiato. Che se toccassi il mio Abisso certamente morirei.

Lascio fare a te.

Io non lo voglio attraversare il deserto, io voglio abitarlo. E magari diventarlo.

E per la prima volta capisco che tentazione vera sia voler restare qui, nel deserto. E che questa è tentazione benedetta, è lo Spirito a spingere Gesù qui.

Smettere di credere a una qualsiasi promessa, smettere di lasciarmi affascianare da altro e oltre e da tutte le declinazioni possibili che vogliono solo illudermi che il meglio sia fecondato dal futuro. Questa terra è già la promessa, qui si ode il mormorio silenzioso di Dio, qui si incontrano i viandanti che portano generazione, qui si mostra in verità, sotto scorza, la nostra carne.

Restare qui, ora e sempre, lasciando ad altri l’illusione dell’avvenire. Nessuna Terra Promessa solo la Promessa scritta in ogni granello di questa Terra.

Tentazione vera e benedetta è resistere e restare, abitare per sempre qui, tra le grotte, e impedire a Davide di muovere anche solo un passo verso il Palazzo del potere. Uccidere il re ambizioso che ci portiamo aggrappato alla gola, rimanere guerriglieri. Partigiani in libertà.

Tentazione vera e benedetta, quella che mi brucia dentro, è di rimanete qui, non mi importa neppure di voler tornare indietro, non mi manca l’Egitto con le sue sicurezze, finirla con il gioco patetico della nostalgia, vero faraone della nostra piccolezza.

Il deserto non è un luogo di passaggio. Non è la geografica traduzione dell’inospitalità. Il deserto è madre e padre, e capisco in questo istante il bisogno del silenzio, l’allergia a qualsiasi ruolo, la gioia che si prova nel lasciar correre lo sguardo.

Il deserto non è fatto per essere attraversato ma abitato, bisogna perdersi per trovarsi.

Io non voglio più attraversarlo il deserto io voglio abitarlo e magari diventarlo.

Il primato dell’acqua

Se ne conservi memoria,

e qui liquida è solo la nostra consapevolezza

d’essere

in te,

se ne conservi memoria

che il cuore

ammutolisca.

Lui è stato per te unico,

solo gli amanti

che ci camminano senza calpestarci,

trovano

casa nel tempo.

Lui è stato per te unico,

bastava una parola e ti calmava di profonda

Quiete.

Lui è stato per te unico,

e unica l’invidia del vento

che vi sorprendeva

dormirvi addosso.

Se ne conservi memoria,

per favore,

almeno tu,

non gridarlo mai che il nostro dovere

è quello d’amare.

Ammutolisci

Acqua

L’amore si comprende solo per immersione.