In ogni respiro respirato per amore (saluto alla Comunità di Arcene) 24 TO C

Casa Crocetta

foto: Il bordo della notte, Crocetta di Mulazzo settembre 2019

In ogni respiro respirato per amore

Saluto alla Comunità di Arcene, dal bordo della notte

Scrivo dal bordo della notte, fuori è buio e silenzio e solo l’abbaiare di Dulcinea mi ricorda che dietro il muro senza luce si muove, selvatica, la vita. E penso che sia sempre un po’ così, serve un certo istinto per vedere la vita oltre i muri delle apparenze. Sono sul bordo, non ancora parte di questo pezzo di mondo di confine che tanto mi ha affascinato e non più tra le strade di Arcene, a difendere la credibilità del mio ruolo di parroco. Confine, bordo, limite, i miei saluti arrivano da qui. Ho appena salutato amici arcenesi che sono passati per una cena, ho appena letto mail commoventi di saluto ma ora sono qui, cercando di vedere con l’istinto quello che difficilmente riesco a vedere in altro modo: il futuro.

Ma per andare oltre, per osare un passo nel ventre dell’ignoto l’unico modo che conosco è muoversi da un porto sicuro, e l’unico pezzo di vita su cui oggi mi sento di mettere piede per osare un cammino è la Parola di Dio, e allora ritorno lì e ricomincio da lì, dal Vangelo del 15 settembre prossimo, data del mio saluto ufficiale.

“In quel tempo si avvicinavano a Gesù tutti i pubblicano e i peccatori per ascoltarlo”.

Così inizia l’ultima pagina di Vangelo che ci vede insieme, e non potrebbe esserci inizio migliore. Cosa ho iniziato a imparare davvero in questi anni di Arcene? Cosa ho sentito forte nella carne, così forte da fare male? Che la parte che ascolta davvero il Vangelo è quella del nostro peccato. Il male, l’inadeguato, lo sbagliato che ci abita non è solo un pretesto per permettere a Gesù di mostrare tutta la sua misericordia ma è lo spazio recettivo, l’orecchio profondo, lo spazio che chiede di essere fecondato.

Io ringrazio per ogni persona che mi ha accompagnato a riconoscere il mio limite, il mio peccato. Ringrazio per chi mi ha insegnato, spesso senza volerlo, che riconoscere le proprie povertà è la possibilità per dire a voce alta che abbiamo fame di una Parola nuova, buona, diversa, alternativa.

 

“I farisei e gli scribi mormoravano”

Un’altra cosa mi avete insegnato bene in questi anni: il futuro si apre quando cessa la mormorazione. Mi spaventava tanto l’idea di morire risentito, di morire come uno di quelli che si sentono traditi dalla vita, mi spaventa chi cerca un colpevole, mi scuso per quando sono stato il primo a cercare alibi: mormora colui che non ha coraggio.

Auguriamoci di avere coraggio, ma sempre unito a tanta misericordia. La mormorazione è spesso compagna della condanna, il nostro agire invece sia il più possibile umile, libero e misericordioso. Non abbiamo risposte, nessuno di noi può dirsi padrone della Verità e quello che è giusto per la mia storia non lo è per quella dei fratelli. Adesso inizia per noi un cammino diverso, non esiste giusto o sbagliato, non esiste meglio o peggio, quello che è in nostro potere è di scegliere se stare dalla parte di chi mormora o di chi cammina con misericordia. Non sarà sempre facile ma credo sarà bello allenarsi ad accompagnare i cammini dei fratelli con leggerezza e gratitudine.

“Costui accoglie i peccatori e manga con loro”

Mangiare è un gesto simbolicamente immenso, non è un caso che Gesù lo abbia scelto per renderlo sacramento. Mangiare è celebrare la vita, è condividerla la vita, è dire che ogni respiro è più grande di noi, del nostro essere santi e peccatori insieme. Gesù mangiava con i peccatori per celebrare ogni respiro, per riconoscere la grandezza della vita. L’augurio più bello che possiamo condividere è quello di essere sempre capaci di non essere moralisti, impariamo ad innamorarci del respiro del fratello, di ogni fratello. La vita è sempre più grande di noi, delle nostre riduzioni.

Oggi è difficile riuscire a pensare a una vita di parrocchia visibile ed omogenea, tradizionale. Per fortuna. Era strada sbagliata. Non ci credo più. Nostro compito vero, oggi, è di respirare il respiro dei fratelli, è riconoscere la bellezza della vita che vive, dell’uomo che è bello quando ama. La distinzione tra santi e peccatori è perversione da scriba o fariseo, l’ossessione di poter catalogare le persone in base alla loro appartenenza parrocchiale è triste abitudine di un cristianesimo senza futuro. Andiamo invece a celebrare il respiro della vita, riconoscendo oggi dove la vita vive, in ogni respiro respirato per amore.

E ai mormoratori Gesù regala la parabola della pecora perduta, quella da cercare nel deserto. Parabola scandalosa, perché non ha senso mettere a rischio novantanove pecore per una sola. A meno che. A meno che quella pecorella smarrita sia io. E allora che il Signore ci aiuti a non sentirci mai dalla parte dei buoni.

A meno che quella pecorella smarrita sia solo un pretesto per ricordarci che noi siamo vivi solo perché qualcuno ci cerca, perché siamo importanti per qualcuno. Grazie a tutte le persone che mi hanno fatto sentire prezioso, grazie a chi non si è stancato di cercarmi, grazie a chi ha accettato di smarrirsi fidandosi di una predicazione spesso non facile. Grazie a chi è stato pecora fuori dal gregge tutte le volte che credevo di aver trovato la soluzione giusta e definitiva per la parrocchia. Non siamo fatti per stare in recinto, non siamo fatti per far tornare i conti, il pastore o è uomo in ricerca o è solo un mediocre tenta di “contare”. Ognuno di noi è entrambe le cose, cerchiamo e insieme cerchiamo di far quadrare i bilanci, a noi provare a dilatare l’inquietudine, a noi tornare a camminare incontro a quella parte di noi che non si arrende a stare chiusa, al sicuro, nello scontato e rassicurante recinto del risaputo.

E poi è parabola della donna che cerca le monete, che non basta cercare occorre continuare a cercare, occorre cercare “accuratamente” cioè con cura, le monete preziose. Grazie a chi ha avuto pazienza con me, grazie per i gesti di cura che mi avete donato, grazie per questi ultimi mesi, per chi concretamente si è speso con passione. Grazie per chi ha insistito, per chi non si è fermato alle apparenze. Grazie a chi ha avuto la costanza di credere che negli incastri di ogni pavimento è possibile trovare una moneta preziosa che sta aspettando. Non dimentichiamola questa lezione. Non c’è nessun pavimento misero.

E poi è parabola del padre misericordioso. Di quella parabola mi piace la sfrontatezza del figlio minore, mi intenerisce il padre, ho comprensione per il maggiore. Ma quello che mi piace più di tutto è quella parabola è storia che non ha una fine. Continua. Finisce in equilibrio. Il maggiore entrerà a fare festa? Il minore capirà? Il padre finalmente riuscirà ad essere padre? Mi piace salutare così, in equilibrio. Dal bordo. Di una notte, di una storia, di una vita che chiama ognuno di noi alla decisione. Decidere che volto di uomo e che volto di Dio desideriamo per la nostra vita. Il Cristo della Parola sia sempre di più volto seducente e liberante. Un abbraccio forte, definitivo, aperto. Un abbraccio che non chiude, che non stringe. Un abbraccio con un bordo aperto, per liberare.

saluto Arcene

liturgia parola 24 TOC

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