Se non sapessimo delle intenzioni dei farisei, se tagliassimo il versetto iniziale che ci pone in una situazione di netto vantaggio, saremmo in balia dell’ambiguità del lessico del potere. E sarebbe faticoso districare la matassa. Dubitare sempre della buona fede altrui, fino a perdere lo stupore dell’incontro, oppure fidarsi sapendo che ogni parola può diventare una trappola?
La traduzione letterale del versetto di Matteo dice che i farisei tennero consiglio per tentare di “prendere al laccio con la parola” Gesù. Prendere al laccio con la parola, il verbo a farsi trappola e non carne, il pensiero a tessere ragnatele per proteggersi dall’incontro con l’Innocente che smaschera la nostra ipocrisia. Grande rischio anche per noi, tessiture di pensieri per impedire di cedere all’Annuncio.
Se non avessimo il primo versetto potremmo pensare a un gruppo di farisei convertiti: chiamare Gesù “maestro”, appellarsi alla verità, usare il nome di Dio per adulare, riconoscere la sua radicale coerenza. Invece, anche nella forma, siamo solo all’interno dei soliti ed eterni giochi di potere: i mandanti stanno nell’ombra, i discepoli vengono sacrificati, tutto è camuffato.
Il potere se non è declinato in servizio, se non si muove nella carità, scade subito in abuso. In idolatra. E come ogni idolatria miete vittime. All’idolo si sacrificano discepoli innocenti e innamorati dei propri maestri. Il potere è così seducente e diabolico che persino chi lo esercita può non riconoscere la violenza che produce.
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