Sei tu Signore che ci metti alla prova, non noi. Abbiamo paura di seguirti, la tua proposta è radicale, fuori portata. È un gioco antico quello di trovare alibi, di incantare con le parole la tua chiamata, di disarmarla, di renderla evanescente. E forse ci siamo riusciti. Abbiamo atterrato la parola “amore”, l’abbiamo resa solo un sentimento, qualcosa di delicato e gentile. Abbiamo preso il tuo grande comandamento e l’abbiamo addomesticato alle nostre tiepidezze. Ci siamo convinti che tu ci chiedessi, genericamente, di “voler bene”. Per quel che riusciamo, perché siamo fragili, deboli. Siamo cresciuti credendo che l’importante fosse essere buoni cittadini, compiere il nostro dovere, fare un po’ di carità ma, in fondo, trovare il nostro posto nel mondo e starci, comodamente. Non ci avventuriamo a dire che dovremmo amare i nostri nemici perché ci illudiamo, con la nostra mediocrità, di non averne. La tua proposta di totalità ci lascia abbastanza indifferenti. Facciamo quello che possiamo tanto tu sei buono e tutto perdoni. Nessun giudizio perché non c’è nessuna verità assoluta. Almeno i farisei del tuo tempo ti attaccavano, noi non ti consideriamo, non ti cerchiamo, non ti parliamo più. Ti diamo per scontato. Crediamo che si possa avere fede senza l’incontro personale con te vivo e Risorto.
Poi però ci sono persone come Santa Teresa d’Avila. E il grande comandamento diventa tutta un’altra cosa.
È un percorso, l’unico che valga la pena di intraprendere. Siamo vivi per imparare a incontrare te. E incontrare te è fare verità di noi stessi. Senza te io non so chi sono io. Bestemmia agli orecchi di questi nostri tempi di triste relativismo.
No, non sto dicendo che chi non conosce te non è salvato, non sto facendo classifiche, so che sulla croce hai dato la vita per tutti ma, giuro, non trovo altro motivo per vivere se non quello di provare, con tutte le mie povertà, ad entrare nel castello. Stare nell’incessante ricerca di te.
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