Non è Cristo che sconfina in luogo straniero, sono io che lo invado. Sono io che ho bisogno di lui, sono io che, se prendo seriamente la storia della Cananea, gli do fastidio, gli sono d’inciampo. Non scrivo a cuor leggero queste parole, non so dove mi porteranno, solo cerco di non addomesticarle immediatamente. Conosco il finale, una figlia riconsegnata alla madre, ma lei, la donna, non sa. Non ancora. Solo che lei non molla, come le madri dei cuccioli quando fiutano il pericolo. Ecco, già qui mi sento in difetto, come posso io commentare la ferocia di un amore materno? Forse il Vangelo andrebbe commentato solo in queste condizioni. Quando si è disposti a perdere tutto per una figlia azzannata dal male.
Altissimo il rischio, per me, di commentare questa pagina del Vangelo da posizione dominante. Apparentemente, io non mi sento straniero. Escluso, a volte, ma quasi sempre per scelta mia: posizione romantica. Per il resto, accolto. Adattato. Anche usato. Cosa ne so io di cosa significhi varcare i confini per chiedere vitale aiuto a chi ha il diritto di non ascoltarti? Cosa ne so io di che cosa significhi davvero sentirsi straniero?
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