Come un cane Corpo e Sangue di Cristo C

Dulcinea e il gelsomino 17.6.22

Come un cane

(Luce 9,11-17)

Corpo e Sangue di Cristo C

 

In quel tempo Gesù prese a parlare alle folle del regno di Dio e a guarire quanti avevano bisogno di cure…

…questo accade mentre Dulcinea si avvicina silenziosa fino a sedersi sopra i miei piedi, e io non mi sono ancora abituato, dopo tre anni di convivenza stretta, mi commuove ancora che cerchi costantemente il contatto umano, che cerchi me anche solo per il gusto di appisolarsi sentendo che ci sono. Sui miei piedi, che sono nudi, e immersi nell’erba verde di Crocetta, di questo pezzo di mondo che miracolosamente mi sostiene, sul tavolo di legno la Bibbia, un quaderno, un libro sulla vita di Buddha e io che non leggo e io che non scrivo e io che mi domando se un giorno, magari l’ultimo, arriverò mai a essere così libero da venire a sdraiarmi ai tuoi piedi, come un cane, per ascoltare una tua parola, o solo per sentire il tuo profumo, o anche solo per la paura di morire senza sentire l’appoggio di niente e di nessuno. Chissà se avrò la sfrontatezza di Dulcinea, perché anche io come lei ho bisogno di cura, perché anche io mi sarò così affezionato da non poter più fare a meno di te. Come vorrei che la mia fede si spogliasse di tutto, perfino dei mille ragionamenti che mi hanno portato fin qui. Adesso forse sono pronto per il deserto. Come la folla che nel deserto cercava una parola e una cura, come cani in cerca di padrone.

 

Il giorno cominciava a declinare e i Dodici gli si avvicinarono dicendo: “Congeda la folla perché vada nei villaggi e nelle campagne dei dintorni, per alloggiare e trovare cibo: qui siamo in una zona deserta…

… e alla fine io, come Dulcinea, non mi sposterò da te. Miseria non è qui, miseria è dove non sei tu, ormai l’ho capito, così spero di aver imparato gli occhi furbi del mio cane che implorano costantemente qualcosa da mangiare e sanno di poter ottenere e no, non andrò lontano, sarò così libero e innamorato di te da non fingere antiche presunte autonomie, come Dulcinea, le zampe sul tavolo e il muso a puntare, da morta di fame, da morto d’amore, e sprofondare in questo deserto dove solo rimane ciò che conta e godere del giorno che finalmente sta declinando, perché stanotte dormiremo insieme e non prendere in considerazione nessun villaggio e nessuna campagna perché quel girono, che sarà l’ultimo o forse il primo, io avrò trovato casa ai tuoi piedi.

 

Voi stessi date loro da mangiare

e così la fame da ostacolo diventa possibilità. Si può passare la vita cercando di risolverla oppure si può decidere di lasciarsi coinvolgere, si fa quel che si può, non si scioglie niente, si prova a condividere quel che siamo, in fondo abbiamo tutti solo fame gli uni degli altri, solo abbiamo vergogna di dirlo, allora preferiamo illuderci di poter risolvere la vita degli altri, sprechiamo indirizzi per villaggi e campagne promettenti. Io che sono stanco di pensare a progetti, io che diffido di ogni sistema, io che non credo più alla parrocchia come villaggio e che fuggo qualsiasi tipo di delega io vorrei solo arrivare a chiedere al Padre di adottarmi, perché senza di lui sono randagio e gli unici momenti in cui ho fatto esperienza di Lui sono stati quelli in cui qualcuno si è accorto di me. Proprio di me. Come un cane con il suo padrone.

 

Fateli sedere a gruppi di cinquanta circa

perché cinquemila sono troppi, la salvezza arriverà da gruppi piccoli, famigliari, ordinari… la chiesa troverà salvezza solo dalla sua frantumazione, sorrido amaro al tanto lavoro fatto per aggregare, unire, moltiplicare numeri, unità pastorali dove invece sarebbe stato saggio fermarsi a cinquanta, e magari senza l’obbligo di preti a dover per forza presidiare ogni frammento… così alla fine, come tutti, andrò a leccare grato le mani delle poche decine di persone che mi hanno accarezzato. Con la libertà di Dulcinea, verso tutti gli altri nessun rancore, solo spariranno, saranno stati importanti per altri, saranno in altri gruppi, io metterò il muso tra le mani di chi mi ha amato e leccando cercherò solo Te.  

 

Egli prese i cinque pani e i due pesci, alzò gli occhi al cielo

E anche io prenderò quel che è stato di me, e non sarà poco, e non sarà tanto, sarà tutto, tutto quello che sono stato, e come te alzerò gli occhi al cielo e finalmente mi specchierò, la ricerca sarà finita, mi sarai entrato dentro, sarò solo tuo, legame che non chiede nemmeno di essere spiegato, saprò per istinto, saprò per appartenenza, e sarò fedele, riconoscerò le tue orme in mezzo alle altre e non mi allontanerò mai più. Mi avrai addomesticato per sempre.

 

Recitò su di essi la benedizione, li spezzò e li dava ai discepoli perché li distribuissero alla folla.

Alla fine sarò solo capace di benedizione, e comincerò dai nemici perché gli amici già lo sanno, perché loro non ne hanno bisogno, ma i nemici, chi non sono riuscito ad amare, quelli sì, quelli io vorrei riuscire a benedire. Tanto io sarò seduto ai tuoi piedi e non avrò più paura. Perché se non ho amato è stato solo per la paura di perdermi, lo sai vero mio padrone?

E poi sarà lo spezzare del pane, un pane che passa di mano in mano, bocche piene del sapore buono dei frutti semplici della terra.

 

Dulcinea si avvicina, mette il muso sul mio ginocchio, ha fame di essere guardata.

 

Tutti mangiarono a sazietà e furono portati via i pezzi loro avanzati: dodici ceste.

Mi alzo, non è ancora l’ultimo giorno, con Dulcinea salgo a camminare fino al santuario. Immagino le dodici ceste piene di pane. L’ultimo giorno, prima della chiusura del sipario, resteranno dodici, come uomini, come discepoli, dodici ceste a dire che quel che resta di noi è solo ciò che abbiamo condiviso. Dulcinea scalpita, vuole correre, nemmeno immagina che invidio la sua libertà di chiedere vita.