Chi ha molto amore invece Quinta domenica Pasqua C

Ginestre Madonna del Monte 13.5.22
Dal Vangelo secondo Giovanni
 Gv 13,31-33a.34-35

Quando Giuda fu uscito [dal cenacolo], Gesù disse: «Ora il Figlio dell’uomo è stato glorificato, e Dio è stato glorificato in lui. Se Dio è stato glorificato in lui, anche Dio lo glorificherà da parte sua e lo glorificherà subito.
Figlioli, ancora per poco sono con voi. Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri. Come io ho amato voi, così amatevi anche voi gli uni gli altri.
Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se avete amore gli uni per gli altri».

Chi ha molto amore invece

Quinta domenica di Pasqua C

 

Giuda è un amico, un figlio, un uomo, e quando la porta del cenacolo si chiude quello che succede è che tu l’hai appena perso. E non sembra che Gesù opponga resistenza. Chi ha poca fantasia crede che tutto fosse già scritto, che Gesù sapeva, che il traditore è stato solo un mezzo per il finale glorioso del Messia, come se la vita fosse solo un copione da osservare, come se l’onnipotente fosse il regista a cui tutto obbedisce. È triste avere poca fantasia.

Chi ha molto amore invece sa, sa bene che le porte si chiudono, che la vita tradisce, che per troppo amore si rischiano fraintendimenti e che comunque ogni uomo è un mistero e che spesso nemmeno noi comprendiamo i motivi di certe nostre scelte. Chi ha molto amore tace sulle scelte altrui, le affida alla notte e a quel Dio che misterioso ha lo stesso respiro delle stelle.

Chi ha molto amore accetta il fallimento, l’incomprensione, la rottura. Chi ha molto amore ha sacro rispetto per la libertà. Chi ha molto amore accompagna un pezzo di Giuda fin nelle pieghe più oscure della notte, non può lasciarlo solo, non può impedirgli di essere Giuda: tremendo paradosso. Chi ha molto amore muore con Giuda, appeso ad un albero, soffocato dal buio. E intanto soffre e tace. Con lui.  

Gesù di Giuda non dice nulla, lascia che la porta si chiuda e sente, in cuor suo, che ora la morte è vicina, è dentro, e che ha anche il volto dell’amico amato.

Gesù di Giuda non dice nulla. Parla invece di sé come di un Figlio. Un Figlio d’uomo. Figlio della storia, figlio delle scelte, figlio di eventi che in tre anni lo hanno portato a mettere gli occhi negli occhi di Dio, e addirittura che lo hanno portato a riconoscerlo padre, quel Dio. E così Cristo glorifica il Padre e il Padre glorifica il Figlio e quello che significa questo passaggio è che Cristo assume il profilo del padre e il padre si mostra nel figlio. E non riesco a non pensare che questo, solo questo, addirittura questo, sia ciò che è richiesto a tutti noi. Diventare padri. Ecco il senso di tutta la nostra esistenza, nasciamo figli e figli rimaniamo ma insieme siamo chiamati a diventare padri. Questa è la fede.

Si diventa padri quando per troppo amore si smette di cercare colpevoli. Sarebbe stato facile incolpare Giuda e per noi è semplicissimo guadarci alle spalle e trovare i responsabili delle nostre fatiche esistenziali, solo chi è stato tradito, solo chi ha riposto malamente fiducia in mani sbagliate può comprendere l’umiliazione e il peso della nostalgia per una vita che avrebbe potuto essere e invece è stata soffocata da altrui tradimenti. E così si può morire nel rancore e nella recriminazione oppure cedere, cedere al troppo amore, e scegliere di diventare finalmente padri, questa è la gloria a cui siamo chiamati. E un padre lascia andare Giuda ma non lo abbandona, e nel silenzio accetta di morire per troppo amore. Un padre non rinnega mai un figlio, rinnegherebbe se stesso.

Gesù non parla di Giuda, non cerca di accusarlo e neppure di scusarlo, un padre non usa mai i suoi figli per secondi fini, dimora nel silenzio e si lascia trasformare dal dolore. E io vorrei, almeno un attimo prima di morire, riuscire a diventare veramente padre, guardare a tutta la vita passata e non provare più rancore verso nessuno, avere quella smisurata capacità d’amare che mi permetta di stare a fianco di chi ho conosciuto senza la pretesa di voler capire ma con la pazienza di chi accetta di condividere. Solo che mi fa paura, perché una paternità portata a perfezione prevede il morire per amore.

Gesù non parla di Giuda, lo lascia al pianto segreto del cuore, si rivolge invece ai discepoli, e li chiama figli, parla da padre, e un padre ha un solo desiderio: che la fraternità diventi lo spazio del perdono.

“Come io ho amato voi così amatevi anche voi gli uni gli altri” non è banalmente la speranza che i figli non litighino perché è impossibile, non è il disegno utopico di una comunità perfetta, quello che Cristo desidera per i suoi discepoli e per glorifichino la vita imparando l’arte della condivisione fino alla fine.

Siamo tutto traditori, abbiamo tutti abbandonato il cenacolo e ancora lo faremo, siamo poveri cristi impauriti ma sempre alla ricerca di essere i figli prediletti, i discepoli amati, di essere riconosciuti migliori di altri. E questo non è altro che la nostra notte, il nostro tradimento, la nostra condanna. Diventare padri invece, assumere la solitudine immensa di chi si pone nel cuore del dramma della vita armato solo di un amore sconsiderato, è accompagnare chiunque e comunque, come fossero figli nostri, andare fin nel cuore della notte se dovesse servire, inchiodarsi come Cristo sulla croce e sussurrare con fede “perdonali…”.

Da questo ci riconosceranno, se saremo paterni, se avremo in noi la fedeltà e la prossimità, se sapremo morire d’amore, se stenderemo un silenzio compassionevole. Siamo Figli di Dio ma la vocazione ultima sarà quella di diventare padri con Dio, glorificando la vita, e la vita si glorifica solo nell’atto della condivisione totale. Non abbandonando. Perché un padre non può abbandonare i figli senza smettere di essere padre. Sento che questo si impara solo se siamo stati noi stessi amati e perdonati, a tutti gli sguardi divini che mi hanno accompagnato con pazienza fin nel cuore delle mie notti: grazie.