Trincea

Settima domenica tempo ordinario C (Luca 6,27-38)

Tramonto a Crocetta 15.2.22
Dal Vangelo secondo Luca
Lc 6,27-38

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: “A voi che ascoltate, io dico: amate i vostri nemici, fate del bene a quelli che vi odiano, benedite coloro che vi maledicono, pregate per coloro che vi trattano male. A chi ti percuote sulla guancia, offri anche l’altra; a chi ti strappa il mantello, non rifiutare neanche la tunica. Da’ a chiunque ti chiede, e a chi prende le cose tue, non chiederle indietro.
E come volete che gli uomini facciano a voi, così anche voi fate a loro.
Se amate quelli che vi amano, quale gratitudine vi è dovuta? Anche i peccatori amano quelli che li amano. E se fate del bene a coloro che fanno del bene a voi, quale gratitudine vi è dovuta? Anche i peccatori fanno lo stesso. E se prestate a coloro da cui sperate ricevere, quale gratitudine vi è dovuta? Anche i peccatori concedono prestiti ai peccatori per riceverne altrettanto. Amate invece i vostri nemici, fate del bene e prestate senza sperarne nulla, e la vostra ricompensa sarà grande e sarete figli dell’Altissimo, perché egli è benevolo verso gl’ingrati e i malvagi.
Siate misericordiosi, come il Padre vostro è misericordioso .
Non giudicate e non sarete giudicati; non condannate e non sarete condannati; perdonate e sarete perdonati. Date e vi sarà dato: una misura buona, pigiata, colma e traboccante vi sarà versata nel grembo, perché con la misura con la quale misurate, sarà misurato a voi in cambio”.

Trincea

Settima domenica tempo ordinario C

(Luca 6,27-38)

 

Come una morsa la vita chiude a tenaglia le pareti del cuore. Nessuna illusione mai nelle parole del Maestro, l’assedio muove contemporaneamente su due fronti, interno ed esterno, armato procede il reale: nemici, odio, male e violenza. Sulla mappa della nostra esperienza esistenziale inutile perdita di tempo l’illusione della tregua, infilzano a ondate di dolore gli attacchi del nemico, azzanna alla gola il morso della belva, fingere è consegnarsi al nemico, la fuga improponibile, disertare è già morire.

 

Lui disegna senza esitazioni la trincea nella quale ognuno di noi è costretto, vita come guerra di posizione, fin che morte non ci liberi da noi. Affossati a presidiare il confine del presente subiamo la tortura dell’incontenibile, tutto è fuori misura, sotto tiro d’artiglieria pesante, difendersi pare operazione patetica. La mappa che delimita il nostro passaggio terreno è di gente sotto assedio, il male sconvolge, l’esito fatale appare scontato. La paura immobilizza, come stare davanti al nemico che ci assale e come tenere a bada quello che si ribella a noi da dentro di noi? Come arginare l’odio che ci invade, come ammansire la belva che ci abita? Cosa opporre al male e alle sue mille sfumature? E vana appare la fede in grammatiche che non presumono violenza. Il Maestro non finge mai, nessun cedimento a illusioni per anime belle, il mistero della vita per quello che è rimane irrisolto. Che Lui scenda in trincea al nostro fianco senza dichiararsi immune al massacro è buona novella.

 

Guerriglia, il resto è guerriglia affidata al coraggio e alla fantasia del singolo. Lui non è uno stratega e non procede per arruolamento forzato, estraneo ad ogni ideologia mai proporrà controffensive per eserciti. Solo guerriglia, eroica audacia di un momento, tentativo di stordire almeno momentaneamente l’avversario più che lucida controffensiva risolutiva. Una vita in trincea, avamposto tra due fuochi, rigagnolo di speranza, crepa nella pianura delle tentazioni, neppure lui riuscirà a rovesciare il male, non ora, non qui. Come a muoversi dentro un reticolato assediato su entrambi i lati subirà l’odio e la violenza dei nemici, il male e le percosse interiori di quelli che si dicevano amici. La croce non sovverte le apparenze, per i più rimane il sigillo violento sull’ennesima utopia.

 

Ma dal cuore della trincea, dalla ferita di costato aperta sul ventre del mondo, dentro, c’è possibilità di movimento. Magari ingenua, lampo subito sopito, sicuramente paradossale ma è tutto quello che ci è dato. Guerriglia, azioni di disturbo, fantasia al potere, lampi d’immaginazione vitale sgorgata dalla disperazione, tentativo di sopravvivere, almeno un’ora ancora, un giorno alla volta, sperando di non dover soccombere alla triste ovvietà del nemico, azioni improbabili per concedere all’Alleato di non sparire.

 

E allora ecco l’amore inatteso, la sorprendente scelta di amare il nemico, nessuna finzione, cuore disarmato e vulnerabile educato alla ferrea disciplina della misericordia. L’esposizione è totale, non avere un cuore sincero risulterebbe fatale, si alimenterebbe la ragione nemica. Esporsi senza preavviso, come declamare una poesia sotto le bombe, come tramutarsi in rosa che fiorisce su un tappeto di cadaveri. Nulla che possa lontanamente cambiare l’esito del conflitto ma gratuita sfacciata provocatoria alternativa. Come un perdono senza motivo. Non cambierà nulla, resterà lo stordimento di un momento, spiraglio aperto all’infilo della luce. Poi rientro veloce, sottocoperta, a difesa. In attesa della nuova azione. Come offrire la seconda guancia a chi ha già frustato sulla prima. Solo per il gusto di creare una frazione di scompiglio emotivo prima di ricevere l’ulteriore colpo. Come quando ricoprire anche della tunica il ladro del mantello e lasciare ai predoni libero accesso ai tuoi beni. Non per cambiare il mondo, non definitivamente, ma per punteggiare azioni di stordimento alla banale ripetitività del male.

 

E saranno gesti personali, ingenui, poetici e patetici. Nessuna strategia che si possa imporre indistintamente solo l’esempio luminoso e ribelle di un coraggio fosse anche passeggero. Almeno per accorgersi che siamo anche questo, che questo possiamo: lampi di indicibile bellezza su una trama spesso segnata dal dolore e dall’errore. Squarci transitori ma bellissimi. Buoni per alimentare il sogno. Perché in trincea si resiste solo grazie al desiderio di riuscire fare agli altri quello che da loro ci aspettiamo. Dal cratere in cui cerchiamo di resistere possiamo imparare a ipotizzare destini diversi, possiamo aggrapparci al lampo luminoso di un gesto evangelico e dilatarlo, dilatarlo all’inverosimile, coltellate affondate nel tetro persistere del dolore.

 

E resistere solo per fede. La fede nel Figlio che ci ha giurato che il Padre usa la stessa nostra strategia, anche lui per sconvolgenti ribellioni d’amore, benevolo verso gli ingrati e i malvagi. Divino è il gesto inatteso e smisurato, scriteriato e assoluto, buono per sospendere nello stupore la logica di chi attendeva solo giudizi di condanna.

 

E comprendere, sempre dal cuore della trincea, che siamo al mondo solo per quello, per costellare di gesti insensati la nostra storia, per stupire il male, per stordirlo, per non morire avendo imparato a misurare la vita solo con il metro del merito e della vendetta. Per arrivare a morire avendo provato il più possibile a farci stupire, a vedere luce dove ci aspettavamo tenebra. Inizi dove eravamo sicuri di soccombere.

      

2 commenti Aggiungi il tuo

  1. Massimo ha detto:

    Grazie infinite. Ogni cosa che leggo in questo blog mi lascia un segno, mi fa comprendere meglio una fede che in fondo non ho mai veramente compreso nella sua bellezza e profondità misteriosa. Occorre davvero un cuore sincero per vedere. Lo dico da non credente, o meglio, per dirla alla Dostoevskij, da uno che non crede di credere. Grazie ancora di cuore

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  2. Marisa Pettenò ha detto:

    Grazie!

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