La pianura Sesta domenica tempo ordinario C

Tramonto a Crocetta 8.2.22

La pianura

Sesta domenica tempo ordinario C

(Luca 6,17.20-26)

 

  Oggi la malinconia mi stringe il cuore. Le beatitudini non brillano, non muovono in me la velocità della scrittura, la felicità come promessa, il senso di riscatto per le nostre miserie, la mano a sorreggere il destino degli ultimi, niente di tutto questo riesce a tramutarsi in riflessione trascinante. So che è colpa mia.

 

Mi affido alla misericordia e vago, mi muovo lento nella pianura in cui la Parola oggi mi conduce, sono folla e sono discepolo, insieme. Sono smarrito. Interrogo i volti che incontro e mi ritrovo in tutti e in nessuno, dal tuo elenco mi sento ogni volta trafitto, tutto e il suo contrario io sono. Tu Gesù ti sei fermato e hai fatto diga alla mia vita, sceso dal monte hai appianato il passato rendendo tutto rivolo, fermando le acque. Niente qui si può nascondere, ogni cosa brilla della stessa dolce miseria.

 

Alzo con fatica gli occhi e non riesco a schierarmi. Chi sono io Signore? Come posso osare di non sentirmi parte dei poveri ma anche come non riconoscere che ricca è stata ed è la mia vita? Sazio di giorni e di esperienze eppure perennemente affamato. Tu conosci le mie lacrime ma insieme sai che ho riso di tutto, ho gioito e in alcuni momenti mi è anche bastato quello che vivevo, avrei voluto non passasse mai.

 

Incrocio gli occhi di questa folla discesa dal monte e nessuno occupa un rilievo, niente si nasconde a nessuno, forse la paura è vedere con nettezza la complessità srotolata come tovaglia, le macchie si alternano al candore, la linea di demarcazione tra la beatitudine e la disperazione mi trapassa, è matassa aggrovigliata in me. Riconosco addirittura la fatica di isolare un singolo elemento: davvero sono stato almeno per un istante o solo povero o solo ricco? Davvero posso dire di aver versato lacrime che fossero distillato di solo dolore? Neppure i sorrisi mi sembrano mai stati completamente liberi da una perenne malinconia. E mai solo discepolo e mai solo indistinto punto nella folla. Tutto e niente, insieme.

 

Vago tra i ruderi e le costruzioni, raccolgo le parole di chi mi ha crocifisso e riconosco la bontà di chi parla bene di me. E io, io stesso, continuo a seminate parole opposte, giudizi taglienti o improvvise misericordie dilatate.

Ti confido il mio desiderio profondo: alzati, ritorna a camminare, lascia alla strada di diventare solo sequela, torna ad aprire sentieri e liberami da questa stagnante interruzione. Non credo di riuscire a reggere ancora per molto questo mio fluttuare, questa sospensione in cui tutto è rallentato, questa desertica pianura delle beatitudini. Riapri un varco, lascia che tutto torni a scorrere, scusami ma oggi questa pagina che mi ha sempre riempito di speranza mi sembra un agguato, una trappola, la sospensione dolorosa che apre a una riflessione e che mi trova inerme, stanco, smarrito.

 

Ma se è questo quello che oggi mi chiedi, chi sono io per avanzare pretese? Lascerò all’altrui entusiasmo di predicare rivincite escatologiche, altri sapranno meglio di me dipingere speranze cristalline. A me rimane il dubbio, e questo ti consegno. Rimane la frantumazione di un uomo che può solo confessare di non sapersi più schierare con la nettezza di un tempo. Consegno a te la mia confusa riflessione. Cosa posso fare? Non forzerò lo sbarramento del tuo sguardo, non fuggirò in nessun altro luogo, sono troppo stanco per fingere, preso in trappola mi consegno per quel che sono. Ma non chiedermi, non chiedermi ti scongiuro, se io sia ricco o povero, non farmi scegliere tra le lacrime e il sorriso, abbi pietà delle mie fami e anche della mia sazietà e liberami dalla curiosità di sapere cosa gli altri dicono di me. Abbi misericordia delle mie parole amare, armate, violente. Io non si niente di me, meno ancora degli altri. Oso solo confidare in te.

 

Il rito della vita che si fa pane e del vino sull’altare, ogni cosa prendo, quotidiano offertorio, nella rete della mia complessa mediocrità, ogni pesce, il grano e la zizzania, mi inginocchio a raccogliere anche l’ultimo frammento della mia umanità, in questa sospensione che ferma persino lo scorrere del tempo ho la possibilità di essere come il cane che attende dalla tavola almeno gli avanzi di quel che cade, ogni briciola, senza il lusso della vergogna. E se gli occhi si gonfiano di lacrime, perdona, sono pronto a ogni tua parola, non voglio più scappare.

 

Il volto sprofonda e le mani portano a te tutto ciò che sono, dimmi quello che vuoi, con nessun altro oserei tanto, tuo il giudizio, solo tuo. Non chiedere a me di schierarmi, non chiedere di definire ciò che sempre più spesso smargina e frana. Tutto è fermo, tragico e solenne, in questa pianura confido solo nel tuo sguardo, non oso certo decifrarlo. Eccoti quel che sono, quello che son riuscito ad essere, ecco i tradimenti e gli slanci, ecco le parole e i silenzi, ecco quel che ho fatto di me, e se io non oso guardarlo so per certo che tu non abbasserai gli occhi. Forse questo e solo questo basta. Disceso con i Dodici sono e sarò sempre come intruso, mischiato alla gran folla sono e sarò sempre uno tra i tanti, immobile al tuo ordine che ripete di fermarsi in un luogo pianeggiante io mi assimilo alla terra e solo spero, forse unica vera e definitiva beatitudine, che tu continui ad alzare gli occhi su di me, e nient’altro. Davvero nient’altro.

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