La fede è una malattia (da cui non si deve guarire) Quarta tempo ordinario C

Fame. Crocetta 28.1.22
La fede è una malattia (da cui non si deve guarire)
Quarta domenica tempo ordinario C
(Luca 4,21-30)


Ma (Gesù) passando in mezzo a loro si mise in cammino…

Gesù scivola tra la violenza, non si lascia afferrare dal linciaggio, non è ancora tempo. Prima di essere macellato in croce l’Amore desidera incidersi nelle carni sofferenti dell’umanità precaria. Ha prima da baciare la fame d’eternità dei derelitti. Nel finale di questa pagina Gesù intravede già il suo profetico destino, sperimenta da subito il rifiuto, vede la meraviglia tramutarsi in odio, sente l’odore selvatico della paura umana che ringhia, pretende, sbrana. L’esito di un amore passato al fuoco delle tentazioni nel deserto porta già alle estreme conseguenze. Lucida la demoniaca tentazione, la fame dell’uomo chiede solo di essere solamente riempita.


Non è costui il figlio di Giuseppe?

Non gli viene perdonato il tempo della crescita, sembra impossibile che il divino possa maturare dentro le nostre umane banalità. Forse anche dentro le ambiguità che il Nazareno avrà dovuto scontare. Non si può credere a un Dio che cresce dentro l’incedere insicuro della carne, non si riesce a credere che sia un seme paziente e ordinario. Gesù è il figlio di Giuseppe, il fatto che non si parli di Maria, di annunciazioni angeliche, dovrebbe aiutarci a ridefinire in modo più maturo alcune narrazioni di miracolosi concepimenti. Gesù è carne, muscoli, sentimenti, parole e tanto banale affastellato giorno dopo giorno. L’esperienza del divino è quotidiana, i segni sono quasi impercettibili. Nessun miracolo, solo il lento procedere dei giorni.  


Medico cura te stesso 

Gesù svela subito lo spazio dell’incomprensione. Non è medico, tantomeno di sé stesso. Gesù è bisognoso di cure, e anche il Padre lo è, bastano quattro parole ad infrangere tutte le idee onnipotenti e fragorose del divino, bastano quattro parole assestate come il sasso di Davide contro Golia ad abbattere le infantili attese di un popolo, l’amore è fragile, ferito e bisognoso altrimenti si negherebbe. Non siamo chiamati a credere in Dio per attingere forza e perfezione ma, al contrario, per sprofondare nel bisogno, nella fame, nella perenne implorazione di vita che scorre tra le vene degli innamorati. Bisognoso di cura dalla grotta al sepolcro, bisognoso di cura tra le case degli amici, bisognoso di cura anche oggi che affida la sua presenza del mondo alla fragilità dei gesti umani. Le tentazioni nel deserto hanno spinto Cristo verso la fame, una fame continua e insaziabile, un bisogno che esploderà sulla croce quando il Figlio diventerà supplica verso il Cielo. Il Crocifisso è la carne inchiodata all’inestinguibile fame d’amore. E Gesù mai sarà medico di questa mancanza, al contrario, si lascerà scavare dagli eventi, lascerà alla lama del dolore e della pietà di incidere ogni frammento del suo corpo, tre anni per non guarire dalla fame, tre anni per sventrarsi verso il cielo, per diventare solo fame, per evitare ogni cura. La fede non riempie, svuota. La fede non risponde, espone. La fede è una malattia da cui non si deve guarire, è trascinarsi fino all’ultimo nostro respiro sperando di riuscire a balbettare l’essenza… “Dio mio perché mi hai abbandonato?”, vieni ti prego, ho bisogno di te, non ho più nulla, non sono che carne trafitta, sono malato di te, e mi consegno, ti scongiuro accoglimi tra le tue braccia.

E avere il coraggio di dire che anche il Padre è malato del nostro stesso bisogno d’amore, anche Dio è affamato di noi, anche lui non cura sé stesso ma rimane appeso al bisogno di amare la sua creatura. La vita, la vita che viviamo è lo spazio estremo in cui la fame d’amore del Creatore e della sua creatura esplodono drammaticamente. E tutto questo fa paura, ed è normale voler gettare dal ciglio del monte questa sfrontata immagine di Dio. Vorremmo guarire, ci basterebbe una qualche consolazione, un minimo di certezze, dogmi, punti fermi, sicurezze, garanzie.

Ci basterebbe qualche miracolo, ci basterebbe illuderci che credere tenga al riparo dal dolore, ci basterebbe declinare in illusione qualche parola buona, ci basterebbe un po’ di tranquillità, morire senza troppo dolore, avere qualche affetto sicuro, meditare in silenzio e respirare profondamente per liberarci dei dolori, continuare a dire che dopo la morte si vive nel ricordo di chi rimane, ci basterebbe bastare a noi stessi, essere medici dei nostri tormenti, calmare la fame, anestetizzare i bisogni. E così spesso proviamo a fare. Invece Cristo, affamato e ferito, risorto passando attraverso le ferite dice l’esatto opposto. Con la nostra patetica resilienza, con la nostra religiosità di tenerezza e piccolezza e fragilità stiamo buttando dal monte l’affamato di infinito. Il bisognoso d’Eterno. Stiamo uccidendo Cristo, esattamente come duemila anni fa. Perché consegnarsi ad una vita mendicante d’amore fa paura. Ma questa è fede, il resto è diabolica illusione in abiti sacri.

Così Lui rimane, vivo, presente, fastidioso. Così lui rimane, a parlare di resurrezione, di vita che attraversa la morte. Rimane, incarnato nelle nostre ferite che non vanno mai cicatrizzate, dentro le fami, dentro le lacrime, dentro le povertà… così Lui sfugge e rimane, anche dopo la croce, a provocarci. Cristo vivo è la nostra vera ferita. Il nostro tormento che cerchiamo di addomesticare.

Ma cosa rimane di noi se l’amore non grida il bisogno di essere amati per sempre? Se la povertà non diventa segno di una mancanza infinita? Se la morte di chi amiamo non si trasfigura in bisogno divino di ricomposizione? Se l’obbedienza non diventa ascolto profondo del creato che tutto e sempre parla di un compimento che sarà? 

Cosa rimane di Cristo se non crediamo che lui sia vivo, adesso?

Cristo rimane, implorante, dentro ogni ferita, perché questa è la vera profezia: una vita tramutata in piaga. 


Dal Vangelo secondo Luca
Lc 4,21-30
 
In quel tempo, Gesù cominciò a dire nella sinagoga: «Oggi si è compiuta questa Scrittura che voi avete ascoltato».
Tutti gli davano testimonianza ed erano meravigliati delle parole di grazia che uscivano dalla sua bocca e dicevano: «Non è costui il figlio di Giuseppe?». Ma egli rispose loro: «Certamente voi mi citerete questo proverbio: “Medico, cura te stesso. Quanto abbiamo udito che accadde a Cafàrnao, fallo anche qui, nella tua patria!”». Poi aggiunse: «In verità io vi dico: nessun profeta è bene accetto nella sua patria. Anzi, in verità io vi dico: c’erano molte vedove in Israele al tempo di Elìa, quando il cielo fu chiuso per tre anni e sei mesi e ci fu una grande carestia in tutto il paese; ma a nessuna di esse fu mandato Elìa, se non a una vedova a Sarèpta di Sidòne. C’erano molti lebbrosi in Israele al tempo del profeta Eliseo; ma nessuno di loro fu purificato, se non Naamàn, il Siro».
All’udire queste cose, tutti nella sinagoga si riempirono di sdegno. Si alzarono e lo cacciarono fuori della città e lo condussero fin sul ciglio del monte, sul quale era costruita la loro città, per gettarlo giù. Ma egli, passando in mezzo a loro, si mise in cammino.

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