Le radici del canto Quarta domenica anno C

Stamattina

Dal Vangelo secondo Luca
Lc 1,39-45
 
In quei giorni Maria si alzò e andò in fretta verso la regione montuosa, in una città di Giuda.
Entrata nella casa di Zaccarìa, salutò Elisabetta. Appena Elisabetta ebbe udito il saluto di Maria, il bambino sussultò nel suo grembo. Elisabetta fu colmata di Spirito Santo ed esclamò a gran voce: «Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo! A che cosa devo che la madre del mio Signore venga da me? Ecco, appena il tuo saluto è giunto ai miei orecchi, il bambino ha sussultato di gioia nel mio grembo. E beata colei che ha creduto nell’adempimento di ciò che il Signore le ha detto».

Le radici del canto

(Luca 1,39-45)

IV Avvento anno C 2021

Poi un giorno ti toccherà di cantarla ancora la vita, e sarà la tua pena più grande, la condanna, cantare quando il frutto del grembo sarà già stato strappato, l’infante inchiodato alla croce. Ti toccherà di cantare il Magnificat e non servirà opporre l’inciampo doloroso delle note tra i denti, non basterà giurare che hai le sue spine conficcate in una lingua ormai di pietra, che nella testa ogni nota si tramuta nel suo grido, non servirà, si aspetteranno il tuo canto, non potrai implorarli di lasciarti morire, la fede che impongono a te è per loro pretesa di speranza. Aguzzini i discepoli, sei la loro ultima speranza.

Un giorno ti toccherà di cantarla ancora la vita, a un gruppo di disgraziati, resto di un sogno, macerie di tradimenti. Un esercito ferito, occhi da animale braccato, nemmeno più la forza di scappare, nemmeno di nascondersi. Undici relitti, nel cuore è sedata ogni tempesta, le arterie strisciate da sangue freddo, quasi rappreso, perfino la vergogna per loro è un sentimento troppo nobile. Maria cantaci il Magnificat. Il Cenacolo è muto. Non ti lasciano morire.

E allora ricorderai che ogni canto ha le radici nel dolore. La spada aprirà in due il tuo petto, le viscere si riverseranno ai loro piedi, potranno nutrirsi di te come si nutriranno di Lui, cuore caldo di cerbiatto appena trapassato da una freccia. Tu li immergerai nel sangue uno a uno. Un battesimo caldo e definitivo. Più della placenta di una madre.

Le radici del canto, cercherai la genesi del Magnificat e la troverai ancora nella solitudine delle montagne. Non avresti cantato mai senza quella fretta nel cuore, scappavi anche tu, in fondo, scappavi da un destino misterioso, dalla vita che non si comprende, dagli angeli che dopo aver parlato portano via ogni suono rassicurante. La casa dopo l’annunciazione era un luogo senza riferimenti. Nessuna parete a contenere il mistero.

Il canto ha radici nel cammino solitario tra i monti dell’abbandono. Ed è un cammino duro, ti salva sapere di una casa aperta, appena oltre. Devi cantare ancora Maria, devi farlo per loro, era più facile confidare in Elisabetta, ora tra te e la casa del Padre c’è lo scandalo di una croce, un cadavere tramutato in Vuoto. Ti chiedono di cantare mentre tu vorresti solo morire, e allora toni a quel giorno in cui la solitudine ti spingeva tra gli alberi e poi giù, di corsa, a cercare un’altra donna sorpresa da una gravidanza in ritardo sull’attesa. Elisabetta non se l’aspettava più e tu non te l’aspettavi ancora, siamo sempre fuori tempo. Anche gli occhi dei suoi discepoli lo sono, chiamati troppo presto e troppo presto abbandonati, partoriti dalla fretta di quel Figlio che dopo trent’anni di niente sembrava doverla prendere per la gola la vita e spremerne ogni istante. Braccato dalla morte o da un desiderio, certo entrambi ti facevano paura.

            Ti chiedono di cantare il Magnificat, perché è l’ultima possibilità, se nemmeno tu saprai ringraziare della vita per loro non ci sarà mai più speranza. Senti che la richiesta ti strappa l’anima. Come cantare senza di Lui? Perché certo, credi che Lui sia risorto ma adesso non c’è. In questo mondo non c’è, in questa casa non c’è, a riempirti la vita non c’è. E lo sai che in fondo una cosa sola ti tormenta: cosa gli costava chiamarti a lui? Perché non ti ha fatto morire sotto la croce?

Che sia questa la fede? Questo diventare deserto che implora la fine? Questo canto preteso sulle rovine?

Ti chiedono di cantare ancora, tu cerchi l’abbraccio di Elisabetta, cerchi lei che sorride ma adesso le parole sono altre, una spada di trafiggerà, sorride e trapassa, questa è la vita, non hai mai sentito gli estremi così vicini. L’anima mia Magnifica il Signore… ogni sillaba è gravida, sanguina, viene partorita nel dolore, e il mio spirito esulta in Dio mio salvatore… i discepoli leccano ogni nota, lupi affamati, il muso nel sangue, tu canti e loro vivono, tu senti l’abbraccio di Elisabetta e loro bevono, tu senti il profumo della casa di Zaccaria e loro azzannano la preghiera come fosse una preda, perché ha guardato l’umiltà della sua serva, e mentre il branco ti assedia tu canti, canti e muori, canti e ti affidi, canti e ti lasci mangiare, canti e non trattieni più niente, canti ed è la tua passione, il tuo testamento, e non hai più paura, non hai più niente, il cerchio si sta chiudendo, ora quella che sta nascendo sei tu, partorita oltre le montagne, oltre il Calvario, oltre il dolore, oltre il sepolcro, tra le viscere squarciate dalla preghiera.

Le radici sono nel canto, era già tutto scritto, la vita è una regione montuosa, era già tutto scritto. L’avevi già cantato.

L’ultima nota si aggrappa all’ultimo respiro. Cantare è morire. E il bambino sussultò… Sorridi, adesso sei tu, finalmente, nel Suo grembo.

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