Ti amo più di me stesso Prima domenica Avvento anno C

Stelle o case? Lunigiana notturna da Crocetta

Dal Vangelo secondo Luca
Lc 21,25-28.34-36
 
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Vi saranno segni nel sole, nella luna e nelle stelle, e sulla terra angoscia di popoli in ansia per il fragore del mare e dei flutti, mentre gli uomini moriranno per la paura e per l’attesa di ciò che dovrà accadere sulla terra. Le potenze dei cieli infatti saranno sconvolte.
Allora vedranno il Figlio dell’uomo venire su una nube con grande potenza e gloria.
Quando cominceranno ad accadere queste cose, risollevatevi e alzate il capo, perché la vostra liberazione è vicina.
State attenti a voi stessi, che i vostri cuori non si appesantiscano in dissipazioni, ubriachezze e affanni della vita e che quel giorno non vi piombi addosso all’improvviso; come un laccio infatti esso si abbatterà sopra tutti coloro che abitano sulla faccia di tutta la terra. Vegliate in ogni momento pregando, perché abbiate la forza di sfuggire a tutto ciò che sta per accadere, e di comparire davanti al Figlio dell’uomo».
Parola del Signore.

Ti amo più di me stesso

(Luca 21,25-28.34-36)

I Avvento anno C 2021

Ti amo più di me stesso”, lui lo dice mentre la cerca con gli occhi. Lei è stanca, provata dalla malattia, dalla fatica. Un cuscino, una cuffia scura sul cranio senza capelli, il sondino e gli occhi cerchiati dall’ennesima notte senza riposo. Lui lascia sfilare dalle labbra quelle parole dolcissime e definitive e le consegna a lei con delicatezza, tutto è dolce e vero, non c’è più tempo per ripararsi, per fingere, ogni istante è definitivo. Anche lui è stanchissimo e smarrito, sono incastrati nello stresso identico dolore. Sono insieme da trentasette anni e questo li rende carne della stessa carne.

Quando apro il video rimango senza parole, il cellulare in mano, immobile, non me l’aspettavo, mi predispongo a una malinconia senza fine. Non riesco a lasciar scorrere le immagini senza fermarmi, ho bisogno di prepararmi, sulla frase d’amore mi fermo e respiro, li guardo. Credo ci sia tutto in quel fotogramma. Penso all’amore e alla sofferenza e a quando si fondono come se si rivelassero e nascondessero in un istante senza margini. Che bello sarebbe poterla fermare la vita.

In questi ultimi mesi ho pregato con loro, videochiamate che erano per me un regalo inaspettato, balbettavo vangelo, cercavo di metterci dentro il cielo e il sole di Crocetta, provavamo a sorridere. Spesso loro riuscivano più di me. Ora li guardo, un fermo immagine che si vorrebbe eterno. Non potrebbe essere così la vita? Arrivare al punto in cui ci si è detti tutto, ci si è spogliati completamente, arrivare al punto più alto di intimità e non lasciarsi più. Vivere dentro quella frase, ti amo più della mia vita. Alla fine si può dire, all’inizio è azzardo e incoscienza ma alla fine è sentenza. Io non credo possa esserci qualcosa di più simile al vangelo di questo. Ti amo più della mia vita.

Come si arriva fino a quel punto? Penso al Vangelo di domenica prossima… segni nel sole, nella luna e nelle stelle, angoscia e ansia, fragore del mare e poi paura, tanta paura, gli uomini moriranno per la paura e per l’attesa di ciò che dovrà succedere. Ecco i miei splendidi amici, nella loro semplicità hanno visi apocalittici, stanno perdendo i punti fermi di una vita intera, e hanno giustamente paura. Nulla è già più come prima questi ultimi mesi hanno decretato un “prima” e un “dopo”, lui ha ragione di ribellarsi a chi, senza cuore, senza umanità, senza testa dice “vedrai che passerà”. No, non passerà niente. Per fortuna.

C’è un mondo prima e un mondo dopo, c’è un mondo con il sole al suo posto e uno con le stelle frantumate ai piedi. C’è un periodo nella vita in cui il mare è obbediente ai margini e un altro in cui si è come barche in tempesta e nessuno a sedare un vento contrario e insopportabile. Fede non è illudersi che le cose tornino al loro posto, non è implorare che tutto resti immobile, non è credere in un Dio onnipotente che rimetta in ordine ogni cosa. Il sole e il cielo si devono accartocciare e poi, allora, si può cominciare a capire.

E poi la paura, come si può negare la paura? La vedi nei loro occhi, splendidi e terrorizzati. Come si può non sentire che questa paura è figlia dell’amore? Non si può negare, sarebbe un peccato.  

Lui mentre registra il video ha una catenina con un crocifisso che sbuca da una felpa, sembra il segno di un possibile attracco sicuro e futuro, che ci sarà un porto protetto in cui finalmente ci ritroveremo però, per ora, con delicatezza, possiamo solo sussurrarlo. La croce ad altezza cuore ripete una speranza muta. Discreta e credibile. Non abbiamo altro.

Lei abbozza un sorriso mentre gli occhi continuano a essere timidi. Si scusano sempre con me, hanno paura di disturbare, a me fanno piangere dentro, ogni volta, mi stanno facendo un dono enorme, mi stanno aprendo uno spazio intimo, eppure si scusano. Sento che la fede è anche questo pudore. Questo ringraziare sempre. Questo consegnarsi. Questo non pretendere niente.

Giorni fa lei dettava ricette di cucina a lui. Ecco, struggente fede è anche questo.

Alle loro spalle la parete di casa è gialla, intensa, sembra oro, come in certi antichi dipinti. Il colore del divino. Resurrezione? Che bello sarebbe vederli alzarsi insieme e darci le spalle, prendersi per mano, senza sondino, senza farmaci, senza pesantezze, senza nient’altro che loro stessi, che bello sarebbe se oltrepassassero insieme, se venissero avvolti nella luce. Sorriderebbero. Sicuri, e grati, perché quello che si sono detti senza inutili pudori in questi mesi li ha illuminati. Invece è ancora angoscia e paura di quello che dovrà accadere sulla terra. Perché “ti amo più della mia vita” significa spalancare le mandibole ad una solitudine inumana.

Il video è ancora in pausa. Mancano ancora trentasei secondi ma io non posso minimamente immaginare quello che sta per accadermi, mancano ancora trentasei secondi, e quello che sto per vedere mi disarmerà completamente.

Dopo la frase d’amore lui rimane in silenzio per un istante, nel pomeriggio, al telefono, mi confiderà che non si erano accordati, è lei, che dal fondo di un cuscino morbido come un cuore provato dagli eventi inizia a cantare, giuro: inizia a cantare! “Siamo la coppia più bella del mondo…” e lui si vede che non se l’aspettava e non ricorda nemmeno bene le parole, prova a starle dietro e lei canta, dolente e tenera come un pettirosso, canta di essere parte della coppia più bella del mondo e che le dispiace per gli altri “perché non sanno più cos’è l’amor”.  

Il video che si blocca e le mie lacrime salgono e mi prende un nodo in gola. Oggi a Crocetta piove.

Io posso solo la pagina del vangelo che racconta di voi, mi dico, io posso solo sprofondare nella Sua Parola e riconoscervi e ringraziarvi per quello che mi avete regalato. Una canzone d’amore a dirmi che voi due, proprio adesso, mentre il mondo crolla, proprio voi due siete vita risollevata e occhi verso il cielo. A voi due, proprio a voi due, mentre cantate, vorrei giurare che, la vostra liberazione è vicina, che ormai siete leggeri, alleggeriti, volate liberi. E che siete oltre gli affanni, e che la vita non vi prenderà come un laccio, all’improvviso, perché con quel canto d’amore siete fuggiti in tempo da ogni trappola. E fate bene a dispiacervi per chi non ha conosciuto l’amore.

La canzone poi si interrompe perché non si ricordano più come continua, si scusano (ancora) e salutano, ma io sì, io ricordo bene quella canzone, io Celentano lo ascoltavo in macchina con mamma e papà quando ero piccolo, io so come continua.

Il vero amore, per sempre unito dal cielo, nessuno in terra, anche se vuole, può separarlo mai, l’ha detto lui”. E glielo scrivo in un messaggio.

P.S. Se state leggendo queste righe è perché mi hanno dato il permesso di condividere con voi questo momento. Semplici e liberi fino alla fine, oltre la fine.

Dimmi la verità (fa nulla se non sono omelie ma tipo pagine di un romanzo?) Cristo Re anno B

Verità. Dulcinea 17.11.21

Dal Vangelo secondo Giovanni
Gv 18,33b-37
 
In quel tempo, Pilato disse a Gesù: «Sei tu il re dei Giudei?». Gesù rispose: «Dici questo da te, oppure altri ti hanno parlato di me?». Pilato disse: «Sono forse io Giudeo? La tua gente e i capi dei sacerdoti ti hanno consegnato a me. Che cosa hai fatto?».
Rispose Gesù: «Il mio regno non è di questo mondo; se il mio regno fosse di questo mondo, i miei servitori avrebbero combattuto perché non fossi consegnato ai Giudei; ma il mio regno non è di quaggiù».
Allora Pilato gli disse: «Dunque tu sei re?». Rispose Gesù: «Tu lo dici: io sono re. Per questo io sono nato e per questo sono venuto nel mondo: per dare testimonianza alla verità. Chiunque è dalla verità, ascolta la mia voce».

Dimmi la verità (fa nulla se non sono omelie ma tipo pagine di un romanzo?)

Cristo Re B

Le mani erano già legate, il destino aveva già giocato le sue ultime carte, ormai non potevo più tornare indietro. Ripensai agli inizi, come se fuggire nel passato potesse essere una ritirata degna. Mi chiesi se ci avessi creduto davvero. Se non era stato tutto un grande equivoco. Ma quei pensieri servirono solo a decretare la mia definitiva solitudine, che io già sapevo. Mi avevano tradito tutti, l’avevo messo in conto. Solo che mi sembrava ingiusto e in fondo mi spiaceva pensarli lontani da me, provavo pena per loro. Certo che l’avevo messo in conto ma, come succede nella vita, saranno le forze che vengono a mancare, le delusioni, sarà che alla fine la morte si mastica ogni nostro desiderio, sarà che ero stanco. E così mi mancavano gli amici e i sogni degli inizi. Non so se avrei rifatto le stesse scelte. Se avrei lottato come ho fatto. Non è che mi sentissi tradito di colpo, tutto era stato chiaro, evidente, fin dall’inizio. Ma finire così, mi sembrava triste e inutile, ecco soprattutto questo.


Nel palazzo rimbombavano i miei passi e perfino le colonne sembravano tramare contro di me, ridevano, ridevano tutti, ma di nascosto, mantenendo una apparente solennità, quella riservata ai sovrani. Ero in trappola, lo ero dall’inizio, una tagliola che mi ero fabbricato io giorno dopo giorno. Non mi fidavo più di nessuno, mi avevano giurato fedeltà e perfino amore e io, io lo conoscevo abbastanza il cuore dell’uomo, non mi fidavo, ma mi serviva crederci, forse solo per arrivare a questo punto.

Non ne valeva la pena? Non lo so, domanda troppo impegnativa, che la vita ha una pena, una diversa, giorno dopo giorno, la mia, almeno, era totale. Avevo messo tutto di me, sacrificato tutto, avevo creduto e sperato, ci avevo voluto credere, mentre gli anni passavano. Scanditi da sangue e illusioni, dubbi e speranze. Forse la mia vita non era diversa da quella di qualsiasi uomo ma io, in quel momento, ero lì, e tutto il mio passato chiedeva solo una parola, l’ultima, mi chiedeva solo il permesso di continuare senza di me. Ci eravamo temporaneamente alleati per arrivare fino a lì, ora io dovevo scendere. Io ero solo una pedina, l’ultimo ingranaggio. Il mondo mi avrebbe abbandonato presto e il regno avrebbe continuato a prosperare, forse anche più di quanto potessi immaginare. Sapere che si sarebbero ricordati di me serviva solo ad acuire la solitudine, io ero lontano da me stesso.

Gli occhi che accompagnarono il mio ingresso erano affilati come lame, un corridoio acuminato, ad ogni passo lo scattare di una trappola, tramavano la mia fine, mi stavano usando ancora una volta, forse sarebbe stata l’ultima. Ero imprigionato dalla trama ordita delle mie parole e, più ancora, dei miei gesti, quelli di una vita intera, quelli imparati fin da bambino. Obbediente avevo replicato saperi antichi e precisi. Certo ognuno aveva capito quello che voleva, ma faceva parte del gioco, tutti avevano usato per sé. Così funziona, mi dissi. Non giudicavo, capivo e mi smarrivo in una tristezza senza pari.

Tu sei il re dei Giudei?, che domanda idiota, anche quelle parole mi arrivarono da lontano, sapevo confrontarmi solo con i miei simili, i re coni re, i poveri con i poveri, i mentecatti con i mentecatti. Vederla fiorire sulle mie labbra non mi sorprese, confermava il mio essere oltre un punto di non ritorno. Buttai lì quella domanda, inconsciamente cercavo un alleato, e quel Nazareno, potrei giurarlo, era molto più simile a me di quanto si possa credere. Ero in segreta ricerca di qualcuno che potesse condividere la mia stessa pena, che sapesse cosa significa sprofondare nello stesso fallimento.

Lui mi disse che era re. Me lo aspettavo. Anche lui aveva le mani legate, come me. Ed era stato tradito. Dopo essere stato osannato. Anche lui l’avevano usato e ora se ne sbarazzavano. Avrei voluto estrarre un coltello e liberarlo, avrei voluto farlo uscire dal retro e vederlo scappare tra le vie di Gerusalemme e poi saperlo vivo, al sicuro, sperando magari nella sua gratitudine, ma eravamo troppo simili, nessuno dei due voleva davvero slegarsi. Ognuno era schiavo dei propri legami, le corde erano troppo strette, crocifissi entrambi al proprio destino. Amore e potere, non sono forse le stesse facce di un bisogno profondo, non si nutrono della cieca obbedienza, non sono entrambe destinate a finire?

Sei il re dei Giudei? Lui capì subito che non stavo parlando per sentito dire, stavo parlavo di me, parlavo come uno che capiva, eravamo due condannati alla pena capitale da un regime ugualmente autoritario, si ama e si muore, chiamarsi fuori è vivere a lungo certo, ma scendendo a patti con la mediocrità. Nessuno dei due voleva davvero essere sciolto dai lacci. Ci saremmo persi ma andavamo entrambi verso lo stesso epilogo. Anche io sono re, ti capisco, questo gli stavo dicendo.

Lui non mi diede spazio e quindi attaccai, provai a stanarlo, cercai di incolpare il suo mondo, volevo mi ammettesse che i suoi sommi sacerdoti erano uguali ai miei, che il potere di Roma e di Gerusalemme aveva la stessa grammatica di ogni potere, lo volevo alleato, complice, simile.

Lui era davvero re, non perse tempo. Passò oltre. Arrivò a me. La portò sul piano di due che si capiscono, ed era vero, ma lo fece senza cercare colpevoli, se volevo confrontarmi dovevo gettare la maschera: mostrarmi. Nessuno da fuori l’avrebbe mai ammesso ma era lotta tra simili, era un incontro di uguali.

Cosa hai fatto? Lo dissi per spostare l’attenzione, mi stava schiacciando, non avrei retto ancora molto, si stava avvicinando troppo alla parte segreta di me, io sarei crollato. Cosa hai fatto? Come se avesse importanza. Il fare, lo sapevamo, era sempre interpretabile, ognuno può usare a suo vantaggio le azioni fatte e quelle subite. Il fare è solo una maschera che copre l’essere.

Ma lui mi infilzò, parlò di due regni diversi, il mio e il suo, non si lasciò trascinare nel terreno della complicità, disse che il suo regno non era di qui. E tutti attorno a me pensarono subito all’ennesimo messia da regno dei cieli, da angeli e divinità antiche. Ma io sapevo e sentivo. Sapevo che era mio il regno della falsificazione, mia l’illusione, mia la fede insulsa e cieca che l’imperatore fosse dio e non uomo, mia l’illusione di far parte di un potere eterno. Il suo regno era invece di qui. Lui chiamava le cose per nome, lui parlava di semi e di farina, lui guariva, lui camminava le strade, entrava nelle bettole, abitava le case, stava con libertà tra i santi e i peccatori, non aveva costruito eserciti e spingeva perché ognuno fosse fedele a se stesso. Abilitava gli amici al tradimento. In lui il fare e l’essere erano dannatamente coincidenti. In questo il potere e l’amore si differenziano, e poco importa se il finale appare lo stesso. Amare e comandare sono affari da malfattori, da rivoluzionari, da briganti, da invasati. Ma se io avevo bisogno di cieca obbedienza, di credere alla falsità, di giocare sempre su piani diversi, lui, invece, si nutriva di libertà.

Come fai a reggere tutta questa solitudine? Questa è la domanda che avrei voluto e dovuto fare. La solitudine di un re, la solitudine di un amante, la solitudine di un uomo che arriva fino in fondo. Cosa mi avrebbe risposto? Avrebbe chiesto a me, sono sicuro che avrebbe chiesto conto al mio smarrimento e io non potevo rispondere. Sarei crollato.

Ripetei la domanda iniziale. Tornai da capo. Dunque tu sei re? Ero arrivato ai limiti della mia gabbia, da lì non sarei uscito, era chiaro, ci avrebbero ammazzati entrambi, lui crocifisso e io in uno stillicidio più perverso ma non me la sentivo di continuare, alzavo la guardia, fingevo la sicurezza di un potere che non osavo lasciare. E lui mi trafisse a morte. Non ebbe pietà quel nazareno, andò al cuore della faccenda, sapeva che se avesse parlato d’amore con me anche le pietre del palazzo sarebbero scoppiate in una fragorosa risata, e allora parlò di verità. Sì, di verità, e anche l’ultimo dei servi sapeva che ogni potere si mantiene sulla menzogna, sulla falsificazione, sulla mistificazione. Vero decalogo del potente è avere sempre più di una verità. Per illudere i semplici e confondere gli avversari. Anche i suoi discepoli lo sapevano. Qualcuno aveva già negato di essere tra i suoi.

Che cos’è la verità? E lui diede l’unica risposta possibile, strinse per sempre i lacci ai miei polsi, mi spinse al giudizio finale, mi condannò alla perdizione. Tacque. Silenzio. Perché la verità non si nutre di parole, si scherma dietro i ragionamenti, la verità è carne e nervi e sangue. La verità ce la portiamo scritta addosso, è il frutto di una vita in cui ci si allena a chiamare le cose per nome e a custodirle, costi quel che costi. La verità è un corpo fedele a se stesso.

Tu sei vero, lo so. Per questo non c’è posto in questo regno. Tu sei vero ed è per questo che stai pagando. Tu sei vero, che la verità non è una cosa ma uno svelamento continuo e costante del reale. Sai cosa c’è però? Che non siamo pronti. Che per reggere l’urto di quello che tu chiami verità bisognerebbe avere la capacità di perdonare e perdonarci tutto. E di non scandalizzarci più di niente. Solo che se uno, anche solo una persona non ci sta, allora sappi che sei spacciato. Perché tutti prenderebbero paura e ritratterebbero. Nascosti, protetti dietro schermi di ipocrisia. In questo regno la verità la paghi con la vita. Vuoi una dimostrazione? Tra poco diranno che Barabba merita di essere salvato. Perché lui non è vero, lui mente, è falso, è come noi, lasciarlo libero sarà come lasciarlo correre tra simili. Non ci darà fastidio, fingeremo tutti, fingeremo di essere scandalizzati per i suoi crimini (che coprono le nostre ipocrisie) e fingeremo di credere nella giustizia e nella clemenza, fingeremo di credere ai preti e alle loro parole, fingeremo di credere alla politica, all’economia, alle guerre e alle giuste cause. Fingeremo di fidarci degli altri e anche di noi stessi. Fingeremo di essere tristi e di godere, fingeremo la compassione, fingeremo di amare. E resteremo in vita. Noi almeno resteremo in vita. Almeno per quel che ci è concesso, ma resteremo.

Cosa credi che non ti abbia capito? Siamo simili io e te. Ma dimmi, davvero non sapevi che la verità sarebbe finita crocifissa?

Dimmi la verità. Non rimanere in silenzio, per favore.   

Cadaveri di stelle (e non fa nulla se  non capisci, una specie di confessione) trentatreesima domenica tempo ordinario B

Apuane da Crocetta.

Cadaveri di stelle (e non fa nulla se  non capisci, una specie di confessione)

XXXIII domenica del tempo ordinario B

Serviva lo spegnersi del sole, a me serviva che il sole implodesse. Lo so amico mio che è difficile da accettare ma ti giuro che è andata proprio così. Servivano il freddo e il ghiaccio sul cuore, serviva che non capissi più la differenza tra giorno e notte. Ho avuto bisogno di veder collassare tutte le stelle, una a una, il firmamento dei miei riferimenti religiosi, politici, culturali, i miei miti erano lì, ai miei piedi, camminavo sopra quella frantumazione di cristalli e mi stupivo: neppure un taglio ai miei piedi, camminavo impunito.

Certo che non è facile guardare il cielo che sembra l’interno dello stomaco di un predatore, certo che ti viene la nostalgia di quando ti stupivi per ogni incontro e di quando ogni cosa aveva il suo posto nell’ordine del visibile e dell’invisibile, assurda nostalgia di una religiosa ordinazione.

Certo che invidi la sicurezza apparente degli allergici a ogni tipo di dubbio ma non puoi fare nulla, succede, a me è successo, di camminare smarrito sulla frantumazione di ideali che sembravano eterni.

Per prima cosa ho provato a ricomporre le stelle, a rianimare la luna, ad implorare al sole di tornare. Volevo solo rimettere le cose a posto. Come se non fosse successo nulla. Inutile dire non avevo la grazia di riaccendere quelle stelle. Così entrai in una fase di ribellione, perdonami se procedo per immagini, per metafore, è che così poi tu avrai le tue, perdonami se continuo a parlare di stelle ma forse è l’unico modo che ci è concesso per non svilire tutto. Comunque io, dopo tutti quei crolli, sai perché mi sono ribellato? Perché mi ero accorto che quell’apocalisse mi aveva lasciato vivo. Non ero degno io di esplodere con il sole o di eclissarmi dietro la faccia nera della luna o di essere sommerso da detriti di stelle? Perché mi lasciava vivo se non avevo più il mio firmamento? Per chi avrei dovuto continuare a respirare?

Ti è mai capitato di arrivare a un grado di smarrimento tale da chiederti il motivo per cui la morte non ti degni della sua falce? Cosa avevo fatto di male per non meritare la morte? Condannato a vivere, ma senza la vita che avevo imparato ad amare.

Solo che a quel punto, poco alla volta, prima come una specie di sensazione, quasi come un fastidio, poi nel dubbio che stessi tradendo qualche sacra memoria, fu come l’incrinatura del guscio, e io non volevo ma non potevo non cedere. E così vidi il volto di Dio. Lo sentii venirmi incontro, mentre io sprofondavo tra cadaveri di stelle.

Ti prego di non chiedermi oltre, non posso specificare, se ancora non capisci non preoccuparti, godi delle tue luci, difendile, amale. Dimentica queste parole. Se invece stai intuendo qualcosa allora comprenderai cosa significhi sentirsi in colpa per essere sopravvissuti a un dolore, allora capirai cosa significa che tutto ciò che consideravo luce (e tu sai la fatica e l’orgoglio per aver raggiunto certi traguardi) si stava tramutando in un ostacolo. Capisci? Se il sole e la luna e le stelle non fossero morti io non avrei mai visto il volto di Dio.

Il vertice della disgrazia per sprofondare nella grazia.

Adesso sono stanco di grandi discorsi, fanno parte di una vita che non è più mia. Ora mi inabisso nelle piccole cose, mi basta la corteccia scalfita di un ramo di fico e mi pare di vederci Dio.

Mi pare di camminare il mondo come se fossi uno sciocco, il matto del villaggio, ogni cosa, ti giuro ogni cosa, mi sembra una porta aperta al Mistero, piango per un niente. Quello che per abitudine continuiamo a chiamare Dio mi sembra dimori perfino nel punto più intimo della tasca dei  miei pantaloni, intanto la gente con poca pietà si indigna per il mio disertare le chiese. A loro dico che l’estate è vicina. Che Lui è alle porte. Ma ora lo balbetto, come fosse una confidenza.

È che se sei abbagliato da troppa luce non vedi, non ti accorgi, che ciò che possiamo vedere è solo  la parte visibile di una soglia,  che la verità non si possiede ma si attraversa, è roba per folli, o per bambini o per sopravvissuti.

Se non hai ancora capito non importa. Forse sei troppo poco bambino o troppo sano di mente. O credi ancora troppo nelle luci. Lo so sono affascinanti, ci hanno insegnato a custodirle, difenderle. Lascia fare e aspetta, intanto, se puoi, dimenticati di queste parole.

Dal Vangelo secondo Marco
Mc 13,24-32
 
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«In quei giorni, dopo quella tribolazione,
il sole si oscurerà,
la luna non darà più la sua luce,
le stelle cadranno dal cielo
e le potenze che sono nei cieli saranno sconvolte.
Allora vedranno il Figlio dell’uomo venire sulle nubi con grande potenza e gloria. Egli manderà gli angeli e radunerà i suoi eletti dai quattro venti, dall’estremità della terra fino all’estremità del cielo.
Dalla pianta di fico imparate la parabola: quando ormai il suo ramo diventa tenero e spuntano le foglie, sapete che l’estate è vicina. Così anche voi: quando vedrete accadere queste cose, sappiate che egli è vicino, è alle porte.
In verità io vi dico: non passerà questa generazione prima che tutto questo avvenga. Il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno.
Quanto però a quel giorno o a quell’ora, nessuno lo sa, né gli angeli nel cielo né il Figlio, eccetto il Padre».

Dov’eri? adamo

Amo da morire il coraggio delle parole bibliche. Genesi. Uno sguardo sull’umano. Che si nasconde, uccide, sbaglia, dubita. Le parole bibliche svelano, odiano la falsificazione.

Nel primo capitolo di “Dov’eri?” provo a dare parola a quell’adamo che siamo, oso abbozzare una ribellione… perchè il Creatore chiede alla creatura “dove sei?”, non dovremmo essere noi, uomini e donne spesso affaticate dalla vita, ad avere il diritto di chiedere a Dio: dove sei tu? Che qui non ti vediamo, non ti sentiamo…

Il nuovo libro vuole essere il tentativo di camminare dentro le pagine della Bibbie tenendo sempre stretta tra le mani quella domanda “dove sei?” che Adamo si sente rivolgere e che pian piano matura, cambia, sorprende. Se volete… buon cammino.

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Sarò il tuo nome nell’appello Trentaduesima domenica anno B

Petali. Ciclamini. Crocetta

Dal Vangelo secondo Marco
Mc 12,38-44


In quel tempo, Gesù [nel tempio] diceva alla folla nel suo insegnamento: «Guardatevi dagli scribi, che amano passeggiare in lunghe vesti, ricevere saluti nelle piazze, avere i primi seggi nelle sinagoghe e i primi posti nei banchetti. Divorano le case delle vedove e pregano a lungo per farsi vedere. Essi riceveranno una condanna più severa».
Seduto di fronte al tesoro, osservava come la folla vi gettava monete. Tanti ricchi ne gettavano molte. Ma, venuta una vedova povera, vi gettò due monetine, che fanno un soldo.
Allora, chiamati a sé i suoi discepoli, disse loro: «In verità io vi dico: questa vedova, così povera, ha gettato nel tesoro più di tutti gli altri. Tutti infatti hanno gettato parte del loro superfluo. Lei invece, nella sua miseria, vi ha gettato tutto quello che aveva, tutto quanto aveva per vivere».

Sarò il tuo nome nell’appello

XXXII domenica del tempo ordinario B

Un suicidio, silenziato, nascosto sotto il tappeto luminoso della quotidianità. Come volersi concedere oltre l’argine di un fiume, come lasciarsi sommergere, come voler tornare nel ventre di una madre. Seppellirsi, finalmente, e farlo in silenzio e farlo non visti, lei non crede d’essere fissata, ormai si crede protetta dall’abitudine all’invisibilità che con il tempo acquisiscono i miseri.

La donna è povera e sembra non riuscire a produrre nessun rumore, cammina come sanno muoversi solo gli afflitti, nemmeno i passi rispondono, dignitosa quel tanto che basta a non urlare la sua presenza con una sconcia miseria, il mondo attorno non reagisce alla sua presenza, come se lei non importasse, ed in effetti è così, se non fossero esistiti gli occhi acuti del Cristo di lei ora non avremmo nessuna traccia. L’ennesimo invisibile lasciato morire fuori dal bordo della consapevolezza umana. Vedovanze.

Ci sono suicidi che diventano immortali grazie al grido compresso dentro un colpo di pistola e ci sono morti silenziose. Ci sono morti che risorgono quasi eternamente in sensi di colpa frantumati su amori acerbi e infilzati come aghi in rimorsi tardivi. E ci sono vedove che muoiono svuotate. Non è vero che la morte è giusta e che non fa differenze.

Sembra un suicidio silenzioso, sembra il tentativo di scrivere qualcosa con il poco inchiostro rimasto, e non può essere una lettera perché la donna è sola e non saprebbe a chi spedire. Solo una preghiera forse si può balbettare con ciò che rimane, almeno in quel caso il destinatario, seppur ipotetico, si lascia ancora sperare. Ecco, forse la donna prega la sua morte. Che altro può fare?

E lo fa avvicinandosi al tesoro, perché vivere, all’inizio, è credere che sia ricca la vita e che i giorni siano fatti per essere spremuti e che basta un po’ d’amore e di spensieratezza e che i sogni possono diventare realtà. Perché c’è un momento in cui credi che il tesoro sia anche per te, che per il fatto di essere venuto al mondo ti puoi aspettare la tua parte. Alla fine, invece, ti accorgi che qualcosa non è andato per il verso giusto o che, semplicemente, avevi capito male. Di tutto l’amore non restano che due monetine e la tua mano, quella sì, a stringerle senza nessuna bramosia. Troppo povera è diventata la vita e troppo solo il desiderio, ormai non vale la pena di stringere niente.

Solo una cosa si può fare, e quella cosa io credo si possa chiamare preghiera. Ci si può avvicinare ancora a quel tesoro di oro, incenso e mirra. Ci si può avvicinare al tesoro, allo stesso che intonava sicure speranze, ci si può avvicinare all’Origine e solo per il fatto di essere lì, in silenzio, con gli occhi gonfi di smarrimento, solo per il fatto di essere tornati per l’ennesima, e probabilmente ultima volta, nel cuore del Tempio, basta a fare della vedova l’espressione più alta di preghiera. Per il suo coraggio, è come volersi suicidare in chiesa.

Cosa può dire quel corpo frantumato? Come può iniziare la preghiera? Forse:

Signore ma sapevi che sarebbe finita così?

Dimmi la verità per favore

E intanto due monetine, le più piccole ed inutili, il loro nome in greco è un richiamo al verbo dello “sbucciare”, perché sono come la scorza, lo scarto del frutto, tanto sottile è il loro spessore. Due monetine abbandonano il palmo della vedova. E ci può essere preghiera più lucida? Sbucciarsi il palmo della mano, misurate stimmate.
“Io non ne posso di questa solitudine lo capisci? Questa è la povertà che mi scava dentro ogni giorno di più. Eccoti due monete, non valgono niente, ma io, io, non ho il coraggio di separarle, rimarranno coppia, mentre Tu, invece, Onnipotente, dove hai trovato la forza di strapparmi l’amore? Come hai osato scuoiare il mio cuore? Scorticare il mio sorriso?”

Tutto, certo che la donna dona tutto, perché non esiste preghiera senza violenza, e questo arrivare all’osso, questo annientamento, è la condizione minima che devono avere le parole umane per impennarsi in salmo. La donna declina in accusa la ferocia di uno svuotamento, sono verbi, i suoi, senza appello. Non sta donando, lei sta mostrando, spingendo negli occhi di Dio il nient’altro che è diventata. Possibile che non si senta lo scorrere del sangue fuori dalle vene aperte? La preghiera è un taglio netto, un rasoio. E la donna sta morendo a un passo dal divino.

“Tu non hai bisogno di me, lascio ad altri di frastornarti con le loro monete, cresca il tesoro, cresca il tempio, e si moltiplichino ancora le illusioni e che a qualcuno vada anche bene, a me non è toccato. E non serve fare memoria, lo sai. Ripensare al tempo andato è tortura. Adesso nel tuo tesoro metto me stessa. Sarò il vuoto che inquieta, sarò la negazione della felicità, sarò l’ombra implorante, la parte di mondo non baciata dalla fortuna, sarò un vuoto esploso nel cuore delle solenni liturgie, sarò un conto che non torna, un pezzo mancante, sarò uno scandalo, un tradimento all’ipocrisia. sarò per sempre una domanda. Sarò il tuo nome nell’appello, e resterò in attesa di risposta”.

E Cristo si accorge di lei. A un passo dal tesoro, a un passo dal Calvario. “Dio mio Dio mio perché mi hai abbandonato”. Ogni povero scrive la propria preghiera.