E mi sembra cara la mia miseria Ventiduesima domenica del tempo ordinario B

Casa 26.8.21

E mi sembra cara la mia miseria

XXII domenica del tempo ordinario B

“Ora, Israele, ascolta le leggi e le norme che io vi insegno, affinché le mettiate in pratica, perché viviate ed entriate in possesso della terra che il Signore, Dio dei vostri padri, sta per darvi”.

Mi consola sapere di essere tratto dalla terra, di essere stato plasmato dal suolo, come ogni uomo, mi consola che terra ritornerò, mi consola l’umile fertilità dell’essere umano. E così da qualche tempo quando penso alla Terra Promessa mi pare che tutto si sia avvicinato, che la Terra sia quel pezzo di mondo che abito con ritrovato entusiasmo, più ancora che io stesso sono quel pugno di Creato che è chiamato a diventare Promessa. Io sono la Terra Promessa che il Signore mi insegna a possedere.

Ogni giorno provo a entrare piano in me stesso, con attenzione e cura. Un esodo lento ma inesorabile, se mi fermassi sarei prigioniero, schiavo per sempre. Così procede in un deserto di spazi infidi e pericolosi, la maggior parte di ciò che mi costituisce ancora non la conosco, mi stupisco e mi smarrisco ogni volta che do qualcosa per scontato.

Entro in me con la sconsolante sicurezza che la Sua promessa non coincide quasi mai con le mie attese, e allora cammino e se non mi smarrisco sento che sto tradendo. Se mi trovo a mio agio mi sto perdendo. Se volessi fermarmi sarei troppo lontano. Cammino, ma mi serve di implorare ogni giorno l’umiltà di Deuteronomio, mi serve di capire che se voglio accogliere la Promessa che sono, se voglio imparare a conoscere il Verbo che vibra nelle mie viscere, se voglio davvero possedermi per quel che sono, se voglio diventare terra promessa a me stesso devo essere obbediente. Obbediente prima di tutto a me, a quel che sono.

“Non aggiungerete nulla a ciò che io vi comando e non ne toglierete nulla; ma osserverete i comandi del Signore, vostro Dio, che io vi prescrivo”.

No, devo sforzarmi di non aggiungere nulla, e non devo togliere nulla, devo procedere per riconoscimento, devo dare nome a ciò che trovo, quasi un elenco mai terminato che si svela ad ogni passo. A volte mi sembra di non riconoscere nulla di promettente ma se io sono la Terra e Lui la Promessa che mi cammina incontro ecco che devo avere fiducia, devo affidarmi a chi mi sta donando a me stesso. Perché mi pare che la vita sia solo questo, un procedere lento in un deserto in cui il Suo volto svela pian piano il mistero che sono. Essere Terra Promessa è scoprire di essere incamminati verso se stessi, verso Dio e verso la libertà: e che tutto coinciderà, prima o poi tutto coinciderà, ne sono sicuro. Ma lo credo solo per fede, se mi fermassi a ciò che sono non riuscirei a trovare nulla di eterno in me. Credo perché Lui crede in me e perché la vita mi sembra un ininterrotto invito al viaggio. Ogni cosa scorre via e non si sta smarrendo, solo scivola verso l’Infinita Coincidenza.

Ci vuole umiltà e obbedienza per non togliere nulla e per non aggiungere nulla, per non rincorrere una visione di me che sicuramente mi farebbe apparire migliore, ci vuole fede per non provare a togliere la povertà che mi fa vergognare di me stesso. Ma questa è Terra Promessa e questo sono io. E allora smetto di fingere e cammino, e anche se spesso vorrei tornare sui miei passi, se mi stanco e mi smarrisco, decido di camminare. E di procedere, e lo faccio solo perché sento che Lui crede in me, e io sono curioso di incontrarlo.

“Accogliete con docilità la Parola che è stata piantata in voi e può portarvi alla salvezza”.

Sono Terra Promessa, forse l’immagine non è troppo lontana dalla verità, anche Giacomo nella sua lettera sembra essere sicuro di questo. Forse ciò che manca è questo docile gesto di accettazione verso se stessi, sarei più capace di credermi uomo promettente se smettessi di credere alla Verità come a qualcosa da cercare fuori e lontano. Sono sicuro che Vera è la Sua Parola, e se è vero che è stata piantata in me, perché non prendermi in mano con docilità? Perché tanta fatica ad ammettere che serve solo la pazienza di proteggermi e di lasciare crescere ciò che mi abita? Come sedersi sotto un castagno, appoggiare la schiena al tronco e sentire vicine la radici che scendono a cercare lo scorrere della vita, forse ciò che manca è la docilità verso se stessi. Verso di me. Senza aggiungere e senza togliere nulla, solo scendere nel cuore della Terra che sono e scoprire che la Promessa sono io, se mi lascio germogliare. Siamo tutti parte di una promessa. Siamo Terra.

Se tutti fossimo più docili alla Parola che ha scelto la terra del nostro profondo per dimorare forse potremmo anche ritrovare il gusto per credere nella follia della speranza. Solo una Parola ben piantata nel cuore potrebbe abilitarci a credere nel futuro.

Dentro, non fuori, dentro l’uomo è la radice della vera identità, ecco perché Gesù si scaglia contro farisei e scribi, non contro la tradizione, non contro una Parola che comunque ha bisogno di gesti concreti ma contro l’idea che la nostra umanità si giochi nella capacità di tenere a bada il mondo, come se il male fosse qualcosa da cui difendersi, come se non ci riguardasse, come se colpisse solo i cattivi o chi non crede, come se fosse una colpa, invece: “Non c’è nulla fuori dell’uomo che, entrando in lui, possa renderlo impuro”.   

Il male, perché il male esiste, abita in noi. L’abbiamo dentro, tutti. Occorre il coraggio di scendere ad incontrarlo. Il faraone che ci toglie la libertà ha radice in noi. La serpe velenosa ha il nido nei nostri affetti. Serve docilità e coraggio per scendere nel baratro di ciò che siamo, questa è la fede: “Dal di dentro infatti, cioè dal cuore degli uomini, escono i propositi di male”. Fede, fede vera, è sentire che io sono Terra Promessa, che ho piantato il seme della Parola proprio nel centro del cuore e che sono anche una voragine di male, peccato, perdizione. Tutto questo, insieme. Mistero.

Non togliere e non aggiungere nulla è questo, camminare e reggere lo scandalo che la bellezza dell’Amore non può essere disgiunta dal dramma dell’Odio, che amo e tradisco, che sono abitato da poetiche intuizione ma anche da scandalosi egoismi, sono io, niente da aggiungere e niente da togliere, e sentire che è proprio questa complessità a svelare il coraggio di essere salvato. Sentire, ed è questo a fare paura, che divino non è il puro, non è la parte buona preservata dal cancro del peccato ma che Lui lo incontro proprio lì dove la mia miseria mi fa vergognare di me. E mi sembra cara la mia miseria.

“Questo popolo mi onora con le labbra, ma il suo cuore è lontano da me”. Perché le labbra possono fingere, baciare e tradire in un gesto solo, ma il cuore no. Il cuore se viene svelato fa paura. E io ho paura del mio cuore, capisci? Mi vergogna, perché lì si capisce bene che tanto del bene che mi illudo di aver fatto è stato solo per egoismo, lì si capisce davvero chi sono, lì, in quella che tu chiami Terra Promessa, io so di aver nascosto tanto risentimento, tante paure. E con le labbra posso fingere, ma nel cuore no. E io faccio fatica a credere che tu continui a considerarlo promettente, faccio fatica a credere che lì tu abbia piantato la tua Parola, che io sia tua culla, tuo grembo, tua dimora. Io non faccio fatica a credere in te Signore, è in me che faccio fatica a credere, al mio cuore, e che il mio cuore sia amato. Serve coraggio per accettare che in quel buco nero di male tu abbia piantato la tua alleanza. Bisogna imparare a riconoscere che il nostro cuore ha la forma del Calvario e che tu ti ci sei inchiodato dentro, luminosa speranza.

Sei tu a credere in me e questo mi fa vacillare, devo guardarti negli occhi, ascoltarti e convincermi che tu non puoi mentire. E mi viene da ringraziare per quella miseria che sono perché senza di lei non ti cercherei più. Perché se non continuassi a fare i conti con la parte profonda di me non mi serviresti più. Crederei in me stesso, e sarei perso per sempre.

Mi viene da ringraziare che dal mio cuore escono propositi di impurità perché senza di loro io non saprei riconoscerti. E mi vien voglia di enumerarli uno a uno, senza aggiungere, senza togliere, riconoscendo. Arrivare a dire a me stesso di essere impuro, e non avere più paura, smettere di credere che qualche rito possa purificarmi e sorridere, arrivare ad accogliere me stesso e non aggiungere e non togliere più nulla perché ci sei Tu, inchiodato in me, cocciuta presenza che rende il mio essere Terra in cui la Promessa si fa vita.

Dal libro del Deuteronòmio

Mosè parlò al popolo dicendo:
«Ora, Israele, ascolta le leggi e le norme che io vi insegno, affinché le mettiate in pratica, perché viviate ed entriate in possesso della terra che il Signore, Dio dei vostri padri, sta per darvi.
Non aggiungerete nulla a ciò che io vi comando e non ne toglierete nulla; ma osserverete i comandi del Signore, vostro Dio, che io vi prescrivo.
Le osserverete dunque, e le metterete in pratica, perché quella sarà la vostra saggezza e la vostra intelligenza agli occhi dei popoli, i quali, udendo parlare di tutte queste leggi, diranno: “Questa grande nazione è il solo popolo saggio e intelligente”.
Infatti quale grande nazione ha gli dèi così vicini a sé, come il Signore, nostro Dio, è vicino a noi ogni volta che lo invochiamo? E quale grande nazione ha leggi e norme giuste come è tutta questa legislazione che io oggi vi do?».

alla lettera di san Giacomo apostolo

Fratelli miei carissimi, ogni buon regalo e ogni dono perfetto vengono dall’alto e discendono dal Padre, creatore della luce: presso di lui non c’è variazione né ombra di cambiamento. Per sua volontà egli ci ha generati per mezzo della parola di verità, per essere una primizia delle sue creature.
Accogliete con docilità la Parola che è stata piantata in voi e può portarvi alla salvezza. Siate di quelli che mettono in pratica la Parola, e non ascoltatori soltanto, illudendo voi stessi.
Religione pura e senza macchia davanti a Dio Padre è questa: visitare gli orfani e le vedove nelle sofferenze e non lasciarsi contaminare da questo mondo.

Dal Vangelo secondo Marco

In quel tempo, si riunirono attorno a Gesù i farisei e alcuni degli scribi, venuti da Gerusalemme.
Avendo visto che alcuni dei suoi discepoli prendevano cibo con mani impure, cioè non lavate – i farisei infatti e tutti i Giudei non mangiano se non si sono lavati accuratamente le mani, attenendosi alla tradizione degli antichi e, tornando dal mercato, non mangiano senza aver fatto le abluzioni, e osservano molte altre cose per tradizione, come lavature di bicchieri, di stoviglie, di oggetti di rame e di letti –, quei farisei e scribi lo interrogarono: «Perché i tuoi discepoli non si comportano secondo la tradizione degli antichi, ma prendono cibo con mani impure?».
Ed egli rispose loro: «Bene ha profetato Isaìa di voi, ipocriti, come sta scritto:
“Questo popolo mi onora con le labbra,
ma il suo cuore è lontano da me.
Invano mi rendono culto,
insegnando dottrine che sono precetti di uomini”.
Trascurando il comandamento di Dio, voi osservate la tradizione degli uomini».
Chiamata di nuovo la folla, diceva loro: «Ascoltatemi tutti e comprendete bene! Non c’è nulla fuori dell’uomo che, entrando in lui, possa renderlo impuro. Ma sono le cose che escono dall’uomo a renderlo impuro». E diceva [ai suoi discepoli]: «Dal di dentro infatti, cioè dal cuore degli uomini, escono i propositi di male: impurità, furti, omicidi, adultèri, avidità, malvagità, inganno, dissolutezza, invidia, calunnia, superbia, stoltezza. Tutte queste cose cattive vengono fuori dall’interno e rendono impuro l’uomo».

Ma ci macina a sangue ventunesima domenica del tempo ordinario B

dintorni 20.8.21

Dal Vangelo secondo Giovanni

In quel tempo, molti dei discepoli di Gesù, dopo aver ascoltato, dissero: «Questa parola è dura! Chi può ascoltarla?».
Gesù, sapendo dentro di sé che i suoi discepoli mormoravano riguardo a questo, disse loro: «Questo vi scandalizza? E se vedeste il Figlio dell’uomo salire là dov’era prima? È lo Spirito che dà la vita, la carne non giova a nulla; le parole che io vi ho detto sono spirito e sono vita. Ma tra voi vi sono alcuni che non credono».
Gesù infatti sapeva fin da principio chi erano quelli che non credevano e chi era colui che lo avrebbe tradito. E diceva: «Per questo vi ho detto che nessuno può venire a me, se non gli è concesso dal Padre».
Da quel momento molti dei suoi discepoli tornarono indietro e non andavano più con lui.
Disse allora Gesù ai Dodici: «Volete andarvene anche voi?». Gli rispose Simon Pietro: «Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna e noi abbiamo creduto e conosciuto che tu sei il Santo di Dio».

Ma ci macina a sangue

XXI domenica del tempo ordinario B

Certo che è una parola dura questa, perché non rimane sospesa nell’aria, perché si incide nella carne e non lascia scampo.

Certo che è duro il Verbo del Vangelo, che scende a trafiggere la pesantezza del corpo, che graffia le arterie, che si raggruma nelle vene. Duro il Verbo che non elude mai il corpo.

Dura come la morte è questa parola che non ci scampa dalla nostra finitudine. Che non ci sottrae dallo scandalo del male. Del dolore. Del morire. Dallo scandalo di essere ancora vivi e di avere il coraggio di rivolgerci a Dio come fossimo figli ubbidienti.

Certo che è dura la Sua parola, e sempre lo sarà, perché non fugge le ambiguità di noi povere creature, perché troppo innamorata dell’uomo vero con i suoi errori e i suoi orrori, dura perché non si arresta davanti al sangue, al tradimento, al fango, al fallimento, alla lebbra. Dura della pesantezza che la precipita dentro, fino in fondo, a rischio di dissanguarsi, di svanire, di perdersi.

Certo che è dura la Sua parola, perché non illude, non risolve, non risponde ai bisogni. Certo che è dura perché non moltiplica pane ma ci macina a sangue.

E il vero scandalo siamo noi, che ancora ci lasciamo sedurre da un amore senza morte, da una vita senza ombre, dall’utopia di una vaga perfezione che lascia solo scie di dolore e illusione. Da una fede senza croce. Da una Chiesa senza Vangelo. Da un annuncio senza resurrezione. Da una spiritualità senza carne. Da una fede senza incarnazione. Da un Dio scandalosamente senza l’Uomo.

Salvaci Signore da noi stessi, mandaci via se non ci vogliamo crocifiggere al reale.

Certo che è dura la Sua parola, vero scandalo è una predicazione che non scandalizza più, che non infastidisce, che non costringe ad uscire sbattendo la porta, che non manda in frantumi certezze, che non fa mai bestemmiare il cuore. Che non ci permette di maledire il giorno in cui siamo caduti innamorati del Signore. Che riduce ogni cosa a morale. Vero scandalo è disarmare il Verbo.

Chi può ascoltare? Chi è precipitato nello smarrimento, chi è povero, disperso, ammalato o almeno vagamente innamorato. Chi può ascoltare davvero? I disperati, i poveri cristi traditi dal potere, i segnati dalla morte, gli impauriti, gli scarti, gli inutili. E chi si sente finalmente tale. Solo loro stanno, a orecchi trafitti, a cuori srotolati come fossero sempre sulla cima delle Beatitudini. Solo loro stanno, inermi e trafitti, perché solo uno scandalo può salvarli.

La Parola è ustione, corrode, scortica. Non resta che raccogliere manciate di coraggio per provare a lasciarla fare. Almeno qualche volta, almeno per sfinimento, almeno per disperazione. A lasciarla procedere in noi.

O riconoscere e accogliere il giorno benedetto in cui non se ne può più, quello in cui si sogna solo di andarsene da Lui. Volete andarvene anche voi? Gesù sembra aprire lo spazio della fuga, comprende l’allontanamento, quasi facilita la ritirata. Forse ha provato ad andarsene anche lui. Ne sono quasi sicuro. Accade un giorno, ed è prezioso, ed è pericoloso, in cui si smette di costruire la propria vocazione e si cade e ci si nasconde e si tenta di ammainare le vele e di fare come se Lui non fosse mai esistito. Giorno in cui si accetta la distanza tra la nostra e la Sua volontà. Ed è doloroso persino pregare il Padre Nostro.  

Ma se nella fuga si inciampa in residui d’amore ecco che si rischia di cominciare ad obbedire davvero. Solo chi ha desiderato di andarsene può capire che la Sua richiesta è scandalosa, che si vorrebbe fare a meno di Lui e non si riesce. Solo chi ha provato a scappare sa bene che nessuno può venire dietro a me se non gli è concesso dal Padre ma anche che spesso quello che chiede il Padre non è quello che desideriamo noi. Solo chi ha desiderato davvero di andarsene lo sa che tornerà la tentazione di mettere distanza.

Pietro non sa dove andare, è affascinato dall’idea di eternità, così rimane. Forse basta anche solo questo, sentire che non c’è altro posto e riconoscere che pensavamo fosse diversa la vita dietro a lui, e accettare la delusione ma, alla fine, rimanere. Almeno fino al prossimo tradimento.

Così ora restiamo, sfiniti e provati dalla nostra mediocrità, restiamo perché non sappiamo dove andare. Restiamo perché siamo inciampati in un innamoramento che non si è del tutto dissolto. Restiamo nello scandalo di essere stati scelti da un Amore più grande di noi e che non abbiamo ancora capito e che spesso abbiamo travisato. Restiamo e basta, così come siamo. E quello che speriamo di poter chiamare fede è dirlo, semplicemente dirlo, che non sappiamo dove andare, e svestire i panni solenni delle giustificazioni.

Restiamo perché non sappiamo dove andare (almeno fino al prossimo tradimento, alla prossima fuga). Sicuri che questo non scandalizza il Padre, ma lo fa sorridere di noi e con noi.

Bisognerà pur tornare a credere Assunzione Maria

Pane di oggi 12-8.21

Dal Vangelo secondo Luca

In quei giorni Maria si alzò e andò in fretta verso la regione montuosa, in una città di Giuda.
Entrata nella casa di Zaccarìa, salutò Elisabetta. Appena Elisabetta ebbe udito il saluto di Maria, il bambino sussultò nel suo grembo.
Elisabetta fu colmata di Spirito Santo ed esclamò a gran voce: «Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo! A che cosa devo che la madre del mio Signore venga da me? Ecco, appena il tuo saluto è giunto ai miei orecchi, il bambino ha sussultato di gioia nel mio grembo. E beata colei che ha creduto nell’adempimento di ciò che il Signore le ha detto».
Allora Maria disse:
«L’anima mia magnifica il Signore
e il mio spirito esulta in Dio, mio salvatore,
perché ha guardato l’umiltà della sua serva.
D’ora in poi tutte le generazioni mi chiameranno beata.
Grandi cose ha fatto per me l’Onnipotente
e Santo è il suo nome;
di generazione in generazione la sua misericordia
per quelli che lo temono.
Ha spiegato la potenza del suo braccio,
ha disperso i superbi nei pensieri del loro cuore;
ha rovesciato i potenti dai troni,
ha innalzato gli umili;
ha ricolmato di beni gli affamati,
ha rimandato i ricchi a mani vuote.
Ha soccorso Israele, suo servo,
ricordandosi della sua misericordia,
come aveva detto ai nostri padri,
per Abramo e la sua discendenza, per sempre».
Maria rimase con lei circa tre mesi, poi tornò a casa sua.

Bisognerà pur tornare a credere

Assunzione Maria

Pare tutto incredibile, e forse lo è. Difficile da credere che una ragazzina possa incamminarsi verso una città della Giudea attraversando una zona montuosa. Difficile credere che una donna anziana stia aspettando, vergognandosi, nascosta dietro un ventre gonfio con anni di ritardo, un figlio che diventerà precursore della pienezza. Difficile credere alle annunciazioni nel Tempio ma anche a quelle minime, delle mura domestiche. Difficile credere che la poesia del Magnificat sgorghi dalle labbra di una ragazzina di nome Maria. E che un bambino sussulti per amore. O forse è tutto possibile, perché la storia è colatura di luce su pagine vergini, perché quello che raccontiamo è solo il tentativo di dire, con parole tremanti, l’Indicibile di una Vita. Forse dobbiamo solo fidarci e smettere di guardare il mondo con l’unico sguardo che ci rimane, quello scettico di chi crede solo in ciò che si può misurare. Forse è il caso di ricordarci che la pagina biblica presume un’intelligenza simbolica e profonda che noi dimentichiamo di avere. Forse è davvero tutto vero, perché il vero è solo qualcosa che si può intuire. Luce che acceca se guardata direttamente. Forse la luce ha bisogno di storie minime, per non scavarci gli occhi.

La verità è un globo incandescente da cui filtrano colate di fuoco. Ustiona la verità, spaventa. Acceca.

Non resta che credere che ci si possa alzare, un giorno, di buon mattino, sapendo che esiste un sentiero coraggioso scavato nella roccia delle antiche sterilità e delle nuove verginità. E sarà donna la verità, forse perché è sempre figlia dell’attesa e dell’accoglienza, forse perché la verità vuole un grembo in cui la vita si forma e quella sì, deve essere davvero esperienza incredibile.

Non resta che credere che non ci siano montagne così ostiche da non permettere un ritorno, non resta che riconoscere che a salvarci sarà la capacità di non cedere alla rassegnazione.

Amo Elisabetta e la sua vergogna. Amo il ventre che si gonfia oltre il tempo massimo della decenza. Amo la profezia della vita che accade per puro miracolo. E i silenzi di Zaccaria, e il suo sacerdozio che appare vecchio e imbarazzato. Amo che dal Tempio ora ci si possa allontanare, che ci si possa finalmente incontrare sulla soglia delle case.

Non resta che credere alla forza di un saluto, e che profetica sia la danza di un bambino nato per essere speranza. E iniziare a credere che ogni bambino è sempre profezia e che noi siamo chiesa vecchia e vergognosa e che non resta che balbettare attese e stupirsi per essere visitati dalla vita che scorre nonostante le rughe e le infedeltà. Non resta che credere che il rivolo di luce che arriva dal divino chiede solo attesa e stupore.

Non resta che credere che anche a noi, a me e a te che leggi, proprio oggi sia dato di smettere i panni della pretesa e si inizi ad indossare quelli della resa stupita a una vita più grande di noi. Dopo aver creduto di aver consumato ogni brandello di vita nell’attesa di un figlio, dopo avere preteso, ma senza confessarlo, che ci aspettavamo ben altro dalle nostre preghiere e dalle nostre fedeltà al Tempio. Dopo aver creduto nell’amore resistenze come quello tra Zaccaria e Elisabetta, dopo tutto questo che chiamavamo fede ora è giunto il tempo della vergogna. Vergogna per essere arrivati tardi. Per aver smesso di credere. Vergogna, soprattutto, perché non avevamo capito che la vita non sarebbe nata dalle nostre intuizioni, non figlia del nostro impegno, non frutto della nostra impeccabile capacità di essere perfetti, ma figlia dello sfinimento. Quando le preghiere si ripetevano per stanchezza, quando non volevamo più essere esauditi. Quando solo la stanchezza avevamo e la morte appariva come il risarcimento per una vita vuota. Quando abbiamo smesso di esporci e quando nessuno ci credeva più, nemmeno noi. Quando abbiamo sentito la visita dell’angelo come un’invasione violenta e beffarda. Eravamo pronti a morire senza fare rumore e poi la vita è venuta a rovinare la nostra beata sterilità. A rovistare in ventri esausti e ormai incredulo.

Bisognerà pur iniziare a credere che l’incontro con Dio non è il culmine di un percorso di perfezione ma l’Inatteso e ingombrante incidente di percorso. L’avvenimento fuori tempo massimo. Il seme che si innesta sui nostri cedimenti. Quando abbassiamo le difese, quando non abbiamo più le forze. L’incontro con Dio è come una malattia. Ci si cade.  

Bisognerà pur iniziare a credere che la vita che viviamo è solo un procedere acciaccato tra attese vergini e sfinimenti dopo sterili tentativi. Bisognerà pur iniziare a credere che siamo solo attesa di un adempimento della Sua promessa e che verginità e sterilità servivano solo a educare le nostre richieste di senso. Bisognerà pur iniziare a credere che siamo chiamati a un cammino coraggioso e che quello che vediamo qui è solo indizio di un compimento che sarà. Bisognerà pur tornare a credere che il visibile altro non è che rivolo luminoso di un mistero da cui proveniamo e a cui stiamo tornando. Bisognerà pur tornare a credere che noi non sappiamo nulla del mistero della vita e che non tutto si gioca in una catena di cause ed effetti. Bisognerà pur tornare a credere nelle bibliche storie e camminare con loro, e non aver paura di dire ai nostri figli che la vita è molto più grande di noi, che qui intuiamo qualcosa solo quando cediamo, solo quando ci lasciamo ingravidare dal mistero.

Bisognerà pur tornare a credere che se anche Maria quelle parole poetiche non le ha mai pronunciate così, se quello è canto di Testamento Antico, bisognerà pur tornare a credere che Maria e tante donne e tanti uomini dopo di lei quelle parole del Magnificat le hanno indossate, le hanno portate addosso anche con fatica, credendo davvero di aver bisogno di essere salvati anche solo per l’impossibilità di salvarsela da soli la vita. Bisognerà pur tornare a credere che si possa magnificarla la vita anche se spesso è triste e nasconde baratri di vuoto. Magnificarla con la solennità dei gesti quotidiani, con la dignità, con il silenzio. Bisognerà tornare credere che solo l’umiltà può accogliere di essere visitata. E che il dolore forse è solo lo spazio necessario al cedimento, al precipitare nel bisogno di essere amati.

Bisognerà tornare a credere che la fede non ha bisogno di Chiese e che il rito solenne di riaprire gli occhi al Cielo è già sacro. Bisognerà tornare a credere che si possa tornare a parlare di Assoluto e che non serve a nulla una religione politicizzata, nemmeno l’intellettualismo serve e il potere, ogni potere, anche e soprattutto quello mascherato dai professionisti del sacro, altro non è che il muro a impedire fecondità. Bisognerà tornare a credere che solo quando saremo consapevoli delle nostre sterilità e delle nostre verginità torneremo a essere credibili, segni di una vita che visita. Bisognerà pur tornare a credere e a mostrare che l’incontro con Dio è spesso una condanna, una prova aggiuntiva, lo smarrimento di ogni nostra sicurezza. Che credere è difficile, perché prevede il morire a noi stessi. Bisognerà tornare a credere che si possa dire ai nostri figli che siamo solo poveri cristi in attesa che ci venga svelato il senso di tutto quello che stiamo attraversando. Bisognerà tornare a credere che quello che possiamo testimoniare non è quello che abbiamo saputo fare ma il doloroso ricordo di come il Mistero Divino ci abbia abitato proprio quando eravamo vuoti, persi e spaesati. Essere umili esige il coraggio di aver riconosciuto e sofferto le proprie fragilità. Bisognerà pur smettere di credere alle persone che non hanno mai sofferto la vertigine dell’Assenza. Amo la vergona di Elisabetta.

Bisognerà pur tornare a credere nel Magnificat. E vederli già ora, già qui, i superbi sconfitti e dispersi nella propria terrificante illusione di essere indispensabili. Bisognerà tornare a credere che i superbi sono già persone smarrite perché incapaci di farsi aiutare. Bisognerà tornare a riconoscere che solo le sconfitte, l’età, la malattia, l’amore e la capacità di prendersi in giro toglieranno da noi ogni residuo di superbia. Bisognerà tornare a credere che i superbi vanno compatiti ma che le vittime della loro violenza vanno protette.

Bisognerà pur tornare a credere che i potenti sono già schiacciati qui e ora dai loro troni, dalle loro cariche, dai loro ruoli. Bisognerà pur tornare a credere che i potenti sono vittime del loro stesso potere, che non c’è nulla da rovesciare, perché il potere rovescia da subito chi si affida a lui. I potenti sono gente schiacciata dal loro stessi. Bisogna avere occhi che sanno vedere il potente schiacciato. E che sappiano riconoscerlo, anche quando è travestito da servitore, anche quando si appella a rivoluzionari concili, anche quando si mostra travestito da progressiste visioni. Il potente è rovesciato nella sua umanità quando umilia un amico, quando è aggressivo, quando non ascolta. Il potente è già schiacciato dall’illusione di quello che crede di essere, il potente è colui che non si mette in questione. Bisogna stare attenti e fuggire, e nascondersi e tentare di avere occhi per chi dal potere è schiacciato. E non fidarsi di chi si dice umile e servitore. Misurare le parole, vedere come tratta le persone che gli vivono accanto. Il potente chiama tutti amici ma tutti tratta da schiavi.

Bisognerà pur tornare a credere che le mani dei ricchi sono già vuote, qui, ora, adesso, come dice il Magnificat. Che quello che ci rimane come ricchezza di una vita sono solo i nostro vuoti, sono le assenze, sono le povertà, sono il pianto che spreme la terra, sono la rabbia di chi non crede che tutto si possa giocare qui. Sono le povertà a salvarci. Il dolore dei lutti, il vuoto che sbrana le notti. La paura del domani. Siamo ricchi delle nostre povertà ma solo delle povertà che fanno davvero male, quelle che fanno vergognare. Bisognerà tornare a credere che i ricchi sono solo mendicanti ma senza la consapevolezza di esserlo. E che l’unica ricchezza che ci è data da imparare è quella dell’implorazione, di essere salvasti dall’Amore e che da soli non ce la facciamo. Mai. Mi commuove che la storia di Cristo nasce da due donne che non riescono a stare sole.

Bisognerà pur tornare a credere che non si può parlare di povertà se non si è imparato a piangere e a dire “ti amo”, e “mi manchi”, e “resta con me”, e “senza di te non sono più niente”.

Bisognerà pur tornare a credere che c’è una promessa fatta ai nostri padri, ad Abramo e alla sua discendenza. Bisognerà pur tornare a credere che è urgente raccontare ai nostri figli la storia dei Padri, e di Abramo, e della discendenza e di quel per sempre che è l’unica cosa che conta.

Bisognerà pur tornare a credere che questa Chiesa deve perdere, perdere ancora tanti pezzi, perdere potere, perdere ricchezze, perdere centralità, perdere la paura di aver vergogna, perdere la maschera che ci impedisce di mostrarci per quel che siamo: poveri e mendicanti. E finalmente credibili.  

Serve di tornare a credere che questo tempo che stiamo vivendo, tempo di perdita della faccia, è periodo prezioso. Perché ci resterà da balbettare solo ed esclusivamente il Magnificat. Del bisogno di essere salvati, e di una promessa. Che da millenni si racconta.

Bisognerà pur credere che un giorno chiederemo scusa per la nostra incapacità di raccontare dei padri e di Abramo e di noi, come discendenza, di una promessa che ha giurato che l’Amore è per sempre. Bisognerà pur tornare a credere nella forza del racconto biblico, e a raccontarlo e a viverlo, e a crederci davvero.

Bisognerà pur tornare a credere che abbiamo smarrito l’essenziale ma che un piccolo resto, inutile, deriso e periferico può salvarlo. Che questo resto c’è. Anche se non lo vediamo. E che c’è un resto anche in noi, sepolto sotto i detriti delle nostre sicurezze, incastrato tra le nostre sterilità e verginità, nascosto oltre i monti, un resto che ancora crede nel Dio della promessa, della storia, della Bibbia.

Che l’attenzione venga catalizzata dalla Chiesa e dalla sua struttura, non è un problema, forse è solo azione diversiva. Bisognerà pur credere che la Verità è partigiana, e si nasconde dove qualcuno ancora racconta e vive con povertà e mitezza, che la Verità è guerriglia che scompagina i potenti, che ci sia da qualche parte in noi il coraggio di un Magnificat che chiede di essere cantato. Che c’è una storia più grande di noi, storia di mendicanti fiduciosi che solo l’Amore sia per sempre.

L’Eterno che si fa mangiare Diciannovesima domenica tempo ordinario B

Orto 6.8.21

Dal Vangelo secondo Giovanni

In quel tempo, i Giudei si misero a mormorare contro Gesù perché aveva detto: «Io sono il pane disceso dal cielo». E dicevano: «Costui non è forse Gesù, il figlio di Giuseppe? Di lui non conosciamo il padre e la madre? Come dunque può dire: “Sono disceso dal cielo”?».

Gesù rispose loro: «Non mormorate tra voi. Nessuno può venire a me, se non lo attira il Padre che mi ha mandato; e io lo risusciterò nell’ultimo giorno. Sta scritto nei profeti: “E tutti saranno istruiti da Dio”. Chiunque ha ascoltato il Padre e ha imparato da lui, viene a me. Non perché qualcuno abbia visto il Padre; solo colui che viene da Dio ha visto il Padre. In verità, in verità io vi dico: chi crede ha la vita eterna.
Io sono il pane della vita. I vostri padri hanno mangiato la manna nel deserto e sono morti; questo è il pane che discende dal cielo, perché chi ne mangia non muoia.
Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo».

L’Eterno che si fa mangiare

Diciannovesima domenica Tempo Ordinario anno B 2021

I Giudei si misero a mormorare:

come se il deserto non avesse mai fine, come se la Terra Promessa fosse un inganno, come quando l’uomo ha paura di una libertà eccesiva (forse mai nemmeno esplicitamente richiesta), come se un faraone qualsiasi, un maestro in grado di moltiplicare pane, fosse una soluzione più che accettabile, come se tutta questa storia della libertà non fosse altro che la fissa di Dio e di un manipolo di invasati profeti. Come se la storia non avanzasse mai di un passo, siamo qui, ancora oggi, impantanati nella mormorazione. Che poi quelle mormorate sono parole infami perché sono violente eppure sono in gabbia, sono parole che sembrano avere un oggetto di critica e invece creano vortici di autogiustificazione, forse non sono nemmeno parole, sono suoni dis-articolati per proteggersi, per nascondersi, sono alibi in forma di suono, sono tane in cui si nascondono i codardi.

Io sono il pane disceso dal cielo:

come la manna, più della manna. Se la manna, miracolo disceso dal cielo, era il segno transitorio della premura di Dio, un miracolo circoscritto e definito, qui Gesù mi pare osi un movimento ardito: umiliare le parole della mormorazione, suoni in cattività, per liberare una visione del mondo profondamente diversa: riconoscere che tutto è manna, che le vite degli uomini e delle donne sono discese dal cielo, che la radice di ogni esperienza ha origine in Dio, che ogni forma di manifestazione è il sussurro della fonte divina delle cose.

Ma anche, Gesù presentandosi come manna, come pane disceso dal cielo, manifesta una distanza. Tra lui e il Padre. Tra terra e Cielo. Tra noi e la nostra origine.

La mormorazione chiama quella distanza “abbandono”, la fede la chiama “legame” e istruisce un cammino.

E infatti Gesù aggiunge:

Nessuno può venire a me se non lo attira il Padre:

il movimento è duplice, ed è il movimento della relazione: ogni cosa discende dal padre per imparare la nostalgia del ritorno. Ogni esperienza visibile ha in sé la possibilità di imparare la radice vera della libertà: riconoscere da dove vengo e scegliere dove voglio o dovrei tornare.

(O meglio, provare a intuire, tra tentativi ed errori, dove la vita chiede che io mi consegni definitivamente e a chi).

Ed è già Croce. Si capisce che il profilo luminoso e ambiguo, lo strappo aperto, il momento in cui distanza e consegna saranno al limite, dove Dio e Uomo saranno svelati, dove prigionia e libertà saranno così distanti da coincidere, tutto quello sarà il profilo della croce: E tutti saranno istruiti da Dio. Tutto sarò attirato a Lui, passando per lo scandalo del Crocifisso, lasciano poi una scia luminosa seminata nel ventre di un sepolcro. Distanza e amore che attrae: Resurrezione.

Io sono il pane della vita. I vostri padri hanno mangiato la manna nel deserto e sono morti:

e infatti Gesù trascina i mormoratori dal deserto dei padri al deserto che ognuno deve affrontare: quello della morte. Tutto si decide lì. Mormorare davanti all’esperienza del morire non è difficile, si trascinano i pensieri a covare risentimento contro Dio senza avere il coraggio di accusarlo, che se la vita fosse un lancio di sola andata verso la morte, se fosse discesa senza ritorno sarebbe una perversione di una crudeltà infinita e diabolica.

Noi non arriviamo a tanto, a incolpare Dio intendo, piuttosto mormoriamo dubbi, mormoriamo soluzioni tascabili, mormoriamo di credere in qualcosa che non sappiamo cosa sia e che speriamo non sia tutto qui. Mormoriamo la nostra inadeguatezza.

Io sono il pane vivo disceso dal cielo, se uno mangia di questo pane vivrà in eterno.

Gesù non mormora, Gesù non oppone parole al dubbio, certezze al malcontento, Gesù chiede di mangiare la sua “carne” cioè di nutrirsi di quella Realtà divina che è diventata l’esperienza concreta e fragile della sua storia con noi.

Mangiare, mi serve di stare ancora molto su questo, non è possibile ridurre tutto al sacralizzato segno dell’Eucarestia anche se quello è un passaggio altissimo e luminoso ma… mangiare, fare nostra, nutrirsi, diventare ciò che mangiamo, e farlo con Cristo, farlo di Cristo. Dovrò rimanere ancora molto su questo, scusate se non oso facili poetiche conclusioni. C’è qualcosa in questo mangiare che fa tremare i polsi. Qualcosa di tremendamente divino e umano insieme. Corpo che unisce vertici che sono oltre la nostra comprensione.

Gesù chiede di smettere di perdersi in discussioni e di iniziare a mangiare quella vita, a nutrirsi di quella vita, a sentire che ogni brandello di vita ha in sé quella logica scandalosa di una distanza inevitabile, di una rottura del cordone ombelicale, di un padre che si sacrifica per permettere al figlio di diventare padre. Gesù coraggiosamente svela la logica divina che deve passare attraverso una discesa per poi sperare in un legame d’attrazione. In qualche modo Gesù dice che per imparare a vivere bisogna perdersi, smarrirsi, morire. Bisogna saper lasciar morire. La discesa è la morte di Dio che si affida alla fede del Figlio. Sarà il Figlio a mostrare vivo il volto di Dio se a sua volta avrà generato la libertà nei figli (discepoli).

Non è facile muoversi in questa pagina evangelica, per niente. Molto più semplice sarebbe limitarsi a fare la solita retorica poetica del Padre che ama e che ci aspetta, della poesia di un mondo che è amato e coccolato dalla provvidenza di Dio. Invece sono vertigini, siamo davanti al salto rischioso di trapezisti che non hanno rete. La distanza paradossale della croce, il silenzio del Padre, un Figlio che si nutre di quel silenzio per lanciare i suoi amici e poi provare a fidarsi di loro. Affidarsi a loro. Se mangeranno di questo movimento di feroce amore si potrà ancora sfidare la morte, se si limiteranno a mormorare parole su Dio la morte sarà già entrata nel mondo.

Credere, credere davvero non è facile, significa nutrirsi di una logica rischiosa. Amare così tanto l’uomo da affidarsi a lui. Amare così tanto l’uomo da mettersi nelle sue mani. Fa paura pensare all’Eterno affidato alla fede di un manipolo di eterni mormoratori.

L’Eterno che si fa magiare.