E mi sembra cara la mia miseria Ventiduesima domenica del tempo ordinario B

Casa 26.8.21

E mi sembra cara la mia miseria

XXII domenica del tempo ordinario B

“Ora, Israele, ascolta le leggi e le norme che io vi insegno, affinché le mettiate in pratica, perché viviate ed entriate in possesso della terra che il Signore, Dio dei vostri padri, sta per darvi”.

Mi consola sapere di essere tratto dalla terra, di essere stato plasmato dal suolo, come ogni uomo, mi consola che terra ritornerò, mi consola l’umile fertilità dell’essere umano. E così da qualche tempo quando penso alla Terra Promessa mi pare che tutto si sia avvicinato, che la Terra sia quel pezzo di mondo che abito con ritrovato entusiasmo, più ancora che io stesso sono quel pugno di Creato che è chiamato a diventare Promessa. Io sono la Terra Promessa che il Signore mi insegna a possedere.

Ogni giorno provo a entrare piano in me stesso, con attenzione e cura. Un esodo lento ma inesorabile, se mi fermassi sarei prigioniero, schiavo per sempre. Così procede in un deserto di spazi infidi e pericolosi, la maggior parte di ciò che mi costituisce ancora non la conosco, mi stupisco e mi smarrisco ogni volta che do qualcosa per scontato.

Entro in me con la sconsolante sicurezza che la Sua promessa non coincide quasi mai con le mie attese, e allora cammino e se non mi smarrisco sento che sto tradendo. Se mi trovo a mio agio mi sto perdendo. Se volessi fermarmi sarei troppo lontano. Cammino, ma mi serve di implorare ogni giorno l’umiltà di Deuteronomio, mi serve di capire che se voglio accogliere la Promessa che sono, se voglio imparare a conoscere il Verbo che vibra nelle mie viscere, se voglio davvero possedermi per quel che sono, se voglio diventare terra promessa a me stesso devo essere obbediente. Obbediente prima di tutto a me, a quel che sono.

“Non aggiungerete nulla a ciò che io vi comando e non ne toglierete nulla; ma osserverete i comandi del Signore, vostro Dio, che io vi prescrivo”.

No, devo sforzarmi di non aggiungere nulla, e non devo togliere nulla, devo procedere per riconoscimento, devo dare nome a ciò che trovo, quasi un elenco mai terminato che si svela ad ogni passo. A volte mi sembra di non riconoscere nulla di promettente ma se io sono la Terra e Lui la Promessa che mi cammina incontro ecco che devo avere fiducia, devo affidarmi a chi mi sta donando a me stesso. Perché mi pare che la vita sia solo questo, un procedere lento in un deserto in cui il Suo volto svela pian piano il mistero che sono. Essere Terra Promessa è scoprire di essere incamminati verso se stessi, verso Dio e verso la libertà: e che tutto coinciderà, prima o poi tutto coinciderà, ne sono sicuro. Ma lo credo solo per fede, se mi fermassi a ciò che sono non riuscirei a trovare nulla di eterno in me. Credo perché Lui crede in me e perché la vita mi sembra un ininterrotto invito al viaggio. Ogni cosa scorre via e non si sta smarrendo, solo scivola verso l’Infinita Coincidenza.

Ci vuole umiltà e obbedienza per non togliere nulla e per non aggiungere nulla, per non rincorrere una visione di me che sicuramente mi farebbe apparire migliore, ci vuole fede per non provare a togliere la povertà che mi fa vergognare di me stesso. Ma questa è Terra Promessa e questo sono io. E allora smetto di fingere e cammino, e anche se spesso vorrei tornare sui miei passi, se mi stanco e mi smarrisco, decido di camminare. E di procedere, e lo faccio solo perché sento che Lui crede in me, e io sono curioso di incontrarlo.

“Accogliete con docilità la Parola che è stata piantata in voi e può portarvi alla salvezza”.

Sono Terra Promessa, forse l’immagine non è troppo lontana dalla verità, anche Giacomo nella sua lettera sembra essere sicuro di questo. Forse ciò che manca è questo docile gesto di accettazione verso se stessi, sarei più capace di credermi uomo promettente se smettessi di credere alla Verità come a qualcosa da cercare fuori e lontano. Sono sicuro che Vera è la Sua Parola, e se è vero che è stata piantata in me, perché non prendermi in mano con docilità? Perché tanta fatica ad ammettere che serve solo la pazienza di proteggermi e di lasciare crescere ciò che mi abita? Come sedersi sotto un castagno, appoggiare la schiena al tronco e sentire vicine la radici che scendono a cercare lo scorrere della vita, forse ciò che manca è la docilità verso se stessi. Verso di me. Senza aggiungere e senza togliere nulla, solo scendere nel cuore della Terra che sono e scoprire che la Promessa sono io, se mi lascio germogliare. Siamo tutti parte di una promessa. Siamo Terra.

Se tutti fossimo più docili alla Parola che ha scelto la terra del nostro profondo per dimorare forse potremmo anche ritrovare il gusto per credere nella follia della speranza. Solo una Parola ben piantata nel cuore potrebbe abilitarci a credere nel futuro.

Dentro, non fuori, dentro l’uomo è la radice della vera identità, ecco perché Gesù si scaglia contro farisei e scribi, non contro la tradizione, non contro una Parola che comunque ha bisogno di gesti concreti ma contro l’idea che la nostra umanità si giochi nella capacità di tenere a bada il mondo, come se il male fosse qualcosa da cui difendersi, come se non ci riguardasse, come se colpisse solo i cattivi o chi non crede, come se fosse una colpa, invece: “Non c’è nulla fuori dell’uomo che, entrando in lui, possa renderlo impuro”.   

Il male, perché il male esiste, abita in noi. L’abbiamo dentro, tutti. Occorre il coraggio di scendere ad incontrarlo. Il faraone che ci toglie la libertà ha radice in noi. La serpe velenosa ha il nido nei nostri affetti. Serve docilità e coraggio per scendere nel baratro di ciò che siamo, questa è la fede: “Dal di dentro infatti, cioè dal cuore degli uomini, escono i propositi di male”. Fede, fede vera, è sentire che io sono Terra Promessa, che ho piantato il seme della Parola proprio nel centro del cuore e che sono anche una voragine di male, peccato, perdizione. Tutto questo, insieme. Mistero.

Non togliere e non aggiungere nulla è questo, camminare e reggere lo scandalo che la bellezza dell’Amore non può essere disgiunta dal dramma dell’Odio, che amo e tradisco, che sono abitato da poetiche intuizione ma anche da scandalosi egoismi, sono io, niente da aggiungere e niente da togliere, e sentire che è proprio questa complessità a svelare il coraggio di essere salvato. Sentire, ed è questo a fare paura, che divino non è il puro, non è la parte buona preservata dal cancro del peccato ma che Lui lo incontro proprio lì dove la mia miseria mi fa vergognare di me. E mi sembra cara la mia miseria.

“Questo popolo mi onora con le labbra, ma il suo cuore è lontano da me”. Perché le labbra possono fingere, baciare e tradire in un gesto solo, ma il cuore no. Il cuore se viene svelato fa paura. E io ho paura del mio cuore, capisci? Mi vergogna, perché lì si capisce bene che tanto del bene che mi illudo di aver fatto è stato solo per egoismo, lì si capisce davvero chi sono, lì, in quella che tu chiami Terra Promessa, io so di aver nascosto tanto risentimento, tante paure. E con le labbra posso fingere, ma nel cuore no. E io faccio fatica a credere che tu continui a considerarlo promettente, faccio fatica a credere che lì tu abbia piantato la tua Parola, che io sia tua culla, tuo grembo, tua dimora. Io non faccio fatica a credere in te Signore, è in me che faccio fatica a credere, al mio cuore, e che il mio cuore sia amato. Serve coraggio per accettare che in quel buco nero di male tu abbia piantato la tua alleanza. Bisogna imparare a riconoscere che il nostro cuore ha la forma del Calvario e che tu ti ci sei inchiodato dentro, luminosa speranza.

Sei tu a credere in me e questo mi fa vacillare, devo guardarti negli occhi, ascoltarti e convincermi che tu non puoi mentire. E mi viene da ringraziare per quella miseria che sono perché senza di lei non ti cercherei più. Perché se non continuassi a fare i conti con la parte profonda di me non mi serviresti più. Crederei in me stesso, e sarei perso per sempre.

Mi viene da ringraziare che dal mio cuore escono propositi di impurità perché senza di loro io non saprei riconoscerti. E mi vien voglia di enumerarli uno a uno, senza aggiungere, senza togliere, riconoscendo. Arrivare a dire a me stesso di essere impuro, e non avere più paura, smettere di credere che qualche rito possa purificarmi e sorridere, arrivare ad accogliere me stesso e non aggiungere e non togliere più nulla perché ci sei Tu, inchiodato in me, cocciuta presenza che rende il mio essere Terra in cui la Promessa si fa vita.

Dal libro del Deuteronòmio

Mosè parlò al popolo dicendo:
«Ora, Israele, ascolta le leggi e le norme che io vi insegno, affinché le mettiate in pratica, perché viviate ed entriate in possesso della terra che il Signore, Dio dei vostri padri, sta per darvi.
Non aggiungerete nulla a ciò che io vi comando e non ne toglierete nulla; ma osserverete i comandi del Signore, vostro Dio, che io vi prescrivo.
Le osserverete dunque, e le metterete in pratica, perché quella sarà la vostra saggezza e la vostra intelligenza agli occhi dei popoli, i quali, udendo parlare di tutte queste leggi, diranno: “Questa grande nazione è il solo popolo saggio e intelligente”.
Infatti quale grande nazione ha gli dèi così vicini a sé, come il Signore, nostro Dio, è vicino a noi ogni volta che lo invochiamo? E quale grande nazione ha leggi e norme giuste come è tutta questa legislazione che io oggi vi do?».

alla lettera di san Giacomo apostolo

Fratelli miei carissimi, ogni buon regalo e ogni dono perfetto vengono dall’alto e discendono dal Padre, creatore della luce: presso di lui non c’è variazione né ombra di cambiamento. Per sua volontà egli ci ha generati per mezzo della parola di verità, per essere una primizia delle sue creature.
Accogliete con docilità la Parola che è stata piantata in voi e può portarvi alla salvezza. Siate di quelli che mettono in pratica la Parola, e non ascoltatori soltanto, illudendo voi stessi.
Religione pura e senza macchia davanti a Dio Padre è questa: visitare gli orfani e le vedove nelle sofferenze e non lasciarsi contaminare da questo mondo.

Dal Vangelo secondo Marco

In quel tempo, si riunirono attorno a Gesù i farisei e alcuni degli scribi, venuti da Gerusalemme.
Avendo visto che alcuni dei suoi discepoli prendevano cibo con mani impure, cioè non lavate – i farisei infatti e tutti i Giudei non mangiano se non si sono lavati accuratamente le mani, attenendosi alla tradizione degli antichi e, tornando dal mercato, non mangiano senza aver fatto le abluzioni, e osservano molte altre cose per tradizione, come lavature di bicchieri, di stoviglie, di oggetti di rame e di letti –, quei farisei e scribi lo interrogarono: «Perché i tuoi discepoli non si comportano secondo la tradizione degli antichi, ma prendono cibo con mani impure?».
Ed egli rispose loro: «Bene ha profetato Isaìa di voi, ipocriti, come sta scritto:
“Questo popolo mi onora con le labbra,
ma il suo cuore è lontano da me.
Invano mi rendono culto,
insegnando dottrine che sono precetti di uomini”.
Trascurando il comandamento di Dio, voi osservate la tradizione degli uomini».
Chiamata di nuovo la folla, diceva loro: «Ascoltatemi tutti e comprendete bene! Non c’è nulla fuori dell’uomo che, entrando in lui, possa renderlo impuro. Ma sono le cose che escono dall’uomo a renderlo impuro». E diceva [ai suoi discepoli]: «Dal di dentro infatti, cioè dal cuore degli uomini, escono i propositi di male: impurità, furti, omicidi, adultèri, avidità, malvagità, inganno, dissolutezza, invidia, calunnia, superbia, stoltezza. Tutte queste cose cattive vengono fuori dall’interno e rendono impuro l’uomo».
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