Non è folla Tredicesima domenica Tempo Ordinario anno B

Toscana, giugno21

Dal Vangelo secondo Marco

In quel tempo, essendo Gesù passato di nuovo in barca all’altra riva, gli si radunò attorno molta folla ed egli stava lungo il mare. E venne uno dei capi della sinagoga, di nome Giàiro, il quale, come lo vide, gli si gettò ai piedi e lo supplicò con insistenza: «La mia figlioletta sta morendo: vieni a imporle le mani, perché sia salvata e viva». Andò con lui. Molta folla lo seguiva e gli si stringeva intorno.
Ora una donna, che aveva perdite di sangue da dodici anni e aveva molto sofferto per opera di molti medici, spendendo tutti i suoi averi senza alcun vantaggio, anzi piuttosto peggiorando, udito parlare di Gesù, venne tra la folla e da dietro toccò il suo mantello. Diceva infatti: «Se riuscirò anche solo a toccare le sue vesti, sarò salvata». E subito le si fermò il flusso di sangue e sentì nel suo corpo che era guarita dal male.
E subito Gesù, essendosi reso conto della forza che era uscita da lui, si voltò alla folla dicendo: «Chi ha toccato le mie vesti?». I suoi discepoli gli dissero: «Tu vedi la folla che si stringe intorno a te e dici: “Chi mi ha toccato?”». Egli guardava attorno, per vedere colei che aveva fatto questo. E la donna, impaurita e tremante, sapendo ciò che le era accaduto, venne, gli si gettò davanti e gli disse tutta la verità. Ed egli le disse: «Figlia, la tua fede ti ha salvata. Va’ in pace e sii guarita dal tuo male».
Stava ancora parlando, quando dalla casa del capo della sinagoga vennero a dire: «Tua figlia è morta. Perché disturbi ancora il Maestro?». Ma Gesù, udito quanto dicevano, disse al capo della sinagoga: «Non temere, soltanto abbi fede!». E non permise a nessuno di seguirlo, fuorché a Pietro, Giacomo e Giovanni, fratello di Giacomo.
Giunsero alla casa del capo della sinagoga ed egli vide trambusto e gente che piangeva e urlava forte. Entrato, disse loro: «Perché vi agitate e piangete? La bambina non è morta, ma dorme». E lo deridevano. Ma egli, cacciati tutti fuori, prese con sé il padre e la madre della bambina e quelli che erano con lui ed entrò dove era la bambina. Prese la mano della bambina e le disse: «Talità kum», che significa: «Fanciulla, io ti dico: àlzati!». E subito la fanciulla si alzò e camminava; aveva infatti dodici anni. Essi furono presi da grande stupore. E raccomandò loro con insistenza che nessuno venisse a saperlo e disse di darle da mangiare.

Non è folla

Tredicesima domenica Tempo Ordinario anno B 2021

Giairo non è folla, e questo è fondamentale. Succederà anche a te di sentire il desiderio di far parte di un gruppo chiuso e unito, succederà anche a te di credere che basti far parte di una qualche chiesa per essere salvo, succederà di schierarti ideologicamente e di credere di essere libero, succederà che ti illuderai che basterà scegliere la parte migliore (quella che tu credi tale) per sentirti migliore. Succederà, è successo anche a me. Ma poi arriva Giairo, che ha un dolore grande e uno smarrimento devastante. Poi arriva Giairo che non ne vuole più sapere della folla e delle sue logiche, della chiesa e delle sue facili risposte. Poi arriva Giairo con la sua vita che sta per andare in frantumi, arriva Giairo con il dolore più grande per un uomo: sua figlia sta morendo. E Gesù sceglie Giairo. Perché è uno. Gesù sceglie un volto e mai una categoria, si allea con l’unicità delle storie. Questo non è un brano che parla di miracoli, questo è Vangelo, ed è un invito a prendere in mano la propria vita. Invito al coraggio.

Ho letto in un commentario che il nome Giairo significa “colui che illumina” oppure “colui che rialza e risveglia”. Non so se via vero, quello che è vero è che il Vangelo arriva alle persone che si sentono tradite nella propria identità. Giairo non riesce più a essere Giairo e questo lo manda in frantumi: non sa illuminare, non sa rialzare, e allora chiede a Cristo cosa sta succedendo, chiede a Cristo di riportare Verità nelle cose. Questa non è una pagina su una fanciulla riportata in vita, questa pagina è la descrizione del dramma di un uomo che si sente smarrito, che non si riconosce più, questa è una pagina scritta per l’uomo che osa chiedere conto a Dio di questo mistero chiamato vita. Questa è la richiesta di non veder morire la parte fanciulla in noi, quella che si fida di un padre. Questa è una pagina per noi, che siamo chiamati a diventare il nome che portiamo, a chiedere conto della promessa di felicità che ci ha fatto partorire vita alla vita. Questa è una pagina sul coraggio che serve per riconoscere che quando ci sentiamo traditi nel profondo, quando arriviamo a un punto in cui semplicemente non ce la facciamo a essere quello che credevamo di essere non resta che inginocchiarsi alla vita, dandole ancora fiducia.

Giairo cade ai piedi di Gesù, essere capo della sinagoga non basta, essere nel gruppo dei fedeli non basta, serve il coraggio per inchinarsi nel cuore dell’unica domanda che val la pena fare: che mia figlia non solo torni a vivere ma che sia salvata, perché il respiro non basta più. Giairo è vivo ma sente di non essere salvo se non può tornare a credere nella promessa buona della vita. Gesù non si lascia sedurre dalla folla, perché alla folla basta respirare, Gesù non è venuto per la folla ma per salvare la vita e promette di seguici fin nel cuore dei nostri drammi se abbiamo il coraggio di una domanda all’altezza, radicale e terribile.

Miracolo non tornare a respirare, miracolo è continuare a dar credito a questa vita che spesso taglia le gambe e schianta al suolo. Miracolo non è risvegliare una figlia ma rimettere in piedi Giairo, ridare identità a un padre: che possa tornare a essere colui che illumina e rialza. Miracolo non è la soluzione dei problemi ma la preghiera che siamo chiamati a fare, aiutaci Signore a essere fedeli alla promessa di vita in cui abbiamo creduto, aiutaci a non tradire noi stessi.

Capisci che la folla non ti permetterà mai di essere te stesso? Capisci che il sistema al massimo ti consolerà, capisci che tutta questa libertà fa paura a chi ha paura di illuminare e di rialzare le unicità e le differenze? Comprendi che a nessuna chiesa interesserà mai della tua felicità ma si accontenterà della tua obbedienza? Capisci che il grande e unico miracolo è frutto di un enorme dolore, o di un enorme amore (quello di Giairo per la figlia)? Capisci che è l’amore che salva e non l’appartenenza cieca?

Come la donna che ha perdite di sangue, lei non può essere folla perché impura, come la donna che non ha nome se non la sua esclusione, come la donna che da dodici anni perde vita e muore nella sicurezza di un cammino che di male si muove verso il peggio, come la donna che ha chiesto inutilmente vita alla folla dei medici, come la donna che resiste solo perché non smette di ascoltare la vita. “Udito parlare di Gesù” ma lo comprendi che è questo il miracolo? Continuare a rimanere in ascolto della vita nonostante dodici anni di tormenti, dodici anni di esclusioni e di umiliazioni. Perché questa non è una pagina di grandi miracoli, perché forse il Vangelo è altro, è l’inchino divino davanti agli uomini e alle donne che pur nella sofferenza non smettono di implorare vita e di ascoltarne i vagiti, i respiri flebili.

Udito parlare di Gesù”, la fede della donna è la fede nella vita nonostante la vita. Ecco perché il cuore dell’evento non è il sangue che si ferma ma l’incontro di un Dio che alla donna dice: la tua fede ti ha salvata. La fede della donna capisci? Il suo ascolto paziente, il suo graffiare le pareti del reale in cerca di un senso. Il miracolo non è una concessione divina ma la cocciuta speranza di una donna che non si rassegnava al fatto che la vita passi sempre e solo dal male al peggio, dalla vita alla morte, la fede semplice e sgrammaticata di una donna che non ha fatto altro che dar credito alla vita nonostante fosse a un passo dalla morte. Comprendi che il Vangelo sta dicendo a me e a te di non aver paura di abitare una fede nella vita insensata e totale, così radicale che ci porterà a salvezza? Il miracolo non è di Gesù, Gesù si accorge solo, sente e si inchina alla fame di vita di quella donna.

Il finale del Vangelo ha un solo obiettivo, vedere Gesù liberarsi di una folla sempre più improponibile e imbarazzante. Arrivano a dire che la figlia di Giairo è morta, sembra tutto finito, Gesù non si arrende e la folla fa quello che gli riesce meglio: banalizza e deride. La folla non può capire, la folla aspetta l’evento miracoloso del taumaturgo. Le chiese preferiscono credere nel magico che dar credito all’uomo. E così Gesù prende per mano Giairo, pochissimi testimoni e tanto silenzio. Possibile che ancora non si capisca che è questo ad essere in gioco? La fede in questa cosa che chiamiamo vita. Capisci che non è importante sapere se e come sia tornata al mondo quella ragazzina di dodici anni ma stare attenti e non farsi fagocitare dalla folla che la vita sa solo deriderla? Capisci che se il centro di tutto fosse la resurrezione di una ragazza Gesù ci avrebbe spiegato come far risorgere tutti i morti? Invece no, al cuore di tutto ci siamo io e te e una domanda: credi ancora nella vita? Ci credi nonostante tutto? Credi che sia promettente? Credi che valga la pena di attraversare tempeste e subire laceranti dolori? Credi ancora nella vita nonostante la vita? E credi che non vada di male in peggio ma da morte a vita?

Non far rispondere alla folla, bussa alle porte del cielo e chiedi di essere fedele a te stesso. Lasciati prendere per mano dal Risorto, porta allo scoperto le tue ferite, mostra la tua fame di giustizia e ammetti che moriresti se scoprissi di essere stato preso in giro dalla vita. Lasciati condurre, continua a camminare, la Resurrezione che ti cambierà la vita sarà solo alla fine del Vangelo.

E se poi Dio dorme davvero? Dodicesima domenica tempo ordinario B

tramonto a Crocetta

Dal Vangelo secondo Marco

In quel giorno, venuta la sera, Gesù disse ai suoi discepoli: «Passiamo all’altra riva». E, congedata la folla, lo presero con sé, così com’era, nella barca. C’erano anche altre barche con lui.
Ci fu una grande tempesta di vento e le onde si rovesciavano nella barca, tanto che ormai era piena. Egli se ne stava a poppa, sul cuscino, e dormiva. Allora lo svegliarono e gli dissero: «Maestro, non t’importa che siamo perduti?».
Si destò, minacciò il vento e disse al mare: «Taci, calmati!». Il vento cessò e ci fu grande bonaccia. Poi disse loro: «Perché avete paura? Non avete ancora fede?».
E furono presi da grande timore e si dicevano l’un l’altro: «Chi è dunque costui, che anche il vento e il mare gli obbediscono?».

E se poi Dio dorme davvero?

Dodicesima domenica Tempo Ordinario anno B 2021

E se fosse una parabola in forma di cronaca? La tempesta sedata intendo. Se fosse come un racconto interpretato da Cristo e i suoi discepoli, come parole infuocate che dalla forma parabolica vengono portate sulla scena della vita? Le tinte forti e paradossali ci sono tutte: come può dormire Gesù durante una bufera? Capisco il non aver paura ma il dormire a poppa mentre i suoi discepoli addirittura pensano di morire… E poi questa cosa del dormire, non possiamo dimenticarci che poche ore prima (poche ore prima! basta leggere il Vangelo) Gesù aveva raccontato quella parabola del seme gettato nel campo e dell’uomo che può vegliare e che può anche dormire, una parabola che chiedeva al seme il coraggio di diventare grande e di farlo da solo. Di sprigionare la vita che chiedeva solo di esplodere. E se la tempesta sedata fosse solo un modo diverso di raccontare la parabola con l’unica motivazione di stanare i discepoli, di farli venire allo scoperto, di farli misurare con la realtà? Un mio professore diceva che le parabole sono trappole per chi le ascolta, per me la tempesta sedata è una trappola bella e buona.

Insomma pagina scritta ispirandosi certamente a un fatto storico (di portata molto ma molto meno eclatante) ma usando appositamente i toni della “parabola in atto” per raccontare una verità altrimenti difficile da mostrare? Non sono un esegeta e se non ti piace la proposta ti chiedo di fermarti qui, sono solo parole scambiate in amicizia, ricerca fatta per amore. Nessuna polemica, se invece vuoi seguirmi… proviamoci.

La prima immagine di questa parabola raccontata in forma di cronaca è la frase di Gesù “passiamo all’altra riva”, fosse solo cronaca sarebbe semplicemente la richiesta di uno spostamento ordinario per via mare ma è una richiesta che arriva alla fine di una giornata carica di insegnamenti, arriva di sera e ha tutta l’aria di voler dire molto di più di quello che appare. Come se Gesù dicesse: la vita è una traversata notturna, non si vede l’altra riva, è un viaggio condiviso (ci sono altre barche) ma è un viaggio pericoloso (nella vita ci sono molte bufere che rischiano di farci maledire il giorno in cui siamo nati), questa è la vita, questo è essere seme lanciato nel campo. Questo siete voi.

Lo prendono nella barca così come era”, ecco bravi, in questa grande parabola che è la vita imparate questo, sembra dire Gesù, a prendere la vita così come è e non come la vorreste voi, perché avere fede non è affidarsi a una forza superiore che ammansisce gli eventi. La vita è una traversata notturna verso la speranza di una riva attraverso le tempeste con un Dio che non sta sopra gli eventi ma dentro, imbarcato, fa parte della tua storia, vive le bufere con te. Prendere la vita così come è, prendere Cristo così come è, che poi vuol dire accogliere e dire da subito che l’unica cosa che possiamo cambiare non è fuori ma dentro, non sono gli altri ma siamo noi, è il nostro modo di interpretare gli eventi.

Potresti obiettare che però, in questo caso Gesù, interviene in modo potente e placa gli eventi, potresti obiettare che questo testo sembra avvalorare la tesi che se svegli Dio a suon di preghiere lui poi sistema le cose e placa la tempesta… ma io ti dico invece di non dimenticarti di quello che dice Gesù ai suoi amici alla fine del “miracolo”, dice loro “Perché siete paurosi? Non avete ancora fede?”. Non dimenticare che siamo all’inizio del Vangelo e che questa è una parabola raccontata in forma di cronaca, non dimenticare che i discepoli non hanno ancora vissuto la passione e la Pasqua, non dimenticare che siamo nella grande fase della rivelazione di un Dio che si fa uomo in Cristo. Non dimenticare che il Vangelo è un percorso e che qui il centro non è il presunto miracolo di Gesù ma la mancanza di fede dei discepoli!

“Taci, calmati” dice Gesù al vento e il vento cessò.  Un Gesù che si sveglia richiamato da una poderosa domanda dei discepoli “Maestro non ti importa nulla che moriamo?”. Sentite i toni della parabola? La grande umanità di un Maestro che non si preoccupa di spiegare come si placano le tempeste della vita ma che pazientemente torna a prendere per mano i suoi discepoli sapendo che dovranno capire in quei tre anni con lui il senso profondo della fede. Se il cuore della pagina fosse stata la vittoria miracolosa contro le tempeste perché Gesù non ha spiegato a loro e a noi come pregare per far tacere le bufere della vita? Perché non ha detto che basta la preghiera fatta con sincerità per svegliare l’Onnipotente e così farlo intervenire a nostro vantaggio? Perché non tutti quelli che pregano con fede vengono esauditi con una guarigione? Perché il padre dovrebbe fare differenze tra i figli?

Perché quello che fa Gesù nel Vangelo è far vivere una parabola, è dar vita a un racconto, è parlare come si parla a dei bambini (i discepoli in quella pagina hanno una fede bambina), sapendo che dopo la sua morte (morte di un padre) non avranno più tempo per essere infantili e dovranno capire che Dio non interviene così! Gesù è come il papà che lascia credere a suo figlio di avere essere “onnipotente” ma che poi si aspetta di veder crescere la sua creatura e di vederla pronta a reggere la bellezza di quello che un padre può fare: lanciare e promettere una alleanza più forte anche della morte. Gesù parte da una tempesta sedata ma non si ferma lì, accompagnerà i suoi discepoli a vedere il volto di un Padre che nel cuore della tempesta drammatica del Calvario rimarrà silenzioso, come morto, imbarcato in quella traversata drammatica che si chiama Pasqua. E noi non possiamo più permetterci di tornare indietro, la Pasqua è evento senza ritorno.

Ecco quello che credo, che sia una parabola di transizione e che a noi, dopo la Pasqua, non è più convesso di credere che il miracolo sia solo una bufera che cessa, una guarigione, un fatto inspiegabile. Dopo la Pasqua rimanere bambini è un peccato grave. E ancor più grave è quando i predicatori trattano i fedeli come bambini capricciosi.

Io credo nei miracoli perché il miracolo vero è la domanda dei discepoli “Maestro non ti importa nulla che moriamo?” eccolo l’inizio del vero miracolo, che quel gruppo di uomini si rivolge al loro Maestro con una domanda radicale, da grandi. Il vero miracolo non è la guarigione ma far diventare matura la nostra fede e nel cuore della tempesta della vita saper dire a Lui, faccia a faccia, con schiettezza: ma a te importa di noi? Perché questa cosa della morte è seria! Perché non è più tempo di giocare, perché la fede è misurarsi con questo Dio che deve tener fede alla sua alleanza!

Credo che la tempesta sedata sia una parabola raccontata come se fosse un evento storico perché agisce come esattamente come una parabola, sembra che parli di tempeste e invece parla di noi, sembra che parli di miracoli e invece serve a far esporre i discepoli, serve a stanarli, serve a provare a partorirli a un grado maggiore di umanità. Miracolo è quando noi smettiamo di chiedere a Dio di sistemarci la vita e cominciamo a cercarlo per intessere con lui un dialogo senza esclusione di colpi.

No, non credo a un Dio che se prego tanto e prego bene interviene a sistemarmi le cose della vita, scusatemi ma non ci credo, soprattutto perché ho conosciuto troppe persone che hanno visto morire i figli, che hanno perso qualcuno di caro, che hanno pregato e non hanno avuto guarigione. Credo però nei miracoli, ci credo tanto e sono vivo e continuo a camminare grazie a questa fede, credo nel miracolo per eccellenza della resurrezione di Cristo, l’unico punto da cui poter guardare il mondo senza morirci, credo che solo dalla Resurrezione io possa sentire come credibili le parole di Cristo “perché hai paura? Non hai ancora fede?”, il miracolo è che qualche volta non ho paura nonostante abbia visto tanta gente morire, nonostante senta lo strappo di tanti affetti lontani. Il miracolo è che succede che io non ho paura, anche nel cuore delle tempeste e ci dormo dentro aspettando che passino o aspettando di sbucare su un’altra riva perché l’ho capita che questa cosa chiamata vita è solo una traversata. Il miracolo è che non ho paura perché in questa tempesta ci sono altre barche con me, barche di uomini e donne che danno la vita per me, e questo per me è un miracolo più che sufficiente per dire di credere che loro sono il volto di Dio. Credo nel miracolo di un Amore che non placa le tempeste ma che sta imbarcato con me e che non mi molla, amore alleato, eucaristica presenza, pace infinita quando invece di chiamarlo a lottare contro il vento riesco a farmi chiamare e a scendere con lui e a dimorare sul tuo petto, a poppa, in un abbandono di intimità.

Il miracolo è che qualche volta ho sentito il brivido della fede e non ho avuto dubbi che i miei morti avessero attraversato la riva e che ora stessero dimorano in Lui.

Limitarsi a sedare le tempeste è inutile e infantile, questa è una parabola buona per discepoli all’inizio del loro cammino di fede, discepoli che iniziano a chiedersi “chi è mai costui che anche il vento e il mare gli obbediscono?”. Eccolo il miracolo, cominciare a farsi domande. Solo che noi abbiamo un vantaggio, si chiama Pasqua, vuol dire passaggio, che da grandi lo scopriamo, le tempeste non si sedano, si attraversano.

Non rimanere piccolo Undicesima domenica Tempo Ordinario anno B

Rose a Crocetta (piccolo omaggio alla Zarri) 12.6.21

Dal Vangelo secondo Marco

In quel tempo, Gesù diceva [alla folla]: «Così è il regno di Dio: come un uomo che getta il seme sul terreno; dorma o vegli, di notte o di giorno, il seme germoglia e cresce. Come, egli stesso non lo sa. Il terreno produce spontaneamente prima lo stelo, poi la spiga, poi il chicco pieno nella spiga; e quando il frutto è maturo, subito egli manda la falce, perché è arrivata la mietitura».
Diceva: «A che cosa possiamo paragonare il regno di Dio o con quale parabola possiamo descriverlo? È come un granello di senape che, quando viene seminato sul terreno, è il più piccolo di tutti i semi che sono sul terreno; ma, quando viene seminato, cresce e diventa più grande di tutte le piante dell’orto e fa rami così grandi che gli uccelli del cielo possono fare il nido alla sua ombra».
Con molte parabole dello stesso genere annunciava loro la Parola, come potevano intendere. Senza parabole non parlava loro ma, in privato, ai suoi discepoli spiegava ogni cosa.

Non rimanere piccolo

Undicesima domenica Tempo Ordinario anno B 2021

Poi ti sentirai solo come un seme lanciato verso l’ignoto. Vorrei usare parole rassicuranti, vorrei poterti dire che non soffrirai, vorrei che fossero sempre vere tutte quelle nuove parole che girano nei nostri circoli: tenerezza, dolcezza, resilienza… Vorrei poterti dire che la vita sarà solo esperienza di beatitudine e di felicità, ma non posso, non posso mentirti, soffrirai e sarà un trauma. Questa è la vita, il regno di Dio, come un seme lanciato, lasciato.

Non ti serviranno le vite degli altri, le loro rassicurazioni, cercherai la mano del padre e nessuno verrà ad afferrarti, si diventa padri nel trauma del lancio, vivere è imparare il coraggio della perdita. Spunteranno volti di gente che ti dirà come ci si lancia nella vita pretenderanno di sapere ciò che è giusto per te ma a quel punto, senza padre, tu avrai imparato ad ignorarli, abbi pietà di loro, non sanno aprire la mano, non sanno liberarsi del seme.

Sarà dura, ti sembrerà di morire e in fondo qualcosa di te morirà sempre e per sempre, perché siamo vittime di un grande fraintendimento, chiamiamo vita ciò che dovremo chiamare morte. Esistere è un trauma, è un passaggio da morte a morte, non credere al cristianesimo del sorriso, non credere alle risposte facili, non credere ai gruppi di amici e alle parrocchie perfette, credi solo nei padri e nelle madri, nelle loro mani che lanciano, nel loro essere invisibili, nella loro capacità di morire. Credi nelle madri e nel taglio del cordone ombelicale. La fede è sempre figlia di una crisi, sempre. Il divino è accovacciato nei crepacci della desolazione. Dovremmo solo presidiare con pudore i luoghi del dolore, del resto sorridere e lasciar fare ad altri. Dove la vita scorre da sé lasciarla scorrere. Dove la vita si inceppa, inchinarsi, inginocchiarsi, baciare, tacere, pregare.

Come seme lanciato nell’ignoto, ti mancherà il fiato in gola, ti sembrerà di aver perso ogni riferimento, non saprai chi sei chiamato a diventare, il passato risucchierà la mano di tuo padre e in quel momento tu e solo tu dovrai decidere se portartelo dentro oppure dimenticarlo. Ma sarai solo. Non posso mentirti, sarai solo, perché è solo nella solitudine che la vita si compie. Non credere a chi pontifica sull’amore e sulle fraternità, non credere che esista al mondo l’antidoto al dolore. Io non lo so se il Vangelo già sapeva, non lo so quale sia il pensiero di Dio, non lo so se è la mia vita ad essere segnata dalla fatica ma per quello che ho capito è che il seme quando cade non può che cercare in sé la forza per vivere. E per quel che ho capito quello è tempo di dolorosissima grazia.

Stai attento a chi vorrà evitarti solitudine e dolore, lasciati trafiggere dalla vita, lasciati trapassare dagli eventi, stai attento a tutti quei luoghi troppo accoglienti, alle amicizie rassicuranti, agli amori indolori, agli eterni seminari. Innamorati di chi ti consegnerà la sua di solitudine, da condividere, da non poter sconfiggere, immergetevi insieme nel liquido amniotico del dolore e della speranza.

Con il tempo imparerai i dolori dei padri e delle madri, che dopo il lancio del seme rimangono a mani vuote. Il tempo scippa loro i figli, dormire e vegliare sarà terribilmente indifferente, il figlio non è più in loro potere. Qualcuno dirà parole al miele sulla piccolezza e sull’inutilità, troverai i nostri catechismi pieni di retorica sugli ultimi posti, credi solo a chi vedi soffrire per questo, credi solo alle lacrime, credi a chi è stato torturato dalla tentazione di trattenere, credi solo a chi ha lottato prima di lasciar andare, smaschera chi dice di aver gettato il seme e invece non ha mai avuto il coraggio di lasciarsi ingravidare. Guarda bene le mani, guardale bene, fidati solo di chi non ha nulla, non trattiene nulla, solo i poveri sono credibili, o i crocifissi. Cerca le stigmate.

Lanciare il seme e chiamarsi fuori, non vedere la differenza tra il dormire e il vegliare, sentire che niente, non si può fare più niente se non sperare e guardare da lontano, questo è il segno più grande dell’amore. Io non so perché ma è così, è proprio così, non abbiamo altro da imparare se non la dolorosissima educazione all’inutilità. Il mondo che scorre con o senza di noi, il tradimento benedetto e inevitabile che matura nei luoghi che noi avevamo sognato diversi, l’inutilità è lo spettro del fallimento che viene a bussare ogni notte. La piccolezza è il profilo dell’insignificanza che viene a deridere le sterilità in cui ti sei impigliato. Troverai vera compassione solo tra i poveri cristi.

Vorrei dirti che il lancio del seme è il solo momento tragico, l’unico taglio doloroso e che il resto è vita buona che germoglia ma non posso mentirti, non posso proprio, crescerai, diventerai stelo e non basterà, diventerai spiga e non basterà, diventerai chicco pieno e anche frutto maturo ma non basterà mai capisci? Non basta, la vita che viviamo non basta, siamo bestie assetate, siamo carne scavata, sete insopprimibile. Anche Dio, qui, non basta, perché sarà sempre e solo un riflesso e un accenno. Il delirio di un amore mancante. Una fame feroce.

La vita è bella, è un capolavoro, ma è un incompiuto, mi spiace dirtelo brutalmente ma è l’unica verità su cui oserei giurare, che niente basta e che procediamo perdendo ciò che siamo solo per avvicinarci al filo di una lama. Il frutto maturo subito viene tagliato, subito capisci? Il frutto matura solo per essere raccolto. La grande mietitura, tutta la vita ad accumulare nostalgia di un taglio a cui affidare ogni nostra speranza. La vita è un gran teatro fatto solo per alimentare la nostra nostalgia di infinito, per arrivare a far chiudere il sipario sperando nella buona accoglienza di ciò che abbiamo recitato senza recitare.

E non rimanere piccolo. La retorica della piccolezza, la predicazione della fragilità, del piccolo seme è solitamente frutto di un ego smisurato, o della paura, o della mancanza di fede. Non compiacerti mai della tua piccolezza. Cresci invece, come il granello di senape, abbi il coraggio di dire che in ogni piccolo gesto, davvero in ogni gesto quotidiano, in ogni banale gesto dello stare al mondo, anche in un misero respiro c’è una forza che spinge e che chiede di essere ascoltata, in ogni bacio c’è la forza di rami che sprigionano bisogno di essere abitati, in ogni lacrima ci sono radici possenti, e non c’è orto bastante a contenere anche il più piccolo dei tuoi sogni, diventa grande, spingi in ogni direzione, implora gli uccelli del cielo, diventa nido per ogni volo di libertà, non banalizzare niente, tutto è fondamentale anche se il mondo dirà che è piccolo come seme di canapa, tutto è vitale se avrai una fame di vita incontenibile, scappa dalle regole, dalle buone maniere, da ogni potere che regolamenta la pulsione, ogni atto è l’eruzione della vita, la senti come spinge? La senti come chiede di venire al mondo? Come puoi iniziare a credere se ti basta ciò che sei? Se ti basta ciò che vedi?

Ogni cosa è chiamata Corpo e Sangue di Cristo anno B

Crocetta, le mie rose

Ogni cosa è chiamata

Corpo e Sangue di Cristo anno B 2021

Che poi, alla fine, è tutto una preparazione alla Pasqua. Tutta la vita intendo, tutto ciò che vediamo, tutto ciò che sfioriamo, tutto ciò che ci attraversa scivola inesorabilmente verso un destino di libertà, ogni cosa è pasquale già qui, adesso, ora. Ogni cosa è parte di un Corpus attirato a pienezza. Ogni cosa è chiamata.

Tutto è Corpus Christi, tutto sta procedendo verso la Pasqua, non lo vedi, non lo senti? Siamo dentro un grande cammino, una grande forza contrae e spinge ad un parto, ad una libertà profonda che chiede solo di essere liberata, che geme le doglie di un parto, ogni cosa ha in cuore il bisogno di essere risorta.

C’è Pasqua dentro ogni nostra cellula, c’è il desiderio e c’è la paura, c’è che tutto freme di una libertà che ci svelerà la nostra essenza divina, c’è che abbiamo terrore di perderci, di non ritrovare, di morire, di lasciarci andare. C’è che non sappiamo ascoltare e crediamo che l’eternità sia solo replica infinita di ciò che conosciamo. Il seme non osa immaginarsi fiore. Non ce la fa. E ha paura.

Solo prepararsi alla Pasqua, questo è quanto siamo chiamati a fare. Quando prendi per mano tuo figlio, quando accarezzi il tuo cane, quando vedi una rosa sbocciare e poi lasciarsi andare, quando ti senti impotente, quando vedi la vita morire, quando ti manca chi ami, quando vedi una nuvola sciogliersi nel cielo, quando vivi consapevole lo vedi, non puoi non sentirlo, tutto chiede di essere accompagnato, tutto chiede di essere preparato alla partenza. Tutto è fatto per andare.

E così quando i discepoli vengono mandati a Gerusalemme quello che fanno è svelare la vera essenza della nostra vita, non siamo al mondo se non per questo: preparare e prepararsi al viaggio. Ogni cosa se ascoltata porta nel cuore questo bisogno di attraversamento. Non è questione di pensare sempre alla morte, è che tutto è simbolico, poetico, tutto racconta con struggente passione il desiderio di un ritorno casa. Non la senti anche tu questa malinconia? Non senti anche tu questa nostalgia di qualcuno che raccolga tutto l’amore che ci siamo lasciati alle spalle e che finalmente ne sveli il senso: tutto l’amore che ti ha attraversato era solo una grande immensa preparazione alla Pasqua. L’amore che hai bevuto, quello sciupato, quello incompreso, quello scontato, quello goduto, tutto era solo una grande preparazione al destino ultimo che sarà e che in parte è già, perché freme nel silenzio segreto di ogni cosa.

Non senti anche tu che se non fosse così sarebbe meglio non essere mai stati amati? Non essere mai nati. Non senti anche tu che se l’amore non avesse casa nell’eterno tutto il peso di ciò che è stato e non è più ci schiaccerebbe? Se l’amore non riposasse nell’Eterno io morirei risucchiato dal passato, non lo senti anche tu, a un certo punto della vita, che il meglio qui sulla terra è già andato?

Invece guardala la vita, è tutta esposta all’Oltre, bisogna solo preparare e prepararsi, unico vero dramma è morire concentrati solo sul presente, essere colti di sorpresa come se la morte fosse un ladro a rubare ciò che ci spetta, come se la morte fosse il crollo improvviso di una torre, come se la morte fosse un inedito: vero problema è non essere preparati alla Pasqua. Al passaggio. E io credo, lo credi anche tu? Io credo che non dobbiamo fare altro che prepararci, come hanno fatto i discepoli, come ha fatto Gesù, prenderci per mano e accompagnarci ad andare. Io non ho bisogno d’altro ormai, a me non interessa altro e forse non è sempre stato così. Ogni cosa va svelata, siamo come torrenti chiamati dal mare, perché fingere di essere fatti per restare?

Vorrei solo tenere per mano e poi lasciar andare, imparare a salutare, saper fare un passo indietro, esercitarmi all’inutilità, relativizzare ogni cosa, cantare l’invisibile, interrogare il desiderio, non sprecare nulla dell’amore e lasciarlo cantare, lasciarlo andare, sentirlo risorto. Vorrei imparare finalmente che tutta questa natura in cui sono immerso, la danza delle stagioni, l’alternarsi del sole e della luna non sono il ripetersi del ritorno dell’identico ma che tutto è sempre nuovo perché tutto scorre, perché tutto è raccolto. Tutto è raccolto, e io vorrei solo essere segno di questo, cammino esposto al vento e pregare per credere che sarò accolto e raccolto quando inciamperò nella morte, quando finalmente partirò. Perché bisogna anche desiderare di intraprenderlo il viaggio sai? Desiderare di andarsene, imparare a salpare. Per dar senso alla vita.

Intanto anche io seguirò ogni donna e ogni uomo con la brocca d’acqua, che poi sono tutte le persone che bussano alla porta, quell’umanità che viene incontro e che mi ricorda la mia sete, la loro brocca permette alla mia sete di infinito di non svanire. Ogni incontro non è altro che la condivisione di un bisogno più grande di noi. Vedi che tutto parla di Pasqua? Dobbiamo andare capisci? Alla fine stiamo già andando. Da quando siamo nati.

Se sapessimo abitarla la stanza al piano superiore, quella stanza già arredata, quella che svela il nostro bisogno ultimo, quello spazio segreto che permette a ogni accadimento di trasformarsi in celebrazione. Quando capiremo che la vita di fede non è sperare nel miracolo che dilata l’esistenza ma imparare l’umiltà di entrare nella stanza preparata e lì scoprire che ogni cosa è simbolica? Che il segreto è ascoltare il cuore degli eventi, che tutto, tutto ha una stanza da svelare, un segreto da liberare. Non mi importa dilatare la vita ma abitarla. Bussare e scoprire che nella gioia e nel dramma, nel quotidiano, nella festa, nella noia, nel lavoro, nel dolore, in ogni cosa c’è una stanza che svela il segreto intimo delle cose. Ogni cosa racconta del bisogno del viaggio. Come si potrebbe altrimenti resistere agli eccessi di gioia e a quelli di dolore?

La grande sala arredata è già pronta. Ti sei accorto anche tu che la vita non andava conquistata, che non andava cambiata, che non andava aggredita? Ti sei accorto anche tu, magari inginocchiandoti, che non c’era più niente da fare? Che bastava solo riconoscere e ringraziare. Che tutto è già consacrato, che non servono benedizioni umane, che siamo patetici quando crediamo di salvare? Ti sei accorto anche tu che tutto era già amato e che bastava affidarsi? Lasciarsi trasportare.

E allora prendiamo questo pane, ogni pezzo di pane, la cosa più piccola, minima, il frammento povero della vita e lasciamolo parlare, non senti che è parte di quel Corpus Christi che chiama al viaggio? Non senti che apre e rimanda, che nutre nostalgia e questo insopprimibile bisogno di andare? Non senti che ogni volta che mangi è morire, partire, lasciarsi chiamare?

E allora beviamo di questo vino che dice di un’alleanza, di una compromissione totale, del bisogno di non essere soli, di non essere lasciati soli. Questo vino che è bisogno profondo di non essere dimenticati.


E spezzarsi, frantumarsi, portare addosso i lividi e le ferite, farsi male. Essere pane frantumato, sarebbe impossibile se fosse qui, tutto qui, solo qui. Lasciarsi aprire come a voler liberare il profumo poetico di una leggerezza che attende di essere respirata dall’Eterno.

E benedire, perché chi sa solo maledire, chi ha il sangue cattivo del risentimento è persona che sente di essere alla fine del viaggio e non all’inizio. Benedice il marinaio che è pronto per salpare e non quello che crede di essere arrivato all’approdo della morte.

Adesso andiamo, è tempo del monte degli Ulivi, è tempo di crocifiggere l’amore, è tempo di aprire il corpo e lasciar sprigionare il profumo, è tempo di alleanze definitive, è tempo arrivato a compimento, c’è un corpo da seminare e un padre da implorare, c’è un Amore da interrogare. Ora bisogna andare al monte degli Ulivi, ora tocca al Padre non deludere, scendere a cogliere, nel silenzio, confermare che lui era l’Attesa della mietitura e che noi dovevamo preparare, soltanto preparare l’attimo in cui lasciarsi abbracciare.  

Dal Vangelo secondo Marco

Il primo giorno degli Àzzimi, quando si immolava la Pasqua, i discepoli dissero a Gesù: «Dove vuoi che andiamo a preparare, perché tu possa mangiare la Pasqua?».
Allora mandò due dei suoi discepoli, dicendo loro: «Andate in città e vi verrà incontro un uomo con una brocca d’acqua; seguitelo. Là dove entrerà, dite al padrone di casa: “Il Maestro dice: Dov’è la mia stanza, in cui io possa mangiare la Pasqua con i miei discepoli?”. Egli vi mostrerà al piano superiore una grande sala, arredata e già pronta; lì preparate la cena per noi».
I discepoli andarono e, entrati in città, trovarono come aveva detto loro e prepararono la Pasqua.
Mentre mangiavano, prese il pane e recitò la benedizione, lo spezzò e lo diede loro, dicendo: «Prendete, questo è il mio corpo». Poi prese un calice e rese grazie, lo diede loro e ne bevvero tutti. E disse loro: «Questo è il mio sangue dell’alleanza, che è versato per molti. In verità io vi dico che non berrò mai più del frutto della vite fino al giorno in cui lo berrò nuovo, nel regno di Dio».
Dopo aver cantato l’inno, uscirono verso il monte degli Ulivi.