Se vuoi far nascere un uomo Seconda domenica di Quaresima anno B

Trasfigurazione, Crocetta 256.02.21

Dal Vangelo secondo Marco

In quel tempo, Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni e li condusse su un alto monte, in disparte, loro soli.
Fu trasfigurato davanti a loro e le sue vesti divennero splendenti, bianchissime: nessun lavandaio sulla terra potrebbe renderle così bianche. E apparve loro Elia con Mosè e conversavano con Gesù. Prendendo la parola, Pietro disse a Gesù: «Rabbì, è bello per noi essere qui; facciamo tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elia». Non sapeva infatti che cosa dire, perché erano spaventati. Venne una nube che li coprì con la sua ombra e dalla nube uscì una voce: «Questi è il Figlio mio, l’amato: ascoltatelo!». E improvvisamente, guardandosi attorno, non videro più nessuno, se non Gesù solo, con loro.
Mentre scendevano dal monte, ordinò loro di non raccontare ad alcuno ciò che avevano visto, se non dopo che il Figlio dell’uomo fosse risorto dai morti. Ed essi tennero fra loro la cosa, chiedendosi che cosa volesse dire risorgere dai morti.

Se vuoi far nascere un uomo

(Marco 9,2-12)

Seconda domenica di Quaresima anno B 2021

Se vuoi far nascere un uomo, prima di tutto, prendilo con te. Crea spazio, impara dal ventre delle madri, dilata un vuoto e poi lascialo entrare, e compromettiti per lui. Accetta di rischiare. Di smarrirti.

Se vuoi far nascere un uomo impara il suo nome, e usalo. Con millimetrico amore. Chiama per nome una storia, sottrai dall’anonimato, nessuno nasce se non è chiamato. Pietro, Giacomo e Giovanni. Nessuno dimentica di essere stato amato con unicità. Nessuno smette di nascere e rinascere fino a quando si sente legato ad un nome cantato con amore.

Se vuoi far nascere un uomo abbi coraggio, osa, sfonda e chiedi. Non adeguare la richiesta, non accarezzare le paure, non sedurre invece: spingi, spingi con forza, spingi in salita, come madre gravida, conduci su un alto monte, dove la paternità è rischiosa, dove perfino Abramo ha rischiato di perdersi, dove l’amore è lama di coltello affilato dalla libertà.

Se vuoi far nascere un uomo non accontentarti del presente, innamorati di quello che potrebbe diventare. Guardalo per quel che potrebbe essere. Innamorati della possibilità. Sfonda il banale, la nascita di un uomo impone visionarietà.

Se vuoi far nascere un uomo non aver paura di sceglierlo, e di reggere la solitudine che sarà. Se vuoi far nascere un uomo strappalo dal conformismo, morsica via con ferocia da ogni cosa che omologa, appiattisce, uniforma. Fosse anche la più raffinata delle religioni. L’ordine più prestigioso, la chiesa più esclusiva. Venire al mondo è la forma più alta di anarchia. Difficile sarà restare vivi. Unica speranza è quella di far innamorare il figlio della solitudine, e degli spazi in disparte. Dove la vita rimane viva.

Se vuoi far nascere un uomo devi permettere che il seme perda la corazza, che lo spermatozoo trapassi le difese, si nasce concedendosi alla vulnerabilità. Si viene alla luce solo passando attraverso la ferita, fianco squarciato crocifisso e trapassato, taglio fecondo di donna, la vita trova luce solo tra le stimmate dei chiodi.

Se vuoi far nascere un uomo parla di Mosè. Tu non puoi imporre la vita puoi solo accompagnare alle soglie di un deserto, puoi promettere fedeltà, puoi rompere le acque del mar Rosso ma decidere sarà tutto in mano del figlio. Con Mosè puoi evocare la libertà che si impara dal deserto.

Se vuoi far nascere un uomo parla di Elia, metti nel suo cuore accanto al cancro dell’esodo quello della profezia, unica malattia che debilita il potere, sfianca le religioni, corrode le sicurezze. Se vuoi far nascere un uomo rovinagli la tranquillità.

Se vuoi far nascere un uomo spingilo, spingilo fuori, spingilo lontano, non permettere mai che costruisca tende o capanne, anche davanti a un sepolcro imponigli sempre un orizzonte nuovo. Se vuoi far nascere un uomo mostragli che ogni cosa che si ferma è già morta: un pensiero, un amore, un dogma, una certezza, una sicurezza. Siamo gente di esodo, fino a che morte non sopraggiunga a regalarci nascita definitiva. Fermarsi è interruzione di gravidanza.

Se vuoi far nascere un uomo spera solo che sappia ascoltare. Che ci sia sempre la misericordia di una nube a metterlo in guardia, ad accecare la presunzione. Che abbia paura di fidarsi solamente di quello che vede. Che sappia ascoltare, che affini l’udito del cuore, che si innamori della Parola.

Se vuoi far nascere un uomo fa che si innamori del corpo mortale di ogni essere vivente. Spera che quando, come i tre amici sul monte, quando guardandosi attorno non videro più nessuno, inizi ad ascoltare il vento, la pioggia e il sole. Inizi a interrogare gli occhi dei cani e l’erba che si arrampica sui muri. Ascolti il profumo del pane e le carezze di una donna. Se vuoi far nascere un uomo richiudi la luce trasfigurata in ogni granello di sabbia e pietra e nuvola e poesia e canzone. In ogni lacrima e in ogni ferita infetta, in ogni fallimento, in ogni pugno, in ogni ombra. In ogni cosa richiudi la luce e spera, abbi fede. Se vuoi far nascere un uomo prega che impari lo sguardo contemplativo, quello che sa suscitare luce da ogni cosa.

Se vuoi far nascere un uomo preparalo alla morte. Solo la morte svela la vita. Solo la morte risorge l’esistenza. Se vuoi far nascere un uomo portalo sul monte definitivo, sul Calvario, dove la vita è spinta contro il baratro della fine. Se vuoi far nascere un uomo spera che riconosca luce anche lì. Come ha fatto Lui. Partorendo a nuova maternità dal lutto di una crocifissione, trasfigurando la fine in un nuovo inizio, aprendo le gambe alla notte, spingendo oltre il sepolcro. Risorgere, che è poi trasfigurare finalmente ogni cosa. Perfino la morte.

Se vuoi far nascere un uomo scegli un monte, scegli la luce e ricordando Genesi ricorda loro che è il sesto giorno.

Tenetevi la dolcezza Prima Domenica Quaresima anno B

Crocetta 19.02.21

Dal Vangelo secondo Marco

In quel tempo, lo Spirito sospinse Gesù nel deserto e nel deserto rimase quaranta giorni, tentato da Satana. Stava con le bestie selvatiche e gli angeli lo servivano.
Dopo che Giovanni fu arrestato, Gesù andò nella Galilea, proclamando il vangelo di Dio, e diceva: «Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete nel Vangelo».

Tenetevi la dolcezza

(Marco 1,12-15)

Prima domenica di Quaresima anno B 2021

Poi finalmente chiameremo con il Suo divino nome la causa dei nostri deserti. Senza inganni. Sarà un giorno coraggioso, smetteremo gli abiti degli illusi: questa vita è un deserto e nel deserto ci ha spinti lo Spirito della vita.

Muti finalmente i professionisti della tenerezza, i taumaturghi della dolcezza, gli imbonitori di una fede senza storia. Apriremo gli occhi e scopriremo un deserto che non ha mai fine. Un deserto duro, come la vita, senza sconti. Deserto come la malattia, la pandemia, la morte, il sangue, l’abbandono. Ognuno conosce il suo deserto.

E noi dentro, a camminare, spesso senza sicura direzione. Fino a che morte non ci separi. Deserto all’inizio, quello dei quaranta giorni prima della prima predicazione, deserto alla fine, quello dell’approdo in croce. Deserto oltre la fine, che il sepolcro è luogo deserto per eccellenza.

Senza scampo è la vita. Senza pietà ci arpioneranno gli sguardi dei sofferenti e finalmente smetteremo di addomesticarlo il dolore. Di volerlo lenire. Perché? Nel deserto la vita è serpe e morde ed è velenosa. Nel deserto, fino a che morte non ci separi. Gli occhi di chi soffre e i nostri credenti silenzi saranno l’abbozzo più vicino alla descrizione di quello scandalo chiamato Dio. E la morte sarà l’antidoto e non la condanna. Non sarebbe questo il vero miracolo?

Intanto i deserti rimarranno tali. Nonostante le nostre litaniche preghiere, finalmente spazzate vie per pietà e per decenza, piagnucolii di uomini viziati. Nessun Dio a trasformare la realtà, si nasce, si soffre e si muore, questo il deserto, nessuno a dare risposte, nessuno più a dire “vedrai che passerà”. Qui, no. Non passa il deserto, non passa il dolore, passiamo noi se mai, gente da Esodo. Fino a che morte finalmente non ci separi.

I deserti rimarranno tali, dolore dopo dolore, morte dopo morte, fame dopo fame, nessuna illusione più, il paradiso non è terrestre. Feroce salirà in noi l’ingordigia di consolazioni effimere che ci scopriranno, alla fine, sempre in volo, come corvi a volteggiare sopra carcasse di illusioni andate.

I deserti rimarranno tali, cambieremo noi, le nostre preghiere, sempre più consapevoli, che oltre il vuoto c’è un altro vuoto e un altro vuoto ancora fino all’ultimo respiro. Pregheremo di non morire aggrappati a un cumulo di sabbia scambiato per gioia. Pregheremo di attraversarle le oasi, pozze di vita e non sorgenti. Pregheremo di avere la forza di lasciarci alle spalle ciò che eterno non è. Passo dopo passo saremo sempre più millimetrici. E spietati. Non ci illuderemo più. Ci difenderemo da ogni visione dolciastra dell’esistenza. Che la morte inizi a separarci da ciò che eterno non è, comprese certe sacrali idee di chiesa.

Fino all’ultimo respiro, impareremo finalmente che pregare è imparare a morire. Ai bambini non insegneremo più a recitare, ci vedranno morire, rimarrà la nostalgia delle nostre bibliche narrazioni, se avremo trovato il coraggio di raccontare. Storie che parlavano di noi, storie buone per la sera, attorno al fuoco, vicino alla tenda, prima dell’ennesimo cammino. Storie per cuori senza censura.

I deserti rimarranno tali, dalla tentazione al Calvario, lo stesso silenzio, non cambierà nulla e graffierà la tragica sensazione di illusione e di abbandono, e poi il dubbio, vero pane quotidiano, come sabbia rovente negli occhi, di essere stati oggetto di tradimento, quaranta i giorni, quaranta gli anni e quaranta sembreranno anche i denari di Giuda.

L’amore? Non lo crederemo più definitivo, finalmente. Non qui. Solo sacramento di ciò che sarà, baci scagliati, frantumi di gioia, sogni di pienezza. Sassi lanciati nel buio. Ameremo per non morire. Baceremo e ci avvinghieremo tra noi come naufraghi, senza gentilezza, solo con la ferocia di chi ha paura di morire. Ameremo per paura e non avremo vergogna di ammetterlo. Fino a che morte non ci separi, solo lì scopriremo la vera tenuta dell’amore. Solo lì, a morte compiuta, potremo scoprire se è stato sacramento d’eterno il nostro “sì”. A questo serve il deserto, non facciamoci illusioni, a suscitare una fede a caro prezzo. Una fede che ha come prezzo la vita intera.

Guarderemo il cielo, quello sì, e confuso tra le stelle ci sembrerà di vedere il profilo degli amati scivolati fuori, come manna ritornata al padre, e noi a sperare che almeno Lui sappia chinarsi e fare memoria e raccogliere senza sprecare. Fino a che morte non ci separi dal deserto per unirci a chi ci manca come l’aria.

E nessuno provi ad addolcire il vuoto, per favore basta. Nel deserto le illusioni sono pericolose come miraggi, se siamo qui è solo per scarnificare il volto di Dio. Per lottare con lui, per gridare e disubbidire, per non addomesticare il dramma di non capire, per fare la guerra, per lottare, per il dolore di un travaglio: questa è la vita, smettiamo di fingere. Esodo. Fino a che morte non ci separi da questo dolore, fino a che morte non ci partorisca finalmente vivi.

Nel deserto si frantumerà senza far rumore ogni predicazione seduttiva e furba. Ogni verbo non provato dal dolore. Non ci sarà nessun accanimento basterà un vento leggermente più forte a spazzare lontano chi voleva insegnare a vivere senza aver mai pianto, senza aver fatto i conti con la bestia immonda che ha tana in ogni ombra d’uomo. Tentazione è credere di essere buoni.

Satana a tentare, e solo noi a poter distinguere il Dio selvatico e le parole bestiali profumate d’incenso. Solo noi a non aver fretta, di deserto in deserto, fino a che morte ci separerà dalla nostra illusione di poter riconoscere senza errore chi è bestia e chi angelo. Non possiamo, non qui, non ora, per adesso solo misericordia, e pazienza, frumento e zizzania, nel deserto la vera tentazione è quella della chiarezza. Bisogna camminare e avere pazienza. Nel deserto, fino a che morte non ci separi, saremo selvatici e bestiali anche nel servizio dell’uomo. Ambiguo come il deserto è ogni cuore. Riconoscere l’ombra e chiedere misericordia è l’unico anticipo di paradiso.

Nel deserto, intanto, Cristo avrà imparato a starci accanto, non ci trascinerà in purezze diaboliche o in ipocrite finzioni. Ci amerà con alleanza di esodico padre, ci amerà non perché siamo amabili ma per non tradire se stesso, e parlerà di tempo compiuto, di tempo buono, questo, quello dei nostri deserti, convertire finalmente la nostra idolatrica idea di Dio. Tempo buono questo per iniziare a smettere di trasformare l’uomo in idolo.

Tempo buono per dire che il Padre è vicino e che buona notizia è che un giorno finalmente la morte arriverà a separare il nostro pensiero infantile dalle distorte immagini di Dio, moriranno finalmente, grazie alla prova del deserto.

Finché morte non ci separi dall’illusione e dai miraggi noi cammineremo, di deserto in deserto, e fede sarà chiedere di morire, per non essere più separati da Lui. E fede sarà chiedere, nel deserto del Calvario, di non voler scendere miracolosamente dalla croce, maturi finalmente per la morte. Per non vivere più separati dall’Eterno.

Dio lebbroso Sesta domenica Tempo Ordinario anno B (Marco 1,40-45)

Santuario Madonna del Monte febbraio 2021

Dal Vangelo secondo Marco

In quel tempo, venne da Gesù un lebbroso, che lo supplicava in ginocchio e gli diceva: «Se vuoi, puoi purificarmi!». Ne ebbe compassione, tese la mano, lo toccò e gli disse: «Lo voglio, sii purificato!». E subito la lebbra scomparve da lui ed egli fu purificato.
E, ammonendolo severamente, lo cacciò via subito e gli disse: «Guarda di non dire niente a nessuno; va’, invece, a mostrarti al sacerdote e offri per la tua purificazione quello che Mosè ha prescritto, come testimonianza per loro».
Ma quello si allontanò e si mise a proclamare e a divulgare il fatto, tanto che Gesù non poteva più entrare pubblicamente in una città, ma rimaneva fuori, in luoghi deserti; e venivano a lui da ogni parte.

Dio lebbroso

(Marco 1,40-45)

Sesta domenica del Tempo Ordinario anno B 2021

Come frana da un monte, come cumulo di macerie, relitto, dissoluzione della compagnia degli uomini, come fango, sassi, e rami a esondare il peso di una malattia che mangia la carne e l’anima. Coma a vomitare la condanna della solitudine. Quello che resta di un uomo è schianto ai piedi di Gesù, carcassa piagata e piegata dal rifiuto, discarica, grumo di dolore inginocchiato, poco importa se per cedimento o limpida preghiera. Lui è lì, apparente frattura di ogni divina immagine e somiglianza.

La supplica è flebile ma decisa, arriva da sotto le lamiere contorte di sentimenti e sogni calpestati, è solo un lebbroso tra i tanti, è in ginocchio e il suo essere venuto al mondo ormai gli sembra solo un incidente, uno scherzo tragico del destino.

Se vuoi puoi purificarmi” questo dice, e se non fosse un relitto d’uomo a parlare bisognerebbe correggerlo, che c’è lebbra da togliere prima di tutto dalle sue parole, che forse non si ricorda che le cose buone della vita non obbediscono alle regole del “volere” e del “potere”?

Se vuoi”, lebbroso è pensare che basti il “volere” a guarire la vita. Lebbroso il nostro cuore proprio quando si illude che la vita possa essere esattamente come la vogliamo. Basta volerlo, diciamo, e non c’è illusione peggiore.

Basta che Dio voglia” pensiamo, e non c’è blasfemia peggiore. Perché se la vita poi non si piega ai nostri desideri cosa diciamo, che Dio non voleva? O che non abbiamo voluto noi il miracolo, pregando magari troppo poco? Non vi rispondo nemmeno, ditelo voi alle madri che perdono i figli, ditelo voi a chi sta morendo abbracciato all’amore della sua vita, ditelo voi. Conosco un uomo e una donna che stanno abitando un lungo doloroso addio, lo stanno facendo in queste ore, sono giovani e innamorati, ditelo voi a loro che Dio non vuole guarire, perché io non ci riesco. Non riesco a pensare a un Dio così. Non lo riconosco.

Mi trovo invece a pensare che non sia il “volere” lo spazio divino e umano da abitare ma “l’accadere”. L’accadere misterioso degli eventi, lo stupore con cui si vede tutto scorrere, e quell’angoscia anche, di quando proprio non puoi salvare tuo padre che sta morendo, l’amore che sta svanendo, la gioia che sta abbandonando, tuo figlio che sta partendo. Se il nostro fosse un Dio presente e silenzioso al muto accadere degli eventi? Se fosse il suo sorriso ed il suo pianto non tanto a volere ma ad accadere insieme a noi?

Puoi”. Se non fosse lebbroso e schiacciato dagli eventi, se non fosse l’accumulo di una vita esclusa e violentata bisognerebbe dirgli che lebbroso è credere nel “volere” che diventa anche “potere”. Ma non ricordi amico mio che non potevi niente davanti alle lacrime, che non potevi pretendere che lei ti amasse, che non era in tuo potere nemmeno far crescere un fiore, che il sole non ti obbediva, e nemmeno la pioggia, nemmeno i desideri del tuo cuore potevi ammansire? Nulla di ciò che è vitale risponde agli ordini della nostra miseria. Nulla di ciò che è vitale è in nostro potere! Perché dovrebbe esserlo Dio? Perché mortificarlo così?

Ma cosa vuoi rispondere? Correggere un uomo morto? A cosa servirebbe? Spiegare non è forse l’illusione potente di un volere intellettuale? E poi c’è un cuore che si muove, quello è il vero miracolo, si chiama compassione e nemmeno Dio riesce a resistere. Quello è il vero miracolo, che ti viene da piangere e poi accarezzare. Che senti la tua vita legata all’altrui dolore. Che annulli le distanze, che prendi su di te il pianto. Quello il vero miracolo. Che Dio si lasci contaminare dal dramma di un cadavere d’uomo che non sa bene nemmeno cosa dire, ma che desidera almeno di non morire solo e risentito.

“Compassione” è l’unica risposta, e se subito andiamo a misurare la lebbra svanita e la guarigione forse è solo perché ancora non comprendiamo il grande e miracoloso accadere del cuore che si commuove. Ma quanti miracoli stiamo ignorando annebbiati dal mito della guarigione? Perché ancora non riusciamo a soffrire se il nostro cuore rimane rigido e impassibile? Perché non ci convertiamo all’unico onnipotente potere, che è quello di accarezzarla la vita, e accarezzare perfino la morte? E poi prendere per mano, lasciarsi amare e camminare insieme dentro l’accadere di questa vita che tra gioia e dolore non fa che balbettare il cuore del Compassionevole, Lui eterno spazio dove fioriscono fin d’ora a eternità le lacrime e i baci e tutte le nostre preghiere.

Poi Gesù fallisce, altro che “potere” e “volere”, nemmeno il silenzio del lebbroso è riuscito ad ottenere. E nemmeno la conversione del sacerdote. Cristo non ottiene ciò che chiede. Il lebbroso guarito non riesce a raccontare al sacerdote che il volto di Dio è compassionevole, che il tocco di Dio è il vero miracolo, che il Signore si fa carico di noi. Non riesce il miracolo a Gesù. Sarebbe stato così bello, per una volta, uscire dalle logiche di contrapposizione. Ma senza compassione non è possibile. Senza compassione rimane solo la paura e la riduzione di ciò che non si capisce a minaccia, eresia, scoria da allontanare. Senza compassione è il volto divino mostrato da Cristo a diventare lebbroso. E così avviene, Gesù è spinto un’altra volta nel deserto.

Non resta che ricominciare. Ad abitare il deserto come ai tempi di Esodo. Per ridisegnare da capo il volto del Padre. Con pedagogica pazienza, con cuore morbido di padre, con misericordia infinita, lasciando agli uomini tristi e religiosi sia il “volere” che il “potere”.

Venivano a lui da ogni parte”, non resta che ripartire, c’è una Pasqua da imparare, un cuore libero da educare, sempre da capo, sempre dall’inizio, sempre di nuovo. Fino a quando capiremo, un giorno, che l’unico divino miracolo è un cuore che si commuove.  

USCITO Quinta domenica del tempo ordinario (Marco 1,29-39)

Deserto Gerusalemme pellegrinaggio 2020

Dal Vangelo secondo Marco

In quel tempo, Gesù, uscito dalla sinagoga, subito andò nella casa di Simone e Andrea, in compagnia di Giacomo e Giovanni. La suocera di Simone era a letto con la febbre e subito gli parlarono di lei. Egli si avvicinò e la fece alzare prendendola per mano; la febbre la lasciò ed ella li serviva.
Venuta la sera, dopo il tramonto del sole, gli portavano tutti i malati e gli indemoniati. Tutta la città era riunita davanti alla porta. Guarì molti che erano affetti da varie malattie e scacciò molti demòni; ma non permetteva ai demòni di parlare, perché lo conoscevano.
Al mattino presto si alzò quando ancora era buio e, uscito, si ritirò in un luogo deserto, e là pregava. Ma Simone e quelli che erano con lui si misero sulle sue tracce. Lo trovarono e gli dissero: «Tutti ti cercano!». Egli disse loro: «Andiamocene altrove, nei villaggi vicini, perché io predichi anche là; per questo infatti sono venuto!».
E andò per tutta la Galilea, predicando nelle loro sinagoghe e scacciando i demòni.

Uscito

(Marco 1,29-39)

Quinta domenica del Tempo Ordinario anno B 2021

Mentre nella sinagoga di Cafarnao lo spirito impuro lascia finalmente in pace un corpo d’uomo provato da precoce verità anche Gesù è come costretto a uscire allo scoperto, anche in lui avviene un cambiamento. Perché così è la vita, e Cristo lo insegna bene, così è anche Dio. Compromissione con la storia significa accettare di lasciarsi cambiare dagli eventi. Nessuna azione, nessuna decisione, nessuna relazione, nemmeno nessun miracolo ci lascia indenni, ogni cosa ci mette alla prova e ci cambia, nel bene e nel male.

E così, nello stupore soffocato di una sinagoga capace di riconoscere solo un’incompresa autorità, Cristo, accetta l’espulsione al mondo, come un battesimo feriale, l’immersione nelle nostre povere febbri quotidiane. Come ad accettare di misurarsi con la banalità dell’essere umano. Siamo noi, siamo spesso colpiti da lieve malessere. Siamo roba da poco, stiamo a letto, unica diagnosi è che ci pare che ogni giorno sia uguale all’altro e che noi, a dirla tutta, non serviamo a nulla. Paura di essere esseri inutili. Un lieve malessere, niente di grave, nemmeno capaci di arrivare a diagnosi depressive, solo ci sembra che il mondo vada avanti benissimo anche senza di noi, ecco. Il lieve malessere di non essere indispensabili. Quel giorno la Sua autorità accettava di fare i conti con la banalità. Ecco perché non possiamo più sentirlo lontano.

Siamo poca cosa ma Lui no, questo è già miracoloso, puoi essere al Tempio o nella casa di un amico ma lui, comunque, è sempre la liturgia cosmica della resurrezione, lui è il Creatore che danza in punta di piedi nell’Eden, lui è vita che si avvicina, perché non c’è nessuna risposta alla noia di vivere, non c’è nessuna risposta a niente se non nella prossimità. Noi siamo banali ma lui no, lui è regale, tende la mano come a farebbe un padre con la figlia, come l’amante con l’amata, come il Creatore con Adamo. Noi siamo banali, lui no, lui non si limita a guarirci, lui ci resuscita e poco importa se la nostra è una morte feriale, cosa povera, di cuori semplici, lui resuscita, l’Amore non è mai banale.

Concedersi alla mediocrità del mondo non vuol dire sminuire l’Amore, questo dovremmo finalmente capire, abbandonare gli spazi sacri non significa desacralizzare la fede, sacro è il nostro atteggiamento con il reale, con tutte le sfumature del mondo: dalla morte di Lazzaro alla febbre della suocera di Pietro. Uscire dalla Sinagoga non significa decidere di occuparsi di cose di poco conto ma, al contrario, poetizzare tutto e dire che anche il guarire dalla febbre è una piccola resurrezione. Usare, come l’evangelista, lo stesso verbo per risorgere e per risollevare quella donna stesa nel suo letto.

Andare nelle periferie non significa sminuire il Vangelo ma, al contrario, meravigliarsi di come le grandi parole della fede siano all’opera anche lì, perché nulla, davvero nulla è banale, se non sono banali gli occhi di chi guarda.

Avete mai incrociato occhi che non vi fanno sentire inadeguati? Che vi trattano con cura e grazia, con gesti e parole che vi fanno scendere un brivido lungo la schiena? Vi siete mai commossi nello stupore di perdervi in occhi che vi accudiscono e che vi adorano? Occhi che vedono in voi quello che nemmeno voi riconoscete? Quella sera a Cafarnao dalla sinagoga è stato partorito uno sguardo così, e infatti nessuno più poteva farne a meno. Che se trovi occhi così non ti nascondi più, non hai vergogna di essere malato, di essere spezzato dentro, di sentire che c’è male in quello che fai perché occhi così ti resuscitano. Non c’è più vergogna a mostrare le proprie nudità a occhi in venerazione della nostra vulnerabilità. C’è tutto qui capite? Chi di noi non correrebbe alle porte delle nostre comunità cristiane se sapesse di trovarci occhi compassionevoli? Chi di noi avrebbe ancora paura? Chi di noi si nasconderebbe? Servono occhi capaci di risorgere il nostro bisogno di essere accuditi e amati. Non sentite anche voi che non serve nient’altro?

Quella notte Cafarnao si addormentò leggera, come se si sentisse custodita da uno sguardo lieve e buono, come se l’autorità si sposasse con la dolcezza, come se Dio avesse finalmente occhi buoni.

E così l’unico a svegliarsi presto fu Gesù, perché aveva un solo desiderio: immergersi nello stesso sguardo. Cosa è pregare se non perdersi nello sguardo compassionevole del Padre? Nel silenzioso deserto della prova per liberarsi da tutte le false immagini di Dio. Nel deserto della notte, perché l’unica luce sia quella dei suoi occhi buoni su di noi. Cosa possiamo raccontare se non la luce di quegli occhi?

Poi sono i discepoli che cercano Gesù ma Gesù, dopo essere uscito dalla sinagoga esce anche da Cafarnao, non devono cercare lui, devono cercare lo sguardo del Padre. Lo troveranno nella sinagoga se qualcuno saprà mostrare i suoi occhi attraverso le parole della Scrittura, lo troveranno nel deserto se avranno la sapienza di smontare l’idea idolatrica di Lui, lo troveranno in ogni villaggio, se avranno la pazienza di seguire l’itinerario di Cristo, lo troveranno nel pane e nel vino e perfino sul Calvario, se avranno occhi liberi. Fin oltre il sepolcro se avranno imparato occhi coraggiosi. Sarà solo questione di sguardo.   E’ sempre e solo questione di risorgere lo sguardo.