Sacro il vostro desiderare seconda domenica tempo ordinario B

Alba a Crocetta, gennaio 2021

Dal Vangelo secondo Giovanni

In quel tempo Giovanni stava con due dei suoi discepoli e, fissando lo sguardo su Gesù che passava, disse: «Ecco l’agnello di Dio!». E i suoi due discepoli, sentendolo parlare così, seguirono Gesù.
Gesù allora si voltò e, osservando che essi lo seguivano, disse loro: «Che cosa cercate?». Gli risposero: «Rabbì – che, tradotto, significa maestro –, dove dimori?». Disse loro: «Venite e vedrete». Andarono dunque e videro dove egli dimorava e quel giorno rimasero con lui; erano circa le quattro del pomeriggio.
Uno dei due che avevano udito le parole di Giovanni e lo avevano seguito, era Andrea, fratello di Simon Pietro. Egli incontrò per primo suo fratello Simone e gli disse: «Abbiamo trovato il Messia» – che si traduce Cristo – e lo condusse da Gesù. Fissando lo sguardo su di lui, Gesù disse: «Tu sei Simone, il figlio di Giovanni; sarai chiamato Cefa» – che significa Pietro.

Sacro il vostro desiderare

(Giovanni 1,35-42)

Seconda domenica del Tempo Ordinario anno B 2021

Quel giorno ho imparato la vera grandezza di chi si sa fermare. Che è giusto camminare solo se alla fine si è capaci di attraccare, un passo prima, un “non ancora”, l’attimo giusto, in tempo per lasciar andare.

Quel giorno ho visto Giovanni fermo, immobile, un fiore, e noi a raccogliere ciò che restava: uno sguardo, una voce, il polline di una vita liberata. Adesso stava a noi diventare ciò che nemmeno lui osava immaginare.

Quel giorno avrei dovuto capire che non un grande sogno rende nobile la vita ma la folle libertà di vederlo passare, come una vela su un mare, come l’Uomo sul filo dell’orizzonte, e poi non volerlo afferrare. Ma non per la paura di farsi male, o di non saperlo abitare, solo per non volerlo bloccare.

Quel giorno Giovanni mi ha insegnato a vivere di vento: bisogna lasciarsi andare.

Quel giorno ho imparato che siamo tutti uomini chiamati ad arrivare a un passo dalla Terra Promessa, a un passo dal Tutto, a un soffio dall’Amato, a un “quasi”, come davanti a un velo. Non qui, non adesso, non Tutto. Possiamo solo fermarci ed aspettare. Che venga Lui a prenderci, che sia Lui a chiederci di danzare, nessuna falce se non di luna, solo un invito, una mano, la possibilità di attraversare.

Quel giorno ho imparato che se Giovanni si fosse alzato io non avrei creduto, mi avrebbe invaso, io non sarei mai nato.

Quel giorno ho imparato che anche io mi dovrò fermare, che solo lo sguardo si può lasciar andare, che posso solo trasformare il mio fiato in voce, che il destino del profeta è diventare polline di un fiore che mai sarà ciò che io sono stato.

Quel giorno ho imparato che a fermarsi ci si allena, morendo dentro, un pezzo alla volta, combattendo la pretesa di essere ricordato, trattenendo degli amori solo l’invisibile traccia di una carezza e di un bacio. Quel giorno la morte mi ha partorito e giuro, alle spalle l’ho sentito, un passo dolce, soffice e delicato, la morte mi sorriso e, con suo permesso, sono nato.

E poi sarebbe anche bastato, avreste dovuto vedere come Lui si è voltato.

Un gesto, uno solo, lui si ferma, e poi ci guarda.

Giuro, sarebbe anche bastato, inceppata la mia vita di rincorsa, vedere le mie prede sparire all’orizzonte, scoprire di essermi illuso, di essermi nascosto, come Adamo nel giardino, per paura di essere scoperto, nudo, bello nel mio pianto, indifeso come un bambino.

E poi sarebbe anche bastato, io l’avrei raccontato, che Dio ha lo sguardo timido, povero e disarmato. Che tanto lui si ferma, che ci aspetta, che di noi è preoccupato.

E poi sarebbe anche bastato se avessi già saputo, se avessi già imparato a ridere di me, del mio discepolato, se solo fossi stato già più dolce, lieve, di lievito leggero impastato.

Quel giorno non me l’aspettavo, il cuore che si svuota, un sacco rivoltato, tutte le mie domande in terra, ai nostri piedi, tutti i miei pensieri, le mie teorie, i libri che ho studiato, tutto in terra sul sentiero rivoltato. Ciò che mi chiedeva io non lo sapevo, per quello son restato.

Che cosa cercavo? Che cosa amavo?

Niente in me ritrovavo che non fosse scontato, roba d’altri, qualche sogno riciclato. Niente di mio. Non mi ritrovavo, per quello son restato. Io e il mio cuore rivoltato.

Dove abiti? Perché non ti ho mai visto prima? Dove sei stato amore mio fino ad oggi? Come ho potuto vivere fino a qui? Dove abiti? Perché non sei arrivato prima? Non lasciarmi adesso, non saprei dove andare. Non lasciarmi ti prego, regalami il tuo sguardo, la tua voce, insegnami tu l’arte di restare immobili, di inchiodarsi nel vento, di polline la vita ingravidare.

Venite, non ho risposte. Venite portate le domande, saranno anche le mie, venite, il cuore libero e la voglia di rischiare, vi chiedo solo di esser pronti a saper sbagliare. Venite, per favore, non posso fare altro, non posso spiegare, non posso convincere, nemmeno illustrare. Non ci sono mappe con me, nemmeno concetti, venite se volete, sarete voi, il vostro corpo, sarete voi, la vostra carne, sarete voi, alla fine, la resistenza bella dei sorrisi e anche il conto di tante cicatrici. Sarete voi risposta, sarete voi a dovervi voltare, dopo aver tradito, sarete voi a ricominciare. Io non posso dire altro, posso solo chiedervi di stare, di lasciarvi amare, di diventare ciò che imparerete ad amare.

Ciò che nemmeno io conosco, ciò che non si può sapere, io sono questo Corpo: raccoglieremo lacrime, ci scaglieranno pietre, carezze, baci, bestemmie. Spezzeremo pane, rideremo con la morte, toccheremo lebbra e anche pesce, accenderemo fuochi e respireremo nardo, affogheremo di paura. Inchioderanno sogni, noi metteremo silenzio nelle parole, a volte non capiranno, a volte non ci capiremo. Non posso dirvi nulla. Solo mantengo una promessa, fino alla fine, oltre la fine, io mi volterò in eterno e mai, giuro mai, smetterò la domanda su quel che cercate, sacro per me sarà per sempre il vostro desiderare.

(Detto questo, si voltò indietro e vide Gesù, in piedi; ma non sapeva che fosse Gesù. Le disse Gesù: “Donna, perché piangi? Chi cerchi?”)

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