PROFUMO DI TRAMONTO diciottesima domenica tempo ordinario anno A

Appennino da Crocetta

Dal Vangelo secondo Matteo

In quel tempo, avendo udito [della morte di Giovanni Battista], Gesù partì di là su una barca e si ritirò in un luogo deserto, in disparte.
Ma le folle, avendolo saputo, lo seguirono a piedi dalle città. Sceso dalla barca, egli vide una grande folla, sentì compassione per loro e guarì i loro malati.
Sul far della sera, gli si avvicinarono i discepoli e gli dissero: «Il luogo è deserto ed è ormai tardi; congeda la folla perché vada nei villaggi a comprarsi da mangiare». Ma Gesù disse loro: «Non occorre che vadano; voi stessi date loro da mangiare». Gli risposero: «Qui non abbiamo altro che cinque pani e due pesci!». Ed egli disse: «Portatemeli qui».
E, dopo aver ordinato alla folla di sedersi sull’erba, prese i cinque pani e i due pesci, alzò gli occhi al cielo, recitò la benedizione, spezzò i pani e li diede ai discepoli, e i discepoli alla folla.
Tutti mangiarono a sazietà, e portarono via i pezzi avanzati: dodici ceste piene. Quelli che avevano mangiato erano circa cinquemila uomini, senza contare le donne e i bambini.

Perché poi bisognerà pure arrendersi

alla vitalità

della morte,

che chiede spazio,

e crea deserti

in disparte

come marea che svuota

e lascia fondali

ad elencare i relitti dei sogni

i vascelli affondati

le antiche ingenue

dolorose

speranze.

Bisognerà pure smettere di negare

la vitalità della morte

se anche l’Uomo nel deserto

sceglie di evidenziarne il profilo,

se anche lui

piange in disparte il Profeta vittima

della noiosa ripetitività

del potere.

Bisognerà pure arrendersi

alla vitalità dei morti che camminano

portando il peso dei fallimenti,

folle di smarriti

in fuga da un vitalismo senz’anima,

folle di massacrati dalla competizione,

scartati del potere,

eppure così belli,

spaventosamente simili

a me e a te

che leggi e sorridi e fingi

di essere tra i prescelti

ma poi di notte

nel deserto

in disparte

ti chini a baciare il cuore

in cerca di colui che cura.

Bisognerà pure baciarlo sulla fronte

quel ragazzino coraggioso

che nel cuore della liturgia piange

la sua fame.

Affamati, i santi sono bambini affamati

fatevene una ragione, liberi

di dire che hanno solo fame

cosa c’è di male?

sotto il rosone,

solo fame di essere amato

nella navata del sacro

perché mi guardate sospettosi?

tra i banchi imbalsamati

il mio corpo chiede vita.

Bisognerà pur dire un giorno che miracolo vero

è la moltiplicazione della parola fame

fame

fame

è non aver timore di chiedere pane e carezze e lacrime.

Per sé.

Bisognerà pur dire

un giorno

che ai discepoli l’altrui fame fa paura,

come ai preti paura fa l’altrui fragilità

“congediamoli” dicono, con tratto di

clericale e violentissimo

falso pudore.

Sedetevi nel ventre del vostro bisogno

invece

ora che l’erba è profumata di tramonto

Prendete quel che c’è. Tanto? Poco?

Domanda priva di fantasia

Tutto grida il bambino affamato.

Portate i vostri occhi al Cielo

E voi dodici fermatevi ancora un poco

in questo deserto

in disparte,

non abbiate paura

e contate

dodici

non abbiate paura

di diventare ceste di pane avanzato.

Avanzato.

Lo scarto fa procedere.

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