A cosa ti servo ancora? Pentecoste anno A

Crocetta, sulla sentiero verso il santuario

A cosa ti servo ancora?

(Giovanni 20,19-23)

Pentecoste anno A

(Gv 20) “La sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, stette in mezzo e disse loro: «Pace a voi!». Detto questo, mostrò loro le mani e il fianco. E i discepoli gioirono al vedere il Signore.
Gesù disse loro di nuovo: «Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi». Detto questo, soffiò e disse loro: «Ricevete lo Spirito Santo. A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati».”

 

Ci sono sere

che incartano

gli inizi

in finitudini affilate.

 

Palpebre chiuse

non portano

speranza.

 

Di nuovo

solo questo tempo

catrame

che impasta

passato.

 

I battenti

chiudono

lievi

a rendere più amara

la resa.

 

Invento notturne paure,

ma non cercano me,

non sono nessuno,

ho solo bisogno di un nemico

per rendere

cenacolo la sepolcrale tana.

 

Provo a confondere il mio cuore,

prego,

ma non inciampa più

in labbra

che hanno saputo tradire.

 

Mi bracca la promessa

della Sua pace.

 

Al mio fallimento

espone le nostre ferite,

sogno di madre:

si nasce

dallo stesso taglio

di dolore e piacere.

 

Insiste,

rimane,

il fianco

le mani

rimane

maledico la mia debolezza.

 

Non volevo

vederti risorto,

così.

 

A cosa ti servo ancora?

Non voglio essere alibi al tuo fallimento.

Non testimone del tuo perdono.

Non morire della stessa tua infamia.

Non farmi tradire ancora dal silenzio

del tuo muto padre.

 

Un soffio

bacio

(Giuda!)

non credo possa bastare

 

se una lancia

di luce

non trapassa il legno

del cuore.

 

Cosa rimane di me

se ancora

mi concedo?

Cocci di vergogna,

incomprensioni,

la vita così com’era

già prima di te.

La mia inutilità,

la noia dei giorni,

ma forse,

anche,

in un mondo che non cambia:

provare ancora a credermi.

Io sono Undici Ascensione anno A

IMG_5160

foto: Crocetta. Apuane dalla collina di Mozzacoda.

Ascensione liturgia parola

Io sono Undici

(Matteo 28,16-20)

Ascensione anno A

 

“Gli undici discepoli andarono in Galilea, sul monte che Gesù aveva loro indicato” una parola alla volta, lentamente, voglio gustare fino in fondo il sapore buono di questa frase.

Suoni che evocano e custodiscono, parole che celebrano un passato e poi virano, in tonalità promettente, e si aprono, come frutto maturo, a costruire una possibile dolcezza per il presente.

Serve contemplazione per entrare in una frase così, serve tempo, diffidenza per le apparenze e famigliarità con tutto ciò che abita il profondo, il lento, il silenzioso.

“Gli undici”, perché alla fine dell’avventura umana non arriviamo mai tutti interi, perché nel cammino della vita il nostro nome si carica di qualcosa che muore, di qualcosa che tradisce, di qualcosa o di qualcuno che mancherà per sempre, di scelte che oggi interpreteremmo in modo diverso. Il Vangelo prende quell’Undici che siamo, quel corpo segnato, e lo bacia e ci riconosce degni di cura, perfino di fiducia. Undici non è una vergogna, è il nostro nome: noi siamo Undici. La mancanza non è più da nascondere, il tradimento non è errore di percorso, tutto, davvero tutto è in quel nome: Undici. E tutta la nostra storia è riconosciuta.

Penso spesso che tanto male (spesso involontario) venga dalle persone che vorrebbero metterci al riparo dai nostri errori, uomini e donne apparentemente complici della nostra serenità, gente che ci illude che noi siamo Dodici, pienezza; il Vangelo non finge, per fortuna. Il Vangelo raccoglie tutta la nostra storia, non stende un velo di oblio sui nostri errori, non nasconde il passato sotto cumuli di giustificazioni, il Vangelo ci guarda negli occhi chiamandoci col nome che ci siamo costruiti. Con il tempo. Senza vergogna e sensi di colpa. Undici.

Io sono Undici, e non è vero che Giuda non c’è più, Giuda c’è, me lo porto dentro, incarnato nel mio nome che non finge pienezze per nulla umane.

Undici è la Chiesa, in quella piazza San Pietro vuota, immagine di un Dio debole che non ferma nessuna epidemia.

Io sono Undici, io sono anche il discepolo che non tradisce, io sono sotto la croce, io sono quello che scappa, io sono il rinnegato, io sono quello che chiede il Suo cadavere, io sono Giuda, io sono il Centurione. Io sono Undici, e in quel nome tutta la storia, che dice di me, che dice di ognuno di noi.

Io sono Undici, e sono invitato alla vita, io sono relitto di navigazione eppure sono realmente chiamato, adesso, cercato da un Vangelo che non smette di seguirmi, paziente e fedele più di ogni altra cosa al mondo.

Io son Undici, non sono più il discepolo che tenta di prendere il posto alla destra del Figlio, io quel posto adesso l’ho, è mio, lo occupo, perché ho capito che a destra e a sinistra del Crocifisso ci sono farabutti veri.

Io sono Undici, adesso posso rispondere alla chiamata del Maestro, adesso inizio a capire. Ecco perché la Galilea, non per semplice ritorno agli inizi, ma per il complesso gioco della libertà, quella che permette di rileggersi con più consapevolezza.

Io sono Undici, adesso puoi chiamarmi davvero per nome Signore, io sono Undici. E non ho più nulla da dimostrare se non che mi manchi da morire.

Io sono Undici e torno sul monte che tu hai indicato, un monte di Galilea, un monte a casa mia, nel luogo che mi ha scelto come figlio. C’è sempre stato quel monte ma io non lo vedevo. Adesso che sono Undici però lo riconosco, si chiama trasfigurazione, beatitudine e calvario. Da oggi anche Ascensione.

Quel monte è tutti i monti che abbiamo salito insieme, e finalmente capisco i tre anni con te, e finalmente comprendo le differenti manifestazioni del divino e la tua decisa sicurezza nel farci scendere da ogni monte, nessuna altura sacra poteva essere definitiva. Bisognava salirli tutti e arrivare fin qui.

Io sono Undici, solo ora comprendo che ogni brandello di terra è un monte che parla di te, che in ogni frammento di storia posso sentire che sei al mio fianco e spero di imparare, prima di morire, a vedere la luce nell’ombra, resurrezione nella croce, beatitudine nella povertà. Vita nella morte.

Io sono Undici e non ho vergogna a dirti che ti vedo mentre mi prostro davanti ad ogni essere che vive di Te, e non ho vergogna a dire che ti dubito. Come per ogni amore non consegnato a banalità. Da Undici posso, trovo il coraggio, non ho nulla da perdere, tu mi hai chiamato finalmente con un nome che riconosco. Che non deve essere difeso, che può solo essere mostrato.

Andate e fate discepoli (…) battezzandoli”, se fossi stato ancora nell’illusione del Dodici avrei fatto il maestro invece vado a fare il discepolo tra i discepoli, e lo faccio con leggerezza, e non ho paura di deludere perché già ho deluso e ancora deluderò, nemmeno di tradire perché sono un Giuda, nemmeno di sbagliare perché sto ancora sbagliando. Io sono Undici, e sono amato, non credo ci sia niente di più vicino alla fede. Io sono Undici, non salverò il mondo, io sono Undici, il mondo mi battezza ad ogni istante, credo che unico peccato sia restare asciutti, non avere il coraggio di intraprendere l’immersione del viaggio.

Io sono Undici. Ma è proprio quella crepa aperta nel mio nome, quello spazio di non pienezza, quella distanza con il Dodici, ciò che mi salva. Io sono Undici e quindi non posso far altro che vedere e prostrarmi e dubitare. Ma è tutto, tutto quello che sono chiamato a fare. Non devo spigare Dio, convincere nessuno, guadagnarmi il paradiso. Devo vedere, prostrarmi e dubitare. Basta. Il resto lo fai Tu. “Gesù si avvicinò”.

Ascensione A 2020

Con dolcezza e rispetto, sesta domenica di Pasqua anno A

orto

foto: Particolare dal mio orto

liturgia sesta pasqua anno a

 

Con dolcezza e con rispetto

(1 Pietro 3,15-18; Giovanni 14,15-21)

VI Pasqua anno A

 

Io non lo so se qualcuno mi chiederà ancora ragione della speranza ormeggiata nel mio cuore. Io non lo so, Pietro, se i miei occhi hanno conservato quella luce primaverile e ingenua di chi è stato innamorato del Sogno. Io non lo so, non lo so davvero, se sarò chiamato a rispondere a chi “domanda ragione” della speranza che danza tra le mie parole. Ma, come dici nella tua lettera, se dovesse succedere, ti prometto, che lo farò con “dolcezza e rispetto”, renderò ragione di me senza toni aspri e violenti. Anzi sai cosa ti dico Pietro? Che se anche dovessi dare ragione dell’angoscia che a volte mi prende a sera, perché arriva, non mi vergogno e non mi fa dormire. O se dovessi rispondere a chi chiede ragione della mia mancanza di fede o del mio dolore che sembra troppo sfacciato per un uomo di chiesa, se dovessi dare ragione degli errori e del male che ho commesso, e questa mi sembra più plausibile come richiesta, io proverò a farlo con dolcezza e rispetto.

In tempi violenti e codardi, in tempi di violenza pescata abbondantemente da reti che non sono più quelle del pescatore, avere fede è imparare a essere dolci e rispettosi verso le scelte che non condividiamo. No, non ti sto dicendo che giustificherò tutto, che tutto va bene, adoro il confronto, adoro cambiare idea, non sopporto nessuna posizione per partito preso, soprattutto quelle che mi danno ragione… ti sto dicendo che mi interrogherò di più, che voglio permettermi ancora di non condividere posizioni anche di chi amo e pure di contestare, se serve, ma mi piacerebbe farlo, da adesso in poi, sempre con dolcezza e rispetto. Hai ragione Pietro, da questo ci riconosceranno.

Che è poi l’impasto dell’amore, quello che Lui ci ha raccontato, ricordi? “Se mi amate osserverete i miei comandamenti”. Ce lo chiese con dolcezza, quasi vergognandosene, perché sapeva bene che l’amore è tutto ma non è immediatamente dolce. L’amore è aspro ed espone alla nostalgia, l’amore scava voragini di mancanza, l’amore espone e spoglia, l’amore complica la vita, l’amore rende sospettosi e gelosi. L’amore non può mai andare oltre a una promessa, l’amore chiede spazio. Comandamento ultimo, che l’amore prenda casa in noi e ci porti dove vuole lui. Ce lo chiese, ma con dolcezza e rispetto. Perché sapeva bene che l’amore rischia di scadere in pretesa, perché sapeva bene che noi avremmo avuto paura, saremmo scappati, lo avremmo tradito e poi avremmo messo in piedi queste comunità che sembrano solo una caricatura del suo sogno. Sorridi anche tu Pietro, sei d’accordo con me. Se lui non avesse avuto dolcezza e rispetto ci sarebbe da vergognarsi di quello che stiamo facendo con il suo vangelo. Se noi non usassimo dolcezza nel commentare certe prese di posizione, se non fossimo rispettosi e anche un po’ironici ci sarebbe davvero da abbandonarla questa povera chiesa. Ma siamo noi. E se siamo vivi e se siamo qui non è perché abbiamo avuto speranza da vendere ma perché Lui ci ha guardato. Sì, lo dico ancora, con dolcezza e rispetto.

Io non so se il mio volto è esattamente quello di un uomo di speranza, forse non ce la faccio più a tornare a riprendere quella gioia epidermica e immediata, quella senza ombre. O forse, Pietro, amico e fratello, io quella speranza non l’ho mai avuta. Ma quasi sempre con dolcezza e rispetto una cosa l’ho fatta, secondo quello che ci diceva lui: ho cercato la verità. Ho respirato lo Spirito della verità. Non è stato facile, ci è voluto del tempo, dovevo imparare a fermarmi. E ad ascoltare il respiro. Sai cosa è per me lo Spirito della Verità? È il profumo del mondo. Il profumo di certe mattine, dell’erba appena tagliata, l’odore malinconico della polvere, l’odore selvatico del cane quando torna dal bosco, l’odore della terra quando la smuovi, l’odore delle radici e anche delle pietre, l’odore degli uomini. L’odore della vecchiaia. Il profumo acerbo dei bambini. Bisogna fermarsi e respirare, e mai come in questo periodo ho compreso quanto il respiro sia una delle poche cose vere che ci sono concesse. Amo il respiro, forse perché è invisibile. E quindi la verità è invisibile, la puoi solo respirare. Un respiro di Mistero. Da lasciare scendere dentro, con dolcezza e rispetto.

Dentro, perché io non so se c’è una speranza che si vede sul volto, non sarò mai un trascinatore che mette di buon umore, non uno di quei volti luminosi che pacificano e non fanno mai paura. Io con dolcezza però vorrei continuare a scendere dentro, come diceva lui “egli rimane presso di voi e sarà in voi”. Il Divino è vicino e dentro di me. Mi spiace che ormai da tempo ci sia tanto sospetto rispetto alle rotte dell’intimità, non so perché subito si pensa che “intimo” significhi “soggettivo”, non so perché ci hanno insegnato che la Verità stia solo fuori, che esista solo se custodita da una tradizione, da una liturgia, da una dottrina. Io non lo so ma vorrei ricordare che Lui ci disse di cercare dentro, di immergerci nella parte più unica e misteriosa di ognuno di noi. E con dolcezza e rispetto mi pare di poter dire che è quella la chiesa che dobbiamo riaprire, dove non è richiesta nessuna distanza di sicurezza, dove le maschere si tolgono, dove ci si contamina e l’unica prossimità possibile è tra due cuori che si trovano, a porte chiuse. Per sempre. In uno spazio inaccessibile ad altri. Io anche domani celebrerò nella cattedrale del bosco, respirando la sua prossimità con dolcezza e rispetto. E Lui mi troverà, ne sono sicuro.

Io non so se sarò mai un portatore evidente di speranza ma con rispetto e dolcezza ma di lui mi ricordo quella frase “non vi lascerò orfani”, ti dico, con tutta la dolcezza che posso, che un giorno gli chiederò ragione di questa affermazione. Adesso più che mai.

Io sono nel Padre mio e voi in me io in voi”. Ci vuole dolcezza e rispetto lo senti Pietro? Perché qui è questione di confini. Di confini da riconoscere prima di essere oltrepassati. E con dolcezza bisogna continuare a spogliarsi di tutto quello che ci copre. E continuare a farlo e sarà un lavoro senza fine. E con rispetto attendere, aspettare che l’altro si conceda, che l’altro si decida. E poi entrare. E perdersi e trovarsi. Io non so se posso parlare di speranza ma posso dire con sicurezza che i grandi passaggi della vita sono quelli in cui ci si perde e ci si ritrova grazie a un incontro. E forse questo mi basta.

Mi piacerebbe solo che chi ha un’altra idea di Dio, di vita e di Chiesa me la regalasse, ma con dolcezza e rispetto, senza gridare, senza pretesa, senza rancore. Non riesco più a sostenere la violenza. Un abbraccio Pietro. Dolce.

VI Pasqua A 2020

Articolo di Laura Badaracchi apparso su “Avvenire” di domenica 10 maggio 2020

thumbnail (11)

Articolo di Laura Badaracchi apparso su “Avvenire” di domenica 10 maggio 2020

Avvenire_20200510_A14

Il prete bergamasco «eremita»: nella pandemia vediamo il Crocifisso

La testimonianza di don Alessandro Dehò, che ha scelto di dedicarsi alla preghiera in un borgo della Lunigiana

Dallo scorso settembre vive a Mulazzo, nella Lunigiana, ma è originario di Romano di Lombardia, in provincia di Bergamo. E a casa è tornato qualche settimana fa per dare l’ultimo saluto al padre, morto di coronavirus come anche due zie. «Papà era molto orgoglioso della mia scelta», ricorda commosso don Alessandro Dehò, 45 anni da compiere il 31 maggio, prete dal 2006, che dopo un lungo discernimento con un padre gesuita e felici esperienze parrocchiali (prima a ScanzoRosciate, fino al 2013; l’ultima ad Arcene, nella Bergamasca), ha deciso di vivere in un paesino abitato da altre cinque persone, di dedicarsi alla preghiera e al silenzio sì, ma anche all’ascolto attento di chi incontra e di chi lo va a trovare. Leggendo, scrivendo, scavando in profondità e tagliando la legna, zappando l’orto, cuocendo il pane. Con la benedizione dei rispettivi vescovi: quello della diocesi di appartenenza e di quella che lo accoglie, Massa Carrara-Pontremoli.

«Sono cresciuto in parrocchia, impegnato nell’oratorio e nel commercio equo e solidale. Da bambino i miei mi portavano alla Messa celebrata da padre David Maria Turoldo», racconta. Affascinato da don Tonino Bello e don Lorenzo Milani, poco più che ventenne parte con i Padri Bianchi per un’esperienza in Africa durata un mese. Ma non è quella la sua strada. Durante il percorso come obiettore di coscienza in una struttura per minori, conosce padre Claudio dei Somaschi e nasce un’amicizia ricca anche di letture condivise, di approfondimento della Scrittura. Intanto Alessandro studia per diventare infermiere, poi inizia a lavorare prima in un reparto di psichiatria e poi di ematologia; capisce che la sua chiamata è al sacerdozio ed entra in seminario. «In quei giorni muore padre Claudio per una leucemia, a 33 anni. Ricordo il suo sguardo bisognoso e povero prima di spegnersi a Pavia, simile a quello di mio padre: uno sguardo misterioso, che si denuda e ti oltrepassa, che si mostra vulnerabile. Spazi di croce e risurrezione insieme da cui mi sono sempre lasciato interrogare, sia durante il lavoro in ospedale, sia quando ero parroco e ho tentato di accompagnare con tutto me stesso le persone che partecipavano ai funerali». Per don Dehò l’incontro con la sofferenza in questi mesi di pandemia «ha manifestato il Crocifisso, la sconfitta, il lievito che sembra inutile, lo scandalo nella sofferenza. Ci invita a vivere il fallimento con tanta umiltà. Il Vangelo abita in ogni luogo dove l’uomo sente il bisogno di essere amato e il coronavirus, come tutte le fragilità, ci ha manifestato il grande bisogno di essere amati». E insiste: «Credo in una Chiesa che diventa evangelica quando non ha paura di essere povera radicalmente, di lasciarsi spogliare. Una Chiesa che non dà risposte, ma che parla quando si mostra vulnerabile, sconfitta, colpita, in un’incarnazione vera. Papa Francesco lo ha mostrato il 27 marzo, pregando in una piazza San Pietro vuota».

In località Crocetta don Alessandro non vive come un’eremita, ci tiene a precisarlo: «Mi sento un fratello tra i fratelli, cerco di offrire uno spazio accogliente d’incontro. Vengono a trovarmi persone per parlare. Accompagno, più che dare soluzioni. Preghiamo, camminiamo, mangiamo insieme, nella semplicità: ognuno ha il suo percorso». Nel blog alessandrodeho.com pubblica riflessioni e omelie postate anche sul profilo Facebook, molto seguito. «Ma il mio uso dei social è da vecchio», scherza. E torna a contemplare l’orizzonte.

Per questo vivere continuo (Giovanni 14,1-14) V Pasqua anno A

thumbnail (10)

foto: Dulci a Crocetta

Liturgia Parola quinta domenica di Pasqua

Per questo vivere continuo

(Giovanni 14,1-14)

V Pasqua anno A

 

“Non sia turbato il vostro cuore

continuate a credere in Dio e a credere in me”

 

Eppure anche tu,

per esperienza di vero uomo

sai

che la grandezza di un cuore

si misura

nella vastità dei suoi turbamenti.

 

E che difficile,

non è credere,

salpare,

come nave,

il mare aperto è più affascinante di qualsiasi porto,

no,

neppure amare è difficile, lo sai.

 

Amiamo,

questo tramonto,

il profumo della terra interrogata dai semi,

lo sguardo candido del cane,

e il silenzio,

come fai a non credere a

questa forza

che ingravida ogni cosa?

Difficile non è credere,

difficile è continuare,

quello sì: continuare.

 

Ad amare nasciamo

abilitati

ma chi osa proseguire?

Il valore della pena

non vale

il nostro spremerci

e interrogarci

correndo dentro a un tempo

che sa solo ripetersi,

senza attenderci.

 

Come fare a continuare

quando niente di ciò che amiamo sopravvive?

 

Io,

se vuoi,

se me lo concedi,

ti prego

di accontentarti.

 

Io quello che posso

sperare

è di averti intuito:

Te: visibile

Dio: invisibile.

Solo questa sostituzione

chiedo

a concessione

del mio smarrimento.

 

Io ti giuro che

nel visibile credo

in questo tavolo, sgabello, legno, pietra

in questo cielo, nuvola, formica e montagna.

Ho fede cieca

e totale,

fede continua

feroce

affamata

innamorata

per tutto ciò che canta

e colora e occupa,

non per sempre,

uno spazio.

 

E poi,

lo sai,

a me non basta mai

ciò che non vedo.

 

A te,

se vuoi,

di chiamarla fede,

se credi.

 

Io so che amo

e non mi basta.
Per questo scongiuro

l’invisibile

dalle cose,

viandante bisognoso di storie,

trafitto da nostalgie,

incapace di credere

che questo

sia

Tutto.

 

Chiedo alla Strada

e alle Verità dei volti

per questo,

Vivere,

continuo.

 

“Io Sono la via, la verità e la vita”

Se avessi un figlio Quarta Domenica di Pasqua anno A

Cattura

foto: Crocetta porta d’ingresso

Liturgia parola 4 domenica pasqua anno A

Se avessi un figlio

(Giovanni 10,1-10)

IV Pasqua anno A

 

Se avessi un figlio gli direi che prima di tutto deve innamorarsi, perché solo chi si innamora entra nel cuore delle cose. Non ne rimane inutilmente e tristemente fuori. Entrare nel recinto di tutto ciò di cui si vuole diventare famigliari, e stare zitto, sempre, su tutte quelle cose che non ci vedono implicati. O entri nel recinto o non hai diritto di parola.

E che tutti vedano che quel recinto lo oltrepassi, e che tutti possano stare a guardare, a giudicarti. Esplicita i tuoi amori, così gli direi, prenditi il rischio di sbagliare, di farti rifiutare, di non capire, di decidere di abbandonare ma non fingere mai, se ami qualcosa, entraci dentro. Si chiama passione, è il primo passo verso la verità.

Se avessi un figlio gli direi che le cose veramente preziose, alla fine, non si possono rubare. Nessun ladro, nessun brigante otterrà mai quello che ruba, perché i nostri desideri più profondi sono appesi alla libertà di chi amiamo. La porta del cuore può rimanere chiusa. Se avessi un figlio gli direi che sono stato spesso un ladro e un brigante. E che qualcuno lo è stato con me. Gli direi che pochi, in verità, sono gli amori leali, e gratuiti. Se avessi un figlio gli direi che è normale per amore tentare di rubare attenzione, unicità, esclusività. E che quindi è normale soffrire. Se avessi un figlio gli consiglierei di imparare, con calma, a cedere, a permettere agli altri di non ricambiare il suo amore.

Se avessi un figlio gli direi che le cose che si amano, quelle per cui val la pena perdere il sonno, sono davvero poche ma che si riconoscono facilmente. Sono quelle che rimettono al mondo, sono quelle che ci fanno rinascere. Gli racconterei quell’immagine evangelica di quel pastore che entra in un recinto (perché era innamorato perso di quel gregge) solo per il gusto di lasciarlo andare, di spingerlo fuori. Se avessi un figlio lo so che mi guarderebbe strano e allora proverei a spiegargli che quella per me è un’immagine bellissima per parlare dell’amore: l’amore è solo ciò che fa nascere e rinascere. L’amore partorisce vita. Spinti fuori da un recinto, da un recinto che diventa il grembo caldo di una donna pronta a diventare madre. L’amore ci rimette al mondo. Per cui prima di entrare in un recinto, prima di spendersi in un’impresa, chiedersi sempre: sono disposto a rinascere? Che vuol dire morire e cambiare e non riconoscersi più. Sono disposto a perdere ciò che sono per essere partorito a una nuova immagine di me? Se avessi un figlio gli direi di non perdere tempo in tutte quelle cose che non prevedono cambiamenti significativi. Certo gli direi anche che qualche volta certe rinascite non avvengono anche se attese e certe esperienze apparentemente insignificanti ci cambiano completamente, anzi no, non glielo direi, glielo lascerei scoprire.

Se avessi un figlio gli direi che se ama qualcuno deve imparare a metterci la faccia, a camminare davanti, ad accettare di prendersi sole e pioggia, stare nascosto nel gregge è affare da opportunisti. Certo gli direi anche che è più furbo rimanere nascosto e far parlare gli altri, gli direi che succede e che anche suo padre lo ha fatto più volte, però gli direi anche che adesso si vergogna tanto di averlo fatto.

Se avessi un figlio gli direi che le cose vanno conosciute e che per conoscere qualcosa o qualcuno servono due cose: il tempo e la lucidità. Tanto tempo, tantissimo. A fere niente. A stare. E poi la lucidità, quella che ci ricorda che noi delle cose e delle persone non ne sappiamo mai niente, ma proprio niente, perché tutto è un mistero, e che quindi siamo sempre bisognosi di imparare.

Se avessi un figlio gli direi che io non so bene come spiegargli questa cosa di Dio, perché Dio mica lo spieghi, di Dio ne fai esperienza, e ognuno fa la sua. Però gli consiglierei di ricordare che è meglio fuggire da chi presenta un Dio che non ha rispetto per l’uomo, questo glielo direi.

Ecco Dio per me è uno che bussa alla porta. Che non ti prende per i capelli, che non fa accadere delle cose perché tu capisca. Dio è uno mite che accetta di bussare a tutte le porte di tutti i recinti che decidi di vivere. Ecco se avessi un figlio gli direi di non fare l’errore che già ha fatto suo padre, non chiederti mai “cosa vuole Dio da me?”, non vuole niente se non stare con te, e solo se lo vuoi anche tu.

Direi a mio figlio di non perdere troppo tempo a immaginare la forma concreta che dovrà prendere la sua vita, a non credere a chi parla di “vocazioni speciali”, gli direi di imparare che cambiamo sempre e che è sempre una sorpresa, gli consiglierei di stare tanto in silenzio per sentire che Lui alla porta bussa, bussa sempre, anche nelle situazioni più impensabili. E questa è l’unica cosa che conta.

Se avessi un figlio gli direi che Dio è meglio non immaginarselo ma che se proprio vuole sentire qualcosa che si avvicini al divino gli direi di ricordarsi il giorno in cui è rinato. Ecco Dio è quando un Amore ti entra nella vita e ti spinge fuori e ti rimette al mondo. A questo credo, per esperienza.

IV Pasqua A 2020