Sacre Riscritture Santa famiglia anno A (Matteo 2)

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foto San Giuseppe in lunigiana 2019

Santa Famiglia liturgia Parola

Sacra Riscrittura

(Matteo 2,13-15.19-23)

Santa Famiglia anno A

 

Credo sia come immergersi in un fiume. Credo sia come fidarsi. Credo che un giorno ti accorgi che la Bibbia non è solo una storia tra le storie, la Bibbia è la storia che si ripete, che si riscrive, che come un fiume chiede immersione e fiducia, la fiducia di lasciarsi trasportare dalla corrente e di farla accadere ancora, la storia.

Come la pagina di Vangelo di oggi: è Esodo che si riscrive. Esodo nelle trame della vita di Giuseppe e di Maria e di Gesù, Esodo che si riscriverà un’infinità di volte, ogni volta che ci saranno uomini disposti a farlo accadere.

Speriamo solo di avere sempre le parole per riconoscerlo il racconto biblico, speriamo di essere così abilitati al sogno da riconoscere nella trama di quel che sta accadendo, pur nella sua totale novità, gli indizi di quella storia che ci precede e ci racconta e svela il senso del nostro esserci. Storia fatta di schiavitù e libertà, di coraggio e di deserto, di parole che salvano e di idolatrie che schiacciano. Saggio è l’uomo che sa riconoscere e dare nome a tutto questo. Saggio è colui che sa ritrovare tra le righe spesso confuse della cronaca quel sentiero di libertà che fu dei padri e sarà dei figli. Giuseppe fu uomo saggio.

Subito Esodo quindi, anche per la famiglia di Nazareth, bisogna alzarsi e portare in salvo un bambino, in Egitto, è il sogno che lo dice, si riscrive la storia di un nuovo Giuseppe re dei sogni, e poi bisogna tornare, andata e ritorno, e Gesù terrà care nelle sue pupille di neonato questa antica traiettoria di libertà, e la riscriverà, a modo suo, per noi. Per noi che di un altro esodo abbiamo bisogno, e di un nuovo Mosè, di un possibile passaggio per non restare impantanati nel mare della morte.

La Bibbia chiede poter essere sempre riscritta, è questa la sua verità più profonda, il suo statuto veritativo, siamo noi a rendere viva la pagina ogni volta che, come Giuseppe, nella notte, proviamo ad alzarci, nella notte di una vita, la nostra, vita che non si capisce mai fino in fondo. Scrivere e lasciarsi scrivere dall’Evento è accettare che bisogna alzarsi anche quando si preferirebbe nascondersi o, al limite, morire, bisogna alzarsi e mostrarsi bene e guardare in faccia la vita e decidersi di portarne in salvo un pezzo. Una madre con bambino, un pezzo, apparentemente insignificante, ma portarlo in salvo. Se crediamo che la Parola non sia una noiosa perdita di tempo è urgente darle carne, incarnazione, che non bastano le discussione degli studiosi, la vita non chiede di essere spiegata, neppure le omelie servono se non sono incarnate da corpi coraggiosi, la Parola chiede di essere mangiata, di diventare carne, quella carne che una notte decide che è arrivato il momento di alzarsi e, in risposta a un sogno, portare in salvo un pezzi di mondo. Fuggire dalla morte facendosi carico di indizi di vita nascente.

C’è un Esodo che chiede di essere riscritto nella trama dei nostri sogni, desideri, decisioni. Non è questione di avere fede ma di sentire che il Mondo (o Dio) vuole fidarsi ancora di noi. Occorre alzarsi e amare con gesto temerario un pezzo di mondo e provare a fuggire con lui, sarà un innamoramento o un ideale, qualsiasi cosa, basta che preveda il rischio del “farsi carico” di qualcosa o qualcuno, alzarsi per salvare solo se stessi è atto ignobile oltre che inutile, non ci si salva mai da soli. Alzarsi per portare in salvo solo se stessi senza il dolce carico di una altrui debolezza lascia fuga la fuga, se invece si gioca nell’abbraccio di un cuore che batte la fuga diventa un pellegrinaggio, esodo, resurrezione.

            E mentre Giuseppe si alza nella notte, e mentre prova a decifrare i sogni che lo stanno guidando la cosa che appare chiara è che la fede in Dio complica sempre le cose. La scelta di obbedire all’Annunciazione è gesto pericoloso e scomodo. Da maledire quel “sì” e tutti gli altri cedimenti ad angeli e sogni.

Sembra di rivedere Abramo, con Isacco, prima la promessa di un figlio poi la follia divina di rivolerlo indietro per poi slegato, per definitiva libertà. Può essere che Giuseppe abbia riletto sulla sua storia quel tragico intreccio di promesse e ripensamenti, pugni e carezze da rimanere frastornati, da maledirlo questo Dio così oscuro. Ancora riscrittura.

La fede è comunque anche questa lotta, è questa tragica esposizione alla vita, è questa accelerazione imposta ai giorni, è questa spinta contro il bordo affilato degli eventi, è che la vita ti guarda negli occhi e ti costringe a dover decidere di vita o di morte, a scegliere tra salvare te stesso o chi ami. Quando la vita è appuntita, quando in nome di un sogno una donna o un uomo decidono di mettere a repentaglio ciò che hanno per dilatare i confini di un nascente respiro, in quel momento la Bibbia si riscrive.

La fede non è mettere al sicuro se stessi, non è un approdo comodo in cui ritrovare equilibrio e serenità, credere è trasformare l’istante in una domanda, è accettare il rischio di lasciarsi riscrivere da una Storia che chiede sempre nuovo inchiostro per narrare la parola più insidiosa di sempre: Amore.

Fede non è pregare un Dio affinché ci salvi ma è lui che prega noi, che si mette nelle nostre mani, per continuare a narrare una relazione che non ha altra grammatica se non la vita vera, i corpi, lo spazio e il tempo.

Fede è alzarsi nella notte, amare così tanto il mondo da volerne salvare almeno un pezzo, rischiando. Amare così tanto il mondo da farsi carico di un respiro nascente per imparare a riconoscere tutte le persone che stanno già portando in salvo noi. E in quella trama di eventi incarnati, dove la Bibbia diventa storia intima e collettiva, scoprire che quello è l’unico modo per scrivere e riscrivere il nome di Dio senza cadere nell’errore.

Santa famiglia 2020 A

Per chi non è pronto (né mai lo sarà) Natale anno A

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Crocetta Mozzacoda Stamattina

Liturgia Parola Natale Messa della notte

Per chi non è pronto (né mai lo sarà)

(Luca 2,1-14)

Natale anno A

 

Mentre il potere ha così paura del futuro da imporre un illusorio censimento di tutta la terra.

Mentre i Cesari di sempre tentano di scippare mistero alla vita ordinandole, ingenuamente, di farsi contare.

Mentre i potenti di sempre si illudono che per conoscere una cosa basti possederla e ridurla obbediente ai propri ordini.

Mentre Giuseppe e Maria sono parte di questo ingranaggio, e non possono opporsi.

Mentre la vita sembra muoversi sempre secondo le solite pulsioni di forza ecco che è proprio la vita che decide di sorprendere: nascendo. Nascendo dove non avrebbe dovuto nascere. Fuori posto. Dove non la puoi contare, dove non la puoi aspettare, dove non le puoi imporre di venire al mondo, dove nemmeno potevi immaginarti che nascesse: in grembo vergine. E già si capisce che il Nascente agirà sempre così, fiorendo misericordia sull’errore, amore nel cuore dell’odio.

Fuori posto è il ventre vergine di una madre. Fuori posto perché in viaggio. Fuori posto perché nel mondo, per una vita che nasce inattesa il posto non ci sarà mai. Natale è la vita fuori posto, è la vita che nasce dove non riusciamo a fare censimento di noi stessi, dove la nostra storia si smargina, dove è più fuori fuoco, dove non abbiamo tutto sotto controllo. Natale è la vita che nasce, per noi che abbiamo paura di farla accadere e rischiamo di sacrificare per sempre il desiderio di felicità.

Fuori posto, perché il divino non può rimanere confinato in riti, preghiere, abitudini, comunità. Il divino abita ma poi attraversa e sorride e se non ti rimetti in cammino subito, abbandonando tutto quello che hai, se non fai in fretta a uccidere l’immagine che ti sei appena creato, l’hai già perso, lui è fuori posto. E lo sarà per sempre. Nemmeno un sepolcro sarà sua mangiatoia definitiva.

Fuori posto, sempre impossibile da trattenere, forse per evitare di essere ostaggio di pochi. Fuori posto e quindi sempre solo, in fondo mai di nessuno.

Natale è il divino che nasce dove non l’aspettiamo, non negli spazi ben arredati dalle nostre “confessioni” ma sulle macerie delle nostre riconciliazioni, dove accettiamo di essere amati nonostante i tradimenti alla vita, dentro quei tradimenti, dove accogliamo con compassione i crolli delle nostre illusioni, dove ci riconciliamo con le verità dei nostri limiti e delle nostre fobie. Dio nasce dove la perfezione lascia posto alla riconciliazione. È danza sulle macerie.

È scandaloso questo perché ci costringe ad ammettere che l’esperienza del divino non prevede la possibilità di imporne l’avvento, lui è già lì, così fuori posto da essere nato dentro le trame del nostro vissuto, e non vuole le nostre scuse, vuole solo essere riconosciuto e accolto. Vuole che gli facciamo spazio per… essere anche noi fuori posto con lui. Continuamente in viaggio, esposti, squilibrati.

Natale è imparare a “dare alla luce” cioè a sottrarre all’ombra tutto ciò che abbiamo paura di mostrare. È smettere di nasconderci, è incamminarci incontro alle nostre ombre, interiorizzarle amarle e lì, conoscersi. Questo è divino.

La pagina del Vangelo appena letta è voce di melodia rassicurante che tranquillizza sul fatto che non c’è nulla da dimostrare, nessuna perfezione previa da raggiungere, nessuno spazio sacro e immacolato da preparare. Un dolce canto d’amore che demolisce le nostre “preparazioni” alle liturgie, ai sacramenti, alle feste, al natale. Per essere pronti all’Inatteso, al Fuori Posto, serve solo il coraggio di dare alla luce se stessi, richiesta di svelamento. Gesù è la vita che nasce in controtempo, di sorpresa, sempre alle spalle. Poco spazio per chi sogna vite ordinate e sotto controllo. Nessun censimento di azioni buone. Non siamo pronti e non lo saremo mai.

Maria e Giuseppe riescono ad accogliere l’evento, proprio perché fuori posto loro lo sono: per la legge, per il potere, per la tradizione. E così mettono alla luce questa vita, la vita di Gesù, si fidano, curiosi di vedere dove li porterà un evento che non lascerà certo le cose come le ha trovate. Avvolgono in fasce, si prendono cura, decidono di dare credito a questa vita nascente.

Non possiamo fare altro che avvolgere in fasce, custodire, chinarci sul reale e riconoscerlo. C’è molta cura nelle azioni di Maria e Giuseppe ma, più di tutto, c’è questa capacità di riconoscerla quella vita, danza di avvicinamento, per imparare a specchiarsi negli occhi di Gesù, occhi conosciuti ma che rimarranno anche sempre stranieri. Natale è avvicinarsi a quella parte nascente di noi che ci svela chi siamo e che insieme racconta di una vita ancora inedita. Nuova. Quella che Gesù sapeva raccontare a chi giaceva sfinito ai bordi dell’esistenza.

Natale è chinarci con gesti di cura sul bambino fragile che siamo e avvolgerlo in fasce, curare la parte più impaurita e tremante di noi, quella che soffre di più, quella che chiede cura. Il male che teniamo dentro magari non guarisce ma può sempre essere curato. Sarà lo stile di quel bambino una volta diventato adulto, esperto nel miracolo della cura più che della guarigione.

Fuori posto sono anche i pastori, fuori dai posti che contano, fuori dalle trame del potere, fuori dalla città ma soprattutto sono fuori perché all’aperto, senza protezione. Non aspettano nulla, non si sono preparati a nulla, solo vegliano e fanno la guardia, ma lo fanno fuori dalle mura, esposti agli eventi. Come a dire, se vuoi continuare il cammino, se vuoi leggere il Vangelo accetta di lasciarti ferire, non proteggerti, accogli la possibilità di stare male, un eccesso di protezione disinnescherebbe il mistero. E poi, mettere alla luce se stessi, inevitabilmente fa male. Scoprirai il segno, ti scoprirai con la tua vita tra le mani e, stupito, ti accorgerai che non ha nulla da offrirti ma molto da chiederti, credevi di andare a vedere un Dio che nasce e ti scopri a iniziare un cammino in cui quello che nasce, e rinasce, sei solo tu.

Natale 2020 A

Complice Meraviglia Matteo 1,18-24 IV Avvento anno A

maestà

foto: Tra Crocetta e Montereggio

liturgia parola quarta avvento A

Complice meraviglia

(Matteo 1,18-24)

IV Avvento anno A

 

Giuseppe era un uomo giusto e quello che fa un uomo giusto, quando la vita decide di impennarsi in voli troppo arditi è: tentare di addomesticarla.

Mi piace tanto Giuseppe, quest’uomo che ha una giusta misura prima di tutto di se stesso, saggio carpentiere che davanti all’accadere di eventi (evidentemente fuori dalla sua portata) cerca di aggiustare le cose come può, cerca di non fare male a nessuno, cerca di congedare in segreto quella storia che chissà per quale motivo ha deciso di inventare esagerati ricami proprio addosso a lui. Cerca il nascondimento. Non è vigliaccheria, è senso della misura. Misura che spesso ognuno di noi perde credendosi sempre troppo indispensabile, troppo protagonista di una vita che può fare benissimo a meno di noi.

Sia lode ai giusti silenziosi, sia lode a chi nella vita cammina davvero le periferie, i bordi, le ombre.

Sono innamorato di Giuseppe, quest’uomo che non va alla ricerca di cose troppo grandi e che cerca in tutti i modi di mantenere un profilo basso nel cuore di accadimenti enormi. E ci riuscirà, Giuseppe, incredibilmente ci riuscirà, uomo silenzioso e leggero, fino alla fine.

Il silenzio di Giuseppe, il suo desiderio di camminare la vita senza far rumore, il suo sentirsi fuori posto nella trama di un libro con troppa santità, il desiderio di ripudiarla quella vita, ma di farlo in segreto, di non trasformare nemmeno la resa in evento, il suo volersi chiamare fuori senza polemica, mi sembrano un invito per tutti noi, un invito ad abbassare i toni, a rapportarsi alla vita senza pretese, senza sentirsi sempre in credito, senza alzare la voce, senza patetici protagonismi.

Giuseppe uomo dal cuore pratico è anche però uomo che sa ascoltare, o meglio, proprio per il suo profilo attutito dall’umiltà e dalla propensione alla praticità è abile nell’ascolto. Soprattutto quando le difese si abbassano, quando gli strumenti di lavoro tacciono, quando le paure si diradano, quando il sonno colloca in territori misteriosi e fecondi. Nel sogno Giuseppe si lascia raggiungere dalla Promessa ma, e qui è davvero splendido, non cambia il suo stile di vita. Silenziosamente lascia che la vita si dispieghi, se lei insiste lui cercherà di facilitarla, come un fa un artigiano, cercherà di far felice questo committente così stravagante.

Giuseppe la lascia accadere la vita e attende di portarla a termine, forse per il gusto di sedersi, alla fine, a rimirarla, come quando alla fine di un lavoro impegnativo si siede e lo contempla.

Immagino Giuseppe, adesso, seduto ai bordi della vita, a rimirare le conseguenze di un sogno.

Giuseppe è meravigliosamente giusto perché dopo duemila anni ancora riesce a raccontare che le cose belle nella vita accadono ma non sempre sono frutto del nostro sforzo, spesso accadono e basta, a noi il decidere se facilitarle o meno. La vita accade, Maria avrà un bambino, lui farà di tutto per salvarlo e poi si siederà sul bordo della storia a contemplare questa vita che lui non avrebbe saputo immaginare tanto coraggiosa. Poi sarà chiamato in causa, poi dovrà tenere le redini di una storia già segnata dal pericolo, poi dovrà farsi carico di portare in salvo Gesù ma anche quello sarà solo silenziosa obbedienza. E sarà possibile solo perché prima Giuseppe è riuscito a regalare alla storia la sua complice meraviglia.

Chissà forse abbiamo sempre troppa fretta di interagire, di intervenire, forse la nostra vita è davvero malata di protagonismo, crediamo che tutto dipenda da noi invece Giuseppe ci insegna che servirebbe solo la nostra complice meraviglia. Meraviglia per questo Spirito che feconda la carne vergine di una sposa. Meraviglia per questo Spirito che feconda sempre ogni cosa che, senza quel soffio semplicemente non potrebbe vivere.

Forse il Vangelo inizia con Giuseppe perché tutta la nostra vita è chiamata a imparare a sedersi sul bordo degli eventi per scoprire la fantasia di Dio dentro le cose che accadono. Che accadono quando noi non ci sentiamo all’altezza, quando abbandoniamo l’ansia della prestazione.

Giuseppe è chiamato dall’angelo “figlio di Davide” ed è certo chiaro riferimento ad una storia antica e nobile ma anche ad un futuro imminente e prossimo, sospeso tra il grande re e questo suo figlio destinato a regnare in altro modo ma lui, Giuseppe, lì in mezzo, si sente investito dell’appartenenza davidica nel momento esatto in cui è chiamato dall’angelo. E allora forse questo è segno che anche lui deve sentirsi come il Davide dei primi tempi, l’ultimo, l’escluso, il dimenticato, il chiamato.

Giuseppe è l’uomo che entra in punta di piedi nella storia, che sa ascoltarla e che la rende possibile, silenziosamente la dispiega. E quindi la accoglie senza paura: “non temere di prendere con te Maria…”.

E invece noi temiamo di “prendere con noi” la storia che ci accade, abbiamo mille paure, abbiamo l’ansia di non riuscire, di non essere all’altezza, abbiamo paura di venir giudicati, di essere esclusi. Stiamo morendo di paura, non riusciamo a prendere con noi la vita che accade e reagiamo sempre in de modi opposti: aggrediamo la vita e facciamo di tutto perché risponda ai nostri bisogni oppure moriamo di paura aspettando che le cose cambino.

Abbiamo bisogno di Giuseppe, della sua umiltà che scardina tutti i possibili sensi di inadeguatezza, abbiamo bisogno di ascoltare davvero la storia per quello che racconta, abbiamo bisogno di prenderla con noi, così com’è senza pretese e senza lamentele, abbiamo bisogno di portarla in salvo, come possiamo, per quello che possiamo, per scoprire che in quel gesto di paternità matura stiamo incontrano il Signore che è “Dio con noi”, se abbiamo il coraggio di farcene carico.

IV Avvento 2020 A

Ridere in faccia ai potenti (farsi piccoli) Matteo 11,2-11 III Avvento anno A

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foto Crocetta neve

Ridere in faccia ai potenti (farsi piccoli)

(Matteo 11,2-11)

III Avvento anno A

 

Poi il deserto viene chiuso fuori da una cella, la libertà gridata in faccia al mondo rimane annodata alla gola e le sicurezze vengono spazzate via da un grumo di domande. Cosa resta di Giovanni il Battista? La vita si è divertita con lui, gli ha confezionato un finale cinico e beffardo, è andata a colpire con esattezza chirurgica, lo ha derubato di tutto quello che aveva costruito in una vita, si è presa gioco, ha staccato l’identità al profeta un pezzo per volta, ne ha tratteggiato una caricatura, l’uomo che impauriva le folle è diventato un agnello ammansito che elemosina speranza dai suoi discepoli. C’è genialità nel potere, ci sono cose che ai potenti riescono sempre, derubare le persone della propria unicità è una di queste specialità.

Succede e succederà. E che Giovanni ormai sia un morto che respira lo sanno un po’ tutti. Morirà nel cuore di una festa, morirà per intrighi di palazzo: al potere certe cose riescono sempre bene. Così si muovono le cose, così le facciamo muovere noi, così le faceva muovere a modo suo anche il Battista, che potente lo è stato, la vita è esercizio di potere. Mascherato, magari, ma sempre potere. Convincere altri a darci fiducia e punire chi si oppone, il mondo si regge su questo. Se hai fegato e carisma sei un potente, se non ne hai ma vuoi sopravvivere puoi farti furbo e diventare suddito del potente giusto. Così si muove il mondo, così si muoverà. Sempre e per sempre.

Poi però succede che il gioco si inceppa, si trova un potente più potente, si trova qualcuno che pone fine alla guerra, si è costretti alla resa. Si chiama fallimento, e può essere una gran cosa.

Ecco se c’è una cosa che mi sembra saggia da imparare credo che sia quella di farsi trovare pronti nel momento esatto della sconfitta, quando il potere ci abbandona, quando diventiamo dipendenti dagli altri, quando ci mettono in carcere, quando ce la fanno pagare o, molto più semplicemente, quando ci ammaliamo e dipendiamo da tutti, insomma quando perdiamo potere. Il vangelo è una scuola per perdere potere e ritrovare umanità. Farsi piccoli insomma (ma imparando a ridere in faccia ai potenti).

Bisogna rimanere attenti e aperti alla vita, per deridere il potere bisogna continuare a bussare alla porta del proprio sogno. Come Battista, che continua a chiedere notizie di Gesù. E per sogno non intendo un ideale utopico ma la propria ossessione, il cuore della nostra vera identità, ciò che ci ha preso testa cuore, il legame senza il quale saremmo morti. Davvero morti. Quello che rimane quando tutto fallisce. Mi sembra miracoloso Giovanni, e sembra chiaro che per lui il legame vitale è stato il Messia: invece di chiudersi a riccio e di provare a trovare strategie buone per uscire dal carcere Giovanni non molla, continua a chiedere di Lui. Puoi metterlo in carcere il profeta ma se è un vero profeta lui continua a vivere per quello che ha vissuto da sempre. E mentre credo di averlo disarmato una risata fragorosa sale dal carcere.

Il Battista comprende, nell’attimo esatto in cui non può più esercitare ruoli che non è il potere a farci grandi ma la nostra capacità di fedeltà a ciò che ci ha preso il cuore. Nel carcere Giovanni ha perso quasi tutto, rimane qualcosa di piccolo ma di invincibile, rimane l’attesa del Messia, rimane anche lì, anche lontano dalla scena, soprattutto lì, quello è davvero il cuore della vita.

Cosa resta quando tutto manca? È importante scoprirlo perché il potere fin lì non può arrivare, non ci riesce, e noi possiamo farci piccoli, rifugiarci nel nostro amore, e salvarci. Il potere al massimo può ucciderci ma non può strapparci dalla nostra identitaria ossessione. Scoprire quale sia la nostra è un bell’esercizio, e non è mai finito, fino a un istante prima di morire.

Il potere si scaglia sul Battista ma del profeta può solo far sue solo le reliquie di un ruolo: puoi privarlo delle insegne del profeta potente, scippargli il deserto, ma niente, nemmeno da morto riesci a strappargli ciò che è diventata la sua carne e il suo Spirito. L’attesa del Messia. Si può resistere all’arroganza del potere imparando a diventare la Parola che ascoltiamo. Serve cocciutaggine.

Gesù risponde alla domanda. Ed è quel suo modo di rispondere a rassicurare il Battista perché quello che Gesù fa è: danzare contro il potere, canta un elenco di cose che i potenti non possono fare, non riescono, non vogliono fare. Un canto che è derisione del potente (e in verità già sua epigrafe per la croce). Ma il Battista capisce, adesso può capire, quello che verrà dopo di lui non è il potente che taglia alla radice la vita ma l’antidoto definitivo ad ogni potere, ad ogni abuso di potere.

Così ride in faccia ai potenti Gesù “I ciechi riacquistano la vista”…

Regalando occhi nuovi mentre il potere prevede solo cieca obbedienza.

Regalando cammini inediti mentre i potenti pretendono marce ordinate.

Regalando spazio per tutti quando i poteri inventano nuove lebbre ogni giorno (per permettere ai poveri di incolpare altri poveri).

 Regalando parole e suoni da ascoltare mentre i potenti fanno rumore.

Regalando seconde, terze, infinite possibilità di rinascita mentre il potente ordina la morte degli oppositori.

Parlando con i poveri e annunciando loro la buona notizia mentre il potente i poveri li illude, li conta, li usa.

Diventano scandalo al potente perché non può esserci Vangelo senza libertà.

Il Battista capisce, riconosce il suono, comprende benissimo che non verrà il Messia a toglierlo dal carcere, a rimetterlo in libertà perché lui libero lo è già. Ha imparato un giorno alla volta, prima, nel deserto quando è riuscito a rimanere fedele a se stesso e a Dio e non si è fatto illudere dai venti del potere. Ha imparato stando fuori, lontano dai palazzi, lontano dai vestiti del ruolo. Ma ha capito, ha capito davvero solo lì, in carcere. Ha capito che non aveva bisogno di essere liberato perché il piccolo Giovanni era ormai libero per sempre.

E una risata sale dal carcere di Gerusalemme.

Liturgia Parola 3 avvento anno A

III Avvento 2020 A