Solo che siamo ancora vivi (e questo complica le cose) (Matteo 24,37-44) I Avvento anno A

Avvento

foto: Tettoia, Crocetta

Solo che siamo ancora vivi (e questo complica le cose)

(Matteo 24,37-44)

I Avvento anno A

 

La vita accade, con o senza di noi. La vita continua ad accadere e sostanzialmente lo fa senza grandi variazioni sul tema: si mangia e si beve, si prende moglie o marito. Lo si capisce bene quando muore una persona che abbiamo amato tanto, ci coglie in quei momenti uno stupore ridicolo eppure legittimo, ci si meraviglia che il mondo non si fermi, che continui come se non fosse successo nulla. E forse è davvero così, quello che per noi è tutto per la Vita è nulla. Si nasce, si ama, si muore. Si è sempre fatto, si farà fino alla fine, e intanto piove la vita, uguale a se stessa, con o senza di noi.

Dilatando il flusso del tempo essere un eroe o un miserabile non fa così grande differenza, tutto ciò che ora ci spacca il cuore scivolerà lontano dal presente, insignificante come tutti i drammi che ci hanno preceduto e quelli che verranno. Come un grande fiume il tempo si porta via amori e drammi, dubbi e conquiste, tutto va a finire nel mare indistinto del passato. E sarà così per sempre. La vita ci travolge con un sorriso distaccato, non si scompone più di tanto, aspetta, aspetta che noi passiamo. Questo è diluvio. Quotidiano.

E così appare legittimo non sognare più, o meglio succede che la vita silenziosamente travolga i nostri entusiasmi. Anche credere è ridotto a esercizio per ingenui. Tanto alla fine è sempre tutto uguale, dove sono andati a finire i propositi di duemila anni di avvento? Dove sono i grandi slanci di fede? Se siamo onesti lo sappiamo bene che l’anno prossimo saremo ancora qui, solo più vecchi e forse meno ingenui, a ricominciare l’ennesimo Avvento. Vien voglia di smettere. Solo che siamo ancora vivi, e questo complica le cose.

La vita scorre e ripete il suo appello: mangia, bevi, prendi moglie o marito. Il primo passaggio è accorgersi di questo. Passaggio rischioso, perché si può morire di paura davanti a tanta spudorata verità, a tanto cinico realismo: no, non siamo il centro del mondo. Passaggio scivoloso, per cuori forti, bisogna accettare di potersi smarrire, accettare di essere titolari di marginalità. Passaggio spesso negato, dalle nostre proposte di fede, credo per paura di perdere fedeli, si continua a celebrare la vita con banale leggerezza, a illudere di vuoti protagonismi, a fingere che credere renda bella la vita. Così facendo si disinnesca lo scandalo di vivere (e francamente credere non serve nemmeno più). Insistere con un certo modo di credere infantile, sorridente e ingenuo, ripetendo copioni lisi e inservibili, accontentandosi di svago e aggregazione, di parole senza anima ci conduce a una religione drammatica perché vuota.

Primo passo dell’avvento è guardare in faccia alla vita, a questa vita che è molto più grande dei nostri drammi. E non ricorrere subito a un Dio troppo comodo e consolante. Accorgersi del dramma, fare i conti con la tragedia di stare al mondo. E solo allora, solo dal ventre del dramma, trovare il coraggio di guardare negli occhi Noè. E chiedere conto della Salvezza.

Che poi Noè non esiste, nel senso che è uomo mai esistito in carne e ossa, è storia geniale di poche righe, indimenticabile, ma Noè non è un uomo, Noè è una strategia, l’unica minima strategia che anche il vangelo propone per non venire travolti dalla vita. Noè è un modo di stare al mondo, per uomini e donne che hanno sentito bruciante il dramma dell’esistenza. Se ancora la vita non ha deluso, se ancora si crede a una fede facile e leggera Noè è un uomo simpatico che salva qualche uomo e una serie di animali dal diluvio. Ci puoi fare perfino canzoni divertenti. Ma per chi è ferito dal dramma della vita, per chi è stato ustionato dagli eventi, Noè è una provocazione e una possibilità. La vita scorre, i diluvi arrivano, le vite vengono travolte e non c’è nulla, ma proprio nulla da fare se non continuare a mangiare, bere, prendere moglie o marito, stare nel campo, macinare alla mola ma al modo di Noè: portando in salvo piccoli frammenti di vita generativa. Piccoli pezzi, il minimo indispensabile, una coppia, un maschio e una femmina. Viene da piangere. Un lavoro minimo e paziente, uno di quelli che passano sotto silenzio, che “non si accorsero di nulla”, ma è l’unica cosa che possiamo fare. Questa è la fede, poco consolante e molto misteriosa.

Portare in salvo frammenti di vita significa spingerli nell’arca e chiudere la porta. Non fermare il diluvio, quello non si può, la vita prosegue, ma mettere al sicuro brandelli d’amore.

Il Vangelo ci mostra un Dio che si fa uomo, piccolo, insignificante, un Dio che non cambia il corso della storia, non impedisce agli uomini di nascere, amare e morire, ma un Dio che con la sua vita prova a mettere al sicuro alcuni gesti generativi. Apparentemente inutili, piccoli miracoli, ma che forse fanno la differenza, se ci crediamo. Perché credere è proprio quella cosa lì. Avere il coraggio di vedere il dramma di una vita faticosa e difficile ma insieme inventare e custodire gesti generativi.

Certo che la vita è mangiare e bere ma il pane si può pretendere oppure spezzare. Non cambia niente, giuro, la vita non cambia ci sarà sempre chi ha troppo e chi niente, ma credere è chiudere dentro l’arca un brandello di umanità amante e gratuita. Chiuderlo nell’Arca, che è come chiuderlo nel sepolcro, con il Crocifisso, brandello infinito d’Amore, e metterci una pietra sopra, che poi è come chiudere la porta dell’Arca e aspettare la fine del diluvio. Resurrezione.

Certo che la vita è prendere moglie o marito ma puoi farlo per abitudine oppure puoi viverlo con lo stupore di chi non si sente mai all’altezza dell’amore ricevuto. Puoi farlo passando di pretesa in pretesa oppure spargendo gesti gratuiti di amore. Non cambierà nulla, l’odio seguirà ad altro odio e la vita trascinerà tutto con sé ma dietro la porta chiusa del Sepolcro qualche visionario dice che è sepolto l’Amore, fatto di piccoli minimi insignificanti gesti che, come seme, esploderanno a vita.

Credere penso abbia a che fare con questo sepolcro sigillato che è la nostra Arca, un luogo dove deporre minimi gesti di amore, come semi. Credo che la fede facile e disimpegnata sia la bestemmia più appuntita. Credo che ci sia gente che, magari senza saperlo, sta seminando gesti d’amore che un giorno resusciteranno a vita eterna. Credo che sarebbe meglio morire se non ci fosse quel sepolcro a forma di Arca, credo che anche la mia vita, le nostre vite, passeranno senza lasciare traccia ma credo anche che qualche seme possiamo lanciarlo anche noi. Credo che la resurrezione sia un concetto difficile da immaginare ma credo anche che i gesti d’amore che ho ricevuto e che continuo a ricevere, quando mi accarezzano, prima di piantarsi nel sepolcro della morte, mi sembra sussurrino Eternità. E in quei momenti mi sembra possibile anche credere.

I Avvento 2020 A

Come se Niente, fosse Cristo Re

piove

liturgia parola re dell’universo

Come se Niente, fosse

Cristo Re (Luca 23,35-43)

 

È quello il tempo del dramma, appena dopo, quando l’accaduto è senza ritorno, quando le vedi le conseguenze, quando rimani senza fiato perché nonostante tutto il tempo scorre, come se Niente, fosse.

È quello il tempo del dramma, del vero dramma, dopo che un Dio è stato inchiodato alla croce con tutta la sua carne addosso, da brav’uomo, tra due ladroni, mentre il tempo, indifferente, non se ne cura, e invece si dilata e lascia che il popolo ci guardi dentro, così, senza censura, senza neppure una lacrima o almeno una bestemmia dall’alto scagliata contro l’umanità.

È questa vita che accade ad essere drammatica, è questa vita che accade così, come se niente fosse, è questo “popolo (che) stava a vedere”, che continua a guardare, che guarda sempre, ebete e distaccato, come se niente fosse, dentro il tempo che passa, guardare le cose che scorrono, la morte di un Dio, la vita che accade. Credo che il dramma non stia nella carne straziata, nel sangue, nelle bestemmie dei soldati, non stia nel Calvario durante la crocifissione più famosa di sempre ma dopo. Il dramma sta tutto nello sguardo di un popolo che “stava a vedere”. Che pena. Non urla, non piange, non ride, rimane. A vedere. E ognuno vede qualcosa di diverso. Qualcuno in quell’uomo appeso vede uno sconfitto, altri un rivoluzionario tradito, per qualcuno è un uomo che non riesce ad odiare neppure sotto tortura, per altri è un impostore, un mago, un profeta, l’amico dei ladri e delle puttane, per qualcuno è una speranza tradita, la vittima dei politici, o dei preti, o di qualche grande potere, per qualcuno è un illuso, per altri è un niente, in mezzo a tanto niente, un morto tra i morti, tra quelli che sono stati e quelli che saranno. Per qualcuno è già dimenticato. E noi continuiamo a guardare, e infinite saranno le interpretazioni attorno a quel cadavere appeso ad un legno, infinite come gli sguardi, per qualcuno il Senso della vita, per altri il simbolo di una tradizione, per altri ancora simbolo di dolore e per qualcuno d’amore. Mi fanno paura, lo giuro, tutte queste visioni diverse, da destra e da sinistra, ognuno a dire la sua, convinto di avere ragione, “il popolo stava a vedere” e io vorrei che chiudessimo gli occhi, per interrompere il fascio di interpretazione, o silenzio vorrei, contemplativo, io per primo vorrei stare in silenzio, non c’è niente da dire. Siamo solo interpretazioni fugaci dell’infinito. Dell’Amore che muore per Amore possiamo solo balbettarne una vaga intuizione. Vorrei stare in silenzio, abitarci nel suo grembo, non voglio “stare a vedere” voglio solo “stare”, perché la mia parola, quando prenderà spazio, possa essere suono umile, piccolo, quasi impercettibile.

Ma sarà sempre un mercato di voci e Lui lo sapeva, mentre moriva così, che non si sarebbe fermato il flusso del tradimento, che ognuno avrebbe provato a darsi ragione, che il dolore più grande è che noi continuiamo ad usarlo quell’uomo in croce, a usarlo per le nostre paure, per le nostre beghe da quattro soldi, per apparire migliori, per mettere su tutto “una croce sopra”. Invece di stare zitti. Il dolore più grande è essere usati, è diventare complici della violenza nostro malgrado. Il dolore non è sul Calvario, è in quel “dopo” è nella folla che stava a vedere come poter usare quest’uomo che, una volta morto, può essere manipolato.

L’amore più grande, la Sua più grande sofferenza, l’indicibile libertà, è che Lui ci lascia fare, si lascia fare. Silenziosamente.

I capi invece deridevano Gesù”, vorrei imparare a riconoscere quello che in me è ancora travestito da “capo”, vorrei smascherare il potere, quello che mi prende dentro e mi fa guardare la realtà con supponenza, come chi conosce la verità, come chi è dalla parte del giusto, come chi si permette di “deridere” ciò che non comprende. Vorrei non deridere mai nulla, e niente e nessuno. Vorrei sorridere di compassione, vorrei saperla accogliere la vita, con tutta la sua complessità, vorrei smetterla di interpretarla con arroganza, vorrei che mi fosse lasciata la libertà di non incasellarla, di non dividerla, di non etichettarla. Vorrei leggerezza e umiltà, quella che “il capo” che è in me non prevede, vorrei ironia e senso della misura, vorrei essere sempre minoranza, vorrei che nessuno pendesse dalle mie labbra, vorrei essere servo di questo grumo di stupore che chiamiamo vita. Vorrei che fosse Lei, la vita, la regina e io il suo umilissimo cantore.

Anche i soldati lo deridevano”, vorrei riconoscere tutto ciò che è violento nel mio sguardo, nel mio parlare, nel mio sentire. Vorrei saper riconoscere in tempo la parola che si arma prima di camminare incontro alle cose. Vorrei smettere di deridere la debolezza, di guardare dall’alto in basso chi non la pensa come me, vorrei potermi sfilare fuori dalle lotte di qualsiasi palazzo, vorrei potermi disarmare fino in fondo. Vorrei potermi spogliare. Vorrei essere così sovrano della mia vita da essere un “re nudo”, come il Crocifisso, vorrei saper reggere le mille interpretazioni, ma senza condanna e vendetta. Vorrei disarmato depormi tra le mani di una vita che, per fortuna, rimane sempre più grande di me.

Costui è il re dei Giudei”, che sarà solo una scritta, che sembra definitiva, chiara, che mette tutti in accordo, che come ogni cosa è solo l’inizio di un fascio di interpretazioni. Perché sembra scritta da un capo, per derisione. Perché sembra perfetta per un soldato, che preferisce temere altri re. Perché la vita è così, è tutta una questione di interpretazione, di come educhiamo lo sguardo prima, prima di vedere, prima di approcciarci al reale. Di come educhiamo lo sguardo, perché non basta “stare a vedere” ma occorre “stare nel vedere”, cioè entrarci e starci dentro e provare a vedere l’effetto che la realtà produce su di noi. E starci dentro quel Cristo che muore sia per noi imparare ad essere davvero re, così re da non essere schiavi di nessun sistema, liberi, anche di tradire le attese. Così liberi da non aver bisogno di nessuno schiavo. Così liberi da saper lavare i piedi perfino al traditore, per lasciarlo libero di essere ciò che ha deciso. Liberi di lasciar interpretare la parola “re”, sperando che lo sguardo insegni che sovrano è solo chi non ha bisogno di legare nessuno a sé.

Cristo Re Stare a vedere

Il crollo Trentatreesima domenica TO anno C

crocetta Mozzacoda

Mozzacoda, Crocetta

Liturgia Parola 33 anno C

Il crollo

XXXIII domenica del Tempo Ordinario C (Luca 21,5-19)

 

A volte il tempio crolla, e sotto le macerie rimangono le belle pietre e i doni votivi che avevano impreziosito la nostra devozione alla vita. A volte il tempio crolla, è il tempio della religione costruita per tenere a bada Dio, ma può essere anche uno dei tanti templi che ci servono per tenere a bada la vita. Il tempio è l’emblema del nostro bisogno di sicurezza. E avere delle sicurezze è indispensabile. Passiamo la vita a mettere pietra su pietra, con sincera fede, con sicura devozione, con sacrificio, e orniamo dei pensieri migliori, e sacrifichiamo noi stessi per la costruzione e il mantenimento di ciò che ci appare sacro: la famiglia, la comunità, la chiesa… e tutto è bello e buono. E si può morire nel tempio delle proprie sicurezze, può succedere, e forse non c’è nulla di male, si appare al mondo un po’ troppo sicuri di sé, tendenzialmente non si concepisce un pensiero diverso dal proprio, in linea di massima si crede (ma senza ammetterlo, naturalmente) di non essere peccatori, di non essere nel torto, insomma di essere migliori di chi ha altre tradizioni e religioni. Si può vivere così, e credo sia anche legittimo, un modo come un altro per resistere alle intemperie della vita. Alla vita, in questo caso, si chiederanno solo conferme: legna da aggiungere al fuoco della tradizione, pietre da accumulare al gran bastione di una religione che mette al sicuro, di una morale impreziosita da eroici gesti di santità, una prassi quotidiana fatta di piccoli sacrifici utili per sentirsi degni di abitare il tempio. Si può vivere così per tutta la vita. A volte però il tempio crolla. Ed è una benedizione.

Le nostre sicurezze possono sfaldarsi per mille motivi, o per nessun motivo particolare, a volte basta anche il semplice scorrere della vita. Un tradimento, una malattia, un dramma, un errore, le cose della vita insomma, e il nostro tempio sacro, il nostro Dio, la nostra patria, la nostra famiglia, i nostri valori crollano. A volte non succede niente di eclatante, da fuori nessuno vede, ed è il caso più delicato, solo che ci alziamo un giorno e semplicemente non ci crediamo più. E non rimane pietra su pietra. Gesù dice che può essere una benedizione.

Gesù dice che il tempio può crollare, dice che non avverrà per la predicazione di qualche profeta, non verrà da fuori, non verrà annunciata la distruzione e non sarà passivamente subita. Dice che non sarà una guerra e nemmeno una rivoluzione a distruggere le nostre sicurezze. Insomma è inutile cercare nemici da fuori, quelli servono solo a costruire mura più alte, è solo lo scorrere della vita a metterci in crisi, che la vera distruzione del tempio e delle sue pietre e dei doni votivi accade perché la vita scorre in modo così uguale a se stessa, si ripete con tale cieca fissità, ripropone gli stessi capitoli fatti di guerre e rivoluzioni che non cambiano mai niente, che un giorno ci svegliamo e diciamo: il tempio non serve a nulla. Credere non cambia la vita. E così non rimane pietra su pietra.

Crollano le sicurezze. Una vita fatta a difendere la Chiesa e poi scopri che non ne valeva la pena, che l’istituzione si muove tra guerre e rivoluzioni per rimanere sempre se stessa. Scopri che i tradizionalisti sono uguali ai rivoluzionari, solo con maggior coerenza. Senti che tu stesso non sei l’eroe che ti credevi di essere. Una vita fatta a difendere la famiglia e poi ti accorgi che non eri innamorato e che stavi solo replicando un’idea sacra ricevuta in eredità dalla tua di famiglia, quella che magari avevi sempre odiato: e il tempio crolla. Una vita a difendere il ruolo di prete, moglie, suora, marito…ruolo perfetto, per accorgerti, un giorno, che era tutta solo una grande impalcatura, che il cuore era altrove, fuori dalle mura, ma avevi paura a seguirlo. E crolla tutto. E in quel momento puoi rimanere sotto le macerie per sempre oppure provare a tenere ciò che vale la pena custodire. La vera sacralità della vita. E questa pagina di Vangelo ci mostra il tesoro che era nascosto sotto le fondamenta del tempio, tesoro che senza crollo non avremmo trovato.

Cosa rimane sotto le macerie? “Allora avrete occasione di dare testimonianza”. Solo la testimonianza è credibile, nessuna struttura, nessuna pietra, niente di niente, solo il volto delle persone che sono state fedeli alla vita. Solo i miei gesti di umanità, quelli che sono riuscito a mettere al mondo nonostante la gabbia della struttura. Di tutta una vita passata nella difesa del Sacro Palazzo delle mie Sicurezze, sacro palazzo legittimo, ribadisco, quello che conta saranno solo i gesti di umanità buona condivisi. La struttura serve, ma è solo il contesto, quello che conta è la linfa. Un giorno crolla il tempio ed è una benedizione perché si scopre che Dio non era nel tempio ma nei testimoni di vita buona che abbiamo incontrato e che, magari, noi stessi siamo stati, almeno un po’, nonostante tutto.

E poi “mettetevi bene in mente di non preparare prima la vostra difesa”, che bello questo passaggio, crollerà tutto, crolleranno prima di tutto le pietre erette a difesa delle nostre paure (che spesso abbiamo spacciato per tradizione), crollerà tutto ciò che abbiamo eretto in nostra difesa e quindi rimarrà solo ciò che abbiamo accolto con fiducia e stupore. Il tesoro sepolto sotto le macerie è il profilo di un uomo che accoglie la vita con gratitudine e stupore. Un uomo che può sembrare ingenuo, sognatore, puro, sprovveduto, folle, un uomo che non avrà mai tenuto la vita a distanza di sicurezza. Un uomo che sarà crocifisso ai suoi sogni, come Gesù, sogni non capiti nemmeno da genitori, fratelli, parenti e amici (è proprio la storia di Gesù!). Ma uomo innamorato e libero. Fuori dal tempio.

Alla fine sotto le macerie verrà sepolto tanto, quasi tutto, rimarranno però Parola e Sapienza (“io vi darò parola e sapienza”). Che poi sono le uniche cose che abbiamo in dovere di cercare, nelle nostre comunità dico, innamorati della Parola e del Sapore buono della vita, quando è amata e condivisa. Delle nostre costruzioni impaurite, delle nostre difese (di tutte! Anche di quelle che sembrano più legittime, di quando difendiamo l’antico o il nuovo, il Papa o la tradizione, le parrocchie o le unità pastorali… delle nostre difese tutte non rimarrà nulla, tutto sotto le macerie, che liberazione!). Rimarrà il tesoro della testimonianza sapiente, della Parola, quella che ci fa perseverare nella fede in un uomo che quando è libero è luminoso, che quando ama è sacro, che è l’unico testimone credibile del divino.

XXXIII TO C Crollo

 

Nel girotondo dei vivi Trentaduesima domenica TO anno C

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Nuovi fiori a Crocetta

Liturgia Parola trentadue anno C

Nel girotondo dei vivi

XXXII domenica del Tempo Ordinario C (Sapienza 11 e Luca 19)

 

È vero, non c’è resurrezione. Nei vostri giochi da teologi viziati. Voi che inventate casi e non sapete più amare. Non c’è resurrezione nelle parole di chi non vede lo scarto dello stupore e non è abituato al profondo lento silenzioso senso delle cose. È vero sadducei, la vostra resurrezione, semplicemente non è esiste.

 

Finché non imparerete a non aggredirla la vita, e a non pretendere. Mai. Nemmeno i figli possono essere pretesi. Nemmeno l’amore. Nemmeno avere ragione. Nessuna pretesa val la pena d’essere vissuta. Nemmeno Dio si pretende.

La vita non è una guerra, nemmeno una lotta contro il tempo o contro il limite. Disarmati. Amati. Arrendersi prima che sia dichiarata l’ostilità. Prima che ogni cosa diventi ostile.

 

Risorgere non è ricominciare lontano dalle ombre, non una revisione corretta del male di vivere, risorgere è già qui, è accarezzare il limite con lacrime di compassione. E nutrire i propri demoni, ammansendoli il più possibile, è addomesticarsi.

Risorgere è impastare di polline ogni parola, respirare in ogni gesto, fecondare i silenzi.

Risorgere è fare l’amore con la morte. Smettere di fuggirla. Di offenderla.

Risorgere è lasciarsi scrivere dalla vita e poi bussare, bussare ad ogni istante e restare in attesa, di risposta, che l’Eterno è l’approdo dei vivi. Solo qui, adesso, a volte, l’Eterno è Riposo.

 

Risorgere è smetterla di lottare pateticamente con la morte, è farsela amica, compagna di viaggio, imparare ad amare e a morire, ci hanno aperto gli occhi per imparare questo. E niente più.

Riporre ogni frammento di vita nella scatola dei ricordi, e farlo con cura. Ma se il dramma è indicibile, come la morte di un figlio, quello no, quello non deporlo mai nei ricordi, è impossibile. Ma bestemmiare ad alta voce, accogliere la propria ribellione, maledire, aggredire, gridare. Provocarlo questo Dio insensato. Far risorgere da subito l’umano diritto alla felicità e sbatterlo contro il Cielo. E farlo a più riprese, fino a perdere il sonno, quella è preghiera. Gridare fino a indebolirsi, ci vorranno anni, forse la vita tutta, sfinirsi di debolezza e così finalmente risorgere nel Debole, respiro dell’Eterno. Riconoscerlo finalmente simile, immagine e somiglianza della nostra debolezza.

E riconoscersi, nello scambio umano e divino, di sguardi sconfitti.

Risorgere è vivere come angeli, cantando l’annuncio che in ogni storia d’amore si balbetta qualcosa di Lui. Una, due, sette…mille. Non importa quanto, importa se abbiamo amato sentendoci spazio della Sua danza del mondo. Non importa il morire, non importa quanti figli si sono lasciati ma se ci si è sentiti luna, spazio illuminato dall’amore del Sole. E poi un giorno, e sarà resurrezione, non ci sarà più luce riflessa, nessun satellite, solo Luce.

 

Risorgere è sfiorare la vita con dolcezza, e ascoltarla, e sentirla.

Risorgere è la vita che bussa, cerca, e suscita.

Resuscitare è la poesia che bussa al cuore e regala pioggia agli occhi.

Risorgere è quella carezza tra i capelli, è pane spezzato con il suo profumo, è sentirsi visitati dal Mistero. Risorgere è Visitazione. E un pianto commosso partorito nelle notti più buie.

 

Resuscitare è non rinunciare all’altrui libertà, nemmeno per tentazioni di bene. È l’amicizia che trasforma l’acqua in vino per sfilare l’inciampo dalla gioia.

Risorgere è il perdono dei peccati e più ancora lo stupore che fa cambiare occhi.

Risuscitare è ridare un figlio alla vedova, un servo all’amico, Lazzaro al mondo. Ma poi invitarla la morte nel girotondo dei vivi che aspettano l’Eterno.

 

Risuscitare è continuare a camminare nelle traiettorie degli amici, e togliere la polvere dai loro piedi, anche da quelli che hanno già tradito.

 

Risuscitare è una croce, un cimitero, qualche donna in pianto, tanta incomprensione e un mondo che non si ferma, è lasciar scivolare Tutto attraverso il Calvario. E poi aspettare. Neppure lì incepparla la vita, neppure lì.

 

Risuscitare è un mattino che nessuno ha capito essere di Pasqua, resuscitare è semplicemente uscire che è ancora buio. Ma anche restare chiusi in una stanza è resuscitare, lasciare che il gallo canti, e canti ancora, e non fare altro che aspettare, Lui verrà. Anche non atteso.

Resuscitare è un sepolcro, che la morte va abitata. E che sia Vuoto non vuol dire che la morte non esista.

Ma gli angeli lo sanno, neppure lei, la morte, decide di trattenerla la vita,

La resurrezione è seme.

XXXII TO C Risorgere

Ti sei ingozzato di bellezza?

stamattina

Crocetta Mozzacoda, stamattina

Dal Vangelo secondo Luca

In quel tempo, si avvicinavano a Gesù tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo. I farisei e gli scribi mormoravano dicendo: «Costui accoglie i peccatori e mangia con loro».
Ed egli disse loro questa parabola: «Chi di voi, se ha cento pecore e ne perde una, non lascia le novantanove nel deserto e va in cerca di quella perduta, finché non la trova? Quando l’ha trovata, pieno di gioia se la carica sulle spalle, va a casa, chiama gli amici e i vicini e dice loro: “Rallegratevi con me, perché ho trovato la mia pecora, quella che si era perduta”. Io vi dico: così vi sarà gioia nel cielo per un solo peccatore che si converte, più che per novantanove giusti i quali non hanno bisogno di conversione.
Oppure, quale donna, se ha dieci monete e ne perde una, non accende la lampada e spazza la casa e cerca accuratamente finché non la trova? E dopo averla trovata, chiama le amiche e le vicine, e dice: “Rallegratevi con me, perché ho trovato la moneta che avevo perduto”. Così, io vi dico, vi è gioia davanti agli angeli di Dio per un solo peccatore che si converte».

Basta solo avere fame e sulle labbra odio per ogni tipo di mormorazione. Perché è vile, mormorare. Non sentirsi migliori di nessuno e essere liberi, liberi della libertà dei peccatori pubblici che nulla hanno da difendere se non l’onore di non essere infami, la libertà di chi non ha bisogno di fingere: se vuole insultare, insulta.

Ma oggi è tempo di fame e non di bestemmie, è tempo di pane, e Lui mangia con noi, e non ci interessa nulla di tutto il resto. Lui parla di pecore perdute. No, parla di una sola pecora perduta e io mi sento quella pecora. Ecco forse questo ho il pudore di non dirlo, perché tutti qui, in fondo, sperano che ci sia qualcuno al mondo, almeno uno, che in caso di smarrimento…

Io lo ascolto e mi piace quando dice “finché non la trova”. Non è che il pastore si mette a cercare fino a un certo punto, no il limite è colui che si perde. E in quel “finché” riconosco tutti gli irriducibili, i perseguitati da un desiderio, gli incontentabili, gli insaziabili, gli innamorati e noi, gli affamati della vita. Che se anche abbiamo smarginato dalla morale e ce ne siamo fottuti delle convenzioni, anche se siamo insopportabili e impresentabili… noi però abbiamo fame! E lui ci invita.

E mentre sento la gioia di chi ha trovato ed è stato trovato, mi viene da pensare che alla fine, alla fine di tutto, quando tireremo le somme di questo grande giro di giostra che è la vita, in quel momento mi vien da pensare, e anche da sperare, che ci verrà chiesto: ti sei innamorato? Hai pianto? Ti sei emozionato? Ti sei arrabbiato? Insomma, hai mangiato con passione di questa benedetta vita che come manna ti inviavo ogni giorno? Ti sei ingozzato di bellezza?

Muri e muri trentunesima domenica anno C

muri

foto: Pisa, “I muri come possibilità”

Liturgia Parola trentuno anno C

Muri e muri

XXXI domenica del Tempo Ordinario C (Sapienza 11 e Luca 19)

 

“Tu infatti ami tutte le cose che esistono (…) Signore amante della vita”. E io credo che Gesù abbia camminato le strade della storia per mostrare queste parole di Sapienza. Io credo che se c’è un futuro per la Chiesa è solo nel coraggio di tornare qui, a queste parole di Sapienza e non dire nulla, non dire proprio più nulla, ma iniziare ad amare tutte le cose che esistono in silenzio adorante, amare la vita solo per il gusto di amare e perché non si può fare altro, se si ha il coraggio di aprire gli occhi. Io credo che la preghiera sia la richiesta di poter essere divini, così. Anche quando la vita è dura, anche quando le pieghe della vita ci autorizzerebbero a maledirla. Io credo che tutta la pedagogia dovrebbe partire e tornare a questa pagina, dove la correzione (ma una correzione fatta “a poco a poco”) arriva solo dopo aver esplicitato l’amore, è l’amore che abilita qualsiasi relazione. Io credo che mi piacerebbe avere la possibilità di poter chiedere scusa a tutte le persone che ho corretto, o di cui ho commentato le azioni, ma che non ho amato sufficientemente. Io credo che sarebbe bello vivere da sapienti e cioè non dire nulla, ma proprio nulla, se non dopo essersi assicurati che saremo disposti a dare la vita per la persona che abbiamo davanti. Io credo che una pagina come questa tratta dal libro della Sapienza sia da mandare a memoria nella speranza che scenda nel cuore e modifichi il nostro stile si vita. Io penso che questa pagina sia il miglior commento alla vicenda di Zaccheo.

Gerico, città di mura crollate, ed è stato facile, far crollare quelle mura dico, perché si vedevano. Qui sembra che non ci siano più muri, Gesù con passo leggero e deciso attraversa la città. Nello stesso tempo però un piccolo uomo di nome Zaccheo decide che quel giorno lui lo vuole vedere in faccia questo Gesù di cui tutti parlano. E allora ci prova. A volte la vita prende svolte imprevedibili, basta volerci provare.

Forse è Zaccheo il nuovo muro da abbattere? Lui è un piccolo uomo, lo sanno tutti, perché è un peccatore pieno di soldi. Forse è il peccato l’unico muro di cui non lasciare traccia? Zaccheo è curioso, e si lascia condurre dalla vita. E sarà pure un peccatore ma è decisamente vivo, così vivo da diventare, se stiamo attenti, maestro di sapienza. Perché inventa una doppia strategia: accelera il passo (corse avanti) e cambia prospettiva (sale sul famoso sicomoro). E noi sentiamo subito che qui non si parla solo di un piccolo uomo curioso ma si parla di noi, di come possiamo sopravvivere a noi stessi. Si parla di noi e di come la vita spesso ci appesantisca a tal punto da rallentarci fino a fermarci. Invece serve velocità, occorre ridare fiato e corsa al cuore, bisogna indurre un aumento di battiti. Occorre innamorarsi. A salvarsi saranno gli innamorati, magari peccatori, ma con il cuore che “corre avanti”. E poi cambiare prospettiva. Provare a guardare il mondo da una prospettiva diversa. La vicenda di Zaccheo è tutta uno spostamento dal basso in alto. Sale su un sicomoro, poi è “raccolto” da Gesù che, alzando gli occhi, lo invita a scendere, lo coglie come un contadino raccoglie frutti maturi dagli alberi. E lui scende, scende fino a casa sua, ma una volta lì ecco che si alza ancora, si alza davvero, prima di parlare: il piccolo uomo finalmente si eleva a statura umana. Diventa uomo.

Diventare uomini: ma quando capiremo che è l’unica vocazione a cui siamo chiamati?

Il peccato non è il nuovo muro, il peccato lo puoi attraversare, addirittura lo puoi trasformare in occasione, e per Zaccheo è successo esattamente questo.

Poi di lui non sappiamo più nulla, quello che sappiamo è che Gesù non gli chiede niente e che comunque la sua promessa è spropositata, e chissà, forse alla fine non si è liberato proprio della metà degli averi e non ha restituito quattro volte tanto. Certo è che nessuno glielo ha chiesto e nessuno è tornato a controllare. Per Gesù comunque nessun accenno a logiche sacrificali o di riparazione. E lo immagino Gesù ad ascoltare questo piccoletto, in piedi, a declamare con solennità le sue intenzioni, immagino Gesù e il suo sorriso, che è quello di un padre, di una madre, quando il figlio esagera con le promesse. Che poi le promesse siano mantenute non è il problema, l’importante è che il figlio abbia in cuore l’entusiasmo per proiettare la sua gioia di vivere.

E credo anche sia ora di finirla di farci sentire in colpa per le promesse non mantenute, magari dovremo cominciare a chiedere scusa per la paura che abbiamo addosso, quella che non ci fa promettere niente, quella che non ci fa osare più nessun desiderio dilatato in sogno.

Zaccheo non è il nuova muro, nemmeno il peccato lo è. A Gerico il muro è da un’altra parte: è la folla. È per colpa della folla che Zaccheo non vede ed è chiaro essere questo un muro difficilmente scalfibile, perché la folla non si sente folla.

Zaccheo per incontrare Gesù ha dovuto abbandonarla la folla, ma senza risentimento, era troppo piccolo per permettersi di giudicarla. Era troppo segnato dal peccato per potersi sentire migliore. Zaccheo si smarca dalla folla e lo fa senza condanna, questo è il miracolo vero. Poi Gesù lo chiama, per nome, dona a questo uomo un’identità. Un nome e un volto. La folla è un muro che impedisce l’accesso alla vita perché non prevede cammino verso l’identità personale. La folla è anonima. Ecco perché allo stadio o sui social o in qualsiasi altra parte in cui è il branco a dettare legge, troviamo i gesti più atroci. Zaccheo ci mette la faccia, diventa un volto e un nome.

Zaccheo scende dal sicomoro ed entra in relazione con Gesù, la folla mormora. Non c’è niente di più violento e regressivo della mormorazione. La mormorazione della folla è l’unico muro che non si lascia scalfire, ed è un muro che diventa ostacolo prima di tutto per i componenti della folla stessa. Bisogna correre avanti e farsi chiamare, bisogna cambiare punti di vista e poi scendere fino a casa, la propria casa, e senza giudicare mai, ma davvero mai, alzarsi e vedere che una vita buona è possibile anche per se stessi.

La folla quando mormora riesce a disarmare perfino i miracoli. Per questo ci serve qualcuno capace di chiamarci per nome, qualcuno capace di amore stupito e meraviglioso. Solo l’amore partorisce identità promettenti.

XXXI TO C muri