Per ogni risposta serve un corpo

I cieli sopra Mozzacoda, Crocetta, stamattina

“I cieli sopra Mozzacoda”, Crocetta di Mulazzo, stamattina

Dal Vangelo secondo Luca

Un giorno Gesù si trovava in un luogo solitario a pregare. I discepoli erano con lui ed egli pose loro questa domanda: «Le folle, chi dicono che io sia?». Essi risposero: «Giovanni il Battista; altri dicono Elìa; altri uno degli antichi profeti che è risorto».
Allora domandò loro: «Ma voi, chi dite che io sia?». Pietro rispose: «Il Cristo di Dio».
Egli ordinò loro severamente di non riferirlo ad alcuno. «Il Figlio dell’uomo – disse – deve soffrire molto, essere rifiutato dagli anziani, dai capi dei sacerdoti e dagli scribi, venire ucciso e risorgere il terzo giorno».

 

Non essere “folla” è il primo comandamento per una buona libertà.

Evitare risposte che appaiono nobili e che invece sono infami ripiegamenti sul passato: Giovanni, Elia e profeti vari sono sono comodi ritorni al “conosciuto”. (Quando Giovanni, Elia e profeti erano contemporanei non erano certo comodi!)

Ma soprattutto smettere di dare risposte esatte come quando si andava a catechismo. Anche la risposta più giusta va taciuta fino a quando.

Fino a quando non diventa carne. Per ogni risposta serve un corpo.

Unica risposta è soffrire per amore, liberare l’altro da abilitarlo al tradimento, morire e mostrare che la morte si può attraversare con l’Amore. Il resto conta nulla. Non abbiamo più bisogno di teoremi, abbiamo bisogno di corpi.

Io non so più cosa dice la folla, e sto imparando a disinteressarmene del tutto, io sento che le mie parole non sono sempre al posto giusto, provo un po’ di vergogna per quando mi sono illuso che a colpi di teologia si potesse mostrare la verità. Ora vedo uomini che conoscono il bosco, e ricordo che ho visto donne partorire e morenti rimanere uomini. E quei ricordi mi commuovono. Eri già lì.

Io non so più quello che dice la folla, e nemmeno la Chiesa la capisco sempre, ma io so che quando provo a dire di Te io scopro me. E te ne sono grato.

don Alessandro

P.S. I prossimi giorni sono stato invitato a Marola dagli amici dell’Unità Pastorale “Padre Misericordioso”, esercizi spirituali dal titolo “celebrare con il corpo”… se non dovessi comparire sui social sapete il motivo. Se invece riuscirò vi terrò aggiornati. Voi ricordateci! Un abbraccio forte

 

La tenerezza di Erode

don Chisciotte di Crocetta

Il don Chisciotte di Crocetta, stamattina

Dal Vangelo secondo Luca
In quel tempo, il tetràrca Erode sentì parlare di tutti questi avvenimenti e non sapeva che cosa pensare, perché alcuni dicevano: «Giovanni è risorto dai morti», altri: «È apparso Elìa», e altri ancora: «È risorto uno degli antichi profeti».
Ma Erode diceva: «Giovanni, l’ho fatto decapitare io; chi è dunque costui, del quale sento dire queste cose?». E cercava di vederlo.

Tu arrivi leggero, la Buona Novella si muove di bocca in bocca, non ha paura di farsi biascicare nei racconti della gente, ha il fiato greve la prima narrazione di Te. Il vangelo sei tu che sorridi nell’alito pesante dei poveri martiri, dei derelitti, dei normali.

Tu arrivi leggero fin dentro i palazzi, come una favola arrivi al castello di Erode e lui lo confondi, poverino, che tenerezza fanno i potenti che quasi sempre “non sano cosa pensare” e non possono confessarlo!

Come mosca in un bicchiere rovesciato Erode crede di pensare e invece affoga nel delirio di chi crede che la vita si possa sempre governare a fil di spada. “L’ho fatto decapitare io”, illuso, l’amore decapitato si moltiplica!

Altri re hanno cerato tra le stelle quello che Erode cerca in tasca, altri re si sono persi e messi in cammino mentre lui rimane ingabbiato in una stanza. Ci sono i Magi e c’è Erode, a noi la scelta.

“Cercava di vederlo”, come Zaccheo, ma il piccolo peccatore almeno corre, almeno arrampica e poi capisce, che non basta “cercare di vederlo” occorre “lasciarsi guardare” da lui. Perché per credere ci serve un altro sguardo. E ci serve di lasciarci guardare, così come siamo. E serve tanta fede per iniziare a credere in noi stessi!

E’ che la porta della stanza di Erode non si apre, rimane solo, forse uno sguardo esterno avrebbe cambiato il corso degli eventi.

Anche Gesù è re, anche Gesù “cercava di vederlo” il Padre, anche Gesù si lascia guardare. E crederà. Nudo come la verità, nudo come l’Amore, re dall’alto di un albero i cui unici rami saranno le sue braccia e frutto la Sua Parola d’Amore: unica Buona Notizia.

Non prendete nulla

ortensie crocetta

Crocetta, ortensie

Dal Vangelo secondo Luca 

In quel tempo, Gesù convocò i Dodici e diede loro forza e potere su tutti i demòni e di guarire le malattie. E li mandò ad annunciare il regno di Dio e a guarire gli infermi.
Disse loro: «Non prendete nulla per il viaggio, né bastone, né sacca, né pane, né denaro, e non portatevi due tuniche. In qualunque casa entriate, rimanete là, e di là poi ripartite. Quanto a coloro che non vi accolgono, uscite dalla loro città e scuotete la polvere dai vostri piedi come testimonianza contro di loro».
Allora essi uscirono e giravano di villaggio in villaggio, ovunque annunciando la buona notizia e operando guarigioni.

Non prendete nulla, che è come aprire la mano per afferrare e non avere tra le mani nessun frutto paradisiaco ma solo un pugno di vento.

Non prendete nulla ma fatevi prendere dal Nulla, perché il Vuoto è grembo e serve un grembo per rinascere.

Non prendete nulla, siate discepoli vuoti e mendicanti, e ditelo agli uomini che avete bisogno di loro, ditelo con le lacrime agli occhi, è buona notizia!

Non prendete nulla, è l’unico modo per suscitare umanità buona da chi incontrerete, riconoscete la bontà in ogni samaritano.

Non prendete nulla ma fatevi prendere dal Tutto.

Non prendete nulla e opererete guarigioni, e la prima sarete voi stessi. Siate testimonianza discreta di uomini guariti dall’Altrui Misericordia.

E Gesù li lascia al buio

thumbnail (2)

Crocetta stamattina

Dal Vangelo secondo Luca

In quel tempo, andarono da Gesù la madre e i suoi fratelli, ma non potevano avvicinarlo a causa della folla.
Gli fecero sapere: «Tua madre e i tuoi fratelli stanno fuori e desiderano vederti».
Ma egli rispose loro: «Mia madre e miei fratelli sono questi: coloro che ascoltano la parola di Dio e la mettono in pratica».

La folla separa, la madre rimane fuori e così pure i fratelli, uno spazio a tenere lontano quella cerchia di relazioni strette che costruiscono l’identità prima di ogni uomo. Lontano stanno gli affetti e i ricordi, anche le incomprensioni e le manie, lontano tutto quello che chiamiamo casa.

La folla è un muro.

Oltre il muro “il fuori” e dentro quel “fuori” un desiderio, il desiderio di vedere.

Gesù li lascia al buio.

Non sul piano del vedere è la relazione che cerca, ma su quello dell’ascolto.

E di un ascolto che diventa vita vera.

Stamattina ho pensato e pregato attorno a due cose.

La prima: Signore aiutami ad ascoltare il più possibile tutto ciò che vedo. Perché l’ascolto profondo delle cose radica la Realtà alla Verità. Diventa carne. Entra.

La seconda: le parole di madri o padri o fratelli o di tutte le persone care non sono mai neutre, il loro colore e il loro calore cambiano l’andamento della giornata. Signore aiutami a non leggere mai la Parola in modo neutro. Che sia Parola che muove sempre emozioni, Parola Padre e Madre e Fraterna.

Venire alla luce

thumbnail (1)

foto: Crocetta, adesso

Dal Vangelo secondo Luca

In quel tempo, Gesù disse alla folla:
«Nessuno accende una lampada e la copre con un vaso o la mette sotto un letto, ma la pone su un candelabro, perché chi entra veda la luce.
Non c’è nulla di segreto che non sia manifestato, nulla di nascosto che non sia conosciuto e venga in piena luce.
Fate attenzione dunque a come ascoltate; perché a chi ha, sarà dato, ma a chi non ha, sarà tolto anche ciò che crede di avere». (Vangelo di oggi 23 settembre)

E sembra che Gesù parli della vita, che vivere è “venire alla luce” e che se siamo stati chiamati non è per tenere le cose nascoste: “chi entra veda la luce”. E i segreti sono fatti per essere manifestati e nulla ci sia di nascosto. E così sembra che vivere in fondo sia semplice. Quasi scontato, al limite del noioso, come entrare in una pagina aperta, evidente. Invece no.

Invece quello è il movimento d’amore della Vita che ci chiama, ci viene incontro e non gioca a nascondersi. Quello è movimento del Padre che non gioca con noi come il gatto con il topo. Quello è il passo di Dio, luce da luce.

Ma noi non siamo fatti per la passività. Noi siamo affamati di luce. Non basta nascere per “venire alla luce”. Per la luce serve tanta attenzione. “Fate attenzione”. Portate il vostro cuore sul bordo delle cose e aspettate, e poi aspettate ancora. La luce verrà, il segreto si manifesterà, ma solo per uomini e donne pazienti, capaci di essere loro stessi gravidanza della luce che nasce. E a volte sarà terribile. Durissimo, incomprensibile. Sarà come stare nel Vuoto.

E poi state attenti a “come ascoltate”. Non basta ascoltare, c’è un “come”. Non basta ascoltare, il rischio è di avere delle categorie così immutabili da piegare la luce alle proprie pareti. Viene alla luce invece chi impara ad ascoltare mantenendo lo stupore e smontando ogni volta, con feroce pazienza, tutti gli schemi che hanno perso la fantasia dello Spirito. Saper ascoltare stupiti e disponibili, per non impedire alla luce di essere luce. Per non impedire alla luce di Essere.

 

Condannati a vivere 25 Tempo Ordinario C

i care

foto: Crocetta, panca “I CARE” opera di Gino Fogola

Condannati a vivere

XXV domenica del Tempo Ordinario C (Luca 16,1-13)

 

E noi lo vorremmo punito l’amministratore disonesto. Spinto contro il muro, costretto a umiliarsi per aver tradito la fiducia del divino amministratore celeste.

O almeno un pentimento, un qualsiasi tipo di pentimento, ci saremmo fatti bastare anche una di quelle confessioni capaci di rimettere le cose al loro posto, che le parole della prima lettura di Amos sono chiare, Dio non dimentica le ingiustizie! L’amministratore avrebbe dovuto chiedere perdono, ridare il maltolto e l’uomo mostrarsi oltre che ricco anche buono, praticamente Dio.

E invece no. La parabola di oggi sembra scritta appositamente per darci fastidio, per non farsi capire, vien voglia di arrivare in fondo per poter voltare pagina in fretta. Perché è una parabola, e il perdono e il pentimento invece no, quelli devono essere cronaca, vita concreta e mica parabole. Perché la parabola è uno schiaffo, con le parabole bisogna muoversi cauti, sono scritte per lasciarci disorientati, sono scritte per farci perdere l’orientamento e costringerci a guardare il mondo da un punto di vista nuovo.

E allora avanti, ma con calma.

La prima cosa da capire è che se Gesù in modo così chiaro e deciso si mette a lodare l’amministratore disonesto è per darci da subito un messaggio chiaro: non è una pagina che parla di morale. Gesù è così paradossale nel suo esempio che ci sta dicendo: sposta la tua attenzione altrove, lascia stare per questa volta il giusto e lo sbagliato, non è questione di comportamento, non è questione etica, volgi lo sguardo altrove!

 Nemmeno sul fatto che l’amministratore disonesto sperperi averi non suoi, non guardare lì, anche se ti viene automatico, il vangelo non è moralista mai, oggi ancor meno. Dello sperpero, oggi, non gli importa nulla. Guardare altrove, la parabola è uno schiaffo.

Fermati invece nel cuore del dramma: un uomo di colpo perde tutto. Se l’amministratore non può più amministrare quello che perde è: tutto. Perde ciò che ha e ciò che è, perde la propria identità, perde se stesso. E questa è la prima grande provocazione del testo: “i figli di questo mondo sono più avveduti dei figli della luce”, “avveduti” dice una traduzione letterale dal testo greco che ho trovato più interessante, e non “scaltri” che scaltro ha in sé qualcosa di negativo, invece no, Gesù loda la saggezza dell’amministratore perché gli serve da esempio per dire che occorre vivere così, radicalmente, tutto o niente. Che la vita è come l’Amore, o tutto o niente, non ci si accontenta mai di meno, non si può.

Avere fede non è aggiungere il “pezzo sacro” alla compilation dell’ordinario, è invece saper riconoscere che il Tutto batte sempre in Ogni cosa. Bisogna saperlo ascoltare.

Gesù non sta scrivendo un trattato di buoni comportamenti, in questa pagina ci sta chiedendo se il nostro rapporto con il Sacro della vita è totalizzante. Totalizzante significa che tutto, dal rapporto con il divino, al rapporto con gli uomini, con le cose, con la natura, tutto o è espressione del Mistero dell’Amore o non è. Ci sta provocando a chiederci: ma senza il rapporto con il Padre tu vivresti ancora o ti sentiresti orfano della casa come l’amministratore disonesto? È uno schiaffo, non si discute.

L’amministratore sarà quindi disonesto però è lucido, e questa pagina è un elogio alla lucidità dell’uomo che capisce subito che senza la fiducia dell’uomo ricco lui non è più nessuno, diventa niente. Così lucido che riesce a fare una diagnosi spietata di se stesso senza sconti: “zappare non ne ho la forza, mendicare mi vergogno”, non sarà un esempio di limpidezza morale (e lo ripeto, non è quello che Gesù vuole mostrare) ma quanti anni servono a un uomo per arrivare a riconoscere con tale chirurgica perfezione i propri limiti? C’è tanta saggezza in questa analisi della propria storia!

È chiaro che Gesù non parla di onestà e di perdono, non lo fa oggi, perché l’attenzione sarebbe inevitabilmente andata in quella direzione invece in ambito strettamente morale non mette niente di attraente per farci concentrare su questo: totalità dell’esperienza di fede e lucidità di analisi della propria storia.

E il bisogno di avere un posto, a qualsiasi costo, anche usando metodi criminali perché il vero bisogno di ognuno di noi è che qualcuno ci accolga in casa sua, il vero dramma è non avere casa, non essere di nessuno. E l’amministratore questo lo ha capito bene. E usa qualsiasi mezzo per non rimanere per strada.

La vita va vissuta così, secondo il vangelo, in modo feroce, totalizzante, estremo, fino alla fine, costi quel che costi. La vita non è un passatempo da riempire di vuoti giri di parole, la vita non è un libro di buone maniere, non una raccolta di pensieri edificanti, non una summa di grandi idee: la vita è cercare di essere veri, è giocare il tutto per tutto, la vita siamo noi, è la nostra identità, è ciò che siamo, non è lo sfondo su cui possiamo decidere quanto e come muoverci, la vita è tutto.

Ecco perché “chi è fedele in cose di poco conto è fedele anche in cose importanti”, perché le cose di poco conto non esistono, ogni cosa, anche la più minima, se vissuta con verità, pienezza, amore mi parla del Tutto anzi, per dirla meglio, in ogni cosa, anche minima, si parla di noi, si decide di noi, ci siamo noi. In ogni cosa. E questo è affascinante e terribile.

Tenendo conto che al mondo non abbiamo scelto noi di venirci.

Alla fine questa pagina di vangelo, come tante altre volte, vorremmo finisse presto, vorremmo finisse prima perché ci ricorda che siamo condannati a vivere, e che Gesù non propone consolanti scorciatoie: visto che siamo al mondo ci chiede di vivere, di vivere davvero prendendo tutto, giocando tutto, fino in fondo costi quel che costi, la vita intera.

liturgia parola 25 TOC

XXV TO C amministrare

Debitori

thumbnail

“Gesù allora gli disse: «Simone, ho da dirti qualcosa». Ed egli rispose: «Di’ pure, maestro». «Un creditore aveva due debitori: uno gli doveva cinquecento denari, l’altro cinquanta. Non avendo essi di che restituire, condonò il debito a tutti e due. Chi di loro dunque lo amerà di più?». Simone rispose: «Suppongo sia colui al quale ha condonato di più». Gli disse Gesù: «Hai giudicato bene»”.
Luca 7, Vangelo del 19 settembre

Una vita intera per scoprire la libertà di camminare nel mondo sentendosi in debito.
In debito con questa natura che respira attorno a me,
in debito con chi mi ha regalato la vita,
in debito per tutto l’amore che arriva ogni istante,
in debito per l’Immenso narrato in ogni frammento,
in debito per la vita e per la morte e per tutto quello che ci passa in mezzo…
Credo che il Vangelo di oggi ci aiuti a liberarci dall’ansia della perfezione. E ci regali la bellezza di vivere in debito, liberamente in debito di gratitudine con tutto e tutti.

E poi che bello, il debito è impossibile da saldare, perché è spropositato per le nostre forze. Cosa posso dare in cambio di un sorriso o di un gesto di affetto? Come posso ricambiare un gesto d’amore? Non si può , semplicemente impossibile… che libertà!

In più, nonostante certa moralistica dottrina… non esiste Dio che abbia interesse a ricevere i nostri sacrifici, non esiste amore interessato, l’amore non pretende interessi.

Siamo debitori della Vita? Siamo debitori dell’Amore? Riusciamo a chiamare la Vita e l’Amore con il nome “Padre”? Non ci resta che vivere liberi e grati, come persone amate, e cantare la Vita, danzare l’Amore con un vivere poetico e leggero, divino.

don Alessandro Dehò

foto Crocetta, il ponte d’ingresso alla casa e le bandiere del viaggio in Tibet

In ogni respiro respirato per amore (saluto alla Comunità di Arcene) 24 TO C

Casa Crocetta

foto: Il bordo della notte, Crocetta di Mulazzo settembre 2019

In ogni respiro respirato per amore

Saluto alla Comunità di Arcene, dal bordo della notte

Scrivo dal bordo della notte, fuori è buio e silenzio e solo l’abbaiare di Dulcinea mi ricorda che dietro il muro senza luce si muove, selvatica, la vita. E penso che sia sempre un po’ così, serve un certo istinto per vedere la vita oltre i muri delle apparenze. Sono sul bordo, non ancora parte di questo pezzo di mondo di confine che tanto mi ha affascinato e non più tra le strade di Arcene, a difendere la credibilità del mio ruolo di parroco. Confine, bordo, limite, i miei saluti arrivano da qui. Ho appena salutato amici arcenesi che sono passati per una cena, ho appena letto mail commoventi di saluto ma ora sono qui, cercando di vedere con l’istinto quello che difficilmente riesco a vedere in altro modo: il futuro.

Ma per andare oltre, per osare un passo nel ventre dell’ignoto l’unico modo che conosco è muoversi da un porto sicuro, e l’unico pezzo di vita su cui oggi mi sento di mettere piede per osare un cammino è la Parola di Dio, e allora ritorno lì e ricomincio da lì, dal Vangelo del 15 settembre prossimo, data del mio saluto ufficiale.

“In quel tempo si avvicinavano a Gesù tutti i pubblicano e i peccatori per ascoltarlo”.

Così inizia l’ultima pagina di Vangelo che ci vede insieme, e non potrebbe esserci inizio migliore. Cosa ho iniziato a imparare davvero in questi anni di Arcene? Cosa ho sentito forte nella carne, così forte da fare male? Che la parte che ascolta davvero il Vangelo è quella del nostro peccato. Il male, l’inadeguato, lo sbagliato che ci abita non è solo un pretesto per permettere a Gesù di mostrare tutta la sua misericordia ma è lo spazio recettivo, l’orecchio profondo, lo spazio che chiede di essere fecondato.

Io ringrazio per ogni persona che mi ha accompagnato a riconoscere il mio limite, il mio peccato. Ringrazio per chi mi ha insegnato, spesso senza volerlo, che riconoscere le proprie povertà è la possibilità per dire a voce alta che abbiamo fame di una Parola nuova, buona, diversa, alternativa.

 

“I farisei e gli scribi mormoravano”

Un’altra cosa mi avete insegnato bene in questi anni: il futuro si apre quando cessa la mormorazione. Mi spaventava tanto l’idea di morire risentito, di morire come uno di quelli che si sentono traditi dalla vita, mi spaventa chi cerca un colpevole, mi scuso per quando sono stato il primo a cercare alibi: mormora colui che non ha coraggio.

Auguriamoci di avere coraggio, ma sempre unito a tanta misericordia. La mormorazione è spesso compagna della condanna, il nostro agire invece sia il più possibile umile, libero e misericordioso. Non abbiamo risposte, nessuno di noi può dirsi padrone della Verità e quello che è giusto per la mia storia non lo è per quella dei fratelli. Adesso inizia per noi un cammino diverso, non esiste giusto o sbagliato, non esiste meglio o peggio, quello che è in nostro potere è di scegliere se stare dalla parte di chi mormora o di chi cammina con misericordia. Non sarà sempre facile ma credo sarà bello allenarsi ad accompagnare i cammini dei fratelli con leggerezza e gratitudine.

“Costui accoglie i peccatori e manga con loro”

Mangiare è un gesto simbolicamente immenso, non è un caso che Gesù lo abbia scelto per renderlo sacramento. Mangiare è celebrare la vita, è condividerla la vita, è dire che ogni respiro è più grande di noi, del nostro essere santi e peccatori insieme. Gesù mangiava con i peccatori per celebrare ogni respiro, per riconoscere la grandezza della vita. L’augurio più bello che possiamo condividere è quello di essere sempre capaci di non essere moralisti, impariamo ad innamorarci del respiro del fratello, di ogni fratello. La vita è sempre più grande di noi, delle nostre riduzioni.

Oggi è difficile riuscire a pensare a una vita di parrocchia visibile ed omogenea, tradizionale. Per fortuna. Era strada sbagliata. Non ci credo più. Nostro compito vero, oggi, è di respirare il respiro dei fratelli, è riconoscere la bellezza della vita che vive, dell’uomo che è bello quando ama. La distinzione tra santi e peccatori è perversione da scriba o fariseo, l’ossessione di poter catalogare le persone in base alla loro appartenenza parrocchiale è triste abitudine di un cristianesimo senza futuro. Andiamo invece a celebrare il respiro della vita, riconoscendo oggi dove la vita vive, in ogni respiro respirato per amore.

E ai mormoratori Gesù regala la parabola della pecora perduta, quella da cercare nel deserto. Parabola scandalosa, perché non ha senso mettere a rischio novantanove pecore per una sola. A meno che. A meno che quella pecorella smarrita sia io. E allora che il Signore ci aiuti a non sentirci mai dalla parte dei buoni.

A meno che quella pecorella smarrita sia solo un pretesto per ricordarci che noi siamo vivi solo perché qualcuno ci cerca, perché siamo importanti per qualcuno. Grazie a tutte le persone che mi hanno fatto sentire prezioso, grazie a chi non si è stancato di cercarmi, grazie a chi ha accettato di smarrirsi fidandosi di una predicazione spesso non facile. Grazie a chi è stato pecora fuori dal gregge tutte le volte che credevo di aver trovato la soluzione giusta e definitiva per la parrocchia. Non siamo fatti per stare in recinto, non siamo fatti per far tornare i conti, il pastore o è uomo in ricerca o è solo un mediocre tenta di “contare”. Ognuno di noi è entrambe le cose, cerchiamo e insieme cerchiamo di far quadrare i bilanci, a noi provare a dilatare l’inquietudine, a noi tornare a camminare incontro a quella parte di noi che non si arrende a stare chiusa, al sicuro, nello scontato e rassicurante recinto del risaputo.

E poi è parabola della donna che cerca le monete, che non basta cercare occorre continuare a cercare, occorre cercare “accuratamente” cioè con cura, le monete preziose. Grazie a chi ha avuto pazienza con me, grazie per i gesti di cura che mi avete donato, grazie per questi ultimi mesi, per chi concretamente si è speso con passione. Grazie per chi ha insistito, per chi non si è fermato alle apparenze. Grazie a chi ha avuto la costanza di credere che negli incastri di ogni pavimento è possibile trovare una moneta preziosa che sta aspettando. Non dimentichiamola questa lezione. Non c’è nessun pavimento misero.

E poi è parabola del padre misericordioso. Di quella parabola mi piace la sfrontatezza del figlio minore, mi intenerisce il padre, ho comprensione per il maggiore. Ma quello che mi piace più di tutto è quella parabola è storia che non ha una fine. Continua. Finisce in equilibrio. Il maggiore entrerà a fare festa? Il minore capirà? Il padre finalmente riuscirà ad essere padre? Mi piace salutare così, in equilibrio. Dal bordo. Di una notte, di una storia, di una vita che chiama ognuno di noi alla decisione. Decidere che volto di uomo e che volto di Dio desideriamo per la nostra vita. Il Cristo della Parola sia sempre di più volto seducente e liberante. Un abbraccio forte, definitivo, aperto. Un abbraccio che non chiude, che non stringe. Un abbraccio con un bordo aperto, per liberare.

saluto Arcene

liturgia parola 24 TOC

La Chiesa Cattolica

riccio

foto: “Lo vedi il bosco?”, Crocetta di Mulazzo 11 settembre 2019

Credo la Chiesa Cattolica

Mi è stato chiesto un intervento in occasione del Settenario in preparazione all’accoglienza di don Paolo che sarà parroco delle due parrocchie di Romano di Lombardia (mio paese Natale) e di don Marcello, tema: la Chiesa Cattolica. Eccolo:

Che cosa vuol dire “cattolica”? La parola “cattolica” significa “universale” nel senso di “secondo la totalità” o “secondo l’integralità”. (Catechismo Chiesa Cattolica)

La chiesa è universale… parola enorme che richiama l’Universo, ogni cosa. La chiesa è “secondo la totalità”, parola ambigua che richiama il tutto…e che mi sembra sempre pronta a scivolare nel totalitarismo. Io adoro il particolare, amo il parziale, le sfumature, i pezzi e i brandelli, io il totale riesco ad intravederlo solo quando è narrato poeticamente da un frammento. Allora per fortuna ho continuato a leggere il Catechismo e ho trovato:

(La Chiesa ) è cattolica perché in essa è presente Cristo. “Là dove è Cristo Gesù, ivi è la Chiesa cattolica”

Un’illuminazione, andava rovesciata la prospettiva, radicalmente. Andava cambiata la domanda, modificato l’approccio… non più “cosa significa che la chiesa è cattolica?” ma… se la chiesa è cattolica perché in essa è presente Cristo: dove è oggi Cristo? Dove lo trovo? Quali sono le esperienze cattoliche, cioè universali, che abbracciano la totalità degli esseri umani? Che liberazione, potevo imbarcarmi sulla parola “Cattolica” e prendere il largo alla ricerca di una Chiesa più grande, oltre i confini.

La chiesa non deve autodefinirsi cattolica ma scoprire la cattolicità di Cristo nel mondo. A me pare che questo sia il compito nuovo della Chiesa, andare alla ricerca della presenza di Cristo nelle esperienze anche non immediatamente religiose e scoprire così che la Sua fantasia è più grande dei nostri schemi.

Dove cercare Cristo oggi? Questa è la domanda. La prima risposta è: non solo nel recinto del conosciuto. Cristo non può essere ostaggio delle nostre tradizioni, delle nostre gerarchie, delle nostre manie, delle nostre liturgie, dei nostri oratori, dei nostri preti. Cristo non può essere nostra proprietà, se la Chiesa è Cattolica è perché deve rimettersi a cercare nell’Universo la Sua presenza…vi auguro di non perdere troppo tempo a pensare, litigare, confrontarsi sull’unità delle due Parrocchie di Romano, è tempo perso, tra qualche anno si cambierà ancora e poi non conta davvero nulla, ve lo dico con il cuore, lo dico da persona che ha giocato gran parte della sua vita per unire cinque oratori… sapete cosa resta di quella esperienza? L’amore donato e ricevuto, il resto è già cambiato mille volte, basta cambiare un prete (in questo nostro mondo clericale ancora di più!). Dovete unirvi e non lo volevate, avrete un solo parroco… se perdete tempo a recriminare non c’è cattolicità in voi, se la vivrete come occasione per trovare nuovi modi per amare…allora è già Vangelo.

Sì perché credo che la prima espressione dell’universalità, la prima traccia da seguire sia proprio l’Amore. Cosa c’è di più universale e quindi totale e quindi cattolico dell’amore? Dio è amore, definizione biblica. Dove cercare Dio? Dove le persone osano ancora inventare gesti di amore! Gesti di gratuità, di libertà, di verità. Guardate che questa conversione di sguardo è fondamentale, noi buttiamo un sacco di tempo a lamentarci per la mancanza dei giovani alle proposte della chiesa, ci perdiamo dietro la nostalgia di un tempo che non c’è più ma dovremmo invece essere più realisti… la gente si ama ancora! Ecco la cattolicità del reale, ecco la Chiesa! Lì c’è Cristo, e io posso vederlo, posso farne esperienza. Essere persone secondo il Vangelo non significa dover venire a messa tutti i giorni, essere nel Consiglio Pastorale o nella Caritas, non ci viene chiesto di andare in oratorio o di baciare i rosari o di votarsi alla madonna… è “secondo il Vangelo” chi ama, ed è esperienza universale, quindi cattolica.

Noi amiamo davvero qualcuno? Siamo disposti a morire per amore, a dare la vita per i nostri amici, a vivere a braccia spalancate senza rancore e senza odio? Siamo disposti a morire perdonando? Allora siamo cattolici! Sono molti di più i cattolici nel mondo rispetto i chi frequenta la chiesa…sono le persone che amano, qualsiasi sia la religione o la non religione, la cultura, la provenienza…  (per essere chiari non sto dicendo che la messa o la preghiera non servono a nulla, sto solo ricordando che dovrebbero essere mezzi per aiutarci a crescere nell’amore).

Cosa c’è di così universale cioè cattolico oltre all’amore? Mi è venuto in mente il corpo. In fondo ogni uomo, ogni donna ha (ed “è”) un corpo. E allora dove cercare il Cristo universale? Nel corpo (e forse non è un caso che quando ci viene regalata l’Eucarestia venga sussurrato “il corpo di Cristo”). Dove fare esperienza di Cristo? Nel Corpo, nelle nostre mani quando accarezzano e non trattengono, nei nostri occhi quando non si chiudono al dolore dei fratelli, nei nostri piedi, nella nostra capacità di dare gioia e vita al mondo…

La Chiesa sarà credibile quando invertirà l’approccio… non possiamo più imporre delle regole morali rigide e intellettualistiche che definiscono uno schema entro il quale uno può definirsi cattolico (cioè se rispetto le regole della chiesa sono cattolico se no sono fuori) ma, al contrario, dobbiamo essere rabdomanti della presenza di Cristo, riconoscerlo e ringraziarlo dove l’Amore si incarna, dove diventa corpo, anche nelle situazioni che non sono secondo le nostre tradizioni, secondo una certa morale. La Chiesa sarà davvero Cattolica quando smetterà di imporre delle condizioni ed inizierà ad amare così tanto il corpo dell’uomo da stupirsi per tutto l’amore che può regalare.

La Chiesa sarà davvero cattolica quando andrà in cerca dell’Amore e amerà il corpo degli uomini e delle donne senza paura, quando cioè si metterà in ascolto. Ecco la condizione per essere davvero universali, per scoprire Cristo: fare silenzio e ascoltare e riconoscere, e stupirsi, per la danza fantasiosa del Dio Amore proprio qui, proprio ora, proprio dove non mi aspettavo di trovarlo.

Riesci a farne a meno? Ventitreesima domenica anno C

bosco madonna del monte 5 settembre 19

foto: Bosco Madonna del Monte Crocetta, 5 settembre 19

Liturgia Parola 23 TO C

Riesci a farne a meno?

XXIII domenica del Tempo Ordinario C

(Sapienza 9, Luca 14)

 

E in quel momento la folla si accartoccia su se stessa, muscoli e cuori diventano groviglio, colti di sorpresa, stavano solo camminando, a volte l’amore procede per inerzia e i pensieri è normale che possano vagare, a volte non è che ci si chiede il senso di tutto e no non abbiamo le idee chiare ma è ancora presto, stavamo solo camminando, curiosità, senso di appartenenza, non stavamo facendo niente di male… lo sguardo di Gesù ferma tutto. Si volta e li guarda e quell’animale in cammino inciampa su se stesso e si arresta, Gesù li guarda con tenerezza decisa. Quel corpo fatto di folla intanto si sta già sbriciolando: ognuno torna a essere solo se stesso. Gesù non fa paura, sembra quasi voglia iniziare a piangere. Sembra indeciso sulle parole da scegliere. Sembra che tema di non essere capito. No, è sicuro, non verrà capito. Ma lui li ama e lo sa che quello che sta per dire è per loro possibilità di una vita buona.

            Nello sguardo di Gesù c’è tutta la prima lettura di oggi, libro della Sapienza: “i cammini dei mortali sono timidi e incerte le nostre riflessioni” ricordalo, sembra dire, ogni uomo è solo questo: timidezza e incertezza, che non sono malattie come la società vuole farci credere, non sono difetti, è quello che siamo, non lasciare che una folla, anche incamminata dietro a Dio, ti convinca del contrario. Rimani timido e incerto e senti il peso di quel “corpo corruttibile” che sei e di quella “tenda d’argilla che opprime una mente piena di preoccupazioni”. Tu sei questo amore mio, tu sei questo, non fingere. Puoi essere discepolo solo a partire da qui. Si volta Gesù, a regalarci la verità. Noi siamo questo. Niente di più niente di meno.

            Rinuncia alla forza, rinuncia alla chiarezza, rinuncia, lascia andare, alleggerisciti, liberati, non hai altro da imparare in questo tragitto tragicomico che è la vita, rinuncia a tutto, cammina leggero, respira via le pesantezze, solo questo mio piccola creatura timida e incerta, te la senti? “Così chiunque di voi non rinuncia ai suoi averi non può essere mio discepolo”.

            Rinuncia al padre e alla madre e a tutto quel passato che chiede da te solo una stanca replica dell’esistente. Alleggerisciti dalle attese di chi ti ha messo al mondo, lo fanno per il tuo bene, sono innamorati di te, vorrebbero il meglio ma non possono capire, non chiedere loro di comprendere ciò che perfino tu non hai chiaro, solo alleggerisciti, perché se mi segui fino in fondo cambierai così tanto da non riconoscerti più e sarai solo e se non ti sarai già liberato dal peso del vincolo con chi ti ha generato ti sentirai doppiamente solo, e smarrito, e incompreso, e maledirai il giorno in cui hai deciso di seguirmi.

“A stento immaginiamo le cose della terra, scopriamo con fatica quelle a portata di mano…” (Sapienza), nemmeno chi ti ama capirà fino in fondo, allontanati dalla perversa convinzione che chi hai scelto come compagno di vita possa capirti totalmente, a stento si immaginano le cose della terra, il mistero del viaggio di un uomo sulle strade dell’Amore è incomprensibile. Ama chi hai accanto ma abbi cura di lui, non pretendere troppo, c’è uno spazio che è solo tuo e mio e nessuno può entrarci. Quando prenderai la forma della croce, una forma che sarà solo tua perché tua è la croce da portare e tua è la forma che darai all’amore, rinuncia alla pretesa che i fratelli capiscano, e rinuncia pure tu a capirla la vita. Sei disposto a questo? Sei disposto a rinunciare al sogno che hai fatto su di te? Sei sicuro di non poter fare a meno di questa follia che si chiama vangelo? Sei disposto a perdere, a perderti, a vivere leggero in nome della libertà? Sì, la croce è solo questo, vivere liberi.

È farsi spogliare, dopo essere stato giudicato colpevole di non aver abbassato il capo davanti al potente di turno. È essere riconosciuti colpevoli di aver deluso le folle. È scegliere di morire da uomo libero ma anche terribilmente solo, morirai con il dubbio di aver sbagliato tutto e senza il conforto di nessuno. Sei disposto a questo?

            Gesù guarda negli occhi la folla, guarda negli occhi noi, capisce bene che la proposta è bruciante, che è rischiosa ma lo sa, è bellissima, ed è possibile. Ed è per tutti, per me e per te, non serve altro che lasciar andare, anzi, lasciarsi andare: come quando si fa l’amore. Come quando ci si fida delle promesse, come quando si scivola via dalle paure.

Discepolo è colui che molla la presa su tutto e lascia che la logica del Vangelo cambi la vita, la cambi così tanto da renderla incomprensibile. In nome della libertà.

Lasciare ogni risentimento perché quando sei crocifisso puoi volare ad ali spiegate oltre il cielo del rancore, della vendetta, della rabbia. Quando sei crocifisso non hai più tempo per odiare e il perdono, non è atto di bontà, è atto di chi ha mollato la presa dal rancore, è atto di libertà. Non capiranno i genitori, né le mogli, né i figli, nemmeno tu lo capirai dovrai solo sentirla la leggerezza che ti prende dentro quando senti di morire senza odiare nessuno.

            Solo per la libertà, quella che a braccia crocifisse fa volare oltre le logiche del successo e del fallimento, ad un’altezza e ad una leggerezza mai viste prima, da dove semplicemente non ha senso chiedersi se la vita vissuta è stata da vincenti o da perdenti; alleggeriti dal peso della competizione potremo finalmente solo commuoverci accorgendoci che nella vita, pur da timidi e insicuri, pur sbagliando, abbiamo amato qualcuno così tanto da preferire lui a noi stessi. Tutto il resto è peso per schiavi. Libero è chi ama.

            Solo per la libertà, ci faremo crocifiggere solo per la libertà di poter mostrare finalmente la nostra nudità, così come è, e non ci sarà niente da nascondere, avranno vergogna solo le persone che ci amano, loro non possono capire cosa vuol dire volare oltre la logica della perfezione. Saremo liberi perché finalmente potremo mostrarci vulnerabili. Solo per la libertà si prende la propria croce, la libertà di poter guardare il mondo dall’alto ma con compassione.

La domanda che Gesù spinge nel cuore della folla immobile e sorpresa è: ami così tanto la libertà da accettare di andare fino in fondo? Pensaci bene, non esistono mezze misure, è come costruire una torre o la finisci o meglio non cominciarla, fermarsi a metà ti lascerebbe più solo e arrabbiato. Ami così tanto la libertà da vincere quella guerra contro chi, per amore, dirà che stai buttando tutto all’aria? Ed è domanda che fiorisce dagli occhi umidi, commossi, dell’uomo libero.

XXIII TO C