Nessuno vide VII Tempo Ordinario anno C

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liturgia parola domenica settima ordinario anno C

Nessuno vide

(1 Samuele, Luca 6)

VII Tempo Ordinario anno C

 

Nessuno vide, nessuno se ne accorse, nessuno si svegliò

“Nessuno vide, nessuno se ne accorse, nessuno si svegliò” come se il deserto di Zif dove si sta svolgendo l’azione, fosse nient’altro che spazio sospeso in un tempo immobile. Come se i protagonisti di quella furiosa caccia all’uomo (Saul sta cercando di uccidere Davide) fossero nient’altro che ombre. Tutto è fermo. A muoversi è solo Davide, un ragazzo carico di ideali, bello e profetico. I suoi occhi vedono, il suo cuore è accorto, la sua mente sveglia. Lui solo è colore e movimento su questo sbiadito sfondo onirico. Come se fossimo nel suo intimo, come se fossimo dentro di lui. Tutto è in suo potere, può fare quello che vuole, può decidere. può dare la vita e toglierla. Vertiginosa libertà.

Davide cammina fin nel cuore del campo nemico, esercito armato contro di lui, l’immagine è potente, Davide cammina tra le minacce di morte che, assopite, possono scatenarsi in un niente. Noi leggiamo e sentiamo che è sensazione conosciuta, ognuno sa bene che i nemici più grandi se li porta dentro, che il male è accovacciato alla porta delle nostre tende, che il pericolo di morte è nel cuore di ognuno di noi.

Davide si cammina dentro, ecco quello che sta facendo davvero, cammina incontro a se stesso. Nessuno vide, nessuno se ne accorse, nessuno si svegliò, perché siamo nello spazio intimo dell’uomo dove ognuno è solo con se stesso. E il Signore passeggia con Davide. Silenzioso, invisibile, ma è lì. Come in paradiso, ma il cammino di Davide è più rischioso, ora lui ha in bocca il gusto acerbo del frutto del bene e del male. Il Signore cammina e osserva con attenzione.

Davide si incammina fino al cuore dei suoi problemi, davanti ai suoi occhi appare Saul, inerme. E’ lì, dorme, l’incarnazione della sua condanna a morte, basterebbe niente a sbarazzarsi di lui e diventare legittimamente re, Absai è accanto a Davide, il servitore si macchierebbe di sangue al posto suo, tutto è perfetto, anni dopo Davide non si farà scrupoli, ma a potere acquisito, a Gerusalemme, qui no, qui siamo nel deserto e Davide è più profeta che re. Nel mondo immobile e senza respiro Davide può, con un colpo di violenza che non vedrebbe nessuno, con un colpo che lui non farebbe fatica a credere di giustizia, sbarazzarsi dell’uomo che lo vuole uccidere. Ma non lo fa.

Perché Saul è un consacrato di Dio? Può essere, ma in fondo il Signore aveva già scelto Davide. Credo ci sia un altro motivo. In quello spazio sospeso il consacrato che merita la morte non è Saul ma è il Davide che sarà. Davide è come se guardasse se stesso al futuro quando lui, traditore e peccatore avrà bisogno di tanta divina umana misericordia.

Sono convinto che questo istante è il momento che ha salvato la vita a Davide. In questo preciso istante, in un luogo misterioso dello Spirito, Davide ha creduto in quel Signore che non uccide nemmeno l’assassino. Come se avesse sentito agire dentro di sé lo sguardo compassionevole di Dio, Lui solo è colui che rende sacra l’esistenza, sempre. Mi pare di sentire un calore e una forza incredibili in questo istante, in questo frammento di vita che sprigionerà la sua verità per tutta la vita futura di Davide.

Quando lui sarà il traditore, quando lui sarà accecato dalla passione, quando lui violenterà quando lui ucciderà, quando lui perderà la forza della profezia in nome di mille mediazioni politiche… in quel momento Davide non si toglierà la vita, non impazzirà, solo perché riuscirà a fare memoria di questo istante, esperienza di uno spazio sospeso di tempo, mentre nessuno vede, nessuno se ne accorge, nessuno è sveglio, in cui ci si può incontrare con il Signore della Compassione.

A noi praticare quello sguardo

A noi di imparare quello sguardo, è una pratica, è qualcosa da fare. Occorre ogni giorno sedersi e respirare piano. Occorre scendere fin nel deserto di Zif che ci portiamo dentro, quello spazio di battaglia, quello spazio dove le passioni si scontrano, dove la disumanità rischia di sfigurarci. C’è. Assicurato. Magari nascosto ma c’è. Scendere e camminare, dopo aver addormentato per un attimo le pulsioni di morte, occorre andare al cuore del male che dorme in noi, scostare la tenda e allearci alla compassione. Non abbiamo scelta, se non impariamo ad addomesticare il male lui ci distruggerà. Serve una pratica nonviolenta, serve andare a recuperare queste Parole bibliche commoventi e vere, serve renderle il più possibile una prassi, serve incarnarle, serve lasciare che fecondino i muscoli, i pensieri, gli istinti. Serve uno sguardo di Compassione sentito scandalosamente vero sulla nostra vita, solo così sapremo almeno balbettare, a nostra volta, semi di perdono.

E poi il Vangelo

E poi il Vangelo di oggi… da lasciar scorrere, da bere come fossimo davanti ad una fonte di acqua fresca, da non intrappolare con eccessivi commenti. Un Vangelo che scorre grazie al canto di un cuore libero, quello di Gesù, parole che non si contengono, parole che sanno possibile la rivoluzione perché sono parole disarmate. Parole che sanno che la rivoluzione non sarà mai opera dei ricchi, opera dei saggi, opera di chi detiene il potere… a loro è chiesta almeno la giustizia. La rivoluzione no, quella nasce dal basso e per essere tale deve essere disarmata. Deve muoversi da gente che è entrata nel proprio deserto di Zif senza uccidere. E senza uccidersi.

“Amate i vostri nemici, fate del bene a quelli che vi odiano…” scorre come un torrente vivo il Vangelo di oggi, sono parole di un innamorato, è lettera d’amore, e se sei innamorato tu ci credi a quelle parole esagerate perché l’amore è esagerato.

Poveri noi quando ascoltiamo il Vangelo come fosse utopia, poveri noi, vuol dire che siamo ricchi e tristi, per niente innamorati. La rivoluzione non è per noi. Poveri noi se pensiamo ancora che serva violenza per rimettere le cose a posto, siamo da compatire, abbiamo il cuore fermo, la rivoluzione non è per noi.

Ma se entrando nella tenda nel campo del nostro cuore siamo riusciti a esercitare compassione ecco che comprenderemo le tecniche di guerriglia di Gesù. Amate i nemici, cioè depotenziali, privarli dell’identità di avversario.  Fare del bene a chi odia cioè sorridete compassionevoli alla violenza. E poi pregate per chi vi tratta male, diventate misericordia attiva. è guerriglia questa, bisogna essere forti per metterla in pratica. E innamorati. Innamorati forte.

 Praticate

 Amate, fate del bene, benedite, pregate. In questo ordine. I quattro passaggi della guerriglia rivoluzionaria d’amore sono significativi. Prima di tutto un’apertura alla decisione di amare, stare dalla parte dell’amore. Subito dopo la pratica. Fate il bene. Per rendere vero l’amore bisogna fare gesti di bene. Sarà la costruzione paziente e concreta di gesti d’amore a cambiarci. Solo dopo che l’amore è diventato realtà in noi ecco che la parola può dispiegarsi. Solo chi fa l’amore può anche parlarne. Chi parla d’amore ma non ama è violento. Alla fine, la preghiera. Non una preghiera che ci aiuta a essere buoni ma una vita vissuta in pienezza che diventa apertura all’Infinito. La rivoluzione sarà possibile con metodi di guerriglia aggiornati: non si prega per essere più buoni, non funziona, ma si ama, si vive nella dedizione all’uomo giorno per giorno, compassionevoli e disarmati e infine non pregheremo più, diventeremo noi stessi preghiera.

VII Tempo Ordinario C 2019 nessuno vide

Grazie

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Questa è l’alba di stamattina. Ho pregato davanti a questa Bellezza. Questo è il mio grazie. In questi giorni in tanti, tantissimi, mi avete chiamato, avete scritto… non riesco a rispondere a tutti, confido nel tempo, ci incontreremo ancora.

Vi ringrazio così, con questa alba, con questo sole che splende sopra le nubi, sopra le nebbie.

Vi ringrazio, sono stati giorni densi di emozione questi, ho in mente tanti dei vostri volti, sabato e domenica durante le messe avevate occhi che piangevano per la tristezza di un addio e insieme un sorriso grande di grata emozione per quello che stava accadendo, credo sia questa la sintesi più bella di quello che stiamo vivendo.

Vi ringrazio, mi sono sentito davvero amato. Sono davvero amato.

Spero di riuscire a balbettare che vi amo tanto anche io.

Un abbraccio

Andrò

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Andrò (prete in altro modo e in altro luogo)

(Geremia 17, 1 Cor 15, Luca 6)

VI Tempo Ordinario anno C

 

Benedetto l’uomo che confida nel Signore

“Benedetto l’uomo che confida nel Signore” cosa significa davvero questa frase di Geremia? Me lo sono chiesto molte volte in questi ultimi mesi. Non ho risposta. O forse la risposta è proprio in quel bisogno di mettermi in ricerca di una risposta, bisogno che è tornato prepotentemente a scorrermi nelle vene. “Cosa significa confidare nel Signore?”

Non sarà una omelia ordinaria questa, avete già capito, non è ancora stata pubblicata in Facebook e io la sto leggendo… chissà forse non è questo il momento esatto della liturgia in cui dovrei dare certe notizie, forse è troppo presto e come mi è stato consigliato sarebbe stato meglio tenere il segreto, non lo so, forse avete davvero tutti ragione e io mi scuso se occuperò in modo eccessivamente personale questo spazio delle messe di oggi e domani ma io qui mi sento al sicuro, mi sento a casa, qui, nello spazio della condivisione della Parola, sento che ci siamo davvero trovati voi ed io, ed è stato bellissimo. Ci siamo capiti, ci siamo compresi, perché il Dio della Parola ci abbracciava. E allora è solo da qui che posso salutarvi sperando ancora di essere compreso. Sì, perché parto. Non subito, ma da settembre le nostre strade si divideranno. Non sarò più parroco di Arcene, in verità non sarò proprio più parroco: andrò a essere prete in altro luogo e in altro modo.

Benedetto l’uomo che confida nel Signore” non so cosa vuol dire davvero confidare in Lui, forse significa mettersi e stare in atteggiamento di profondo ascolto, e io quello credo di averlo sempre fatto. Con tanta paura, anche. Con il timore di non capire e con la ferocia di chi non si sentiva mai pronto per accogliere l’Immenso che lo circondava.  Ascolto della realtà, ascolto di una storia, quella di questi ultimi anni caratterizzata da grandi entusiasmi, da inevitabili e giuste delusioni, da grandi amori, da grandi incontri… da tanta vita. E vi ringrazio di cuore. Non credo di aver fatto tutto nel modo giusto (ma esiste un modo giusto?), so che vi ho amato tanto, so che per provare ad amarvi fino in fondo ho anche provato a cambiare molto di me. Se ci sono riuscito non lo so ma ci ho provato. E mi sono sentito amato, davvero oltre misura.

Grazie perché tanti di voi si sono fidati di me, alcuni di voi si sono fidati anche dopo che hanno scoperto che Alessandro era un uomo con tante fragilità. E questi sono per mi i miracoli veri della vita.

“Confidare nel Signore”, come dice Geremia, forse è riconoscere che un cuore che si sforza di ascoltare la vita non può far finta di niente. A me è sembrato di vedere, in questi ultimi mesi in modo sempre più chiaro, che la vita stava maturando l’urgenza di un gesto nuovo, di coraggio, di fiducia. Di amore.

Ho un po’ paura ma ho anche una gran voglia di rimettermi in gioco. Non sarò più parroco, ringrazio ognuno di voi per l’affetto e la pazienza di questi anni ma ora andrò ad abitare in una casa, vicino a un eremo, in montagna, in un luogo che è un po’ Toscana, un po’ Liguria e un po’ Emilia Romagna, luogo misterioso, di confine, la Lunigiana.

La frazione dove abiterò è piccolissima, mi è parso di capire che in inverno saremo in tre persone ad abitarci. Una frazione che fa parte di un comune più grande e quindi con più parrocchie piccole disseminate su un territorio vasto. Io lì avrò tempo per la preghiera e la riflessione e se potrò darò una mano al parroco, sarò a disposizione per la predicazione, per chi mi chiamerà, magari con il tempo penserò anche all’accoglienza di qualcuno che ha bisogno di silenzio e di condivisione della Parola. Non so molto di più, sarà quel che sarà, mi affido davvero. Non voglio nemmeno caricare di troppa enfasi questa scelta, magari non reggerò la solitudine o scoprirò che non è la mia strada, non so. Vi terrò in aggiornamento.

Per ora c’è una casa che pagherò poco alla volta con un mutuo. C’è la possibilità di un santuario splendido. Ci sono due vescovi, Francesco di Bergamo e Giovanni di Massa Carrara-Pontremoli, che mi sono stati padri e non solo hanno accolto la mia richiesta ma hanno contribuito a darle una prima forma. Con tanta fiducia nei miei confronti. Con tanto coraggio. Li ringrazio di cuore.

 

È come un albero piantato lungo un corso d’acqua, verso la corrente stende le radici.

“È come un albero piantato lungo un corso d’acqua, verso la corrente stende le radici” la casa dove abiterò è immersa in un bosco, castagni. Quando ho visto quella cosa mi sono sentito chiamato. E riconosciuto. Il santuario, a due passi dalla casa, è lì almeno dal XII secolo, monaci benedettini, ci abitava fino a pochi anni fa una suora eremita. Nell’aria, vi assicuro, è ancora presente il profumo di uomini e donne che hanno vissuto nella ricerca del Dio del Respiro Silenzioso.

Siamo radici, radici in cerca di acqua. Quell’acqua che permette all’albero di sfidare la forza di gravità ed immergersi nel Vento.

Mi sono sentito chiamato da quel posto, un pezzo di mondo che ha visto tante persone andarsene in cerca di lavoro, se riuscirò mi piacerebbe dedicare la mia vita a tenere abitato il più possibile un pezzo di mondo abbandonato. Lo sento molto più vicino alle mie corde. Nel silenzio, senza ruoli istituzionali, nel nascondimento, fedele solo a una Parola che non mi stancherò mai di far vibrare in me. Mi sembra molto più vicino a quello che sono, al “desiderio fondamentale” come direbbe il padre gesuita che mi sta accompagnando. Alla “chiamata vocazionale” come dice un amico prete a cui sono legatissimo che sta camminando al mio fianco da tanti anni.

Se noi abbiamo avuto speranza in Cristo soltanto per questa vita, siamo da commiserare più di tutti gli uomini.

Paolo nella seconda lettura di oggi ha il coraggio di strappare i veli a ciò che sembra finito per aprirli all’Infinito. Occhi che credono che tutto sia limitato nello spazio del visibile non possono vedere la Resurrezione. Occhi che non credono all’Invisibile sono da commiserare. Vi chiedo di guardare con me qualcosa che ancora non possiamo vedere. Vi auguro di guardare con me all’Invisibile che già ci abita. Noi siamo chiamati a rendere visibile l’Invisibile, a rendere visibile la speranza, la compassione, la gioia, la fiducia… l’Amore. Voi mi avete aiutato a vederlo l’Invisibile. E non lo dico con retorica, mi avete aiutato a vedere ciò che mi era Invisibile. Sono arrivato che ero un ragazzino convinto di sapere come doveva essere una parrocchia e come si faceva a “fare il prete”. Mi avete mostrato ciò che non vedevo di me, ciò che non volevo vedere, ciò che non sapevo di essere. Mi avete mostrato parti di me che ho scoperto con stupore e gratitudine e altre che mi ha fatto male riconoscere. Sono stati anni di forte impatto con la Verità. Di questo vi sarò grato per sempre. Ora sento di essere più me stesso. Grazie anche a voi.

Non è una fuga la mia, è evidente. Con il Vescovo abbiamo preso in esame molte possibilità rispetto ai tempi, non c’è fretta ma tutto sembra ormai maturo. Non è immagine molto originale ma sento che è l’attimo esatto in cui il frutto si stacca dal ramo. Attimo improvviso eppure preparato da un lento scorrere delle stagioni. Perché proprio adesso? Perché non prima? Perché non tra qualche mese? Non lo so, ma in questi ultimi tempi il frutto si è staccato. E non si torna indietro.

Ed egli, alzàti gli occhi verso i suoi discepoli

 Gesù nel vangelo è in un luogo pianeggiante, intorno a lui tanta gente, Lui alza gli occhi. È già miracolo sentite? Discepolo è chi si sente guardato negli occhi. Chi si sente guardato e amato per quello che è.

Nei mesi che ci rimangono da vivere insieme alleniamoci ancora più a guardarci negli occhi, ad amarci per quello che siamo, a vedere che ognuno di noi è mistero bellissimo e irriducibile a qualsiasi definizione.

E amiamoci perché siamo poveri. Sempre affamati e bisognosi. Nessun amore, per fortuna, riempirà mai questa fame. Continuiamo ad essere affamati, innamorati, curiosi, aperti alla vita.

Guardiamoci negli occhi e sentiamoci beati se ci verrà da piangere, perché chi piange è vivo, perché chi ama piange, perché chi ha cuore che pulsa d’amore sa bene cosa è la nostalgia.

Beati noi quando i nostri occhi si inumidiscono, beati noi se abbiamo paura del domani, di restare soli, di sbagliare.

Beati noi se avremo il coraggio di piangere. E che belli saremo quando ci innamoreremo così tanto di qualcuno che sapremo perfino piangere tra le sue braccia. Credo di possa fare l’amore con le lacrime!

Beati noi se sapremo essere segno di contraddizione, beati noi se accetteremo che non tutto si possa capire, beati noi se quando ci diranno che abbiamo tradito le aspettative perché solo tradendo le attese si possono uccidere le pretese, solo chi tradisce le attese può aprire, umilmente, l’Inedito.

Ho imparato a vederti V Tempo Ordinario anno C

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quinta ordinario C

Ho imparato a vederti

(Isaia 6; 1Cor 15; Luca 5)

V Tempo Ordinario anno C

 

Io vidi il Signore

Ho imparato a vederti. Come ha imparato Isaia. Eri su un trono alto ed elevato, il tuo manto riempiva non solo il Tempio ma ogni angolo dell’Universo.

Anche oggi mi piace, a volte, venire a vederti nel Cosmo. Nel Creato. Ti vedo nelle montagne, nei pianeti, nel sole e nella pioggia. Ti vedo nella natura immensa, nella misteriosa vita degli animali, nella bellezza feroce delle piante selvatiche. Ti vedo nel roteare della terra, nel ripetersi delle stagioni, nei burroni, nelle galassie. Ti vedo. Immenso. E ho paura. Santo Santo Santo il Signore degli eserciti. Ho paura di tanta Infinità.

Ho imparato a vederti nell’Immensità perché mi piace sentirmi come Isaia, uomo perduto, sperduto, smarrito, piccolo. Ho anche pensato, anni fa, che tutto questo fosse roba passata, da Testamento Antico, che ormai con Gesù tu eri l’amico vicino, il Dio della porta accanto. Poi, per fortuna mi sono perso ancora, e ti ho visto, Immenso, Inafferrabile, Irriducibile. Mi son sentito ancora piccolo davanti all’Universo soprattutto quando ho capito che universo infinito era la Sofferenza, la Morte, l’Amore. Mi sono smarrito nella tua Immensità che ho trovato dentro i sentimenti, e io piccolo e impaurito e smarrito. Santo, Santo, Signore degli eserciti.

Ti ho poi visto nel volo della Parola bruciante che come carbone ardente viene a incendiare le labbra degli uomini innamorati di Te. E ringrazio perché la paura e lo smarrimento rimangono, il carbone ardente dell’angelo brucia la colpa ma custodisce l’umiltà. Manda me, se vuoi Signore, manda me con labbra brucianti ma lasciami ti prego un cuore capace di smarrirsi davanti all’Immensità, davanti al Creato, non portarmi mai via la lucidità della mia fragile inconsistenza, del mio essere soffio, passaggio, lembo sgualcito del manto dell’Altissimo che Tutto copre e riempie.

Cinquecento fratelli

Crescendo ti ho incontrato in più di cinquecento fratelli. Eri apparso a loro e io di loro mi fidavo. Giuro, ti vedevo, o mi sembravi tu, di certo mi fidavo dei loro sguardi. Se eri apparso a loro, donne e uomini che io stimavo, come potevo non crederti? Se eri apparso a persone intelligenti e preparate come potevo non voler diventare come loro? Mi sembrava di vederti, giuro, ti vedevo nei loro occhi. Eri apparso ad altri e a me bastava. Avevano scritto libri finissimi di teologia, avevano dato la vita in modo eroico, avevano giurato di averti visto, erano persone credibili e appassionate, mi avevano detto tutto di te… come poteva non bastarmi? Ma a me non bastava mai, cercavo testimoni, cinquecento e poi altri cinquecento, non bastava mai. Sai quando sono andato in crisi? Quando i testimoni hanno cominciato a deludermi. E io, adolescente idealista e spietato, in nome di una idea purissima di te, non riuscivo a perdonarli.

Per grazia di Dio sono quello che sono

Poi un giorno sono stato io a deludermi. E ti ho visto davvero, in me. Mi sono sentito piccolo e smarrito, ho provato a negare e incolpare, a giurare che sarei cambiato, che non avrei sbagliato più, mi sono agitato nel mio orgoglio fino a quando (ma è grazia fragile, devo custodirla) sono riuscito a dire “sono quello che sono”. Mi ero accettato. Ma non bastava ancora. Un giorno, e lì ti ho visto davvero, sono riuscito a dire, come Paolo: sono quello che sono, per grazia di Dio.

E la compassione sui testimoni che mi avevano deluso diventava la conferma del Tuo Amore. E ti vedo, non più nelle false perfezioni di chi parla di te in modo affascinante, non più nell’eroismo di certi profeti, non più nelle parole cesellate con perfezione, non più nei tratti forti dei rivoluzionari senza dubbi ma ti vedo negli sguardi compassionevoli dei falliti, dei disarmati, degli sconfitti, degli emarginati. Nella compassione partecipe ti vedo. In chi perdona, e ama e comprende e non condanna Tu appari. E siamo in più di cinquecento.

Due barche accostate

E ho cominciato a vederti nelle barche accostate della mia storia. Dove credevo di non essere nessuno, dove credevo di aver sbagliato tutto, quando finalmente sono sceso a terra, sconfitto e mi sono messo, con umiltà a riparare reti. Ti ho visto nella rete da pulire. Nel gesto semplice e noioso, nel simbolo del tempo che si ripete, nel ricordo di una notte passata a pescare niente. Ti ho visto e ti ho sentito che mi sei camminato dentro. Per grazia di Dio ero quello che ero, e tu mi camminavi dentro, ero la barca tua, lo spazio tremolante e incerto, l’altare quotidiano della tua immensa feriale manifestazione. Per grazia di Dio ero un pescatore fallito.

Prendi il largo e gettate le vostre reti

Poi una pesca miracolosa. E io ti ho visto nei pesci e nella tua miracolosa moltiplicazione di vita. Eravamo all’inizio. Credevo di avere capito. Quanto stupido orgoglio mi aveva riempito! Ero stato scelto e dal fallimento ora passavo al successo. Sai quanto danno hanno fatto queste parole ripetute per miriadi di giornate del seminario? Senza di te falliti, con te pescatori provetti. Senza di te non contare niente, con te essere importanti. Che vergogna, questo non è Vangelo. Tu volevi solo portarmi a dire la frase di Pietro “Signore allontanati da me che sono peccatore” per farmi imparare a smontarla. Quel miracolo ridondante e quella frase così apparentemente piena di fede erano la sponda malata da cui dovevamo salpare.

Allontanati

Che i pesci contavano niente è stato subito evidente: li abbiamo abbandonati sulla riva. Quella frase invece… c’è voluto un Vangelo intero per smontarla. Abbiamo incontrato peccatori di ogni tipo e tu non li hai mai allontanati, e allora non “allontanati da me” ma “avvicinati a me” e non perché “sono peccatore” ma perché mi ami. Che, l’abbiamo imparato da te, nessuno è peccatore. Qualcuno nella libertà a volte fa il male ma noi siamo uomini, e uomini rimaniamo, e come preghiere aperte all’Alto abbiamo bisogno che Tu ci abiti, che tu ci venga dentro, siamo piccole barche ormeggiate in attesa di te e non più orgogliosi e impauriti peccatori tenuti a distanza. Avvicinati a me Signore, camminami dentro, non perché sono perfetto ma perché sono, perché semplicemente sono, per grazia di Dio, sono quello che sono. Camminami dentro, come quando passeggiavi nel giardino di Genesi, camminami dentro, anche sulle strade impervie della mia durezza, camminami dentro anche quando la mia barca si capovolge, camminami dentro e aiutami a seguirti. Pescatore e non peccatore, pescatore di umanità buona. Camminami dentro, io ti seguirò, e camminando incontro a me io incontrerò te. E finalmente ci riconosceremo.

V Tempo Ordinario C 2019 pescare uomini

Verità, mia seducente malattia IV Tempo Ordinario C

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Verità, mia seducente malattia

(Luca 4,21-30)

IV Tempo Ordinario anno C

 

Medico

E quando Gesù dice di essere medico tutto diventa chiaro. La verità è una malattia, aggressiva. Limitarsi a parlarne, chiuderla in libri di teologia, addomesticala in filosofiche teorie è come innamorarsi di manuali medici: affascinanti, meravigliosi, innocui. Quando la malattia aggredisce, quando si aggrappa alle carni, quando esplode dentro come un tumore, quando di metastasi semina la carne allora di quelle pagine ti vergogni, diventano mute, è terrore quello che ti chiude lo stomaco, è disperazione quella che ti spinge contro il muro. La Verità espone alla morte. E in fumo tutte le parole che non si lasciano provare dalla sofferenza.

Non è costui il figlio di Giuseppe?

La Scrittura si compie, la Parola si incarna, la diagnosi mostra i sintomi. In Sinagoga, da quel giorno, non si può più fingere, la Verità parla attraverso le piaghe della carne. Nessuno potrà più descriverne il fascino se non prendendo parola da un corpo provato. Verità come ferita, piaga, dolore. In quella Sinagoga tutti comprendono, non è questione di capire, Gesù si mostra. seducente lebbroso, Gesù è infetto di Verità. Sale la paura.

Prima reazione della gente, istintiva, la meraviglia e la testimonianza lasciano spazio a braccia che si protendono a voler tener lontano quel corpo malato. Si inizia con una negazione. Non è niente, è solo il figlio di Giuseppe. Negare di essere ammalati. Non può succedere a me. Illusi, non si accorgono che anche Giuseppe è già stato infettato. Ormai non più solo carpentiere di villaggio, l’accadimento della Parola ha già trasformato la sua vita in quella di un sognatore, carne divina fecondata di coraggio a portare in salvo un figlio. Giuseppe contaminato dalla Verità diventa più di quello che gli altri vogliono vedere, è uomo dei sogni, come l’altro Giuseppe, malato di Dio dai tempi del Testamento Antico.

Medico cura te stesso

Gesù non nega di essere contaminato di verità, ammalato, infetto. Medico cura te stesso. Vero non è l’uomo che parla di verità ma colui che ne mostra i sintomi e ne paga fino in fondo il prezzo. I malati, da che mondo è mondo, vengono isolati. Da quel giorno in Sinagoga la verità si legherà per sempre all’isolamento. Vero sarà solo l’uomo che con coraggio mostrerà le proprie piaghe. La prima diagnosi è su se stessi. Non possiamo parlare di verità se non l’abbiamo riconosciuta addosso a noi. Negare la malattia, credersi immuni, non accettare di mostrare la naturale vulnerabilità insita nell’essere umano è unico modo per non poter riconoscere il divino. E non arrivare mai a conoscere se stessi.

Dobbiamo smettere di parlare di fragilità, è parola troppo di moda, dobbiamo trovare il coraggio di manifestarci fragili. Vulnerabili. Peccatori. Dobbiamo smettere di combattere il peccato come se fosse qualcosa altro da noi, come se l’errore non ci appartenesse costitutivamente, come se la vita fosse una gara a guarire o a negare le nostre patologie. Curare se stessi, come suggerisce Gesù, è diventare capaci di lettura profonda di quello che siamo, abissi e marciume compreso, e poi prenderci cura del vero. Anche se costa, anche se è vergognoso, anche se non lo vorremmo.

Svelare e curare e smettere di coprire e negare. La retorica del puro, del santo, del perfetto, dell’eroico può essere buona a creare meraviglia e consenso ma è antievangelica, è negazione della verità. Creare spazi di svelamento del reale, luoghi veritativi e misericordiosi è l’unico servizio serio al Vangelo di Cristo.

            Nessun profeta è ben accetto in patria

Che lo svelamento della mia fragilità arrivi da dentro è difficile da accettare. Il tumore è sempre visto come nemico, corpo estraneo, cellula impazzita. Va aggredito e eliminato. Eppure siamo noi, è parte di noi. Poi certo che la malattia vuole cura e tutto quello che si può fare va fatto ma c’è una cosa da cui non si guarisce più, nemmeno a remissione completa, è il senso di vulnerabilità. Puoi anche guarire ma quel senso acuto di precarietà, quel tuo avere camminato fianco a fianco con la fine, quell’esserti sporto oltre il baratro del mistero quello non te lo toglie più nessuno. Dalla verità non si guarisce. È come se una parte di noi ci avesse esposto a guardare quello che non avremmo mai voluto vedere, come se la vita avesse svelato che la morte non è una nemica che arriva all’improvviso ma nasce e cresce con noi da sempre, ce la portiamo dentro. Non è un drago il male, non è una presenza esterna, non è altro, siamo noi, è dentro di noi. Chinarsi per prenderci cura di noi stessi è atto veritativo e compassionevole. Atto di grande coraggio.

Gesù nella Sinagoga si comporta come da profeta, è cellula ribelle in un copro ipocrita e compatto, è come un tumore, svela al paese che tutti siamo anche fragili, mortali e peccatori. Non che “loro sono” peccatori ma che tutti  “siamo”, è cellula tumorale, grida da dentro, questo è inaccettabile. Non parla della morte, inizia a darle spazio, a mostrarla, e non è un caso che il finale sia sempre lo stesso: espulsione. Succederà anche alla fine, espulso da Gerusalemme, gettato nella discarica del Calvario, corpo estraneo. E fino alla fine: mostrare le ferite.

Passando in mezzo a loro

Loro vogliono sbarazzarsi di lui ma lui passa in mezzo a loro. Cammina e passa in mezzo. Come un virus resistente e scomodo. Non te ne liberi facilmente, non te ne liberi proprio. Puoi illuderti di essere guarito, puoi negare, puoi ribellarti, puoi fingere ma da quel giorno tutto è inutile. Ammalati di verità, per sempre. E che liberazione sarà quel giorno in cui ci guarderemo con tenerezza e non negheremo le nostre fragilità, chinandoci piano accarezzeremo ogni parte di noi e ci mostreremo finalmente nudi e vulnerabili. Immersi nella compassione. Che belli saremo quando avremo spogliato e gettato lontano per sempre il nostro buffo cappotto ideale, quello che nasconde, quello che copre, quello che ci separa dal nostro vero volto. Che belli saremo quando senza patetiche coperture potremmo finalmente camminare, poveri ma lieti per l’Annuncio, liberi dalla prigionia dell’apparenza e dell’appartenenza, liberi dal ruolo che sempre chiede sacrificio, con gli occhi aperti e luce nuova, liberi da ogni oppressione, liberi dai sensi di colpa, liberi da quel che pensa la gente, liberi dalla strutture, liberi dalle aggressività dei padri e dalle paure delle madri, liberi dalle opprimenti aspettative, che belli saremo, proclameremo l’anno di Grazia, proclameremo con Grazia la bellezza della vita. E finalmente saremo anche noi compimento della Scrittura.

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