“Si dovrà quindi per ogni beatitudine tener presente un dono dello Spirito Santo; ciò che il cristiano attua in sé, obbedendo alle sette massime espresse nelle beatitudini, non rappresenta che il lavoro di ogni coscienza nella condotta di vita, lavoro che il dono dello Spirito coronerà e nello stesso tempo renderà più facile”. Sono parole di padre Domenico Bassi, un barnabita; mi raggiungono dalle pagine ingiallite e fragilissime di un libro del 1955: Il discorso della montagnadi Sant’Agostino, lavoro in cui il santo di Ippona mette in relazione Beatitudini e Pentecoste. Padre Bassi nell’introduzione si premura di contestualizzare il lavoro di Agostino, di sottolineare la “tendenza, del resto assai comune a quei tempi, di vedere troppo spesso significati allegorici nei minimi particolari”; riconosce certe forzature nel far combaciare le beatitudini con i classici doni dello Spirito. Però il percorso mi commuove. In questi giorni ho provato a pregare abitando insieme il monte e il cenacolo, ho provato a respirare il Soffio potente dello Spirito immaginando che il poetico respiro delle Beatitudini arrivasse a scuotere il cenacolo fortificato delle mie paure. Ho provato.
Continua qui: