“È sconcertante osservare ciò a cui l’uomo moderno attribuisce importanza e ciò che trascura. A volte pare che le cose abbiano per lui un peso tanto minore quanto più sono prossime al centro della sua esistenza” (Romano Guardini)
Lo sconcerto di Guardini mi interroga. Lo lascio brillare ai piedi di questa pagina evangelica che colpisce per il violento rifiuto che l’uomo opera verso l’invito di Dio. E poi lo mastico, quello sconcerto, boccone amaro, esame di coscienza. Non basta scrivere di Dio, non basta essere prete, non basta vivere isolato. Cosa ho posto davvero al centro della mia esistenza? A quali inviti sto rispondendo, quali messaggeri di Dio sto uccidendo?
Quando sono cerchio sento il peccato originale che, come cappio, mi soffoca: come trovare il coraggio di essere arco? Ma anche in questa domanda si cela la grande tentazione umana. Il proprio campo, i propri affari, la propria fede, il proprio impegno di credere, tutto è “proprio”, sempre e solo il nostro io, così il cerchio si chiude su di noi.
E la città fortificata brucia.
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