Essere figli, entrare nella vigna significa avere in noi gli stessi sentimenti di Cristo? Significa spogliarsi di ogni privilegio, svuotare se stessi? Comprendo allora che i figli siano in disaccordo con il padre. La vigna fa paura. La dolcezza dell’acino richiama la dolorosa e definitiva spremitura. Come Cristo: lui sì, il Figlio perfetto.
Non voglio! grida il primo figlio. E chi può volere questo? Si aprono domande terribili. Perché la vita prevede il passaggio del torchio? Perché il martirio continua a essere un luogo privilegiato, se non unico, per la testimonianza dell’Amore?
Davvero l’unico modo per dare senso alla vita che ci tocca in sorte è quello di svuotarci di noi stessi? L’orizzonte è quello di dare la vita per i carnefici? Gli stessi che rischiano di essere misericordiosamente accolti, al pari dei santi, nella misericordia infinita del Padre?
«Non voglio!», grida il figlio. E miracoloso, davvero miracoloso, è che quest’uomo, alla fine, si penta e cambi decisione. Quale attrazione più forte della morte può averlo condotto alla conversione?
So bene che quella narrata da Gesù in questa pagina è una parabola scagliata contro l’ipocrisia del mondo religioso, tarlo sempre presente e infido, così subdolo che, sappiamo, è difficile arrivare a un’autodiagnosi; eppure, rimane molto interessante che Cristo scelga questa narrazione nuda, quasi didascalica, che nulla dice sul processo di conversione del primo figlio. Poco sulle concrete motivazioni del rifiuto e meno ancora su quelle del ripensamento. Forse perché non c’è nulla da dire. Tutto si svolge nel mistero, nel segreto di una filiale e irriducibile appartenenza. Forse questo è il sentiero da percorrere.
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