“Anche il perdono, per noi, finisce così per essere un problema. Ce ne riempiamo la bocca, ma non sappiamo bene come intenderlo. Quando Gesù era in mezzo agli uomini e annunciava l’irrompere della perfetta giustizia del regno di Dio, allora, al cospetto di quella perfetta giustizia, poteva accadere che tutti si sentissero colpevoli, peccatori, e che invocassero il perdono di Dio e dei fratelli”.

(Sergio Quinzio, I Vangeli della domenica, Adelphi, 1998)

Ha ragione Sergio Quinzio, senza l’irrompere della perfetta giustizia del regno di Dio, senza la meravigliosa e totalizzante irruzione del divino nelle nostre carni mortali, il tema del perdono è pressoché incomprensibile, fuorviante, inaccessibile.

Di cosa dovrei chiedere perdono? Perché sarei chiamato a perdonare se tutto dovesse giocarsi solo intorno alle misere colpe di cui siamo capaci? Ma se il confronto è con la perfezione del regno di Dio, in quel caso, sentiamo immediatamente lo scarto. 

Occorre muoversi tenendo fisso lo sguardo su Cristo, o ci si perde in mille rivoli di giustificazioni.

Pietro sembra avere le idee chiare. C’è una colpa che fa male, c’è un fratello che mi ha ferito, c’è un limite al perdono. Limite tutt’altro che accomodante, ma almeno c’è. Pietro sembra riuscire a tracciare il perimetro del male. Sembra tutto molto chiaro. Ma nella vita non è mai davvero così. Quanta fatica a riconoscere il male, a ricostruirne i confini, quanta fatica a riconoscere la colpa e a trovare spazio e tempo per il confronto. Di solito esplodono alibi. E difficilmente il colpevole si sente tale. Sembra che Pietro ragioni astrattamente.

Sfumano le ragioni, si moltiplicano le giustificazioni, esplodono reazioni a violenze subite che subito sfociano in altro male; indagare le cause è perdersi nei meandri della psiche umana, discolparsi dando colpa ad altro, ad altri.

C’è chi si sente colpevole di ogni cosa al mondo e chi crede di essere sempre e solo vittima. Il male per sua natura è serpe che instilla il dubbio. Sfugge, morde alle spalle. Ho bisogno di concretezza. Di dare fisionomia alla colpa. O mi perdo.

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Cecità – Pangea