Se il Vivente non fosse qui, tra me e l’altro, proprio qui, tra le faccende del mio mondo, in questo groviglio di colpe commesse e torti inflitti, se non fosse qui, vivo, la solitudine del confronto a due sarebbe un processo senza appello. La vittima, con sguardo apparentemente mite, potrebbe affondare i denti nella giugulare del colpevole chiamando bacio di riconciliazione il colpo di grazia. Liberaci Signore dal male, anche da quello che può drammaticamente tramutare la vittima in carnefice.
Se il Vivente non fosse presente, se vittima o colpevole, in verità profonda, non sentissero come sacramentale l’atto del perdono, tutto si risolverebbe nell’umiliazione perpetuata dal “giusto” sul “peccatore”.
Tremendo il male inflitto da chi dice d’aver perdonato il tradimento, e lo dice e lo ridice all’infinito, senza dimenticarlo mai, appellandosi al diritto canonico, coinvolgendo sante guide spirituali, estenuando la sua vendetta di umiliazione in umiliazione.
Sentire il Vivente vivo, qui, presente, rende quasi impossibile il gesto dell’ammonizione solitaria al mio carnefice. Quando mai i miei occhi sapranno guardarlo come il Crocifisso ha guardato i suoi assassini? Penso a quella volta in cui sono stato corretto, quando il colpevole sono stato io: cercavo misericordia e trovavo solo spietata verità. Non sentii Cristo nel senso di fallimento radicale che mi tolse il fiato per mesi.
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