Città alta Codice mistico

Sono a tavola con persone che non conosco per nulla. Provo ad apparire, inutilmente, leggero e a mio agio. Cerco di non far pesare il mio imbarazzo. Ascolto. Sorrido. Abbozzo qualche domanda. Ma in me qualcosa rimane come contratto, come se non riuscissi ad aprirmi alla semplicità dell’incontro. Attendo che tutto si concluda per scivolare alle molte cose che mi aspettano e che io solo sto mentalmente etichettando come urgenti.

Loro sono attenti, sono contenti che io sia lì. Questo mi fa sentire ancora più povero: vorrei essere all’altezza della loro gioia. Ma non riesco.

La cena si conclude e io, a casa, mi imbatto nell’introduzione a “La mistica ebraica” di Giuseppe Laras. Leggo quasi per cercare una fuga. Leggo per staccarmi da quell’episodio. Ottengo il risultato opposto: “Se si volesse sinteticamente definire il pensiero mistico, si potrebbe dire che tale pensiero tende ad andare oltre a ciò che appare, nello sforzo di interpretare i simboli di cui è intessuta la realtà”.

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