Di zizzania e di stupore

“Le parabole della separazione o divisione vengono affinate nel loro senso dalle quattro parabole della sorpresa o dello stupore: senapa, lievito, tesoro, perla.”

Raccontare una parabola per stupire. Meglio, per gettare nello stupore. Gettarlo negli occhi di chi ascolta, come sabbia, per tornare a vedere di nuovo, diversamente, dopo aver pianto ogni singolo granello. 

Gettare nello stupore per stupire i sensi, per costringere all’immobilità, almeno per un attimo, almeno fino alla prossima parabola. 

Gettare stupore tra gli ingranaggi della civiltà capitalista, gettarlo per spreco, senza senso, per il gusto di far saltare la logica delle cause e degli effetti.

E se la zizzania fossimo noi?

Stupisce e scandalizza veder crescere la zizzania nel campo buono della Creazione. Subito i discepoli disciplinati chiedono ragione, cioè accusano il buon Dio. Cristo prende tempo, dilata la possibilità, non strapperà la zizzania. Ma a nessun discepolo viene mai in mente che forse la zizzania è lui? Che sono io? Come e chi valuta cosa sia e chi sia zizzania?

Succede, un giorno, di stupirsi, pulendosi gli occhi dall’ennesima parabola, a ribattezzare in grano ciò che nella vita si è sempre creduto zizzania. E anche il contrario, zizzania in grano. Fa male lo stupore, a volte. E fa rinascere. Rende stupidi agli occhi del mondo, ingenui. Avere il coraggio di mostrare stupore davanti alla vita è ammettere che della vita non si aveva compreso molto. Serve tanta umiltà per abilitarsi alla meraviglia. 

Serve tanta umiltà, ma anche di saper accettare il rischio di sbagliare. Perché lo stupore fa perdere i canoni riconosciuti che ci permettono di stare nel mondo occupando un ruolo e garantendo stabilità di giudizio. Molto più facile trincerarsi dietro la cinica corazza di chi non si stupisce più di nulla. 

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