Appena gli angeli si furono allontanati da loro, verso il cielo, i pastori dicevano l’un l’altro: «Andiamo dunque fino a Betlemme, vediamo questo avvenimento che il Signore ci ha fatto conoscere». Gli angeli se ne vanno creando un vuoto sulla terra, i pastori ripiombano nella notte dopo la luce, nel silenzio dopo l’annuncio. Ci si può smarrire tra questi due estremi. E forse è la storia della fede, anche della nostra fede, affascinati da un incontro con il Vivente che ci ha rapito il cuore camminiamo per una vita intera alla ricerca di segni che mantengano in vita il fuoco dell’amore.
“Gloria a Dio nel più alto dei cieli e sulla terra pace agli uomini che egli ama”, le angeliche parole furono uno strappo tra le tenebre, una luce che viene a inondare la fragilità umana, la promessa di un Dio che giura amore per la sua creatura. Poi però il silenzio. E la nostalgia. A quell’annuncio siamo chiamati a tornare. Verso quell’annuncio siamo chiamati a incamminarci, per entrare nella luce senza tramonto, per nascere finalmente a eternità. Intanto però siamo chiamati a cercare segni.
In questi giorni sono inciampato in alcune pagine di Geltrude di Helfta, mistica del 1200, mi sembrano perfette per commentare questo Vangelo, per seguire questa donna di fede e provare a far nostro il riaccadere dell’Amore che si incarna, dell’Annuncio che promette a ognuno di noi l’amore di Dio. Come per i pastori nella notte di Natale anche Geltrude incontra l’Annuncio, e lo descrive così: “Dio che sei in verità più chiaro di ogni luce e tuttavia più intimo di ogni segreto raccoglimento, avevi stabilito di diradare la densità delle mie tenebre, e così hai iniziato “dolcemente e con mitezza” a placare quel turbamento che avevi suscitato nel mio cuore da più di un mese, un turbamento con cui io credo, tendevi a distruggere la torre della mia vanità e dei miei formalismi”. Che possa essere anche per noi un Natale in cui l’annuncio della promessa di Dio diventa più chiaro di ogni tenebra che ci appesantisce il cuore, più chiaro si ogni luce che ci illude di felicità transitorie. Ma che questo arrivi dopo aver trovato il coraggio di sostare nella notte, come Geltrude, come ogni uomo in un serio cammino di fede, nel deserto, nella prova: prova che può aiutare a liberarci da una fede fatta di vanità, autocentrata, narcisista. E dai formalismi, siano essi i riti ripetuti con liturgica precisione ma senza cuore oppure, al contrario, il formalismo di chi resiste all’amore di Dio definendosi impermeabile alla grazia, orgogliosamente ateo per non dover ammettere di essere stati affascinato da un amore che solo i miseri comprendono. Sia un Natale in cui troviamo il coraggio di lasciarci compromettere dal Mistero.
“Andarono, senza indugio, e trovarono Maria e Giuseppe e il bambino, adagiato nella mangiatoia. E dopo averlo visto, riferirono ciò che del bambino era stato detto loro”. I pastori camminano nella notte e, camminando, si trasfigurano in angeli, diventano la Parola che hanno ascoltato, annunciatori, pastori angelici. Geltrude descrive così il suo Natale “Nella santissima notte in cui i cieli, in virtù della divina rugiada apportatrice di dolcezza, divennero miele su tutta la terra, il vello della mia anima, intriso di quella rugiada sul terreno della comunità, cercava di partecipare con la pratica della devozione, a quel parto dall’alto dei cieli, con cui la Vergne diede alla luce come un raggio di sole un figlio vero Dio e vero uomo”. Cercava di partecipare! Ecco il cuore! Come gli angeli, come Geltrude anche noi siamo chiamati a sentire la dolcezza di miele di un annuncio che cambia le sorti dell’umanità, ma non basta l’ascolto, serve la “pratica della devozione”, mi piace molto come definizione, mi piace che venga definita pratica, perché è una fede che si incarna, che prende forma nel nostro corpo, come i pastori diventano angeli così Geltrude partecipa del parto della Vergine dall’alto dei cieli. Incarnazione come coinvolgimento della nostra stessa carne all’accedere di Dio nel mondo. Natale non è solo il ricordo di un avvenimento storico, non il vago illusorio tentativo di costruire un mondo di dolci sentimenti ma un accadimento che chiede alla nostra vita l’atto fiducioso di abbandono. Una sorta di deificazione della nostra miseria.
“Tutti quelli che udivano si stupirono delle cose dette loro dai pastori. Maria, da parte sua, custodiva tutte queste cose, meditandole nel suo cuore”. L’annuncio si dilata, i pastori sono portatori di stupore e Maria sembra nutrirsi dalle loro labbra, succhia meraviglia divina dalle vite improbabili dei pastori e custodisce nel cuore meditando. Geltrude: “Come in un qualche istantaneo prodigio, l’anima comprese che le veniva offerto, ed era da lei accolto come in una parte del cuore, un tenero bambino che pareva nato in quell’ora, nel quale senza dubbio era celato il dono della somma perfezione (…) e mentre la mia anima lo custodiva al suo interno (…) comprese l’ineffabile significato di quelle parole che scorrono così dolcemente “Dio sarà tutto in tutti” (Corinzi 15,28)”. Come Maria, come i pastori, come chi ascoltava la loro testimonianza, come Geltrude anche per noi sarà Natale se in qualche parte del nostro cuore, nella parte più segreta della nostra anima, sentiremo che ci è affidato un Dio fatto uomo, un Dio che sarà tutto in tutti, anche in noi, uomini e donne chiamati a questa profonda e liberante trasformazione. Un giorno saremo tutti in Lui. Finalmente.
Sempre Geltrude “Nel giorno della tua santissima Natività ti presi dalla mangiatoia, tenero bambinello avvolto nelle fasce e ti premetti al petto, per raccogliere per me da tutte le angustie dei tuoi infantili disagi un mazzolino di mirra da tenere nei miei seni” E più avanti “mentre si leggeva il Vangelo “partorì il suo figlio primogenito” la tua madre immacolata mi porse con le immacolate sue mani te, figlio della sua verginità, amabile bambinello, che parevi tendere ai miei abbraci con tutte le mie forze. Ed io, indegna ti presi, tenero infante, che stringevi il mio collo con le tue braccia delicate”, e se anche possiamo sentire la distanza per una devozione antica, per una modalità che non è nostra, per un linguaggio ostico, anche se intimamente magari lottiamo con il dubbio di considerare queste cose solo frutto della suggestione o, peggio, della malattia psichiatrica, io credo che dobbiamo con umiltà comprendere che anche noi siamo chiamati a trovare il nostro modo, la nostra devozione, la nostra pratica, per sentire che Dio non è un’idea ma un’esperienza concreta, che l’incarnazione è un fatto reale, che accade, anche in noi. Trovare il modo per prendere in braccio Cristo, per dire con Geltrude “per questo nel soffio del tuo dolce spirito, che usciva da quella bocca benedetta, sentii un ristoro così vivificante che da allora meritatamente l’anima mia ti benedirà, Signore mio Dio, “e tutto ciò che in me benedirà il tuo santo nome” (Salmo 102)”, Geltrude diventa incarnazione della Sua parola, questa è la pratica della devozione, questa è la fede, a noi trovare il modo di viverla, questo il Natale, come e con Maria, come e con i pastori. Fino a dire, con Geltrude, con parole di infinita dolcezza: “quando la tua beatissima madre si dava da fare ad avvolgerti nelle fasce dell’infanzia, io chiedevo di esservi avvolta insieme a te”