Benedetto chi è rimasto al nostro fianco

(Luca 18,9-14)

Trentesima domenica Tempo Ordinario anno C

È tutto così troppo evidente. Da una parte il fariseo e la sua presunzione di essere giusto, lo dice il Vangelo stesso proprio all’inizio, la sua intima presunzione, la sua sicurezza. Dall’altra parte il pubblicano che, nella sua umiltà, è invece perfetto, ineccepibile, dalla postura del corpo alle parole misurate e profonde, immense: abbi pietà di me che sono peccatore. Parole così spiritualmente vertiginose da essere diventate il respiro di fede per molte persone. E’ tutto così troppo evidente che è difficile per noi prendere posto accanto a uno degli estremi, probabilmente non ci sentiamo così sfacciatamente giusti ma nemmeno così terribilmente peccatori. Siamo nel mezzo, in questo oceano aperto tra le due rive opposte del fariseo e del pubblicano, siamo in mezzo, viaggiamo come possiamo, a volte spinti su una riva a volte sull’altra. Forse è tutto così evidente proprio per farci sentire un poco come entrambi i protagonisti della parabola. Così non resta che addentrarci con tanta umiltà tra le righe di questa pagina provando a sentire il sapore di ogni passaggio bruciare sulla nostra pelle, tentando di non sentirci indenni rispetto al modo di stare al mondo sia del fariseo che del pubblicano.

Perché forse l’intima presunzione di essere giusti, in fondo, ci abita. In fondo rediamo che, se tutti stessero al mondo come facciamo noi, non ci sarebbero guerre, diminuirebbe l’odio, ci sarebbe più giustizia… Intimamente crediamo che il nostro modo di vedere Dio sia quello giusto, ognuno a difendere la propria spiritualità, la propria parrocchia di appartenenza, la propria antropologia di riferimento, la propria cultura… e quasi sempre senza esporsi, o senza cercare spazi di vero confronto, ci teniamo in cuore la nostra sicurezza di essere dalla parte del giusto e disprezziamo intimamente chi non la pensa come noi. Magari fingiamo di inginocchiarci, di occupare gli ultimi posti, ma dentro di noi stiamo in piedi, sicuri, tra i primi posti. O magari, e questo è peggio, lo facciamo senza nemmeno accorgercene più.

Scorrendo le notizie di cronaca magari non ringraziamo ad alta voce perché non siamo come chi compie i femminicidi, come chi ruba, come chi attacca una nazione, come chi inquina, come chi è troppo legato al denaro, come chi invade una nazione, come chi respinge i migranti… come gli altri insomma. Ci indigniamo, manifestiamo, siamo eco sostenibili e resilienti, leggiamo, ci informiamo noi…non come gli altri. E se scoppia uno scandalo legato a qualche uomo di chiesa, anche in quel caso, noi non siamo come loro. E così magari non digiuniamo due volte alla settimana ma abbiamo comunque i nostri riti per mostrarci puri, ci nutriamo di una certa informazione, partecipiamo a determinati eventi, compiamo pellegrinaggi religiosi o laici, insomma cambiano i copioni ma il senso rimane quello del Vangelo: fare, trovare qualcosa che giustifichi la nostra superiorità morale, senza dirlo espressamente ma attendendoci che gli altri si accorgano di quanto noi siamo migliori.

Non credo ci sia sempre cattiveria, anzi, penso che sia quasi inevitabile all’interno di un mondo che è (ed è sempre stato) competitivo cercare la nostra strada per trovare un po’ di luce. Però sarebbe bello trovare il coraggio di dire almeno a noi stessi che quello facciamo non lo facciamo perché siamo buoni ma per noi, per la nostra paura di essere soli o, quando va male, per il nostro incurabile narcisismo.

No, forse non siamo così esagerati come il fariseo della parabola, viaggiamo nel mare della mediocrità, dell’apparenza, del politicamente corretto e questo diventa un ostacolo in più, possiamo procedere per una vita intera sentendoci giusti. Magari prendiamo in prestito parole d’umiltà, preghiere dolci, atteggiamenti mesti, magari ci diciamo amici dei poveri e devoti dei santi più poveri, ma la povertà non sappiamo nemmeno cosa sia.

A volte però succede. Succede che le apparenze si rompano, che una parabola, un evento, un errore, finalmente ci smascheri. Fa male. Fa molto male. Ma è il passaggio per la vera libertà. E forse per quello che possiamo chiamate

Benedette le persone che ci amano davvero e che un giorno ce lo hanno fatto capire quanto eravamo miseri, e quanti errori stavamo compiendo e quanto male i nostri gesti stavano lasciando dietro di noi. Benedetti noi se non abbiamo negato, nemmeno a noi stessi, soprattutto a noi stessi. Benedetto il fallimento, perfino il peccato sia benedetto, se ci ha intimamente smascherato.

Benedetto il momento in cui qualcosa in noi si è rotto, benedetta la frase che ci ha fatto vacillare, benedetta la vergogna di quando ci siamo sentiti sporchi e opportunisti e falsi, benedetto il momento di quando ci siamo sentiti esattamente “come gli altri uomini”, benedetto l’attimo in cui ci siamo accorti di rubare affetto senza gratitudine, di approfittare dell’altro senza vergogna, benedetto il giorno in cui abbiamo scoperto di essere ingiusti, benedetto l’attimo in cui abbiamo perso la faccia, quando abbiamo sentito che se tutti fossero come noi il mondo non sarebbe stato migliore, benedetta la verità che ci fa scoprire la meschinità che abbiamo dentro e ci mostra schiavi di quella inguaribile scelta di coprire sempre la verità pur di mantenere linde le apparenze. Benedetto il giorno in cui non ci siamo sentiti migliori dei nostri padri. Benedetto il tempo in cui abbiamo iniziato a pregare per le vittime della nostra immaturità. Benedetto il girono in cui il nostro narcisismo ha iniziato a crollare. Benedetto soprattutto chi, in quel momento, era al nostro fianco, ed è rimasto, salvandoci letteralmente la vita.

Certo che fa male.

E che si può anche morire.

Certo che si prova vergogna.

E che la tentazione sarebbe (e rimane) quella di tornare all’immagine perfetta che avevamo saputo costruire con tanta perizia…

ma se in quel crollo di ciò che siamo sentiamo mutare il volto di Dio che smette i panni dell’Altissimo luminoso e perfettissimo (quello che avremmo voluto essere noi) e si mostra per quello che è, il Dio misericordioso e vicino che assume il mio peccato per mostrare un volto inedito di sé, in quel momento potremmo anche riuscire a ringraziare il fatto di essere caduti in miseria. Solo se quel volto, quell’incontro, è davvero il senso ultimo del nostro stare al mondo. E del nostro orizzonte escatologico.   





Dal Vangelo secondo Luca
Lc 18,9-14

In quel tempo, Gesù disse ancora questa parabola per alcuni che avevano l’intima presunzione di essere giusti e disprezzavano gli altri:
«Due uomini salirono al tempio a pregare: uno era fariseo e l’altro pubblicano.
Il fariseo, stando in piedi, pregava così tra sé: “O Dio, ti ringrazio perché non sono come gli altri uomini, ladri, ingiusti, adùlteri, e neppure come questo pubblicano. Digiuno due volte alla settimana e pago le decime di tutto quello che possiedo”.
Il pubblicano invece, fermatosi a distanza, non osava nemmeno alzare gli occhi al cielo, ma si batteva il petto dicendo: “O Dio, abbi pietà di me peccatore”.
Io vi dico: questi, a differenza dell’altro, tornò a casa sua giustificato, perché chiunque si esalta sarà umiliato, chi invece si umilia sarà esaltato».