
(Lc 14,25-33) Ventitreesima domenica Tempo Ordinario anno C Non ci chiedi altro sacrificio, non è quello, la vita è già abbastanza faticosa, a fatica la spingiamo quando non sembra avere più la forza di camminare da sola, ci si spegne tra me mani, si impunta come animale testardo, spesso si accascia stanca. No, la vita è già abbastanza pesante, così pesante che arriviamo anche a chiederci se sia stato davvero un dono essere venuti al mondo. No, non ci chiedi un sacrificio ulteriore rispetto all’umana fatica di aprire gli occhi ogni giorno, la fede non può essere un peso aggiuntivo. Così non credo proprio c’entri il sacrificio quando ci chiedi, quando ci comandi, di amare te sopra ogni cosa. Perché non hai bisogno di noi per fare sacra la vita, tutta la vita è già sacra, non c’è nulla da fare, ci hai già pensato tu una volta per sempre, una volta per tutti. Quando il tuo volto affonda nella folla, quando i tuoi occhi frugano nel ventre della moltitudine e ci trovano e, guardandoci, pronunciano esattamente il nostro nome, tu esattamente così ci fai esistere nella nostra singolarità, ci metti al mondo. Quell’essere interpellati non è sacrificio ma salvezza, unica possibilità per non soccombere alla massa. Sei tu e solo tu che puoi pronunciare il nostro nome senza ombra di possesso, tu e solo tu che ci concedi di assumere la nostra identità. Solo il Tuo amore può, perché unico ad essere libero e gratuito, unico a non chiedere niente in cambio, solo Tu puoi perché niente ti possiamo dare. Il fatto che sia tu il volto rivolto a noi permette di sacrificare il sacrificio. Rispondere a te è sfuggire alle inevitabili e umanissime debolezze dei padri, delle madri, delle mogli, dei figli, dei fratelli e delle sorelle (che poi siamo noi), poveri cristi bisognosi di ricevere un minimo contraccambio alla nostra presunta dedizione. Il fatto che tu ci chiedi di metterti al primo posto è l’unico modo che abbiamo per non restare intrappolati in meccanismi asfittici e mortali. Davvero solo la fede in Te salva. Il resto è sacrificio. No, tu che ci chiedi di amarti sopra ogni cosa non è un sacrificio, sei tu che provi a depotenziare la violenza di certo immaturo amore, amore che non riesce, che proprio non riesce, a regalare libertà a chi si prova ad amare. Mettere te al primo posto è mettere in salvo la nostra libertà, noi in te siamo liberi di essere immagine e somiglianza di Dio e non schiavi delle attese, delle pretese, delle debolezze, dei bisogni, delle proiezioni di chi ci vuole bene (di chi prova davvero a volerci bene!). Tu sei il sacrificio del sacrificio, mettere te al primo posto, amarti più della nostra stessa vita, è proposta di radicale libertà. Noi non siamo chiamati a rendere memorabile la nostra esistenza, non abbiamo nessun Dio da accontentare o deludere, non abbiamo nulla da dimostrare neanche e soprattutto a noi stessi, abbiamo te, che sei al primo posto, il resto è tutto una pioggia di grazie. Non sarà sacrificio nemmeno prendere la croce, perché la croce siamo noi, sono io, io crocifisso alle mie miserie che non passano, alle mie paure che mi assillano, ma in te, e solo con te, la croce che io sono si trasfigura in cammino e il cammino in trono e sul trono crocifisso il dolore di vivere può trasformarci da sacrificio in dono. Dal sangue la vita. Così stiamo, seduti davanti al cantiere della nostra vita, a guardare una torre che, pur salendo, sembra spingere il Cielo sempre più in là, noi a osservare una guerra contro tutto, contro tutti, contro noi stessi, che non termina mai. Così stiamo seduti e chiediamo a te, Signore Onnipotente, se quando guardi le nostre vite incomplete e inconcluse, i nostri sogni incagliati in cantieri infiniti, ti chiediamo se ne valeva la pena di penare per l’uomo. Ma tu sai portare a compimento le nostre storie, Tu sei il compimento del Creato. Sacrificio non è rinunciare ai nostri averi ma stringere così tanto i nostri averi da farne macina da mulino intorno al collo, scandalo, peso, inciampo, farne scusa per aver rinunciato a franare nel mistero di ciò che siamo, scusa per non aver compreso che la nostra vera identità, la libertà più alta, è possibile solo diventando discepoli, diventando tuoi.
Dal Vangelo secondo Luca
Lc 14,25-33In quel tempo, una folla numerosa andava con Gesù. Egli si voltò e disse loro:
«Se uno viene a me e non mi ama più di quanto ami suo padre, la madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo.
Colui che non porta la propria croce e non viene dietro a me, non può essere mio discepolo.
Chi di voi, volendo costruire una torre, non siede prima a calcolare la spesa e a vedere se ha i mezzi per portarla a termine? Per evitare che, se getta le fondamenta e non è in grado di finire il lavoro, tutti coloro che vedono comincino a deriderlo, dicendo: “Costui ha iniziato a costruire, ma non è stato capace di finire il lavoro”.
Oppure quale re, partendo in guerra contro un altro re, non siede prima a esaminare se può affrontare con diecimila uomini chi gli viene incontro con ventimila? Se no, mentre l’altro è ancora lontano, gli manda dei messaggeri per chiedere pace.
Così chiunque di voi non rinuncia a tutti i suoi averi, non può essere mio discepolo».