Perché polline è il Regno di Dio

(Lc 9,11b-17)
Corpo e Sangue di Cristo


In quel tempo, Gesù prese a parlare alle folle del regno di Dio e a guarire quanti avevano bisogno di cure.
Insieme, il Regno di Dio e quel male che mi portavo dentro, Lui parlava e mi guariva, Lui parlava e il regno di Dio accadeva. Anche in me. Questo mi manca di Lui. In tutto questo parlare per idee e progetti e buoni propositi, mi manca sentire nel mio corpo l’accadere della grazia, nel mio sangue lo scaturire della vita. Mi manca aver paura di mostrare a qualcuno che io, proprio io, ho bisogno di cura.

Avrei anche voglia di poter mostrare a qualcuno, almeno a una persona, che il Regno è vicino, che Dio esiste, e farlo senza dire nulla ma solo chinandomi sulle fragilità, ma farlo piano, come ape sul fiore, perché polline è il Regno di Dio.

Io non so cosa sia cambiato da allora, quello che ricordo era che non avevamo nulla da dover dimostrare, solo eravamo fragili e Lui ci accarezzava. A volte anche sfiorandoci con le dita.

Il giorno cominciava a declinare e i Dodici gli si avvicinarono dicendo: «Congeda la folla perché vada nei villaggi e nelle campagne dei dintorni, per alloggiare e trovare cibo: qui siamo in una zona deserta».
Io ricordo che il sole stava per spegnersi, ricordo che ci guardavamo sempre più spesso noi discepoli ma lui, lui no, lui sembrava altrove, lui era Altrove, lui era a casa sua. Con quella gente, con quella Parola, con la lentezza propria di chi sente che ogni cosa è già al suo posto, che ogni cosa è nata per stare esattamente lì. Con lui.

Il sole scendeva e noi avevamo paura, che tutto finisse, che il corpo tornasse ad alzare la voce sullo spirito imponendo di mangiare, avevamo paura che il sangue diventasse freddo, che l’emozione si spezzasse, avevamo paura che stesse esagerando, quella era la nostra vera paura, che non avesse un limite, e tornava ogni volta che avevamo a che fare con il maestro.

Lui invece continuava, misurava le parole eppure era eccedenza in atto, non riesco a spiegarmi meglio, esondava le attese, ma con garbo, con rispetto, senza invadenza. Abilitava chi lo ascoltava al desiderio senza mai sfiorare nella pretesa. Io gli chiesi, per favore, gli chiesi di mandarli via, che poteva bastare, che trovassero dimora nei dintorni, che trovassero cibo, che lasciassero noi in quel luogo deserto. Che ci restituissero Gesù solo per noi, ma questo lo tenni per me.

Gesù disse loro: «Voi stessi date loro da mangiare». Ma essi risposero: «Non abbiamo che cinque pani e due pesci, a meno che non andiamo noi a comprare viveri per tutta questa gente». C’erano infatti circa cinquemila uomini.
Io mi ricordo che risi, che mi venne da ridere, quando disse di dare da mangiare a tutta quella folla. E fu per gioco che contai il pane e i pesci, e dissi che erano sette, come i giorni della creazione, ma lui fece solo di sì con la testa ma loro, ma loro erano almeno cinquemila!

Eravamo come il popolo in Esodo nel deserto. Che invocasse la manna, sarebbe stato il sigillo perfetto a quella giornata trionfale.

Egli disse ai suoi discepoli: «Fateli sedere a gruppi di cinquanta circa». Fecero così e li fecero sedere tutti quanti.
Io mi ricordo che ci chiese di farli sedere. Lo capii solo dopo molti anni che quella era una postura di saggezza. Allora ero giovane, sbraitavo ideali ma scappavo davanti alla prima difficoltà. Anche da sotto la croce scappai. Invece nella vita, nella vita così come è, bisogna sedersi. E il fatto che cinquemila persone seguirono l’invito, già quello era un miracolo. E la folla stava evangelizzando noi discepoli. Si fidavano. Loro si fidavano di Lui e quindi anche di noi.

Sedetevi all’ombra di questo cielo che sta per tingersi di tenebra, sedetevi nelle vostre fami, sedetevi nelle vostre fragilità e nelle vostre ombre, sedetevi, smettete di scappare, di incolpare, di nascondevi. Smettete di cercare altrove. E loro si sedevano, eravamo noi discepoli a non farlo. Anche adesso faccio fatica. Mi sembra sempre di essere nel posto sbagliato, di essere la persona sbagliata, di abitare un contesto sbagliato. Così rimango in piedi, come se dovessi sempre spostarmi, o nascondermi, come Adamo ed Eva nell’Eden dopo aver mangiato il frutto. Ma da me stesso è impossibile scappare. Devo solo decidermi a sedermi, qui e ora, a stare, senza pane, senza niente, solo a stare, come un albero, un monte, un sasso. Stare.

E poi in gruppi. Aveva fatto dividere la folla in gruppi. Qualcuno disse che era già una sorta di anticipo delle prime piccole comunità, io invece ho sempre pensato che in quell’istante impari una tattica buona per sopravvivere, io che sono ansioso, io che mi lascio soffocare dalla preoccupazioni, io che quando qualcosa mi sfugge di mano mi pare di aver sbagliato tutto e che ogni cosa torni a chiedermi il conto soffocandomi, io in quei momenti provo a sentire la sua voce che dice: siediti, ma delle tue ansie fai piccoli gruppi, non tenerle tutte insieme, che insieme fanno più paura. Separate sono semplicemente più gestibili. Dividi le cose, impedisci all’ansia di fagocitare il tuo corpo, e di avvelenarti il sangue.

Egli prese i cinque pani e i due pesci, alzò gli occhi al cielo, recitò su di essi la benedizione, li spezzò e li dava ai discepoli perché li distribuissero alla folla.
Io ricordo che il sole quasi non c’era più, ma lui era la luce. Io ricordo che quel luogo deserto non faceva più paura. Io ricordo il silenzio, un silenzio così perfetto che si sentiva il cuore del maestro pregare. Si sentiva il fruscio dei suoi occhi rivolti al cielo, si sentivano scendere con delicatezza due lacrime sul suo viso, si sentiva, ve lo giuro, d’essere benedetti da Dio. E io piangevo, piangevo dentro, io che non mi sentivo mai all’altezza, io che ero sicuro di aver tradito chi mi amava, di aver sbagliato tutto, io che mi sentivo di troppo nella vita, io e la mia inutilità, io in quel silenzio mi sentivo benedetto. Abilitato alla vita. Così ho giurato, a volte le preghiere prendono forma di giuramento, quel giorno ho giurato che avrei imparato a vivere con gli occhi rivolti all’Infinito e le labbra benedicenti. Io avrei fatto sentire benedette le persone. Guardandole con occhi pieni di Cielo. Io avrei pianto d’amore sui fratelli. Non era quello il Vangelo?

Tutti mangiarono a sazietà e furono portati via i pezzi loro avanzati: dodici ceste.…dodici, come noi discepoli. Perché le aveva fatte avanzare, perché proprio dodici? Io ricordo che avrei voluto chiederlo ma poi vidi i miei amici che prendevano una cesta, una per uno, e lì, a due passi c’era anche la mia. La abbracciai. Eravamo pane avanzato, eravamo segno della sua sovrabbondanza, eravamo l’amore che oltrepassa i bordi dello scontato, eravamo la vita che non si accontentava, eravamo suo pane, suo corpo, suo sangue. Eravamo pieni di lui. Non avevamo altro, avevamo tutto.