Nato Gesù a Betlemme di Giudea, al tempo del re Erode, ecco, alcuni Magi vennero da oriente a Gerusalemme e dicevano: «Dov'è colui che è nato, il re dei Giudei? Abbiamo visto spuntare la sua stella e siamo venuti ad adorarlo».
È tutto qui, tu che nasci, e noi che accettiamo di lasciarci alle spalle il nostro oriente, noi finalmente disorientati, noi che adesso crediamo nelle tracce seminate da polvere di stelle antiche come un testamento, noi che non abbiamo più dubbi, che tu sia nato, ora lo sappiamo, solo vogliamo imparare il luogo: dove?
Dove sei? Adesso, dico dove possiamo trovarti? Ci siamo smarriti per questo, abbiamo percorso sentieri inediti abbiamo mappato desideri deserti solo per poter balbettare con cuore commosso il nostro bruciante bisogno di te.
(Perché, se tu non sei noi non ce la facciamo, a vivere, non ce la facciamo!)
Siamo venuto ad adorarti, l’abbiamo capito ormai, la verità la vera verità non si apre a chi vuole comprenderti, conoscerti, spiegarti, incontrarti, ma solo a chi sente il bisogno di adorarti, che è un movimento affettivo, un portare alla bocca per baciare, per mangiare, che è tornare bambini, tornare a giocare, a balbettare, a ridere per niente a fidarsi ancora della gente, a rischiare l’azzardo dell’ingenuità: come arrivare a Gerusalemme e chiedere di te ai tuoi assassini.
All'udire questo, il re Erode restò turbato e con lui tutta Gerusalemme. Riuniti tutti i capi dei sacerdoti e gli scribi del popolo, si informava da loro sul luogo in cui doveva nascere il Cristo. Gli risposero: «A Betlemme di Giudea, perché così è scritto per mezzo del profeta: "E tu, Betlemme, terra di Giuda, non sei davvero l'ultima delle città principali di Giuda: da te infatti uscirà un capo che sarà il pastore del mio popolo, Israele"».
Ormai l’abbiamo capito Signore, il potere immobilizza, Erode turbato si chiude tra le mura delle sue sicurezze, Gerusalemme trema tra le pietre e i sacerdoti e anche gli scribi proprio perché sanno non comprendono. Non possono: dovrebbero smettere le vesti, ripiegare ruoli e privilegi dovrebbero rendersi irriconoscibili, passare per irriconoscenti.
Perdere, solo perdere questo ci salva. Saranno zoppi ciechi, lebbrosi peccatori saranno gli ultimi i poveri le vedove saremo noi quando perderemo la faccia, saremo noi quando accetteremo di confessare che abbiamo perdutamente bisogno di te, saremo noi quando accetteremo di comprometterci con te e sopporteremo di dover vivere passando sempre da ingenui, è il prezzo da pagare per non essere del mondo.
Donami Signore di vedere le fortificazioni che mi sono costruito i bastioni religiosi dietro cui ancora mi nascondo le sicurezze ideologiche che mi proteggono aiutami a smascherare chi credevo amico e perdona tutte le volte che sono stato io sacerdote e scriba, per quando stupidamente ho sviato chi cercava Te per strade che io non comprendevo.
Come in una nuova Gerico Signore annientami lasciami solo e disorientato con un pugno di stelle lanciate in aria e un cammino sempre nuovo dettato solo da un sogno.
Allora Erode, chiamati segretamente i Magi, si fece dire da loro con esattezza il tempo in cui era apparsa la stella e li inviò a Betlemme dicendo: «Andate e informatevi accuratamente sul bambino e, quando l'avrete trovato, fatemelo sapere, perché anch'io venga ad adorarlo».
Io lo so di avere un Erode in me che intuisce la verità che abita il segreto dove tu ti sveli che sa riconoscere i veri maestri che ha compreso che dovrebbe imparare l’adorazione. Io lo so di averlo dentro un Erode che ha paura di perdere, di tornare a perdersi, e che altro non sa fare se non ordinare di immolare il futuro pur di non perdere il presente. Uccidilo, ti prego: uccidi l’Erode che mi assedia il cuore.
Udito il re, essi partirono. Ed ecco, la stella, che avevano visto spuntare, li precedeva, finché giunse e si fermò sopra il luogo dove si trovava il bambino. Al vedere la stella, provarono una gioia grandissima.
Poi la stella ritornerà non c’è altra gioia che non sia la scia luminosa di te, non c’è altra gioia che rivedere la luce che credevo spenta, non c’è altra gioia che abbassare gli occhi e vedere un bambino. Non c’è altra gioia, grandissima gioia, se non lontano da Gerusalemme.
Così è per me la preghiera, quando mi accorgo, quando non sono distratto da me. Così è quando riesco a fidarmi davvero di te, che mi disorienti, che sorridi dei miei smarrimenti,
e poi mi prendi per mano, e mi riporti a me e mi dici: ma non lo vedi che ti nasco sempre dentro?
Entrati nella casa, videro il bambino con Maria sua madre, si prostrarono e lo adorarono. Poi aprirono i loro scrigni e gli offrirono in dono oro, incenso e mirra. Avvertiti in sogno di non tornare da Erode, per un'altra strada fecero ritorno al loro paese.
La casa, non il tempio, desacralizzata l’impalcatura tutto ormai è sacro, qui brilla l’oro del divino, ogni carne sarà consacrata e il profumo d’incenso invaderà l’aria delle povere cose.
Tutto ormai è sacro questo conservo nello scrigno mentre imparo un’altra strada un nuovo ritorno.