
Ventisettesima domenica Tempo Ordinario anno B
(Genesi 2,18-24)
Camminava in un paradiso
vuoto come la perfezione,
non aveva parole,
nessuna,
per dire
che non basta
Dio non basta a riempire questo
vuoto
poi masticare l’amaro
dell’indecifrabile,
di quella scelta,
quella d’esser stato messo
al mondo.
Intuire lontano
l’imbarazzo divino,
patetico vederlo affondare le mani nel fango
creare un presepe colorato
come per chiedere scusa.
Non parla
e io non gli basto
diceva
con tremore l’Eterno
sorpreso dalla propria fragilità.
Elencare non è ancora.
Non basta dare nome.
Fondale senza rischio
la seconda creazione.
Non resta che implorare la morte
chiuderli gli occhi,
(forse fu quella la prima preghiera)
rendere segreta la provenienza
dell’amore
poi partorire da una ferita,
estrarre da un fianco trafitto:
si nasce solo per crocifissione.
Carne dalla carne,
ragnatela di sangue
solo così
trovare finalmente
il ritmo del canto,
far danzare
finalmente le parole,
finalmente cantare,
ad ogni respiro,
poesia.
Dal libro della Gènesi
Il Signore Dio disse: «Non è bene che l’uomo sia solo: voglio fargli un aiuto che gli corrisponda».
Allora il Signore Dio plasmò dal suolo ogni sorta di animali selvatici e tutti gli uccelli del cielo e li condusse all’uomo, per vedere come li avrebbe chiamati: in qualunque modo l’uomo avesse chiamato ognuno degli esseri viventi, quello doveva essere il suo nome. Così l’uomo impose nomi a tutto il bestiame, a tutti gli uccelli del cielo e a tutti gli animali selvatici, ma per l’uomo non trovò un aiuto che gli corrispondesse.
Allora il Signore Dio fece scendere un torpore sull’uomo, che si addormentò; gli tolse una delle costole e richiuse la carne al suo posto. Il Signore Dio formò con la costola, che aveva tolta all’uomo, una donna e la condusse all’uomo.
Allora l’uomo disse:
«Questa volta
è osso dalle mie ossa,
carne dalla mia carne.
La si chiamerà donna,
perché dall’uomo è stata tolta».
Per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie, e i due saranno un’unica carne.