Diciannovesima domenica Tempo Ordinario anno B In quel tempo, i Giudei si misero a mormorare contro Gesù perché aveva detto: «Io sono il pane disceso dal cielo». E dicevano: «Costui non è forse Gesù, il figlio di Giuseppe? Di lui non conosciamo il padre e la madre? Come dunque può dire: “Sono disceso dal cielo”?». (Giovanni 6)
Mormorare con saccenza che l’umano già tutto contiene, ridurti a modello di raffinata antropologia, desquamarti dai riflessi lunari, rinnegare il Cielo solo per il fatto che non si infila tra le righe dei nostri trattati, spegnere le stelle, credere a una fede meramente orizzontale adorare l’uomo per nostra incapacità mistica, fare dei poveri trincea, smungere il Verbo in etica per paura di inciampare nel paradiso. Parlare di Giuseppe, dei padri e delle madri solo per paura del cielo.
Perdonaci Signore per la nostra fede razzolante per l’umana idolatria del visibile per la nostra dogmatica fede in noi stessi, per tutte le volte che non sentiamo d’essere precipitati di grazia, semi scagliati dall’Eterno, discendenti del Cielo.
Gesù rispose loro: «Non mormorate tra voi. Nessuno può venire a me, se non lo attira il Padre che mi ha mandato; e io lo risusciterò nell’ultimo giorno. Sta scritto nei profeti: “E tutti saranno istruiti da Dio”. Chiunque ha ascoltato il Padre e ha imparato da lui, viene a me.
Mormorare tra le righe dottrine senza fantasia, asfittici trattati di antropologia, disarmare le liturgie, impedire allo stupore di riconoscere sacra ogni cosa questo è peccato originale, invece afferrare un filo d’erba e sentire che ci trascina a Dio respirare un bacio e diventare respiro dell’Eterno togliere gli spilli e ridare il volo ai cadaveri d’insetto liberare la verità dalle catalogazioni. Sentire che ogni giorno è ultimo, e quindi già resuscitato dal Dio della pienezza, vivere da innamorati, sedotti dal reale che altro non è che l’esca amorosa dell’Amante.
Far tacere la mormorazione di chi ancora crede che valga la pena di apparire intelligenti e con occhi compassionevoli tornare bambini e lasciarsi avvolgere da uno scialle di parole poetiche materne. Divine.
Non perché qualcuno abbia visto il Padre; solo colui che viene da Dio ha visto il Padre. In verità, in verità io vi dico: chi crede ha la vita eterna. Io sono il pane della vita. I vostri padri hanno mangiato la manna nel deserto e sono morti; questo è il pane che discende dal cielo, perché chi ne mangia non muoia.
Chi viene da Dio ha il profilo del Padre disegnato tra le pupille porta addosso il suo profumo cammina con la stessa andatura dorme come dorme Dio. Solo chi sente d’essere fatto di divino ha l’eternità a scorrergli tra le vene già qui (e non è solo più qui) già ora (e non è solo più ora)
Chi viene da Dio lo sa che non può più morire perché è già morto, le sue palpebre hanno già conosciuto la carezza misericordiosa e luminosa, i suoi occhi finalmente chiusi vedono, e i suoi tratti, che già hanno abbandonato la spigolosità dei vivi nell’immobilità: danzano.
Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo».
Perdonaci Signore per il pane morto delle nostre miserie, per le parole costrette nelle aie delle nostre ridicole sicurezze, per la nostra paura dell’Eterno, per quando ci accontentiamo di credere al credibile, per quando non crediamo che tutto discenda da te, e tutto a te ascende, e tutto è in volo e tu ci respiri dentro.
Perdonaci Signore per quando non crediamo che il pane viene dal cielo.