Il pastore del mio smarrimento (una preghiera)


Sedicesima domenica Tempo Ordinario anno B

In quel tempo, gli apostoli si riunirono attorno a Gesù
e gli riferirono tutto quello che avevano fatto
e quello che avevano insegnato.
Ed egli disse loro: «Venite in disparte, voi soli, in un luogo deserto, e riposatevi un po'». Erano infatti molti quelli che andavano e venivano e non avevano neanche il tempo di mangiare.
Allora andarono con la barca verso un luogo deserto, in disparte. Molti però li videro partire e capirono, e da tutte le città accorsero là a piedi e li precedettero.
Sceso dalla barca, egli vide una grande folla, ebbe compassione di loro, perché erano come pecore che non hanno pastore, e si mise a insegnare loro molte cose.
(Marco 6,30-34)


Le dita tremano
mentre
briciole di pane
spezzato con eccessiva sicurezza
mimano una strada sospesa
nel niente.

Mi avvilisce
riunire attorno a te quello che mi sembra di aver fatto,
sono spesso stato solo l’apostolo di me stesso
e la conta dei superstiti è una tortura,
avrei preferito aver perso tutto.
Sarebbe stato almeno eroico.
Sono stanco dentro, lo senti o no?

Vorrei capissero che per buona fede
mi sono sbagliato
che a modo mio
li ho anche amati,
e che ho solo obbedito a un mandato,
ma così mi faccio pena,

la vita non chiede mai d’essere giustificata,
non è certo lei l’assente,
e poi non sono nelle mani del nemico
ancora non ho disertato la buona battaglia
e la tortura che mi spetta è sopportabile.

Così tu mi imponi di tacere
e io mi stendo tra le tue labbra chiuse,
tutto quello che ho fatto tu lo sai,
quello che era nel mio cuore tu già lo abitavi,
per questo sono ancora qui,
Tu e solo tu,
non sei il giudice spietato del mio passato.

Cosa ho fatto, cosa ho insegnato?
Adesso che niente è rimasto
e cancellarli vorrei certi segni,
amerei non aver nulla da raccontare.

In disparte
era il segreto che avevo dimenticato,
invece ho disimparato d’esser d’ombra
e mi sono illuso d’essere abilitato
alle risposte.

Forse qualcosa di puro è rimasto
proprio in disparte,
lì dove tutto termina
dove l’affanno si scioglie in riposo
e la morte è porto sospirato.

Se ancora respira
in me il tuo respiro
è per questo deserto luogo
di me in me,
è per questo silenzio solitario
che mi riposa dentro
e fa tacere il delirio
culturale.

Se ancora respiri in me
con tuo respiro
è solo per la tua compassione.

Io sono ancora uno che ti toglie il sonno
il tempo
e il pane.
Io sono solo un ladro di te,
un assillo,
io sono la marcia forzata
di chi anticipa sull’altra riva,
io sono il tuo incubo,
la tua condanna,
tu il pastore del mio smarrimento.