Per una chiesa finalmente mezza morta Quindicesima domenica Tempo Ordinario C

Non è Crocetta 6.7.22
Dal Vangelo secondo Luca
Lc 10,25-37

In quel tempo, un dottore della Legge si alzò per mettere alla prova Gesù e chiese: «Maestro, che cosa devo fare per ereditare la vita eterna?». Gesù gli disse: «Che cosa sta scritto nella Legge? Come leggi?». Costui rispose: «Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua forza e con tutta la tua mente, e il tuo prossimo come te stesso». Gli disse: «Hai risposto bene; fa’ questo e vivrai».
Ma quello, volendo giustificarsi, disse a Gesù: «E chi è mio prossimo?». Gesù riprese: «Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gèrico e cadde nelle mani dei briganti, che gli portarono via tutto, lo percossero a sangue e se ne andarono, lasciandolo mezzo morto. Per caso, un sacerdote scendeva per quella medesima strada e, quando lo vide, passò oltre. Anche un levìta, giunto in quel luogo, vide e passò oltre. Invece un Samaritano, che era in viaggio, passandogli accanto, vide e ne ebbe compassione. Gli si fece vicino, gli fasciò le ferite, versandovi olio e vino; poi lo caricò sulla sua cavalcatura, lo portò in un albergo e si prese cura di lui. Il giorno seguente, tirò fuori due denari e li diede all’albergatore, dicendo: “Abbi cura di lui; ciò che spenderai in più, te lo pagherò al mio ritorno”. Chi di questi tre ti sembra sia stato prossimo di colui che è caduto nelle mani dei briganti?». Quello rispose: «Chi ha avuto compassione di lui». Gesù gli disse: «Va’ e anche tu fa’ così».

Per una chiesa finalmente mezza morta

(Luca 10,25-37)

Quindicesima domenica Tempo Ordinario C

 

L’uomo è mezzo morto, finalmente, e giace in attesa di essere salvato.

Scendeva da Gerusalemme, si lasciava alle spalle il sacro e tutti i paramenti del potere, sprofondava verso Gerico. La traiettoria è quella di chi precipita. Finalmente perde quota.

Quanto ancora riusciremo a resistere prima di capire che quella è la nostra chiamata? È lì che dobbiamo arrivare, come chiesa, come uomini, come donne, come umanità: precipitare come uccelli strappati dal volo fin giù, verso Gerico. Solo dal ciglio della vita, solo a un passo dalla fine, solo dal basso, solo dall’impotenza più totale si può iniziare a comprendere il mondo. Solo quando si è totalmente in balia di un salvatore che non siamo noi possiamo diventare credibili. “Nelle tue mani affido il mio Spirito”.

Prima è solo teoria, prima è solo una ragnatela di ipotesi, un trovare scuse, un cercare alibi. Come dottori della Legge crediamo di mettere alla prova Gesù e invece stiamo solo misurando il nulla delle nostre quattro convinzioni. Cosa ne sappiamo noi dell’urgenza di rendere eterna la vita se prima non siamo incappati nelle mani di un fato violento e spietato? Cosa ne sappiamo di cosa voglia dire ereditare la vita eterna se non abbiamo sentito in noi la morte arrivare a sfidarla quella vita che ora non riusciamo a trattenere, se non l’abbiamo percepita arrivarci addosso la morte a volersi prendere tutto di noi? Cosa ne sappiamo noi della vita eterna se non abbiamo visto la morte in faccia, se non abbiamo subito le percosse del male di vivere, se non siamo mai rimasti immobili in totale balia della compassione altrui? Cosa ne sappiamo di tutto questo se non abbiamo mai avuto il coraggio di riconoscere che noi siamo così, nel nostro intimo noi siamo questo grumo di bisogno trafitto dal mistero della morte. Servo sofferente è il volto del nostro Salvatore.

Solo il mezzo morto può dire, e infatti saggiamente tace. Corpo quasi cadavere capace al massimo di generare reazioni contrapposte in chi inciampa in lui. Questo è il destino unico della Chiesa, ciò che giustifica la nostra resistenza a essere segno tra i segni di Lui presenti nel mondo. Questo quello che possiamo arrivare a diventare: quasi cadaveri silenziosi, insignificanti, mezzi morti ai margini di una società che non ha bisogno di noi, noi ad attendere uno sguardo che inciampando in noi può ignorarci senza sentirsi in colpa oppure mostrarsi compassionevole, e allora sarà finalmente lo svelamento di Dio, ma mai per merito nostro. Non siamo noi a portare Dio nel mondo, noi dobbiamo imparare a elemosinare e riconoscere sguardi divini. Suscitarlo con la nostra debolezza, al massimo.

Noi non siamo buoni samaritani e non lo saremo mai, non siamo chiamati a questo. Fino a quando ci illuderemo di poterlo diventare noi continueremo a tradire. Il samaritano buono è solo Cristo, sempre straniero a ogni pretesa di qualsiasi chiesa di recriminarne l’esclusiva. Noi? Dottori della legge ancora incapaci di lasciarci massacrare dagli eventi, uomini pieni di illusioni ancora troppo lontani dal riuscire ad accettare che siamo solo mezzi morti in attesa di essere salvati. Da altri. Che noi da noi non possiamo nulla.

Forse anche Gesù aveva a noia i discorsi del dottore della Legge, il “cosa fare”, il “come essere”… mi ricordano le discussioni sulla nostra chiesa, le diatribe interne, le noiose lotte sui social su quello che bisognerebbe fare, le contrapposizioni tra chi si crede progressista e chi rimpiange il passato, l’illusione di chi pontifica credendosi il padrone del mondo, la noia di certe prese di posizione politicizzate e anacronistiche, l’eccessivo entusiasmo per certe nomine ecclesiastiche, la cieca fiducia nel sistema e nelle sue modalità di esercitare il potere, la rincorsa a moltiplicare la nostra presenza nei luoghi che contano, l’ostinarsi a definire carità il nostro bisogno di potere,… bisognerebbe invece solo ringraziare questo mondo che sta portando ognuno di noi a essere totalmente ininfluente. Solo mezzi cadaveri abbandonati per strada, a implorare gesti divini da samaritani non educati nelle nostre parrocchie.

Solo dai bordi della strada, condividendo le ferite e le paure, muti e impauriti come tutti, solo mezzi morti si potrà, iniziare a riconoscere che noi siamo solo un enorme bisogno di essere visti con compassione, noi siamo solo uomini e donne bisognose di qualcuno che si commuova per noi, di mani capaci di fasciare le nostre ferite, di qualcuno che ci porti in un luogo caldo dove attendere il Suo ritorno. Noi chiamati a riconoscere che il nostro posto è ai margini della strada, incapaci perfino di chiedere aiuto, esistenze trasfigurate in pura richiesta d’amore.