Smettere di volere Diciottesima domenica Tempo Ordinario C

Crocetta 28.7.22

Dal Vangelo secondo Luca
Lc 12,13-21
 
In quel tempo, uno della folla disse a Gesù: «Maestro, di’ a mio fratello che divida con me l’eredità». Ma egli rispose: «O uomo, chi mi ha costituito giudice o mediatore sopra di voi?».
E disse loro: «Fate attenzione e tenetevi lontani da ogni cupidigia perché, anche se uno è nell’abbondanza, la sua vita non dipende da ciò che egli possiede».
Poi disse loro una parabola: «La campagna di un uomo ricco aveva dato un raccolto abbondante. Egli ragionava tra sé: “Che farò, poiché non ho dove mettere i miei raccolti? Farò così – disse –: demolirò i miei magazzini e ne costruirò altri più grandi e vi raccoglierò tutto il grano e i miei beni. Poi dirò a me stesso: Anima mia, hai a disposizione molti beni, per molti anni; ripòsati, mangia, bevi e divèrtiti!”. Ma Dio gli disse: “Stolto, questa notte stessa ti sarà richiesta la tua vita. E quello che hai preparato, di chi sarà?”. Così è di chi accumula tesori per sé e non si arricchisce presso Dio».

Smettere di volere

XVIII domenica del Tempo Ordinario C (Luca 12,13-21)

 

Bastava raccogliere l’accusa, bastava dare spazio alla vittima, bastava scagliarsi contro l’ingiustizia, bastava accusare il fratello che non accetta di dividere l’eredità. Con una folla attorno quella è occasione da non perdere, si può diventare popolari, mettere in chiaro di essere dalla parte del bene, indirettamente regalare speranza di rivincita. Invece Gesù lascia perdere. Gesù chiede di perdere.

Certo che l’eredità andrebbe divisa equamente, certo che è ingiusta la violenza di chi non vuole condividere, certo che quell’uomo, per quel che sappiamo, è la vittima, eppure Gesù cambia prospettiva. E io sento che è scivoloso questo vangelo. Insidioso.

Dentro di me emerge il ricordo di un cristianesimo radicato in quella chiesa schierata a favore delle minoranze, io arrivo da lì, dalla passione per gli ultimi (che spesso diventava retorica), dentro di me affiorano i ricordi dell’impegno per un’economia diversa, il mio essere obiettore di coscienza, schierato e convinto. Ricordo i volti delle persone in cui ho creduto a quei tempi, profili che non temevo di definire profetici, gente a cui ho dato piena, troppa, fiducia, ricordo che ci sentivamo tutti dalla parte dei giusti… e non rinnego niente, e le lotte erano sante e lo sono tuttora e forse con una urgenza ancora maggiore, solo qualcosa ha smesso di convincermi. Qualcosa si è rotto, qualcosa non mi convinceva più.

Gesù sposta l’attenzione da un’altra parte… e lo fa con spietatezza: “o uomo, chi mi ha costituito giudice o divisore sopra di voi?”. Eccolo il rischio, ecco la trappola, ecco quello che sono stato e ancora sono: un giudice e un divisore (che è traduzione migliore del “mediatore” che compare nella versione liturgica). Che sia giusto dividere l’eredità, che sia giusto battersi, che sia giusto indignarsi e lottare su questo non ci piove ma quante volte noi, io, ci sentiamo giudici dimenticandoci di essere complici, prima di tutto complici, complici del male! E divisori, magari ci battiamo per i diritti degli ultimi e non ci accorgiamo che il nostro agire non solo è giudicante ma è anche profondamente divisivo con le persone che abbiamo accanto, perché non le ascoltiamo, perché ci imponiamo, perché le umiliamo con ironie spesso feroci e definitive, perché semplicemente le usiamo senza ascoltarle mai davvero.

E allora la domanda vera, quella che mi brucia dentro diventa un’altra: sarei disposto a rinunciare alla mia giusta eredità pur di non diventare accusatore e divisore (cioè demone?) del fratello? Come Abramo che rinuncia alla parte migliore pur di non spezzare vincoli di comunione. Sarei capace io, adesso, di fare la parte del fesso pur di non incrinare relazioni? Sarei capace di perdere la faccia, di perdere la riconoscenza, di perdere tutto pur di non trasformarmi in un uomo arrabbiato e risentito? Sarei capace qui ed ora di rinunciare a me stesso pur di non perdere un fratello?

Non resta che iniziare a fare attenzione e tenersi lontano da ogni cupidigia. Cioè vivere consapevole del male che abita anche me, del mio essere tra coloro che sfruttano, fare attenzione a non usare i poveri e gli ultimi per mostrare la mia apparente innocenza, stare attento alle ingiustizie provocate dalla mia paura di essere dimenticato, fare attenzione alle parole e prima di accusare verificare in cuor mio se io sono così immune dal demone della cupidigia, dal bisogno di avere potere, trattenere persone, possedere l’unica ragione.

Chiedermi ogni giorno da chi dipende la mia vita che… “la sua vita non dipende da ciò che possiede”. Non avere paura di ricordare che dipendo in tutto e per tutto dal respiro, dalla luce, dalla terra, dai gesti d’amore. Dipendo dal Mistero, che a volte riesco perfino a chiamare Dio. E così lasciar andare, ricordare che non sono nulla, che la vita continua anche senza di me, che io sono prezioso solo quando rimando al padre della vita e che per il resto non sono più importante dell’albero che mi regala ogni giorno la sua ombra. Ricordarmi che è ora di smettere di chiedermi “a cosa servo?” perché finalmente posso cominciare a smettere di servire per iniziare a essere. Vorrei arrivare a non possedere altro se non il desiderio di tornare al Padre. Impegnarmi per non lasciare dietro di me nessuna eredità di nessun tipo, fare di tutto per farsi dimenticare, per cancellarsi in Lui. Smettere di falsificare, smettere di usare i poveri, la chiesa, la giustizia, i fatti di cronaca, le liti politiche solo per volermi mostrare migliori degli altri. Non lo sono. Per fortuna.

Non accumulare niente. Non raccogliere niente. Non sono io a dover fare nessun raccolto, io sono colui che deve essere raccolto da terra. Io sono il mezzo morto ai bordi della strada, io l’assassino da perdonare, io il fratello che per paura non riesce a condividere l’eredità. Io solo a sperare che davvero Dio non sia giudice e divisore delle mie miserie.

Non dire mai alla mia anima “hai a disposizione molti beni per molti anni” perché le volte che ho usato dei beni e delle persone ho solo moltiplicato il male. Non voglio avere a disposizione niente e nessuno, voglio starmene alla larga da ogni forma di potere perché mi conosco, in nome di qualche progetto, in nome di qualche mandato, in nome di un bene maggiore io finirei per usare e per essere usato, per demolire magazzini che non reputo all’altezza dei miei sogni.

Non voglio più avere a disposizione niente e nessuno, e non voglio finalmente più disporre di Dio, che io possa invece cominciare a lasciarmi andare in Lui, che smetta di opporre resistenza, che cominci a fidarmi davvero della sua incredibile e sconvolgente fantasia. Smettere di usare e di essere usato, costruire contesti di profonda e concreta inutilità, che poi sono lo spazio dove si radica la libertà.

Ma più ancora voglio smettere anche di volere. Rileggo questi fogli in forma di preghiera e mi accorgo che sono ancora troppo presente a me stesso, troppo ingombrante, troppo al centro della scena. Chiudo, mi scuso e mi metto all’ombra del mio albero. Sento che sarebbe bello farmi trovare qui, sorpreso e libero solo come un fiore da cogliere, il giorno in cui “mi sarà richiesta la vita”.

Morto di fame morto d’amore Diciassettesima domenica Tempo Ordinario C

Dulcinea 21.7.22

Morto di fame, morto d’amore

(Luca 11,1-13)

XVII domenica del Tempo Ordinario C  

 

La preghiera è degli spostati. Serve un posto che sia altrove, serve uno spazio fisico, un pezzo di terra, un ritaglio di mondo uguale a milioni di altri pezzi di mondo ma eletto a deserto, almeno per il tempo di sospenderlo il tempo, e deve essere lontano, e vuoto, e inutile.

Non credo sia stata una buona idea riempire le chiese e zavorrarsi in barocche trappole teatrali. Per pregare anche Gesù si sposta, sceglie un luogo, si ferma, ci rimane, e poi finisce. Probabilmente sfinisce, sprofonda in un’assenza che costringe i suoi amici a chiedere ragione di una negazione del suo essere disponibile ai loro magri bisogni di attenzione. La preghiera è un luogo svuotato. La preghiera è negarsi, annegarsi di silenzi, soffocarsi ingoiando la notte a morsi e tagliarsi il respiro sbranando mute stelle. La preghiera è esercizio di morte.  

E poi è solo Gesù. Nessun prete saccente ad accusarlo di eccesso di intimismo, di mancata attenzione comunitaria. Solo, si muore da soli, si prega da soli, si vive affilando la lama della propria solitudine, facciamocene una ragione.

La preghiera svela una solitudine radicale, una morte strisciante, si vorrebbe negare l’abisso per allontanarsi dalla paura, le comunità possono solo illudersi, diabolicamente, di lenire lo scandalo moltiplicando proposte corali. Invece con Gesù nessuna liturgia coinvolgente, silenzio e solitudine. E la morte diventerà consolante, e così anche la preghiera, ma a tratti, e al culmine, liberazione, consegna.

Da lontano i discepoli spiano, sperano, tentano di intuire dove sia il Maestro in quei momenti di assenza. Hanno paura. Vorrebbero solo imparare a pregare, anche Giovanni Battista aveva istruito i suoi discepoli, Gesù propone un esercizio di morte.  

 

Padre”, e per Luca non è nemmeno “nostro”, solo padre, una radice e un’assenza da invocare, già abisso di abbandono, in una parola tutta una vita, una relazione mai data per scontata. Una voragine che ti spacca dentro, dove sei Padre? Perché mi hai messo al mondo, perché tanto silenzio? E dalla carne, dal Vuoto e dal Niente ecco la straziante verità, può comprendere solo chi si partorirà a sua volta padre, la preghiera è la negazione di ogni pensiero, Gesù comprende che solo dalla croce, mentre il Suo silenzio si dilata a grembo, in quel momento e da quel luogo, lui potrà rompere le acque e partorirsi, finalmente, padre, definitivamente Dio. Serve inchiodarsi a un luogo a forma di croce, spostarsi in ambito di follia che qualcuno chiama blasfema. Blasfemo come solo l’amore può essere. Pregare è chiedere una paternità dolorosa e totale.

Sia santificato il tuo nome” e che io possa riconoscerlo il nome silenzioso di Dio, che possa aggredirmi alle spalle la tua presenza, e sorprendermi, azzannarmi, strapparmi dalle abitudini e soprattutto che io non creda di esserne il detentore del Regno, che io non creda di poter avanzare qualche pretesa, è la vita che santifica la Tua presenza e io non posso far altro che ritrarmi, scomparire, farti spazio, trasformarmi in terra, umiliarmi, rendermi deserto, nullificarmi, farmi cannibalizzare dal Vuoto, lasciarlo parlare, svuotarmi, eviscerarmi. Permettere al Regno di mostrarti, nonostante me. Calpestami, camminami dentro.   

Venga il tuo Regno”, e che sia finalmente il tuo e non il mio. Che sia un Regno dove nulla ha più senso se non rimanda a te, che sia un Regno dove unico potere è quello di svuotarsi da ogni potere, che sia profetica la distruzione di ogni gerarchia. Venga il tuo Regno e non il mio, per questo mi sposto e sprofondo nella preghiera, per questo ti chiedo di farmi perdere tutto, che non rimanga più nulla, che non ci sia niente, neanche una minima traccia di me, venga il tuo Regno e mi spazzi via, venga il tuo Regno e non lasci più niente in me se non il bisogno di bussare e di implorare accoglienza in te.

Dacci ogni giorno il pane quotidiano”, come chiodi a trapassare la carne mi conficchi nel presente. Lo sai quanto mi costa chiedere, anche chiedere a te. E tu mi costringi a farlo ogni giorno perché ogni giorno è diverso, perché non posso mai dare nulla per scontato, se avessi una regola di vita, perimetro chiaro, ruolo perfetto, basterebbe la mia fedeltà, essere fedele a me stesso, invece tu mi chiedi di precipitare sempre nella fatica di decifrare i giorni, di dover implorare pane bastante per attraversare una notte, una soltanto, e poi tornare a cercarti, sfinirmi nel discernimento, umiliarmi nell’affanno di non saper mai cosa fare, scoprire di aver bisogno solo di te. Quotidianamente.

Perdona i nostri peccati”, perdona i miei peccati, che ci sono, che sono parte del dolore del mondo, che impediscono al bene di illuminare, che sono lo spazio che tu prometti di abitare. E che io possa imparare a perdonare, ma non tanto per diventare migliore, che buono non lo sarò mai, ma per non impedirti di camminare nel giardino delle nostre umane miserie.

Non abbandonarci alla tentazione” di credere che tutto si giochi qui, qui è solo esodo, passaggio, qui è Calvario, luogo buono per piantarci una croce capace di strappare il velo del tempo e dello spazio, non abbandonarmi alla tentazione di credere solo a quello che vedo, non abbandonarmi alla tentazione di credere a occhi incapaci di contemplazione. Non abbandonarmi alla tentazione di credere che la preghiera sia la vita finalmente ordinata, che sia colorare stando nei bordi, che serva una bella calligrafia e una dizione perfetta. Liberami dalla tentazione della perfezione liturgica, liberami dalla buona educazione, liberami dalla nostalgia delle preghiere gioiose dei tempi dell’adolescenza, liberami dalla malinconia che mi prende quando non trovo più le coinvolgenti liturgie dei tempi del seminario… dammi parole povere e silenzi ancora più scarni e che non mi basti mai.

Comincerò a pregare bussando alla tua porta da disperato, e da affamato, ti prenderò per disperazione. Molesto sarà il mio obbligarti per un pane. Chiederò urlando, cercherò sfinendoti, busserò fino a sfondare la tua resistenza. Sarò disperato d’amore, affamato, mendicante, sfrontato…e forse capirò solo in quel momento, che a pregare così non sono mai stato io, che sei tu quello che mi cerca, che bussa, che chiede, che implora il mio sì. Sei tu il Dio maleducato e innamorato, sei tu il morto d’amore per me. E mi commuoverò, e finalmente sarò preghiera.   

 

Dal Vangelo secondo Luca
Lc 11,1-13

Gesù si trovava in un luogo a pregare; quando ebbe finito, uno dei suoi discepoli gli disse: «Signore, insegnaci a pregare, come anche Giovanni ha insegnato ai suoi discepoli». Ed egli disse loro: «Quando pregate, dite:
"Padre,
sia santificato il tuo nome,
venga il tuo regno;
dacci ogni giorno il nostro pane quotidiano,
e perdona a noi i nostri peccati,
anche noi infatti perdoniamo a ogni nostro debitore,
e non abbandonarci alla tentazione"».
Poi disse loro: «Se uno di voi ha un amico e a mezzanotte va da lui a dirgli: “Amico, prestami tre pani, perché è giunto da me un amico da un viaggio e non ho nulla da offrirgli”; e se quello dall’interno gli risponde: “Non m’importunare, la porta è già chiusa, io e i miei bambini siamo a letto, non posso alzarmi per darti i pani”, vi dico che, anche se non si alzerà a darglieli perché è suo amico, almeno per la sua invadenza si alzerà a dargliene quanti gliene occorrono.
Ebbene, io vi dico: chiedete e vi sarà dato, cercate e troverete, bussate e vi sarà aperto. Perché chiunque chiede riceve e chi cerca trova e a chi bussa sarà aperto.
Quale padre tra voi, se il figlio gli chiede un pesce, gli darà una serpe al posto del pesce? O se gli chiede un uovo, gli darà uno scorpione? Se voi dunque, che siete cattivi, sapete dare cose buone ai vostri figli, quanto più il Padre vostro del cielo darà lo Spirito Santo a quelli che glielo chiedono!».

Maria mi fa paura. Sedicesima domenica Tempo Ordinario C

casa 14.7.22
Dal Vangelo secondo Luca
Lc 10,38-42

In quel tempo, mentre erano in cammino, Gesù entrò in un villaggio e una donna, di nome Marta, lo ospitò.
Ella aveva una sorella, di nome Maria, la quale, seduta ai piedi del Signore, ascoltava la sua parola. Marta invece era distolta per i molti servizi.
Allora si fece avanti e disse: «Signore, non t’importa nulla che mia sorella mi abbia lasciata sola a servire? Dille dunque che mi aiuti». Ma il Signore le rispose: «Marta, Marta, tu ti affanni e ti agiti per molte cose, ma di una cosa sola c’è bisogno. Maria ha scelto la parte migliore, che non le sarà tolta».

Maria mi fa paura

(Luca 10,38-42)

Sedicesima domenica Tempo Ordinario C

 

Maria è mezza morta, come il tale che domenica scorsa giaceva ai bordi della strada. Il samaritano oggi è Gesù, lui si avvicina a Maria, lui si prende cura. Insieme sono bellissimo ma io muoio di paura. Perché io, in verità, non voglio morire.

Maria non dice una parola, Maria non si muove, sta seduta ai piedi di Gesù e ascolta, perché una sola è la cosa che conta e adesso che è come morta è libera di unificarsi con Lui. Così più rimango su queste poche righe del Vangelo e più mi convinco che Maria è il punto di arrivo, la vita senza più distrazioni, la liberazione ultima da tutte le paure. Maria è il compimento, Maria è Marta finalmente liberata da Marta. E così capisco il perché mi faccia così paura questo testo, perché nonostante tre anni di vita quasi eremitica io non riesco o non voglio liberarmi di me stesso. Io sono in ostaggio di Marta. So che devo liberarmi ma non riesco, paura di morire, bisogno di fare, o forse più semplicemente mancanza di fede. Mi fa paura arrivare a perdere tutto per diventare uno con l’Unico.

Così ecco che Marta rimane la parte di me che non riesco a domare, Maria sorride sullo sfondo, non dice nulla e mi innervosisce, dove trova la forza di restare, di resistere ai commenti di chi dice che “non serve a nulla”? Che poi alla fine è la Marta che è in me a dare voce a quel rimprovero, sono io ad accusarmi: “Signore, non ti importa nulla che mia sorella mi abbia lasciata sola a servire?”. Sono io che lo dico perché questa è la mia maledizione, quello che io penso che la gente abbia in testa quando vede come vivo. Così ogni volta mi ritrovo a giustificarmi, a dire quello che faccio, a sottolineare la fatica di una vita come la mia. In verità ho solo tanta paura e non riesco a tenere a bada il senso di colpa strisciante e continuo: te ne sei andato e avevano bisogno di te, ecco quello che mi dico. Hai tradito, inutile che tu ti nasconda.

A cosa servi amico mio nella tua casa sul monte? Con tutto il bisogno che c’è, con i poveri, con le parrocchie che non hanno più preti…? In me rimbomba questa accusa, e così degli altri vedo il lavoro, le preoccupazioni, le corse, e mi sento in colpa di non essere più come loro. Guardo a Maria e mi chiedo come faccia a resistere, a semplicemente stare, guardo a Maria ma io non riesco a credere come crede lei, è una fatica mia, intima, sento che è lo spazio della mia vocazione, il territorio vero della mia nuova tentazione, la pesantezza della conversione. Come fare a credere che stare e ascoltare sia un fare che rende piena la vita?

Così al senso di colpa si aggiunge la frustrazione di sentire di non aver abbastanza fede. Imploro che la vita mi cerchi, mi interpelli, spero che qualcuno mi chieda una mano per qualsiasi cosa. E fare di tutto per non dire di “no”, perché cosa diranno di me se non li esaudisco? E comunque se nessuno mi chiede qualcosa (grande crisi questa: ma si ricordano ancora che io esisto?) ecco la moltiplicazione delle “cose da fare”, che ci sono sempre, e il lavoro fisico diventa riempitivo, e scrivere libri o sistemare la legna, poco importa il cosa, tutto serve a sottrarre spazio al Vuoto, al Nulla, all’Ascolto. Mi brucia ammetterlo: tutto serve a sottrarre spazio a Dio. Tutto serve pur di resistere aggrappati a qualsiasi aspetto della vita, per la paura di morire. Di diventare come Maria.

Marta è distratta dai molti servizi, io ad alta voce incolpo il mio essere bergamasco (ma ne sono fiero invece e poi è un alibi che regge, gente poco avvezza alla meditazione ma instancabili lavoratori) poi penso a chi si annienta davvero di lavoro, penso alle fabbriche, penso ai cantieri, penso che non dovrei più permettermi di confrontarmi con chi si ammazza di lavoro e insieme non riesco a non invidiarli, quando facevo i turni, quando in parrocchia non avevo una serata libera, quando l’estate mi travolgeva e io, come Marta, non avevo respiro, in fondo ero contento di poter incolpare qualcuno per quella situazione e intanto di non aver tempo di fermarmi, di riflettere, di pregare. Felice di non avere tempo. Un paradosso. Marta la sento vicina perché nel suo lamentarsi è felice di avere cose da fare, così può evitare di sedersi ed ascoltare. Perché è pericoloso ascoltare davvero. Perché magari Lui ti chiede di diventare Maria, di lasciare la tua vita, di non cercare alibi. Perché poi magari un giorno decidi davvero di sederti. E inizia la fatica.

Sedersi ed ascoltare, fare null’altro che stare, smettere di farsi distogliere dalle cose, saper dire di no e non aver vergogna. Ecco, la vergogna, Marta incolpa Maria e incolpa anche Gesù, ma è un meccanismo di difesa il suo. Meccanismo che anche io conosco bene: aver paura di cosa dice la gente. La paura che altri dicano che non serviamo a niente, la paura che ci trattino come quelli che sono scappati, la paura di non essere vicino a chi ha bisogno, la paura di aver lasciato la parte faticosa sulle spalle di altri, la paura di chi accusa di egoismo, la paura di chi non sa come rispondere alla domanda terribile sul “cosa fai?”, la paura di chi vorrebbe avere un lavoro capace di definirlo, la paura di non lasciare segno su questa terra, la paura di non aver resistito alle pressioni della vita, la paura di non aver preso decisioni più radicali, la paura di aver tradito la chiesa militante e impegnata che aveva nutrito la vocazione degli inizi, la paura che si fa vergogna davanti a chi si massacra di lavoro. E il bisogno di dire che anche io sono così, che anche a me piacerebbe e che sarebbe tutto più facile, che lo è stato. Che sarebbe più facile tornare indietro. Riprendere un posto da titolare. E che neanche io capisco il perché di questo Vangelo, di questa vita, e che a me Maria non piace, mi fa paura, e la chiamata di Cristo a diventare come lei mi sfianca.

Io non voglio ancora morire, io vorrei contare per qualcuno, io vorrei fare, ma non posso più. Io odio Maria perché non riesco ancora ad essere come lei. Io vorrei che questa pagina non fosse mai stata scritta per non dover ammettere che stavolta la chiamata che mi è toccata (ma che tocca tutti, vi avviso) è scomoda, scandalosa, dura, incomprensibile. Smettere di giudicare, lasciar andare le paure, liberarsi dal giudizio della gente, cambiare il modo di interpretare il mondo. Convertirsi, iniziare a credere davvero. Come Marta mi ribello ancora e mi chiedo se mai sarò capace di sedermi, un giorno, e di smettere tutto per mettermi in mano Sua.        

Per una chiesa finalmente mezza morta Quindicesima domenica Tempo Ordinario C

Non è Crocetta 6.7.22
Dal Vangelo secondo Luca
Lc 10,25-37

In quel tempo, un dottore della Legge si alzò per mettere alla prova Gesù e chiese: «Maestro, che cosa devo fare per ereditare la vita eterna?». Gesù gli disse: «Che cosa sta scritto nella Legge? Come leggi?». Costui rispose: «Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua forza e con tutta la tua mente, e il tuo prossimo come te stesso». Gli disse: «Hai risposto bene; fa’ questo e vivrai».
Ma quello, volendo giustificarsi, disse a Gesù: «E chi è mio prossimo?». Gesù riprese: «Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gèrico e cadde nelle mani dei briganti, che gli portarono via tutto, lo percossero a sangue e se ne andarono, lasciandolo mezzo morto. Per caso, un sacerdote scendeva per quella medesima strada e, quando lo vide, passò oltre. Anche un levìta, giunto in quel luogo, vide e passò oltre. Invece un Samaritano, che era in viaggio, passandogli accanto, vide e ne ebbe compassione. Gli si fece vicino, gli fasciò le ferite, versandovi olio e vino; poi lo caricò sulla sua cavalcatura, lo portò in un albergo e si prese cura di lui. Il giorno seguente, tirò fuori due denari e li diede all’albergatore, dicendo: “Abbi cura di lui; ciò che spenderai in più, te lo pagherò al mio ritorno”. Chi di questi tre ti sembra sia stato prossimo di colui che è caduto nelle mani dei briganti?». Quello rispose: «Chi ha avuto compassione di lui». Gesù gli disse: «Va’ e anche tu fa’ così».

Per una chiesa finalmente mezza morta

(Luca 10,25-37)

Quindicesima domenica Tempo Ordinario C

 

L’uomo è mezzo morto, finalmente, e giace in attesa di essere salvato.

Scendeva da Gerusalemme, si lasciava alle spalle il sacro e tutti i paramenti del potere, sprofondava verso Gerico. La traiettoria è quella di chi precipita. Finalmente perde quota.

Quanto ancora riusciremo a resistere prima di capire che quella è la nostra chiamata? È lì che dobbiamo arrivare, come chiesa, come uomini, come donne, come umanità: precipitare come uccelli strappati dal volo fin giù, verso Gerico. Solo dal ciglio della vita, solo a un passo dalla fine, solo dal basso, solo dall’impotenza più totale si può iniziare a comprendere il mondo. Solo quando si è totalmente in balia di un salvatore che non siamo noi possiamo diventare credibili. “Nelle tue mani affido il mio Spirito”.

Prima è solo teoria, prima è solo una ragnatela di ipotesi, un trovare scuse, un cercare alibi. Come dottori della Legge crediamo di mettere alla prova Gesù e invece stiamo solo misurando il nulla delle nostre quattro convinzioni. Cosa ne sappiamo noi dell’urgenza di rendere eterna la vita se prima non siamo incappati nelle mani di un fato violento e spietato? Cosa ne sappiamo di cosa voglia dire ereditare la vita eterna se non abbiamo sentito in noi la morte arrivare a sfidarla quella vita che ora non riusciamo a trattenere, se non l’abbiamo percepita arrivarci addosso la morte a volersi prendere tutto di noi? Cosa ne sappiamo noi della vita eterna se non abbiamo visto la morte in faccia, se non abbiamo subito le percosse del male di vivere, se non siamo mai rimasti immobili in totale balia della compassione altrui? Cosa ne sappiamo di tutto questo se non abbiamo mai avuto il coraggio di riconoscere che noi siamo così, nel nostro intimo noi siamo questo grumo di bisogno trafitto dal mistero della morte. Servo sofferente è il volto del nostro Salvatore.

Solo il mezzo morto può dire, e infatti saggiamente tace. Corpo quasi cadavere capace al massimo di generare reazioni contrapposte in chi inciampa in lui. Questo è il destino unico della Chiesa, ciò che giustifica la nostra resistenza a essere segno tra i segni di Lui presenti nel mondo. Questo quello che possiamo arrivare a diventare: quasi cadaveri silenziosi, insignificanti, mezzi morti ai margini di una società che non ha bisogno di noi, noi ad attendere uno sguardo che inciampando in noi può ignorarci senza sentirsi in colpa oppure mostrarsi compassionevole, e allora sarà finalmente lo svelamento di Dio, ma mai per merito nostro. Non siamo noi a portare Dio nel mondo, noi dobbiamo imparare a elemosinare e riconoscere sguardi divini. Suscitarlo con la nostra debolezza, al massimo.

Noi non siamo buoni samaritani e non lo saremo mai, non siamo chiamati a questo. Fino a quando ci illuderemo di poterlo diventare noi continueremo a tradire. Il samaritano buono è solo Cristo, sempre straniero a ogni pretesa di qualsiasi chiesa di recriminarne l’esclusiva. Noi? Dottori della legge ancora incapaci di lasciarci massacrare dagli eventi, uomini pieni di illusioni ancora troppo lontani dal riuscire ad accettare che siamo solo mezzi morti in attesa di essere salvati. Da altri. Che noi da noi non possiamo nulla.

Forse anche Gesù aveva a noia i discorsi del dottore della Legge, il “cosa fare”, il “come essere”… mi ricordano le discussioni sulla nostra chiesa, le diatribe interne, le noiose lotte sui social su quello che bisognerebbe fare, le contrapposizioni tra chi si crede progressista e chi rimpiange il passato, l’illusione di chi pontifica credendosi il padrone del mondo, la noia di certe prese di posizione politicizzate e anacronistiche, l’eccessivo entusiasmo per certe nomine ecclesiastiche, la cieca fiducia nel sistema e nelle sue modalità di esercitare il potere, la rincorsa a moltiplicare la nostra presenza nei luoghi che contano, l’ostinarsi a definire carità il nostro bisogno di potere,… bisognerebbe invece solo ringraziare questo mondo che sta portando ognuno di noi a essere totalmente ininfluente. Solo mezzi cadaveri abbandonati per strada, a implorare gesti divini da samaritani non educati nelle nostre parrocchie.

Solo dai bordi della strada, condividendo le ferite e le paure, muti e impauriti come tutti, solo mezzi morti si potrà, iniziare a riconoscere che noi siamo solo un enorme bisogno di essere visti con compassione, noi siamo solo uomini e donne bisognose di qualcuno che si commuova per noi, di mani capaci di fasciare le nostre ferite, di qualcuno che ci porti in un luogo caldo dove attendere il Suo ritorno. Noi chiamati a riconoscere che il nostro posto è ai margini della strada, incapaci perfino di chiedere aiuto, esistenze trasfigurate in pura richiesta d’amore.