Che è già eterna la vita, a guardarla bene Terza domenica di Pasqua C

Crocetta 29.4.22

Che è già eterna la vita, a guardarla bene

Terza domenica di Pasqua C

Quando torno a ciò che sono, al pescatore che mi abita, ai gesti antichi tramandati da mio padre, alla vita tremolante, alle sue notti gravide, ai profumi del lago, a quelli dell’amicizia.

Quando torno e siamo in sette e tanto basta, numero di pienezza a dire che questo è tutto il mio mondo e che anche tu lo hai attraversato con me, e so per certo che te ne sei innamorato, e che ne senti la mancanza.

Quando torno e non mi spaventa scoprirmi per quello che sono stato prima di incontrarti, tornare al punto da dove mi hai chiamato, amato mio maestro, doloroso amico, mia ferita a forma di fiore, tornare a ciò che sono stato non mi spaventa perché sono certo che non ti dimenticherò, non mi spaventa perché non mi vergogno più di me, di quel che sono e forse nemmeno di quello che sarò. Così torno a pescare, perché ormai mi sei dentro, attendere a cosa servirebbe? Stare a guardare non è stile che concepisco, forse è questa la preghiera che mi è concessa, una mano ruvida a sgranare una rete annegandola nell’Abisso. E poi pescare, amare, piangere, arare, seminare, lottare… il vivere, il vivere sporco e santo, è nella terra che ti abbiamo scoperto, è in tutto questo e non altrove, nella carne, nella vita, che è già eterna, a guardarla bene.

Gli amici non mi abbandonano, nessuno resta fermo a fissare l’orizzonte, la nostra liturgia è quella di chi spinge una barca in mare, è notte, il rimbombo dei nostri piedi è un tamburo, suono sacro prima del silenzio, le reti sono pronte, i muscoli rispondono, la fatica fisica il nostro salmo, le poche parole scambiate, gli sguardi e il niente preso, ma senza farne un dramma, ci siamo ripresi noi, abbiamo scelto di stringerci ancora nella stessa rete e questo, per adesso, basta. “Veniamo anche noi con te”, e mi sembra l’unica preghiera possibile, nonostante tutto siamo ancora pescatori e siamo ancora capaci di prometterci condivisione. Senza tutto questo, amico mio, sono sicuro, non ti saresti mai manifestato.

Poi l’alba accade, ci sorprende ritrovare i contorni dei visi, dei monti attorno al lago, delle prime nuvole, riconoscere l’espressione dei volti. Ci sorprende ancora questa vita che si mostra. E tu con lei. Sulla riva. Così ti manifesti. Anticipando i nostri approdi, presidiando l’attracco, rendendo famigliare ogni ritorno. Così ti manifesti, chiamandoci figli, intercettando le nostre fami, accogliendo il nostro niente. Così ti manifesti, dentro ogni ritorno, dentro il mio desiderio di un fuoco, di un po’ di pane, di un po’ di pesce. Così ti manifesti, nella fiducia di un padre che si fida ancora delle mani dei figli, gettate la rete, gettatela ora, gettate e troverete.

E io sento che non devo far altro che questo. Gettare e tornare, e sapere, sapere in cuor mio, che la vita è manifestazione del divino, un presidiare d’albe, e fuochi accesi, provare a essere padre di qualcuno, almeno di uno, fidarmi, trasformare la riva in approdo sorvegliato. Manifestarmi.

Restare come posso sulla riva delle altrui solitudini e spezzare un po’ di pane, nell’incanto della vita che ritorna.

Gettarmi in acqua dimenticando le reti oppure tornare trascinando il peso della vita: non è questa la vera differenza. Questione di entusiasmo passeggero, di carattere, di momenti. A volte trascinare, altre abbandonare, non è questo. Quello che conta è sentirti così vivo e presente da non poterti domandare nulla, godere della manifestazione e della infallibile percezione dell’anima.

Mangiare con te e non poter interrogarti, che sei come il sole, la pioggia, il cielo, l’aria, l’acqua. Assorbirti, questo basta.

E insieme rimanere come sospesi, come chi sa che la manifestazione ultima e definitiva avverrà all’approdo ultimo, dopo la nostra di morte. Qui non resta che il calore di un fuoco e il profumo di acqua e pesce e pane e il tuo profilo illuminato, ma solo a tratti, dalla fiamma viva e tremante. E nell’inutilità di chiederti “sei tu?”: respirarti.

In quel momento io so, io Ti so, intima mia dolcissima consolazione, in quel momento so e non serve interrogarti, sarebbe come dissacrare, ti guardo e non ho dubbi, sei il roveto ardente che brucia e non consuma, sei il calore che abita la profondità di ogni cosa, se l’apparizione del reale, la trasfigurazione delle apparenze. Sei, e questo mi basta. E così restare, come in equilibrio sulle onde, capace di tacere, godendo di noi.

Questo per ora mi basta. Mi avvicino al fuoco, mi sciolgo in silenzioso pianto, Vita: dolcissima manifestazione.   

 

Dal Vangelo secondo Giovanni
Gv 21,1-19
 
In quel tempo, Gesù si manifestò di nuovo ai discepoli sul mare di Tiberìade. E si manifestò così: si trovavano insieme Simon Pietro, Tommaso detto Dìdimo, Natanaèle di Cana di Galilea, i figli di Zebedèo e altri due discepoli. Disse loro Simon Pietro: «Io vado a pescare». Gli dissero: «Veniamo anche noi con te». Allora uscirono e salirono sulla barca; ma quella notte non presero nulla.
Quando già era l’alba, Gesù stette sulla riva, ma i discepoli non si erano accorti che era Gesù. Gesù disse loro: «Figlioli, non avete nulla da mangiare?». Gli risposero: «No». Allora egli disse loro: «Gettate la rete dalla parte destra della barca e troverete». La gettarono e non riuscivano più a tirarla su per la grande quantità di pesci. Allora quel discepolo che Gesù amava disse a Pietro: «È il Signore!». Simon Pietro, appena udì che era il Signore, si strinse la veste attorno ai fianchi, perché era svestito, e si gettò in mare. Gli altri discepoli invece vennero con la barca, trascinando la rete piena di pesci: non erano infatti lontani da terra se non un centinaio di metri.
Appena scesi a terra, videro un fuoco di brace con del pesce sopra, e del pane. Disse loro Gesù: «Portate un po’ del pesce che avete preso ora». Allora Simon Pietro salì nella barca e trasse a terra la rete piena di centocinquantatré grossi pesci. E benché fossero tanti, la rete non si squarciò. Gesù disse loro: «Venite a mangiare». E nessuno dei discepoli osava domandargli: «Chi sei?», perché sapevano bene che era il Signore. Gesù si avvicinò, prese il pane e lo diede loro, e così pure il pesce. Era la terza volta che Gesù si manifestava ai discepoli, dopo essere risorto dai morti.

Il mio, non il vostro Seconda domenica di Pasqua C

Madonna del Monte. Aprile

Il mio, non il vostro

Seconda domenica di Pasqua C

 

Che lui arrivi mentre sono ancora chiuse le porte del nostro dolore. Che il Risorto sia vivo e presente esattamente nel cuore delle nostre miserie, che riesca a sorprendere la notte inventando un nuovo inizio. Che lui porti pace alle nostre paure, che non rinneghi il dolore delle ferite ma le trasformi in squarci di luce, che un respiro nuovo come una primavera inattesa scenda a forma di bacio a resuscitare cammini che sembravano insabbiati per sempre, che osi perfino la sfida del perdono e che noi addirittura gli si creda, anche se tutto questo sembra impossibile, alla fine si può, si può cedere e credere, si può sprofondare nella misericordia e allearsi ancora alla vita: si può.

 

La cosa davvero difficile è un’altra, la cosa che sembra davvero impossibile è come giustificare a chi non c’era la vita che ritorna. Come scagionare un sorriso a pochi giorni dal sepolcro? Come scusare i germogli di una vita nuova se la speranza è appena stata crocifissa e tutti l’hanno vista agonizzare e sprofondare nel sangue? Come non vergognarsi di amare ancora se il Suo corpo è stato massacrato e avvolto e sepolto? Come dire la resurrezione?

 

Abbiamo visto il Signore!” dicono i discepoli a Tommaso, è vivo, l’abbiamo visto, la morte è stata sconfitta in prodigioso duello, questo proclamiamo senza sosta da duemila anni trasformando in festa il maestoso scandalo dell’amore, dissipando in augurio ciò che solo il Silenzio può custodire. E così io sto con Tommaso, starò sempre con lui. Vergognandomi per quando, come i primi discepoli, anche io ho creduto che bastasse raccontare per convincere, che dire la verità fosse già condividerla. Io sto con Tommaso perché sono stanco di chi non intuisce il dramma della morte e banalizza il lutto e non lascia il tempo al dolore. Io sto con Tommaso perché se perdi un padre, un marito, la moglie, un amico, un figlio… l’ultima cosa che ti serve è un vuoto annuncio pasquale. E se l’amore della tua vita non c’è più io, con Tommaso, ti costringerò a startene zitto e a non infastidirmi con le tue teorie sulla fede, ti obbligherò a tacere delle preghiere che ti fanno stare bene, della consolazione che ti abita il cuore, della sicurezza della tua fede che pare così sicura del paradiso ma che dimentica la compassione per chi ancora cammina su questa terra.

 

Io starò sempre con Tommaso, perché sono stanco dei devoti che ripetono annunci pasquali ma sono incapaci di prossimità, di empatia, di condivisione. Io sto con Tommaso e vorrei gridare con lui che non mi importa niente se loro l’hanno visto, che sono io, e solo io, che ho bisogno di un percorso. Io e solo io devo arrivare a Lui. Solo quando sarà il mio Signore, il mio Dio. Il mio, non il vostro.

 

Il Risorto comprende.

 

Prima di tutto lui attende, otto giorni, dilata il tempo, prima di tutto silenzio, silenzio e poi ancora silenzio, a lasciare a Tommaso di ascoltare il suo dolore, di prendere contatto con il senso di colpa di essere un discepolo che non riesce a credere. Silenzio e tempo per prendere distanza dai discepoli e dalla loro mancanza di delicatezza. Che non esiste violenza maggiore di chi è troppo felice. Otto giorni, come ad ammettere che l’incontro sarà, che la resurrezione è possibile, che lo vedremo certo, ma sarà un giorno ottavo, un giorno eterno pieno e finale, e sarà oltre, oltre il ripetersi delle settimane. Nessun senso di colpa quindi, qui si crede e si sprofonda, qui si intuisce e si precipita, camminatori impacciati di questa lunga settimana che è la nostra vita: saranno lampi e poi baratri e non ci sarà dato d’essere mai troppo sicuri e occorrerà coltivare sempre l’umiltà e l’umanità, che la fede sarà comunque costantemente fragile e delicata, preziosa e vulnerabile, un balbettio. Fino al giorno ottavo, finalmente.

 

Intanto il Risorto appare, Tommaso è con i discepoli e il Vivente tocca il suo cuore e lo fa con una delicatezza commovente, se i primi discepoli gridavano la loro esperienza, la loro apparente sicurezza, Cristo invece parte da Tommaso. Intercetta i suoi dubbi e i suoi desideri, prende sul serio la sua vita. Ecco, questo più di tutto mi pare un passaggio essenziale: prendere sul serio la vita di fede di qualsiasi persona. Tommaso vuole mettere le dita nelle piaghe? Cristo parte da lì. Nessun giudizio, nessun senso di colpa, è il Risorto che si converte ai tempi dell’amico. Ai modi dell’amico.

 

Non essere incredulo ma credente” e perfino questo può arrivare a dire Cristo, e Tommaso lo regge, è quasi un’imposizione, quasi un comando, se fossero stati i discepoli a pronunciare questa frase Tommaso non avrebbe creduto, invece cede, e non tanto perché vede il Risorto con i suoi occhi ma perché prima di credere è stato creduto. Cristo può chiedere a Tommaso di credergli perché per primo lui, il Maestro, ha creduto al modo del suo discepolo di cercarlo. Solo se siamo creduti possiamo credere, solo se abbiamo fatto l’esperienza di essere amati possiamo amare, la nostra sarà sempre e solo una risposta, timida, impacciata, ma comunque sempre e solo una risposta. Per rispondere abbiamo bisogno di qualcuno che ci prenda sul serio, che accetti di dimorare nei nostri dubbi, che condivida il dramma, che non abbia fretta di convincerci.

 

Starò sempre con Tommaso, uomo sospeso tra il vedere e il credere. Il Risorto dice che saranno beati quelli che non hanno visto eppure hanno creduto. Tommaso vede solo perché è stato creduto dal Maestro, è il credere che permette di vedere, non è vero il contrario. Per credere non occorre vedere, ma per vedere lampi di vita occorre credere: credere nelle persone, credere nei cammini, credere che gli errori possano svelare spazi di vita nuova, credere negli amori acerbi, credere nei ricordi, credere nei sogni, credere nelle vite, credere nelle parole, credere negli uomini e nelle donne che incontriamo quotidianamente, credere in sé stessi, credere nel perdono, credere nel passato, credere e dare fiducia ai semi per poter vedere i frutti (eventuali). E quindi reggere l’urto del tradimento, perché avverrà, solo chi crede può essere tradito, eppure non smettere. Decidere di non poter smettere. Come Cristo, crocifisso all’amore verso i suoi amici.

 

Saremo noi, a volte, i traditori dell’amore, quello sarà il momento più tragico. Arrivare a non smettere di credere neppure allora sarà davvero dura. Servirà qualcuno disposto a crederci ancora, a resuscitarci.

 

Dal Vangelo secondo Giovanni
Gv 20,19-31
 
La sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, stette in mezzo e disse loro: «Pace a voi!». Detto questo, mostrò loro le mani e il fianco. E i discepoli gioirono al vedere il Signore.
Gesù disse loro di nuovo: «Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi». Detto questo, soffiò e disse loro: «Ricevete lo Spirito Santo. A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati».
Tommaso, uno dei Dodici, chiamato Dìdimo, non era con loro quando venne Gesù. Gli dicevano gli altri discepoli: «Abbiamo visto il Signore!». Ma egli disse loro: «Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il mio dito nel segno dei chiodi e non metto la mia mano nel suo fianco, io non credo».
Otto giorni dopo i discepoli erano di nuovo in casa e c’era con loro anche Tommaso. Venne Gesù, a porte chiuse, stette in mezzo e disse: «Pace a voi!». Poi disse a Tommaso: «Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani; tendi la tua mano e mettila nel mio fianco; e non essere incredulo, ma credente!». Gli rispose Tommaso: «Mio Signore e mio Dio!». Gesù gli disse: «Perché mi hai veduto, tu hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!».
Gesù, in presenza dei suoi discepoli, fece molti altri segni che non sono stati scritti in questo libro. Ma questi sono stati scritti perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome.

Preghiera di un povero cristo. Pasqua

Crocetta, 16.4.22

Preghiera di un povero cristo

Pasqua

Quando era ancora buio, come quando si pescava vita dai bordi di un lago, come quando si amava senza riuscire a dar nome di Eterno a ciò che sempre sfuggiva.

Quando era ancora buio, come quando Lui parlava e noi si credeva di capire, e noi si credeva di credere, e continuavamo, invece, cocciuti e ciechi, a perderci in noi stessi.

Quando era ancora buio e volevano ammazzarlo e noi neanche immaginavamo di essere loro compici e non suoi compagni.

Quando era ancora buio come negli occhi del cieco, come le mani aride, come le parole mute, come le paralisi, come la donna accusata, come il giovane che se ne andò, come il figlio che rimase fuori dalla casa, come Lazzaro dietro la pietra di un sepolcro… e noi inconsapevoli di essere testimoni di vita risorta nel perdono come nella cura.

Miracolosa la vita che rinasce alla luce.

 Quando era ancora buio, come anche dopo la sua Resurrezione, nei baratri della malattia, nelle paure dell’abbandono, nel dubbio che il cadavere fosse stato solo rubato, negli amori tramutati in odio, nella fatica di cedere ad eccessiva meraviglia, nelle incomprensioni tra noi discepoli, nelle interpretazioni contrastanti del suo ricordo, negli scandali della chiesa, nella pochezza che mi attraversa in certe giornate, nella paura che la morte, alla fine, cannibalizzi l’amore. Nell’avere fede solo nel disfacimento visibile del cosmo.

Per quando era ancora buio, per quando ancora mi soffoca gli occhi.

Per questo mi ostino a celebrare la memoria dei lampi di Eterno, mi aggrappo con forza alle fratture miracolose che rendono il passato attraversato da lame di Luce, per quella consapevolezza limpida e fuggente che ogni essere è manifestazione barcollante del divino, per quando mi hanno fatto sentire amato, per quando mi hanno perdonato, per chi mi ringrazia di quel che son stato. In questo sono creduto. E mi consolo.

Per quando scende il buio e io, a un passo dalla notte, avvolto dalle lacrime, chiedo al Padre che salvi e trasfiguri ogni brandello d’amore, quel poco che ho riconosciuto e consacrato con gesti laici e sfrontati, per quando nel buio prego che ci sia un posto anche per me, ladrone d’amore crocifisso a troppi errori, per quando sento di essere muta preghiera condivisa dai fratelli, per quando sento che insieme speriamo in una terra dove tutto finalmente sarà limpido e puro, luminoso e risorto, ricordato, consegnato al cuore dell’Eterno, trasfigurato in Luce. Per quando prego di non essere dimenticato, per quando ti prego di farmi ritrovare l’Amore che mi ha tenuto in vita, e ti scongiuro, ti scongiuro: che non se ne vada mai più.

Per quando anche noi riusciamo a dire “…e non sappiamo dove l’hanno posto”. E non resta che tornare a cercare. Per quando non sapevamo che stesse nascendo fuori Gerusalemme, per quando lo smarrirono nel tempio, per quando fuggiva dal potere, per quando oltrepassava la riva, per quando si rifugiava nel grembo della notte in preghiera, per il monte degli Ulivi, per il suo essere sempre Altrove. Per la paura di chi dice di averlo compreso, per il tradimento di chi si crede di poterlo spiegare o comprimere in un sacramento, in un catechismo, in una teologia, per chi è costretto a scrivere ogni domenica su di Lui ma tra le righe implora che si abbia pietà, che nemmeno lui conosce il luogo, e che è solo un povero cristo in ricerca.

Nemmeno io so per certo dove l’hanno posto, ma che credo nel Suo essere riposto in luoghi segreti e accessibili solo all’amore.

Correvano tutti e due insieme, e il fatto di non essere soli già è un indizio di buona umanità. Per quando la fede entra nella carne e ci tramuta in bambini senza paura di apparire ridicoli, e corriamo, goffi e innamorati, e rischiamo di cadere e il fiato stringe la gola, e siamo gli stessi ragazzini che correvano dietro a un pallone, dietro a un amore, dietro a un sogno. Il cuore gonfio che non smette di battere. Ci commuove. Per quando corre il pensiero, corre la nostalgia, corre la speranza che non sia stato tutto inutile, per quando corre l’urgenza di vedere, di toccare, di riabbracciare, fosse anche un sepolcro vuoto, fosse anche l’assurda speranza di essere stati vivi e testimoni, per quando osiamo credere che perfino la morte si tramuterà in sorriso, ad aprirsi, come si aprì il mare a travolgere l’esercito armato dai nostri stessi dubbi. Che venga spazzato via finalmente il terrore che Tu ci abbia tradito, ci abbia illuso, ci abbia usato.

Per i teli posati e ripiegati, per quella traccia minima di ordine in un mondo che sembrava devastato e ridotto al caos, per i chiodi che non hanno vinto, per il legno che non ha prevalso, per lo strappo nel telo del tempio che trasformò, a nostra insaputa, la nostra esistenza in un lungo travaglio. Per l’erotico e fecondo squarcio della tua ferita aperta, per l’ardore della carne che non smette d’amare nemmeno trafitta, nemmeno cadavere, per il profumo sparso, per il vaso di nardo andato in mille pezzi come la pietra che sigillava una apparente sconfitta. Per i teli posati, per la cura invisibile di chi mette ordine alle nostre storie scombinate e dice, con parole risorte, che non è stato inutile il nostro amare, il nostro soffrire, il nostro dubitare, il nostro correre contro ogni speranza.

Per chi vide e credette senza ancora aver compreso la Scrittura. Per quando lui ci guardava senza condanna, per quando lui credeva nonostante la nostra pochezza. Per chi ha saputo posare i suoi occhi su di noi riuscendo a vedere splendori ben prima di una possibile alba. Per chi ha conservato amore, per chi non ci ha dimenticato, per chi come reliquia ha creduto nella nostra resurrezione, per chi vedeva in noi ciò che noi ancora non immaginavamo di essere.

Per questo ti prego Signore, che risorgano i miei occhi, che sappia riconoscere i segni del tuo passaggio, che possa farne memoria, che possa risorgere ancora una volta negli occhi di chi mi ama, per le persone che incontrerò, perché si sappia entrare insieme nei nostri sepolcri e tenendoci per mano, inermi e deposti, si riesca a tornare a cercare chi, con pazienza materna, ha posato definitivamente il sudario del nostro smarrimento e accarezzandoci con tenerezza di padre mischierà il calore delle sue lacrime alle nostre.     

 

Dal Vangelo secondo Giovanni
Gv 20,1-9

Il primo giorno della settimana, Maria di Màgdala si recò al sepolcro di mattino, quando era ancora buio, e vide che la pietra era stata tolta dal sepolcro.
Corse allora e andò da Simon Pietro e dall'altro discepolo, quello che Gesù amava, e disse loro: «Hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l'hanno posto!».
Pietro allora uscì insieme all'altro discepolo e si recarono al sepolcro. Correvano insieme tutti e due, ma l'altro discepolo corse più veloce di Pietro e giunse per primo al sepolcro. Si chinò, vide i teli posati là, ma non entrò.
Giunse intanto anche Simon Pietro, che lo seguiva, ed entrò nel sepolcro e osservò i teli posati là, e il sudario - che era stato sul suo capo - non posato là con i teli, ma avvolto in un luogo a parte.
Allora entrò anche l'altro discepolo, che era giunto per primo al sepolcro, e vide e credette. Infatti non avevano ancora compreso la Scrittura, che cioè egli doveva risorgere dai morti.

Poi lui muore

Poi Lui muore. Padre nostro, e il velo del tempio si squarcia a metà.

Padre nostro, come rottura delle acque, erotico strappo del sacro, ti vedo e mi concedo a te e al tuo mistero.

Cedo, Padre, frano nel tuo mistero, come velo squarciato anch’io sono brandelli, come strappo è la fede, dolorosa.

Padre nostro, di questo nostro figlio in croce, macellato, agnello, sfibrato, massacrato. Riesco a inchiodarmi al suo dolore e ti giuro, Padre, vorrei morire anche io con Lui. Perché da domani non troverò più un senso all’alba che verrà a disturbare il sonno. Come potrei non sentirmi fratello, intimo di questo folle innamorato che mi ha cambiato la vita? Vivrò sotto il segno della croce e pregando te penserò a Lui, che mi è stato fratello, amico e padre. Vivrò per sempre sotto il segno della croce, grato per l’esplosione di dolore che mi ha fatto scoppiare il cuore e dilatato gli occhi. (…)

Padre nostro, posso cedere, se vuoi. Ma tu colpiscimi, colpiscimi forte con il tuo amore insensato, inchiodami negli occhi l’immagine del figlio crocifisso, piegami, umiliami, conducimi ai piedi della croce, avvicinami, immergimi nel tuo dolore, rendi anche mio l’umano bisogno di essere salvato. E, prima o poi, rendimi davvero padre. Concedimi di generare un brandello di vita qualsiasi, fammi sentire che cosa significa cedere all’amore anche davanti al rifiuto. Ti prego, Padre nostro, donami di amare così tanto qualcuno da sopportarne il rifiuto, da sognarne il bene soltanto, da perdonarne la violenza. Rendimi fraterno al destino dell’uomo. Che il mio pregare sia principio di incarnazione. Padre nostro, mentre tuo figlio muore in croce, io decido di smettere di recitare. Partoriscimi padre!

(Alessandro Deho’ PADRE NOSTRO ed. Paoline)

Palme e Passione

Crocetta 8.4.22

Palme e Passione

Domenica delle Palme

 

Intanto Giuda non smette di consegnare, ma non per denaro.

Forse per obbedienza, forse per disperazione, forse per amore, forse.

Giuda si consegna all’ambiguità, il cuore d’uomo rimane oscuro.

E così sarà per sempre.

Prima ci sono istruzioni e codici, misterioso il gioco nascosto dell’essere discepolo: puledri da slegare, mantelli da stendere e ulivi da agitare, la vita che ci attende sembra un gioco da ragazzi

non fosse per la morte che renderà incomprensibile, se non per antichi testamenti, l’entusiasmo dell’ingresso in Gerusalemme.

Poi una cena che è una consegna, sigillare l’amicizia perché solo gli amici possono tradire e tradirsi.

Penso al tradimento come al sigillo di un legame.

Prendere, benedire, spezzare: mi sembra di non essere chiamato a far altro.

Come nascere, benedire, morire. Mi sembra di non dover imparare altro che l’arte della benedizione.

E non preghiamo se non nel cuore dello scandalo: olive spremute per l’unzione

del legno. Non c’è preghiera se non nella paura e nell’angoscia Non c’è preghiera

se non in un’anima triste fino alla morte.

Passerei la vita a seguire il destino del respiro che da bacio si strozza in un nodo sospeso per sempre

a un rimorso. Giuda. Ma anche Pietro che finalmente comprende di non averlo ancora compreso.

Perché solo la morte è comprensiva, questo è il dramma dei viventi. E infine la croce.

Non resta che camminarle incontro, attraversarla, e sperare che la Luce ci risorga.