FUORI LEGGE Quinta domenica di Quaresima anno C

Dopo la pioggia. Nel mio giardino. Crocetta 31.3.22
Dal Vangelo secondo Giovanni
Gv 8,1-11
 
In quel tempo, Gesù si avviò verso il monte degli Ulivi. Ma al mattino si recò di nuovo nel tempio e tutto il popolo andava da lui. Ed egli sedette e si mise a insegnare loro.
Allora gli scribi e i farisei gli condussero una donna sorpresa in adulterio, la posero in mezzo e gli dissero: «Maestro, questa donna è stata sorpresa in flagrante adulterio. Ora Mosè, nella Legge, ci ha comandato di lapidare donne come questa. Tu che ne dici?». Dicevano questo per metterlo alla prova e per avere motivo di accusarlo.
Ma Gesù si chinò e si mise a scrivere col dito per terra. Tuttavia, poiché insistevano nell’interrogarlo, si alzò e disse loro: «Chi di voi è senza peccato, getti per primo la pietra contro di lei». E, chinatosi di nuovo, scriveva per terra. Quelli, udito ciò, se ne andarono uno per uno, cominciando dai più anziani.
Lo lasciarono solo, e la donna era là in mezzo. Allora Gesù si alzò e le disse: «Donna, dove sono? Nessuno ti ha condannata?». Ed ella rispose: «Nessuno, Signore». E Gesù disse: «Neanch’io ti condanno; va’ e d’ora in poi non peccare più».

Fuori legge

Quinta domenica di quaresima anno C

(Giovanni 8,1-11)

Tra il monte degli Ulivi e il tempio, queste le coordinate in cui si muove Cristo, tra lacrime di sangue e profumi d’incenso, tra il sacrificio di sé stessi e l’immolazione di animali, tra la carne incisa dalla Sua Assenza e pietre che dovrebbero parlare solo di Lui. Cammina su un filo teso e rischioso Cristo, a volte si siede e insegna, intorno a lui la gente si avvicina, ascolta, ma anche gli avversari non possono ignorare, Lui è lo scandalo in cui inciampare, ostacolo da rimuovere.

Mi ripropongo di prendere sul serio scribi e farisei, lo vogliono incastrare è vero, vogliono liberarsi di lui, ma non posso credere siano solo persone accecate dal male, o dall’invidia, sono saggi, hanno paura, difendono qualcosa, ci credono. Mi ripropongo di non usare l’adultera contro di loro, troppo facile contrapporre la misericordia incondizionata di Dio alla loro cecità. Mi metto a cercare, provo a entrare, per quel che posso, nei loro panni. Cosa temono?

Una donna sorpresa in adulterio, il caso è chiaro ed eclatante, non ammette troppe interpretazioni. La legge è chiara, conduce alla lapidazione. Loro non odiano la donna, a loro la donna non interessa, vogliono Gesù, lo vogliono stanare: tu che ne dici? La trappola è perfetta ma non voglio accusare subito scribi e farisei, troppo facile, voglio provare a capire le loro paure. Parlano di Mosè, di Legge, immagino che ci credano. Forse temono che Gesù stia smantellando la tradizione, provo a entrare nei loro pensieri. Provo a sentire il loro timore, forse pensano che contrapporre misericordia a legge sia la dissoluzione del vivere comune. Come dargli torto? Senza legge cosa resta del popolo eletto? Senza legge è possibile la convivenza? Senza legge come discernere il bene dal male, il vero dal falso, il giusto dallo sbagliato?

Non voglio mettermi contro di loro, anche perché non mi pare che il cristianesimo contemporaneo sia così privo di regole e non sono forse sassate altrettanto violente quelle prese di posizione di chi esclude qualcuno dalla comunione eucaristica? Non sono altrettanto violente certe condanne inappellabili contro presunti errori altrui? E non mi basta sentirmi ripetere che ci si scaglia contro il peccato e non contro il peccatore perché a soffrire poi sono uomini e donne in carne e ossa e non concetti astratti.

Non voglio semplificare eccessivamente ma sento che una legge chiara e netta ci permette di avere l’impressione di un controllo a difesa di una fede. Non è questo che volevano scribi e farisei? Difendere un tesoro. Provo a comprenderli. E credo di capirli, il rischio di smantellare regole chiare e nette apre lo spazio a una religione svuotata, superficiale, dove tutto è ugualmente irrilevante. Questa è l’altra faccia della medaglia, se abbassiamo la guardia ecco che rischiamo di svalutare il sacramento, di non riuscire a mostrare più la forza profonda della liturgia, di rendere troppo sfumato il confine tra bene e male… se il perdono copre tutto perché affannarsi a resistere, a convertirsi, a impegnarsi…? Ecco ora posso mettermi nel gruppo di scribi e farisei, provo a stare con loro, anche io ho paura che senza Legge tutto diventi possibile. Tutto perda di significato.

Ma Gesù si chinò e si mise a scrivere… cerco lo sguardo di Cristo e non lo trovo, non so dove guardare, il suo gesto mi stupisce, siamo venuti per lui e lui non ci guarda. I miei occhi si perdono e nella testa rimbomba una domanda che comincia a prendere concretezza, che fa male, “chi devo guardare?”. Alzare gli occhi sulla donna non me la sento, mi fa quasi pena, sappiamo tutti che la stiamo usando, io era Gesù che volevo guardare fisso, ma lui si nega. Chi devo guardare? La domanda mi assilla, mi spinge dentro di me, dentro la mia storia, ho paura, conosco la risposta, devo stare dentro di me, solo dentro di me, e le gambe cominciano a cedermi. Poteva bastare quel suo sguardo abbassato, avevo già cominciato a capire. E poi quel silenzio e quel suo scrivere per terra. Nessuno fiatava, e lui scriveva, come se volesse mettersi chiaramente dalla parte della Scrittura, come se volesse mostrarci che lui non voleva annullare la Legge, lui scriveva e non guardava e il silenzio portava ognuno di noi a interrogarsi… e io sentivo che la sua accusa era più forte della nostra. Non difendeva una Legge astratta ma tornava alla radice: chi aveva scritto e per chi? Con un gesto, con un gesto solo, Cristo mi strappava la mia prima sicurezza, io dovevo smettere di credermi la legge e smettere i panni del giudice. Nessun ruolo, nessuna ordinazione, nessuna investitura dall’alto, chi sono io per credermi Dio? Gesù stava accusando noi, e aveva ragione. Chi sono io per impugnare una Legge ed emettere sentenze?

Aveva già vinto lui. Avremmo dovuto andarcene, non era così difficile da capire. E poi i suoi occhi che non ci guardavano, i suoi occhi che non si alzavano su di noi, occhi bassi, neppure lui ci giudicava. La Legge esisteva, lui scriveva, ma Lui non ci guardava e non emetteva sentenze, perché la Legge non è stata consegnata per condannare l’avversario ma per smascherare il male che l’uomo si porta dentro. I miei occhi si affossavano in un punto interno a me stesso. E comprendevo che la Legge ha valore ma solo per me. Io mi guardavo, sprofondavo. Io riuscivo a vedere chiaramente dove avevo adulterato la realtà, dove avevo tradito, dove avevo sbagliato. E serviva a me, solo a me.

Qualcuno non capiva, continuava a interrogare, a quel punto lui fu costretto ad esplicitare “chi è senza peccato getti per primo la pietra contro di lei”. Il peccato dovevamo cercarlo dentro, ora era evidente. E continuò a scrivere. Perché non stava cancellando niente, non stava tradendo nessuna tradizione, solo riportava ogni cosa al suo posto. Non stava cancellando la legge, non stava cancellando il peccato, non stava svuotando la fede solo strappava dalla nostra vita la tentazione di proclamarci giudici. Che ne sapevo io di quella donna? E che diritto avevo di lapidarla? Che ne so io del cuore di mio fratello? Io di me posso sapere, solo di me. Lascio cadere il sasso. E con me anche tutti gli altri. Una pioggia di sassi, il Suo silenzio ci aveva disarmato.

Mai avevo sentito così forte l’appello alla responsabilità, alla mia responsabilità. Mai avevo avuto così chiaro che la Legge rischia di farci agire per imitazione, ci muove come un branco. Ogni storia invece è diversa e non è la regola a dover essere difesa ma la persona, interpretando sempre, rileggendo sempre. La Legge non è il fine ma lo spazio per dare inizio alla consapevolezza, per rendermi responsabile di me, dei miei gesti, delle mie decisioni. Serve abbassare lo sguardo, guardarsi dentro, stare in silenzio e disarmare la mano.

Dicono che la donna non se ne andò subito. Rimase dopo di noi. Come in attesa di una condanna. Come in attesa che il senza peccato emettesse la sentenza. Almeno un cammino di riparazione. Una riconsacrazione di quella carne segnata dal peccato. Invece Cristo disse una cosa impossibile da compiere: “non peccare più”… un orizzonte impossibile da abitare, un mandato che nessun uomo e nessuna donna possono onorare, chi di noi può non peccare? Ma non è questa la Legge? Non è questo ciò che viene codificato? La perfezione. La perfezione astratta e impossibile da seguire. Ma indispensabile. Perché davanti a quel “non peccare più” la donna, e noi stessi, possiamo fare solo una cosa: abbassare lo sguardo, fare silenzio e aprire la mano per lasciar cadere la pietra che vorremmo scagliare contro l’avversario. Non siamo chiamati ad altro. La legge non condanna, svela. Sul Calvario le mani di Cristo saranno inchiodate ed aperte, mani eternamente spalancate di un Dio disarmato e disarmante.

Sono solo un affamato di carrube Quarta domenica quaresima anno C

Madonna del Monte 26.3.22
Dal Vangelo secondo Luca
Lc 15,1-3.11-32
 
In quel tempo, si avvicinavano Gesù tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo. I farisei e gli scribi mormoravano dicendo: «Costui accoglie i peccatori e mangia con loro».
Ed egli disse loro questa parabola: «Un uomo aveva due figli. Il più giovane dei due disse al padre: “Padre, dammi la parte di patrimonio che mi spetta”. Ed egli divise tra loro le sue sostanze. Pochi giorni dopo, il figlio più giovane, raccolte tutte le sue cose, partì per un paese lontano e là sperperò il suo patrimonio vivendo in modo dissoluto. Quando ebbe speso tutto, sopraggiunse in quel paese una grande carestia ed egli cominciò a trovarsi nel bisogno. Allora andò a mettersi al servizio di uno degli abitanti di quella regione, che lo mandò nei suoi campi a pascolare i porci. Avrebbe voluto saziarsi con le carrube di cui si nutrivano i porci; ma nessuno gli dava nulla. Allora ritornò in sé e disse: “Quanti salariati di mio padre hanno pane in abbondanza e io qui muoio di fame! Mi alzerò, andrò da mio padre e gli dirò: Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio. Trattami come uno dei tuoi salariati”. Si alzò e tornò da suo padre.
Quando era ancora lontano, suo padre lo vide, ebbe compassione, gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò. Il figlio gli disse: “Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio”. Ma il padre disse ai servi: “Presto, portate qui il vestito più bello e fateglielo indossare, mettetegli l’anello al dito e i sandali ai piedi. Prendete il vitello grasso, ammazzatelo, mangiamo e facciamo festa, perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”. E cominciarono a far festa.
Il figlio maggiore si trovava nei campi. Al ritorno, quando fu vicino a casa, udì la musica e le danze; chiamò uno dei servi e gli domandò che cosa fosse tutto questo. Quello gli rispose: “Tuo fratello è qui e tuo padre ha fatto ammazzare il vitello grasso, perché lo ha riavuto sano e salvo”. Egli si indignò, e non voleva entrare. Suo padre allora uscì a supplicarlo. Ma egli rispose a suo padre: “Ecco, io ti servo da tanti anni e non ho mai disobbedito a un tuo comando, e tu non mi hai mai dato un capretto per far festa con i miei amici. Ma ora che è tornato questo tuo figlio, il quale ha divorato le tue sostanze con le prostitute, per lui hai ammazzato il vitello grasso”. Gli rispose il padre: “Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo; ma bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”».

Sono solo un affamato di carrube

Quarta domenica di quaresima anno C

(Luca 15,1-3.11-32)

 

Una parabola che lascia tutto in sospeso, una sfida a quel moralismo che ci abita da sempre, la condanna di ogni tipo di meritocrazia, la tentazione di sottolineare solo una bontà paterna così eccessiva da essere folle… la vicenda di due fratelli e di un padre che da duemila anni rimane a presidiare l’impossibilità di far tornare i conti. Una parabola sfuggente e scandalosa. Un padre che non riesce a tenere insieme i cocci di una famiglia disgregata, un fratello minore che torna e non sembra capire per nulla la logica del padre, un figlio maggiore che rimane fuori, a distanza, perso nel rancore di ciò che il suo cuore vede solo come una grande immeritata ingiustizia.

Hanno tutti ragione, ma questa pagina non è ragionevole.

Sono tutte vittime, ma questa pagina non cerca colpevoli.

Sono tutti segnati da una grande incomprensione, ma questa pagina sembra fare di tutto per non farsi comprendere.

Quella che appare, la sensazione netta che non ci abbandona mai, è la distanza, ogni passaggio di questa parabola si porta addosso uno spazio di lontananza che non si riempie mai. A nulla servono i tentativi del padre, i ritorni del figlio più piccolo o le presunte fedeltà del maggiore, ogni relazione è marchiata a fuoco da una feroce solitudine che marca una distanza apparentemente incolmabile tra gli uomini.

Da subito questo appare chiaro, da quel pugno di versetti che apre il brano di questa domenica ma che è preso da qualche riga prima, messo ad introduzione delle tre parabole: pecora smarrita, moneta persa e appunto padre misericordioso. In questa introduzione da subito emerge che c’è chi sta vicino a Gesù, chi lo ascolta, chi mangia con lui, e chi invece mormora, segnando una distanza di cuore che sembra impossibile da colmare. L’evangelista si premura di chiamare pubblicani e peccatori i primi e farisei e scribi i mormoratori. Ma sono davvero vicini a Cristo i peccatori? Dove saranno nel momento dell’arresto e della croce? E a causa delle mormorazioni gli scribi e farisei sono così irrecuperabili? E noi, a quale distanza siamo? E da che cosa? Da chi?

Credo che i peccatori e i pubblicani, non potendo nascondere nulla, avendo già perso la faccia, liberi dal bisogno si apparire non è che sono più vicini a Dio (il Padre non abbandona mai) ma sicuramente sono più vicini a sé stessi, alla verità di ciò che sono. E forse la parabola conferma questa interpretazione. Un racconto di figli chiamati a fare i conti con ciò che sono.

Basta seguire il figlio minore, prima si avvicina al padre per chiedere la sua parte di eredità, sì, si avvicina, gli parla, movimento di vicinanza prima della distanza: il figlio minore sente che questa libertà “gli spetta”. E sente anche che in quella casa libero non sarà mai del tutto. Non si elencano i motivi dell’insofferenza, solo che questo figlio mette spazio tra sé e suo padre. E il padre non oppone resistenza. Lo lascia andare. Poi lo sappiamo, un paese lontano e la dissoluzione dei beni paterni, che però non è elencata nei particolari, non importa come vengono dilapidati, quello che sembra chiaro è che il figlio abbia bisogno di staccarsi radicalmente dal padre separandosi anche dall’eredità, in qualche modo di ucciderlo, il padre. La distanza deve essere radicale, senza sconti, un punto di apparente non ritorno. Poi ecco la carestia e il bisogno e la famosissima scena dei porci e quella frase perfetta riferita alla mancanza delle carrube: “ma nessuno gli dava nulla”.  Se leggiamo questa scena senza cercare colpevoli, lontani da ogni moralismo, quello che vediamo è un uomo solo, semplicemente solo, eppure in quel momento una distanza si ricompone, figlia del bisogno: tornò in sé. E se fosse solo questo quello a cui siamo chiamati? Non avendo più nulla da perdere quell’uomo torna pienamente in sé.

La reazione del padre al ritorno del figlio è altrettanto famosa, eccessiva, senza senso apparente. Tutto è troppo. Il figlio minore sembra frastornato, si sarebbe accontentato di meno ma per il padre quello è un figlio ritrovato, un uomo che passa da morte a vita: “era morto ed è tornato in vita”. Ecco ancora la storia di un ritorno, tornare in sé, scendere nel punto più intimo di sé stessi, equivale a nascere. Sembra che al padre più che il ritorno a casa, più che un eventuale pentimento, interessi la presa di contatto del figlio con sé stesso, il padre incorona re il figlio che è rientrato in sé.

Il figlio maggiore rimane fuori, lontano. Lontano dalla festa, lontano dal padre, ma forse, se davvero questa lettura è legittima, ancora una volta, soprattutto lontano da sé stesso. La descrizione che fa del fratello è impietosa e carica di moralismo, è lui l’unico a parlare di prostitute. Ma ancora peggiore è la descrizione che fa di sé: “io ti servo e tu (padre) non mi hai mai dato”. E viene il dubbio che l’unico suo grande errore sia stato quello di non andarsene mai, di essere rimasto e così di non essere mai “rientrato in sé”. Sembra che questa parabola, accanto alle altre mille interpretazioni sicuramente più plausibili, ci chieda: ma la vita di fede che vivo mi sta facendo rientrare in me oppure è solo una protezione per non dover ammettere che sono solo un povero affamato di carrube? Come sto facendo i conti con ciò che mi abita davvero, con il male da cui non sono esente? Sono riuscito, almeno una volta, a scendere nel baratro che mi abita, a farlo senza sconti, a fare i conti con i bisogni e le paure, con la solitudine e lo smarrimento, con la verità del mio essere radicalmente affamato? Mi sono perso come una pecora, una moneta o un figlio? La fede che cerco di vivere è solo una ricerca estenuante di risposte oppure è anche una resa, un lasciarmi cercare, un lasciarmi amare, un lasciarmi abbracciare? Senza meriti, per pura gratuità d’amore…  

 

Ridotti a uno Zero. Nel disastro del Mistero

Purtroppo siamo giunti alla lettera Z, l’ultima di questo alfabeto. Mi mancherà il messaggio del lunedì mattina di Davide Brullo che ringrazio per la fiducia e l’affetto. Mi mancheranno le sue tre lettere dell’alfabeto che ogni tre settimane mi mettevano seriamente alla prova. Mi mancherà misurarmi in un territorio in cui ho respirato grande libertà. Mi mancherà apparire su pangea.news che da tanto tempo è uno dei miei punti di riferimento. Posso solo ringraziare, stupito e grato, per tutto questo. E per voi, che avete letto e seguito, grazie per i nuovi incontri che queste parole mi hanno regalato e anche per chi, abituale mio lettore, ha confidato una certa fatica e spesso una resistenza quasi rabbiosa, credo sia il segno di un confronto mai scontato. Tra di noi e con la Parola.

Un abbraccio a tutti e buona lettura… ecco a voi la Z di Zero

Padre nostro

Da oggi in libreria. Padre Nostro è un libro a cui tengo molto. Non è un commento alla preghiera ma sono storie, storie di personaggi evangelici che “diventano” Padre Nostro, che incarnano la preghiera.

Sono uomini e donne che incrociamo leggendo i capitoli finali del vangelo di Giovanni. Ai miei occhi la vicenda della passione resurrezione di Cristo è parsa l’esplicitazione della preghiera stessa.

Spero di cuore che leggendo ognuno possa sentirsi narrato, che il mio tentativo possa abilitare ogni lettore a raccontarsi alla luce del vangelo.

Spero che ogni lettore alla fine abbia il desiderio di raccontare il suo personale padre nostro. Io ci ho provato.

Rimango in attesa delle vostre condivisioni e già vi ringrazio per la fiducia, per l’affetto, per il vostro essermi accanto. Grazie di cuore.

Vi abbraccio forte

https://www.paoline.it/news/novita-libri/padre-nostro.html

Letame

Terza domenica di quaresima anno C

Crocetta 14.3.22
Dal Vangelo secondo Luca
Lc 13,1-9
 
In quel tempo si presentarono alcuni a riferire a Gesù il fatto di quei Galilei, il cui sangue Pilato aveva fatto scorrere insieme a quello dei loro sacrifici. Prendendo la parola, Gesù disse loro: «Credete che quei Galilei fossero più peccatori di tutti i Galilei, per aver subìto tale sorte? No, io vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo. O quelle diciotto persone, sulle quali crollò la torre di Sìloe e le uccise, credete che fossero più colpevoli di tutti gli abitanti di Gerusalemme? No, io vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo».
Diceva anche questa parabola: «Un tale aveva piantato un albero di fichi nella sua vigna e venne a cercarvi frutti, ma non ne trovò. Allora disse al vignaiolo: “Ecco, sono tre anni che vengo a cercare frutti su quest’albero, ma non ne trovo. Tàglialo dunque! Perché deve sfruttare il terreno?”. Ma quello gli rispose: “Padrone, lascialo ancora quest’anno, finché gli avrò zappato attorno e avrò messo il concime. Vedremo se porterà frutti per l’avvenire; se no, lo taglierai”».

Letame

Terza domenica di quaresima anno C

(Luca 13,1-9)

Moriremo tutti allo stesso modo?

Vedremo il nostro sangue impastarsi caldo a quello delle vittime? Moriremo sgozzati e sacrificati a qualche idea di Dio, a qualche idea di potere, a qualche idea di giustizia? Moriremo sotto i colpi di una vita violenta, di una mattanza che si ripete dentro e fuori i recinti di ogni tempo e di ogni tempio? Moriremo indifesi e convinti di essere sempre e solo vittime immacolate? Moriremo sapendo il nome del colpevole e odiando ogni nuovo Pilato?

Moriremo senza neppure il coraggio di esplicitare il rancore verso un Dio che non interviene mai, dall’alto della sua presunta onnipotenza, a fermare i massacri? Moriremo senza averlo nemmeno portato sul banco degli imputati? Moriremo credendo che dovrebbe essere Lui a fermare le guerre, ad afferrare la mano dell’assassino, a disinnescare le esplosioni di violenza? Moriremo incolpando Dio, incolpando noi stessi, cercando sempre e comunque il colpevole per questa vita che continua a ripetersi con disarmante arroganza?

Non so come moriremo, ognuno morirà a modo suo e questo credo sia l’unica cosa a cui sarebbe intelligente prepararsi. Però leggo e amo questo Cristo che davanti alla narrazione di una cronaca che altro non è che una ragnatela di accuse, nel cuore della strafottenza dei Galilei di ieri e di oggi, esplicita la loro subdola convinzione: se muori in modo tragico è sicuramente a causa di un peccato enorme. Come se la morte feroce fosse il prezzo da pagare al dio sanguinario e vendicativo per un peccato commesso, come se fosse il tributo per portare a pari il nostro debito.

Gesù smaschera, prima di tutto smaschera, e spezza il legame tra colpa e castigo, tra peccato e punizione. Ma questo ormai lo sappiamo, quello che forse è meno evidente è che Cristo facendo così mette disordine del mondo. E questo fa paura anche a noi.

Perché è questo che cerchiamo, alla fine, un qualche ordine, una causa che spieghi, abbiamo paura del disordine. Non cerchiamo un colpevole perché siamo cattivi, lo facciamo per illuderci di capire. Per provare a tenere tutto sotto controllo. Se c’è una guerra c’è un cattivo, se c’è un massacro c’è sempre e solo un Pilato, se c’è una pandemia c’è sicuramente un complotto… nella nostra testa c’è bisogno di ordine e di colpevoli. Per provare a trovare sempre una spiegazione. E se crediamo in Dio, visto che non abbiamo il coraggio di incolpare lui per ciò che ci succede, ecco che incolpiamo l’uomo che non prega, l’uomo che ha peccato, l’uomo che in fondo si merita un castigo. E il castigo è il prezzo per un ordine ristabilito. Gesù invece: disordina.

Moriremo tutti allo stesso modo? Cercando sempre un colpevole? Ma a Siloe, dice Gesù, non ci fu nessun colpevole per la torre crollata sui diciotto uomini. A meno che non fossero loro stessi colpevoli e allora, Dio sarebbe tale e quale a Pilato, come uno che punisce una regola infranta. Sangue a scorrere per presunti peccati altrui.

Far saltare questo schema elementare di colpa/castigo, accettare il disordine, cominciare a sentire addosso l’impossibilità di trovare una risposta chiara e netta, e sentire la paura di non poter comprendere, sentirsi risucchiati nel mistero, in balia di una vita incontrollabile, sia nel bene che nel male. Se iniziamo a credere che il male non sia solo conseguenza della follia di un colpevole ecco che non riusciamo più a visualizzarlo nettamente, i contorni sfumano, e  fa paura, perché forse, ed è qui che Cristo vuole portarci, ci accorgiamo di non essere immuni al male nemmeno noi, non siamo sempre e solo innocenti. Ma ammetterlo è difficile.

Convertitevi dice Cristo, e chiede ai Galilei, chiede a noi, di smettere di giudicare il mondo guardandolo da fuori, come se fossimo a teatro, seduti tra le prime file, a voler comprendere la trama della tragedia in scena. Convertitevi, ciò rendetevi conto che ognuno è attore protagonista di questo spettacolo chiamato vita. Convertitevi, cioè compromettetevi, e smettete di guardare il copione come improbabili critici teatrali, gettate la maschera e salite e prendete parte a questo terribile spettacolo.

Coinvolti nella complessità delle cose non potremo fare molto, non riusciremo da soli a cambiare la trama, non impediremo il sangue versato da Pilato e nemmeno il crollo delle torri, ma saremo lì. Nel sangue e nel crollo, ma anche nella lama di Pilato e nella violenza e nel male che purtroppo non ci è estraneo. E non basterà pregare o manifestare se non ci sarà conversione personale, se non scenderemo a verificare il disordine che abbiamo dentro, se non confesseremo che siamo anche noi complici di male. E di morte.

Coinvolti e non spettatori giudicanti, anche per dare il giusto ruolo al divino, che non è l’autore della trama, che non è nemmeno il regista, ma che è il coinvolto, l’incarnato, e Cristo lo esplicita. Nessuno può chiamarsi assente, nemmeno Dio, tutti compromessi in questa storia. Tutti a cercare di fare il possibile. Anche quando il possibile sembra poco, quasi niente. Da una parte un massacro nel tempio e una torre che crolla e da questa un fico in una vigna. Niente di più.

Eppure attorno a quel fico, in quel brandello inutile di mondo accade che tra la sterilità del presente e il taglio finale della lama (che comunque rimane pronta, perché la morte non è negata) tutti, tutti, si sentono partecipi. Il padrone della vigna viene costretto a una pazienza apparentemente senza senso, il vignaiolo ad una cura aggiuntiva, il fico al dovere di portare frutto. Nessuno cerca il colpevole, nessuno cerca scuse, e sarà solo un fico ma ognuno sente di non potersi disinteressare, ognuno prova a morire impastato a questa vita, accogliendola e non chiamandosi fuori.

Rimane un senso di smarrimento di fronte agli eventi e questo smarrimento credo sia inevitabile, rimane la coscienza di non essere parte di un paradiso, che la realtà non sia un meccanismo perfetto, rimane che ciò che accade è molto più grande di noi. Ma rimane anche la possibilità di partecipare, sentirsi parte di questa vita, sentirsi parte di tutta la complessità, smettere di recitare la retorica degli innocenti, dei buoni, dei pacifisti, degli immacolati. Siamo sporchi, siamo tutti sporchi, se siamo abbastanza onesti con noi stessi non possiamo certo definirci innocenti, ma queste mani possono anche sporcarsi di letame e mostrare i calli di una zappatura cocciuta e sopportare una speranza invincibile incastrata in fondo agli occhi.

Io non credo di potere altro, mi piacerebbe morire così. E non credo blasfemo immaginare che il Padre non abbia indosso la toga del giudice ma abbia le mani sporche e puzzi del letame del contadino.  

Rabdomanti di luce

Seconda domenica di quaresima anno C

Dulcinea e il sole 10.3.22
Dal Vangelo secondo Luca
Lc 9,28b-36
 
In quel tempo, Gesù prese con sé Pietro, Giovanni e Giacomo e salì sul monte a pregare. Mentre pregava, il suo volto cambiò d’aspetto e la sua veste divenne candida e sfolgorante. Ed ecco, due uomini conversavano con lui: erano Mosè ed Elìa, apparsi nella gloria, e parlavano del suo esodo, che stava per compiersi a Gerusalemme.
Pietro e i suoi compagni erano oppressi dal sonno; ma, quando si svegliarono, videro la sua gloria e i due uomini che stavano con lui.
Mentre questi si separavano da lui, Pietro disse a Gesù: «Maestro, è bello per noi essere qui. Facciamo tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elìa». Egli non sapeva quello che diceva.
Mentre parlava così, venne una nube e li coprì con la sua ombra. All’entrare nella nube, ebbero paura. E dalla nube uscì una voce, che diceva: «Questi è il Figlio mio, l’eletto; ascoltatelo!».
Appena la voce cessò, restò Gesù solo. Essi tacquero e in quei giorni non riferirono a nessuno ciò che avevano visto.

Rabdomanti di luce

Seconda domenica di quaresima anno C

 

Gesù prende con sé, atto di rapina, di scelta, vocazione nella vocazione, ne chiama solo tre, atto di deliberata esclusione, vengono chiamati per nome, Pietro, Giovanni e Giacomo, esistenze trascinate su un monte, volti affondati nel silenzio della sua preghiera.

 

Otto giorni prima il Mastro ammutolì i suoi amici: è necessario che il Figlio dell’uomo soffra molto, sia condannato dagli anziani, dai sommi sacerdoti e dagli scribi, sia messo a morte e risorga il terzo giorno (…) se qualcuno vuol venire dietro a me rinneghi se stesso prenda la propria croce ogni giorno e mi segua poiché chi vorrà salvare la propria vita la perderà ma chi perderà la propria vita per causa mia la salverà (…) se qualcuno si vergognerà di me e delle mie parole il Figlio dell’uomo si vergognerà di lui…”, e poi silenzio. Non si può comprendere la pagina odierna senza portarsi sul monte, fardello insostenibile, la dolorosa profezia. Otto giorni da quelle parole, lasso di tempo altamente simbolico, rottura dell’argine del settimo giorno, otto giorni in cui, secondo la narrazione del vangelo, non succede niente di rilevante. Tempo di macerazione nell’annuncio dello scandalo poi: la Trasfigurazione.

 

Tutto si muove nel calco di Esodo, trasfigurazione non è la concessione paternalistica di uno spiraglio di resurrezione prima del tempo, è invece completa immersione nel mistero della morte, arte del passaggio, ricamo di una speranza a caro prezzo, la morte non è annullata ma sedotta, Cristo si inabissa e noi con lui, a rischio perdizione. Eppure si intuisce, la morte è luogo fondamentale, senza l’esperienza della morte le apparenze rimarrebbero inscalfibili, resisterle è vera tentazione, rifiutare la croce è vergognoso tradimento della nostra natura profonda. Senza l’approdo a Gerusalemme, senza la crocifissione della carne, la luce resterebbe sepolta.

 

Il volto di Cristo cambia d’aspetto, la veste candida e sfolgorante, l’intimità con il divino svela la luce profonda che lo abita, esperienza di spogliazione, di deposizione delle apparenze, sfida a reggere ciò che emerge, qualsiasi cosa emerga. Trasfigurare la vita è perdere ogni maschera, lasciar cadere ogni ruolo, cosa c’è dietro il nostro volto, il nostro nome, la paziente costruzione della nostra immagine? Cosa rimane alla fine? Come reggere l’urto della luce che spinge da dentro?

 

La folgorazione dell’incontro con il divino è una lama che non lascia scampo, nessuna ombra possibile, nessuna ambiguità, svelati a noi stessi, implacabile nudità del nostro cuore, la trasfigurazione è la morte delle apparenze, è la vittoria definitiva della luce che ci abita.

 

L’esperienza spirituale è durissima, non a caso appare Mosè, il complice di Dio, cosa si muove nel cuore dell’uomo quando non ha più nessun faraone da incolpare? Cosa tiene prigioniero davvero il suo cuore? Mosè è il simbolo di un popolo che ha dovuto fare i conti con la ferocia della libertà, uomini e donne che senza un capro espiatorio, un tiranno, hanno avuto bisogno di dieci parole per non massacrare il fratello. Mosè è il complice di un Dio che svela il faraone che ogni uomo si porta dentro. Mosè è l’uncino della Legge a scalfire le durezze, è la perseveranza, la fede di Dio nei confronti della luce che abita ogni uomo. Nonostante tutto. Trasfigurare è portare alla luce.

 

Gesù raccoglie la sfida, cosa ci impedisce la libertà? La malattia, il peccato, la paura, la morte? In tre anni infilzerà ogni tentazione umana, libererà l’uomo dalla possibilità di trovare alibi e imporrà la scelta: esci da te stesso, rinnega ciò che sei, deponi le ombre di questo esodo chiamato vita e crocifiggiti al Padre. L’unica opposizione alla luce è credere di essere già illuminati.

 

Di morte parla Cristo con Mosè, parla di come liberare luce, del prezzo altissimo, parla del suo esodo. E ne parla anche con Elia, profeta del fuoco che arde, consuma, illumina, trasfigura, infuocata porta che espone finalmente all’Altro.

 

Gesù sta pregando, non possiamo dimenticarlo, la trasfigurazione è l’immersione in un’esperienza che scrosta le apparenze, che spezza i legami, che trascende perfino la carne, che apre ferite nel mondo e nelle sue forme, e questo è possibile solo nella lotta della preghiera. La preghiera è la Creazione che si lasica squartare per lasciar fluire la luce, per assimilarsi all’Infinito. La paura, la paura vera è quella di smarrirsi, aggrapparsi con ogni forza, addormentarsi nel reale. Invece pregare, che non è recitare preghiere, invece pregare, che è aggrapparsi al visibile per liberarlo dalle ombre, permettere a ogni cosa di tornare a casa, anche a noi stessi, trasfigurarci in Lui.

 

Ma a quella casa a cui tornare bisogna prima crederci, sentirne la nostalgia, bisogna prima innamorarsi della luce altrimenti la richiesta risulta incomprensibile e disumana. Pregare è imparare a riconoscere luce in ogni cosa, sono mani che scavano a liberare, a spostare macerie, sono mani che sentono la profondità luminosa dell’essere umano. Pregare è liberare la luce in ogni cosa, e permetterle di tornare a casa.

 

Pietro, Giacomo e Giovanni non reggono, chiudono gli occhi, si difendono affidandosi al buio, implorando di restare aggrappati al reale (tre capanne) e perdendo ogni legame con la realtà profonda delle cose (Pietro “non sapeva quello che diceva”).

 

Non resta che una nube, alla fine, ad avvolgerli di paura, e una voce, come se la luce stessa implorasse libertà. E noi in quella nube, persi, dispersi, ansiosi di ancorarci a qualcosa.

 

Oppure desiderosi di incominciare a pregare davvero, per lasciarsi trafiggere e stupire, finalmente, della luce che ci abita e chi ci trasfigura a Lui.  Ma serve un cammino, quello verso Gerusalemme, dove il Maestro subirà il massacro, sfigurato nell’aspetto, macellato come vittima, scenderà nel luogo più profondo della perdizione umana e lì, dal punto più basso, si consegnerà, luce a trasfigurarsi nelle mani del Padre. E così sarà anche dal sepolcro, niente e nessuno riuscirà a contenerlo, il suo corpo diventato preghiera si trasfigurerà nel Padre. A questo siamo chiamati, anche se ci pare troppo.

 

La Trasfigurazione non è una finestra sulla resurrezione che sarà ma, al contrario, è la conferma che la resurrezione inizia qui, adesso, in ogni cosa, suscitando albe dai nostri tramonti, credendo che ogni uomo è chiamato a “venire alla luce”, nascita, e che questo esodo chiamato vita non è altro che lo spazio tempo in cui possiamo imparare l’arte di essere rabdomanti di luce.  

 

Serve urgentemente qualcuno che con occhi innamorati giuri che vede luce anche in noi, magari sommersa e nascosta, ma che la vede. E serve di fidarsi, perdersi e fidarsi, uscire da noi stessi e crocifiggersi al divino.

Intollerabile libertà Prima domenica di Quaresima anno C

Castagnetoli 2.3.22
Dal Vangelo secondo Luca
Lc 4,1-13
 
In quel tempo, Gesù, pieno di Spirito Santo, si allontanò dal Giordano ed era guidato dallo Spirito nel deserto, per quaranta giorni, tentato dal diavolo. Non mangiò nulla in quei giorni, ma quando furono terminati, ebbe fame. Allora il diavolo gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, di’ a questa pietra che diventi pane». Gesù gli rispose: «Sta scritto: "Non di solo pane vivrà l’uomo"».
Il diavolo lo condusse in alto, gli mostrò in un istante tutti i regni della terra e gli disse: «Ti darò tutto questo potere e la loro gloria, perché a me è stata data e io la do a chi voglio. Perciò, se ti prostrerai in adorazione dinanzi a me, tutto sarà tuo». Gesù gli rispose: «Sta scritto: "Il Signore, Dio tuo, adorerai: a lui solo renderai culto"».
Lo condusse a Gerusalemme, lo pose sul punto più alto del tempio e gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, gèttati giù di qui; sta scritto infatti: "Ai suoi angeli darà ordini a tuo riguardo affinché essi ti custodiscano"; e anche: "Essi ti porteranno sulle loro mani perché il tuo piede non inciampi in una pietra"». Gesù gli rispose: «È stato detto: "Non metterai alla prova il Signore Dio tuo"».
Dopo aver esaurito ogni tentazione, il diavolo si allontanò da lui fino al momento fissato.

Intollerabile libertà

prima domenica di quaresima anno C

(Luca 4,1-13)

 

 “La libertà è ‘intollerabile’ all’uomo, che si inventa mille obblighi e doveri per non viverla” stamattina inciampo in questa frase di Pasolini, ringrazio l’amico Davide Brullo (“Vedo di fronte a me un mondo sempre più squallido”. Per Pier Paolo Pasolini – Pangea) e capisco immediatamente che non riuscirò ad affrontare il Vangelo della prima domenica di quaresima senza questo pugno di parole conficcato in testa. La pagina è quella delle tentazioni di Cristo nel deserto, inizio e compimento, lotta all’ultimo sangue, deserto ad anticipare il Calvario. La libertà è intollerabile, lo sa bene il tentatore, lo sa bene anche Gesù, la sfida è infinita e noi ci siamo dentro, ogni tentativo di fede non è altro che il coraggio di scendere in questa arena. Uscirne indenni sarebbe la vera sconfitta.

La pagina evangelica è Esodo incastrato nelle costole del Messia: c’è il deserto, il numero quaranta e le grandi tentazioni: pane, potere e idolatria. Tentazioni affilate come denti di tigre ad azzannare le nostre paure o la nostra unica definitiva paura, quella di non reggere l’urto devastante della libertà. Lontani dalla retorica, non si fugge per sempre dal faraone e essere lontani dall’Egitto non è garanzia, forse solo parte di un’illusione che rischia di essere diabolica. Non basta la fuga, nemmeno rinascere dalla rottura di acque, serve una conquista dolorosa, forse solo la morte saprà sugellare l’approdo.

La libertà, quella vera, non procede per disegni politici, non si costruisce con trattati di pace, la libertà, la nostra più scandalosa somiglianza al divino è una lama che trapassa. Intollerabile ai più, imporla all’uomo è una follia, lo sa bene il tentatore, credere che l’uomo sia in grado di reggerne il peso è l’atto di fede più grande di Cristo nei nostri confronti. Compimento di un’alleanza spropositata, delirante, eccedente, scandalosa. Che Cristo non perda la fede nell’uomo è la vera sfida, a noi di decidere se capitolare in questo azzardo d’amore oppure non credere che lui possa arrivare a tanto. Essere creduti più che essere credenti. Il Vangelo si legge e si rilegge per verificare la Sua tenuta.

Non è per noi la libertà, resta intollerabile e incomprensibile, per noi è solo lo stupore e lo scandalo, per noi l’indecifrabile decisione divina di un Cristo incatenato alle nostre miserie.

Nel deserto la prima tentazione viene da una fame cercata e temuta, quaranta, un itinerario, quali i desideri che resistono alla fine di una vita? Quali quelli che bruciano come eterno roveto che non si annienta? Cristo affronta ad occhi aperti la logica perfetta del male che scommette sull’istinto dell’uomo, per il divisore non esiste nessuna fame inattaccabile, l’uomo cercherà sempre un pane, la manna, un riempimento, un obbligo o un dovere, un padrone qualsiasi pur di non morire tra le pietre di un deserto. La tentazione non è altro che la logica perfetta di chi conosce bene l’uomo, e lo osserva, e lo comprende, e non lo provoca ma lo accontenta.

La tentazione fondamentale in fondo è negarci qualsiasi tentazione. Cristo invece rimane affamato, nessuna manna, nessuna moltiplicazione, nessun intervento divino, come sulla croce, l’esito finale di una vita non è altro che mantenersi famelici, bruciare di desiderio, non cedere alla tentazione che qui ci sia spazio per il riempimento. La vita, questo esodo bruciante, non è altro che un cammino, lo spostamento quotidiano dell’orizzonte, la promessa che si eclissa ad ogni tramonto ma che rimane tale, ma non ora e non qui. Affamati imploriamo baci e carezze e ne godiamo ma occorre che rimangano scavi, uncini a dilatare il desiderio di un amore infinito. La tentazione vera è accontentarsi, non riuscire a comprendere che il vero bene è ciò che svuota dento, ciò che dilata il nostro bisogno di inciampare tra le braccia del Padre. Velenoso ogni amore che non svuota, che non rimanda ad altro che a sé stesso.

Alla fine non ci saranno pani, lontane le logiche di moltiplicazione e anche quelle di condivisione, Lui solo trasformato in pane appena prima di trasfigurarsi in una Assenza. Il suo testamento è una scia di nostalgia radicale, a noi la condanna di credere che non valga la pena cedere, per noi la pena di una dilatazione radicale delle nostre fami più profonde. E la morte, solo la morte, come mare da attraversare, confidando finalmente nel compimento. Qui solo la lotta per riuscire a non sedare mai la fame di Lui.

La seconda tentazione confida che per l’uomo la libertà sia così intollerabile da costringerlo ad ubriacarsi in mille “obblighi e doveri”, e come non pensare alla deriva di una religiosità così esigente da essere consolante? Come non sentire l’illusione consolante di ogni tipo di potere? Anarchico ed apocalittico invece è l’Amore.

La terza tentazione riguarda il divino, costringerlo a intervenire, a trasformare questo deserto che è la nostra vita in una sorta di paradiso terrestre. Svuotare l’Approdo, scardinare l’Eterno, accontentarsi di sentirlo vicino e utile e premuroso. Non reggere la libertà, piegare il divino alle nostre miserie. Annullare l’alterità, costringere il tempo e lo spazio e a un eterno presente, confondere il paradiso con l’inferno.


Oppressi tra mille obblighi e doveri, storditi in una declinazione della libertà in progetti che ci illudiamo essere utili, non smettere di riempire e di riempirsi, barattare ogni tipo di libertà con una più commestibile “utilità”, questa è la tentazione, purtroppo spesso travestita da progetto pastorale.

Fare qualcosa per qualcuno, essere indispensabili o quantomeno importanti. E fingere di non ricordare che il servo deve imparare a essere inutile e che qualsiasi forma di potere, qualsiasi, impedisce al deserto di essere esodo, implica la costruzione di regni che inevitabilmente diventano copie pericolose dei governi di questo mondo.

Invece crocifiggersi all’umiliazione, impedire alle mani di fare miracoli, svuotarsi e sformarsi, annientarsi, servo sfigurato e obbediente all’unico comandamento, all’unico padrone che muto, nel cielo del Golgota, abbandona il figlio. Ed è quello il vertice della libertà. Abbandonarsi, un Padre che abbandona la sua presunta perfezione fino a incarnarsi nelle carni macellate del Cristo e un Figlio che alla fine di tutto, abbandonato dagli amici, si abbandonerà consegnandosi in Lui.

Tentazione, tentazione vera è quella di prostrarsi in adorazione e di credere che la terra possa essere regnata a fin di bene. Ma non sarebbe deserto, non sarebbe esodo, non sarebbe libertà. Lasciare che gli altri ci abbandonino invece, e subire la solitudine e il tradimento, e non forzare mai nessuna amicizia, nessun ricatto, solo accettare gli abbandoni subiti e infine, noi stessi, abbandonare. Lasciare ognuno alla propria solitudine. Allo smarrimento di un mondo che non chiede di essere governato ma lasciato. Diventare abbandono, senza non ci sarebbe consegna, le radici sarebbero inestirpabili e la morte non sarebbe altro che l’ultima definitiva sconfitta. Intollerabile è la libertà ma noi non siamo fatti per eternamente restare, noi siamo chiamati alla fede, alla consegna, “nelle tue mani consegno il mio spirito”.      

La libertà è intollerabile per l’uomo, credo abbia ragione Pasolini, non resta che sperare in Cristo, che si ripeta sempre nuovamente l’itinerario evangelico, che dal deserto si possa arrivare al sepolcro, che tra le nostre mani non resti altro che la “sparizione” di Emmaus. Intollerabile è la libertà, intollerabile è il mondo, perché non è tollerabile essere stati partoriti a questa vita se non ci fosse la promessa di un parto nuovo, eterno e definitivo. Intollerabile questa fame che ci brucia nel cuore se ci fosse qualcosa, qui e ora, in grado di sedarla.