Pensieri intimi e in disordine (tra frammenti evangelici e guerre in corso) Ottava domenica Tempo Ordinario C

Crocetta. I primi fiori 24.2.22

Pensieri intimi e in disordine

Ottava domenica tempo ordinario C

(Luca 6,39-45)

 

Difficilissimo oggi scrivere parole di speranza e di fede. Il Vangelo parla al cuore di ogni uomo con schegge di sapienza paradossale mentre le bombe dell’ennesima guerra esplodono carneficine umane. Una distanza abissale tra quel pugno di sentimenti che è il piccolo cuore umano e l’immensità sproporzionata di un dramma. Un senso di impotenza, lo smarrimento di una parte di me che, tanti anni fa, da obiettore di coscienza, credeva davvero nel pacifismo come volto possibile del Vangelo e che ora sperimenta la fatica di credere che le cose si possano migliorare, convivere con un senso continuo di sfiducia nei confronti dell’umanità (della quale so benissimo di far parte).

Da giovane avevo l’illusione che il boicottaggio alle multinazionali, la scelta di un commercio equo e solidale, la presa di coscienza della ferocia del capitalismo, fossero strada percorribile e promettente. Poi la disillusione di questi anni, l’aver conosciuto e subìto le stesse dinamiche di potere da parte di uomini che ideologicamente pontificavano di essere all’opposizione di ogni tipo di violenza. Lo smarrimento, la perdita di fiducia in qualsiasi forma di sistema politico, il rifugio ultimo nelle parole del Vangelo. E sapere con certezza di non essere migliore di nessuno, quello più di ogni altra cosa, è stato doloroso, la scoperta di essere complice comunque del male, non esente, abitato dalla capacità di far soffrire. Averlo scelto, a volte, il male, e non aver più coraggio di manifestare se non a me stesso.

“Può un cieco guidare un altro cieco?” domanda retorica quella del Cristo. Dal fondo dell’ennesimo fosso, rovinosa caduta, non resta che confessare la propria cecità. Non vedo Signore, questo solo posso confessare, ai bordi della strada, avvolto nel mio mantello, non posso che chiederti occhi nuovi. Solo questa preghiera regge l’urto. E diffidare di chi giura di conoscere vie ideologiche e sicure per riemergere. Non rimane che confessare la propria cecità. Il bisogno di essere salvati.

“Ma ognuno che sarà ben preparato sarà come il suo maestro”. Preparato a cosa Signore? Ci si può preparare alla vita? A volte credo che al massimo si possa provare a rispondere, adeguarsi alla forza degli eventi, sopravvivere all’ennesima burrasca, come dice Siracide nella prima lettura, la vita è un setaccio che scuote e purifica, è un fuoco che mette alla prova. Che prepararsi sia solo l’atteggiamento di chi è pronto ad essere provato dagli eventi?

Penso a te, che sei il mio solo e unico Maestro, penso ai tuoi occhi che fino alla fine sono rimasti aperti in cerca di umanità buona, anche minima, un nucleo resistente ai piedi della croce.

Basta questo? Continuare a tenere gli occhi fissi sul frammento di bene? Credere che alla fine questo rimanga? Sembra tutto così poco in questo mondiale Calvario.

E poi la storia della trave che c’è nel mio occhio. Ho sempre paura di questa tua denuncia, la sento vera, bruciante. “Non ti accorgi della trave”, ecco Signore il “non accorgersi” mi fa paura, l’essere incapace di riconoscere, perché non dici che noi nascondiamo o neghiamo la trave ma che proprio non la crediamo presente. E la paura si moltiplica ogni giorno perché ogni giorno scelgo dolorosamente di espormi commentando la Tua Parola. Spero sempre di non essere superficiale, spero di non aver silenziato attorno a me le persone che mi amano così tanto da non fingere l’assenza della trave che mi acceca, però il dubbio rimane. Ti confido che è la paura più grande che ho, spesso vorrei smettere di pubblicare, perché è troppo difficile non farsi trascinare nel gioco dei commenti ed è pesantissimo, ogni volta, svelarsi, mettersi a nudo. Vorrei solo continuare a incontrare le persone nella semplicità della casa, senza esposizioni letterarie, senza cedimenti social. Intanto scrivo ancora e contraddico il desiderio.

“Non vi è albero buono che produca frutto cattivo (…) ogni albero infatti si riconosce dal suo frutto”. Difficile riconoscere la bontà di un frutto. Le mie scelte, che non rinnego, mi hanno portato a non mettere al mondo figli, a non dare quel tipo di frutto. Rimangono gesti e parole, qualche pagina scritta, parrocchie attraversate con la cieca fiducia in sistemi parrocchiali che ormai sento lontani… io non son neanche se ho dato frutto, sinceramente non lo so. Mi sento compagno di strada delle tante persone che mi confidano la loro fatica a trovare un senso nel loro continuare a vivere. Mi commuovono, li sento fratelli. Ce li mostrerai tu Signore i frutti, alla fine, questo spero.

Intanto la guerra sembra non fermarsi, la diplomazia in ginocchio, e io sono qui in questo rifugio appenninico a confessare pensieri che non trovano ordine. “L’uomo buono dal buon tesoro del suo cuore trae fuori il bene”, è davvero cosa piccola il cuore dell’uomo e togliere il bene per portarlo alla luce è rischioso. La violenza dilaga e l’immagine di uomini che frugano nell’intimo per trarre il bene è dolente. Cercare dentro il cuore brandelli di bene, forse la preghiera è frugare tra le macerie, come dopo un attacco missilistico, cercare i sopravvissuti, riportarli alla luce.

Continuo a non sentirmi estraneo alla violenza e insieme vorrei continuare a portare in salvo pezzi di cuore sopravvissuti al massacro. Che sia questa la condizione umana? Che sia questa intima contraddizione l’unica possibilità concessa? Ai piedi del Crocifisso accettare che noi siamo tutto: siamo i soldati che hanno inchiodato, i discepoli che hanno tradito, le donne che non hanno abbandonato. Siamo tutto, siamo questa grande incoerenza, aggrapparsi allo sguardo di Cristo che, unico, non condanna, e cercare, tra le macerie di ciò che siamo, qualche frammento di bene, anche minimo, a cui stringersi per farsi, alla fine, risorgere.        

Dal Vangelo secondo Luca
Lc 6,39-45

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli una parabola:
«Può forse un cieco guidare un altro cieco? Non cadranno tutti e due in un fosso? Un discepolo non è più del maestro; ma ognuno, che sia ben preparato, sarà come il suo maestro.
Perché guardi la pagliuzza che è nell'occhio del tuo fratello e non ti accorgi della trave che è nel tuo occhio? Come puoi dire al tuo fratello: "Fratello, lascia che tolga la pagliuzza che è nel tuo occhio", mentre tu stesso non vedi la trave che è nel tuo occhio? Ipocrita! Togli prima la trave dal tuo occhio e allora ci vedrai bene per togliere la pagliuzza dall'occhio del tuo fratello.
Non vi è albero buono che produca un frutto cattivo, né vi è d'altronde albero cattivo che produca un frutto buono. Ogni albero infatti si riconosce dal suo frutto: non si raccolgono fichi dagli spini, né si vendemmia uva da un rovo. L'uomo buono dal buon tesoro del suo cuore trae fuori il bene; l'uomo cattivo dal suo cattivo tesoro trae fuori il male: la sua bocca infatti esprime ciò che dal cuore sovrabbonda».

Trincea

Settima domenica tempo ordinario C (Luca 6,27-38)

Tramonto a Crocetta 15.2.22
Dal Vangelo secondo Luca
Lc 6,27-38

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: “A voi che ascoltate, io dico: amate i vostri nemici, fate del bene a quelli che vi odiano, benedite coloro che vi maledicono, pregate per coloro che vi trattano male. A chi ti percuote sulla guancia, offri anche l’altra; a chi ti strappa il mantello, non rifiutare neanche la tunica. Da’ a chiunque ti chiede, e a chi prende le cose tue, non chiederle indietro.
E come volete che gli uomini facciano a voi, così anche voi fate a loro.
Se amate quelli che vi amano, quale gratitudine vi è dovuta? Anche i peccatori amano quelli che li amano. E se fate del bene a coloro che fanno del bene a voi, quale gratitudine vi è dovuta? Anche i peccatori fanno lo stesso. E se prestate a coloro da cui sperate ricevere, quale gratitudine vi è dovuta? Anche i peccatori concedono prestiti ai peccatori per riceverne altrettanto. Amate invece i vostri nemici, fate del bene e prestate senza sperarne nulla, e la vostra ricompensa sarà grande e sarete figli dell’Altissimo, perché egli è benevolo verso gl’ingrati e i malvagi.
Siate misericordiosi, come il Padre vostro è misericordioso .
Non giudicate e non sarete giudicati; non condannate e non sarete condannati; perdonate e sarete perdonati. Date e vi sarà dato: una misura buona, pigiata, colma e traboccante vi sarà versata nel grembo, perché con la misura con la quale misurate, sarà misurato a voi in cambio”.

Trincea

Settima domenica tempo ordinario C

(Luca 6,27-38)

 

Come una morsa la vita chiude a tenaglia le pareti del cuore. Nessuna illusione mai nelle parole del Maestro, l’assedio muove contemporaneamente su due fronti, interno ed esterno, armato procede il reale: nemici, odio, male e violenza. Sulla mappa della nostra esperienza esistenziale inutile perdita di tempo l’illusione della tregua, infilzano a ondate di dolore gli attacchi del nemico, azzanna alla gola il morso della belva, fingere è consegnarsi al nemico, la fuga improponibile, disertare è già morire.

 

Lui disegna senza esitazioni la trincea nella quale ognuno di noi è costretto, vita come guerra di posizione, fin che morte non ci liberi da noi. Affossati a presidiare il confine del presente subiamo la tortura dell’incontenibile, tutto è fuori misura, sotto tiro d’artiglieria pesante, difendersi pare operazione patetica. La mappa che delimita il nostro passaggio terreno è di gente sotto assedio, il male sconvolge, l’esito fatale appare scontato. La paura immobilizza, come stare davanti al nemico che ci assale e come tenere a bada quello che si ribella a noi da dentro di noi? Come arginare l’odio che ci invade, come ammansire la belva che ci abita? Cosa opporre al male e alle sue mille sfumature? E vana appare la fede in grammatiche che non presumono violenza. Il Maestro non finge mai, nessun cedimento a illusioni per anime belle, il mistero della vita per quello che è rimane irrisolto. Che Lui scenda in trincea al nostro fianco senza dichiararsi immune al massacro è buona novella.

 

Guerriglia, il resto è guerriglia affidata al coraggio e alla fantasia del singolo. Lui non è uno stratega e non procede per arruolamento forzato, estraneo ad ogni ideologia mai proporrà controffensive per eserciti. Solo guerriglia, eroica audacia di un momento, tentativo di stordire almeno momentaneamente l’avversario più che lucida controffensiva risolutiva. Una vita in trincea, avamposto tra due fuochi, rigagnolo di speranza, crepa nella pianura delle tentazioni, neppure lui riuscirà a rovesciare il male, non ora, non qui. Come a muoversi dentro un reticolato assediato su entrambi i lati subirà l’odio e la violenza dei nemici, il male e le percosse interiori di quelli che si dicevano amici. La croce non sovverte le apparenze, per i più rimane il sigillo violento sull’ennesima utopia.

 

Ma dal cuore della trincea, dalla ferita di costato aperta sul ventre del mondo, dentro, c’è possibilità di movimento. Magari ingenua, lampo subito sopito, sicuramente paradossale ma è tutto quello che ci è dato. Guerriglia, azioni di disturbo, fantasia al potere, lampi d’immaginazione vitale sgorgata dalla disperazione, tentativo di sopravvivere, almeno un’ora ancora, un giorno alla volta, sperando di non dover soccombere alla triste ovvietà del nemico, azioni improbabili per concedere all’Alleato di non sparire.

 

E allora ecco l’amore inatteso, la sorprendente scelta di amare il nemico, nessuna finzione, cuore disarmato e vulnerabile educato alla ferrea disciplina della misericordia. L’esposizione è totale, non avere un cuore sincero risulterebbe fatale, si alimenterebbe la ragione nemica. Esporsi senza preavviso, come declamare una poesia sotto le bombe, come tramutarsi in rosa che fiorisce su un tappeto di cadaveri. Nulla che possa lontanamente cambiare l’esito del conflitto ma gratuita sfacciata provocatoria alternativa. Come un perdono senza motivo. Non cambierà nulla, resterà lo stordimento di un momento, spiraglio aperto all’infilo della luce. Poi rientro veloce, sottocoperta, a difesa. In attesa della nuova azione. Come offrire la seconda guancia a chi ha già frustato sulla prima. Solo per il gusto di creare una frazione di scompiglio emotivo prima di ricevere l’ulteriore colpo. Come quando ricoprire anche della tunica il ladro del mantello e lasciare ai predoni libero accesso ai tuoi beni. Non per cambiare il mondo, non definitivamente, ma per punteggiare azioni di stordimento alla banale ripetitività del male.

 

E saranno gesti personali, ingenui, poetici e patetici. Nessuna strategia che si possa imporre indistintamente solo l’esempio luminoso e ribelle di un coraggio fosse anche passeggero. Almeno per accorgersi che siamo anche questo, che questo possiamo: lampi di indicibile bellezza su una trama spesso segnata dal dolore e dall’errore. Squarci transitori ma bellissimi. Buoni per alimentare il sogno. Perché in trincea si resiste solo grazie al desiderio di riuscire fare agli altri quello che da loro ci aspettiamo. Dal cratere in cui cerchiamo di resistere possiamo imparare a ipotizzare destini diversi, possiamo aggrapparci al lampo luminoso di un gesto evangelico e dilatarlo, dilatarlo all’inverosimile, coltellate affondate nel tetro persistere del dolore.

 

E resistere solo per fede. La fede nel Figlio che ci ha giurato che il Padre usa la stessa nostra strategia, anche lui per sconvolgenti ribellioni d’amore, benevolo verso gli ingrati e i malvagi. Divino è il gesto inatteso e smisurato, scriteriato e assoluto, buono per sospendere nello stupore la logica di chi attendeva solo giudizi di condanna.

 

E comprendere, sempre dal cuore della trincea, che siamo al mondo solo per quello, per costellare di gesti insensati la nostra storia, per stupire il male, per stordirlo, per non morire avendo imparato a misurare la vita solo con il metro del merito e della vendetta. Per arrivare a morire avendo provato il più possibile a farci stupire, a vedere luce dove ci aspettavamo tenebra. Inizi dove eravamo sicuri di soccombere.

      

La pianura Sesta domenica tempo ordinario C

Tramonto a Crocetta 8.2.22

La pianura

Sesta domenica tempo ordinario C

(Luca 6,17.20-26)

 

  Oggi la malinconia mi stringe il cuore. Le beatitudini non brillano, non muovono in me la velocità della scrittura, la felicità come promessa, il senso di riscatto per le nostre miserie, la mano a sorreggere il destino degli ultimi, niente di tutto questo riesce a tramutarsi in riflessione trascinante. So che è colpa mia.

 

Mi affido alla misericordia e vago, mi muovo lento nella pianura in cui la Parola oggi mi conduce, sono folla e sono discepolo, insieme. Sono smarrito. Interrogo i volti che incontro e mi ritrovo in tutti e in nessuno, dal tuo elenco mi sento ogni volta trafitto, tutto e il suo contrario io sono. Tu Gesù ti sei fermato e hai fatto diga alla mia vita, sceso dal monte hai appianato il passato rendendo tutto rivolo, fermando le acque. Niente qui si può nascondere, ogni cosa brilla della stessa dolce miseria.

 

Alzo con fatica gli occhi e non riesco a schierarmi. Chi sono io Signore? Come posso osare di non sentirmi parte dei poveri ma anche come non riconoscere che ricca è stata ed è la mia vita? Sazio di giorni e di esperienze eppure perennemente affamato. Tu conosci le mie lacrime ma insieme sai che ho riso di tutto, ho gioito e in alcuni momenti mi è anche bastato quello che vivevo, avrei voluto non passasse mai.

 

Incrocio gli occhi di questa folla discesa dal monte e nessuno occupa un rilievo, niente si nasconde a nessuno, forse la paura è vedere con nettezza la complessità srotolata come tovaglia, le macchie si alternano al candore, la linea di demarcazione tra la beatitudine e la disperazione mi trapassa, è matassa aggrovigliata in me. Riconosco addirittura la fatica di isolare un singolo elemento: davvero sono stato almeno per un istante o solo povero o solo ricco? Davvero posso dire di aver versato lacrime che fossero distillato di solo dolore? Neppure i sorrisi mi sembrano mai stati completamente liberi da una perenne malinconia. E mai solo discepolo e mai solo indistinto punto nella folla. Tutto e niente, insieme.

 

Vago tra i ruderi e le costruzioni, raccolgo le parole di chi mi ha crocifisso e riconosco la bontà di chi parla bene di me. E io, io stesso, continuo a seminate parole opposte, giudizi taglienti o improvvise misericordie dilatate.

Ti confido il mio desiderio profondo: alzati, ritorna a camminare, lascia alla strada di diventare solo sequela, torna ad aprire sentieri e liberami da questa stagnante interruzione. Non credo di riuscire a reggere ancora per molto questo mio fluttuare, questa sospensione in cui tutto è rallentato, questa desertica pianura delle beatitudini. Riapri un varco, lascia che tutto torni a scorrere, scusami ma oggi questa pagina che mi ha sempre riempito di speranza mi sembra un agguato, una trappola, la sospensione dolorosa che apre a una riflessione e che mi trova inerme, stanco, smarrito.

 

Ma se è questo quello che oggi mi chiedi, chi sono io per avanzare pretese? Lascerò all’altrui entusiasmo di predicare rivincite escatologiche, altri sapranno meglio di me dipingere speranze cristalline. A me rimane il dubbio, e questo ti consegno. Rimane la frantumazione di un uomo che può solo confessare di non sapersi più schierare con la nettezza di un tempo. Consegno a te la mia confusa riflessione. Cosa posso fare? Non forzerò lo sbarramento del tuo sguardo, non fuggirò in nessun altro luogo, sono troppo stanco per fingere, preso in trappola mi consegno per quel che sono. Ma non chiedermi, non chiedermi ti scongiuro, se io sia ricco o povero, non farmi scegliere tra le lacrime e il sorriso, abbi pietà delle mie fami e anche della mia sazietà e liberami dalla curiosità di sapere cosa gli altri dicono di me. Abbi misericordia delle mie parole amare, armate, violente. Io non si niente di me, meno ancora degli altri. Oso solo confidare in te.

 

Il rito della vita che si fa pane e del vino sull’altare, ogni cosa prendo, quotidiano offertorio, nella rete della mia complessa mediocrità, ogni pesce, il grano e la zizzania, mi inginocchio a raccogliere anche l’ultimo frammento della mia umanità, in questa sospensione che ferma persino lo scorrere del tempo ho la possibilità di essere come il cane che attende dalla tavola almeno gli avanzi di quel che cade, ogni briciola, senza il lusso della vergogna. E se gli occhi si gonfiano di lacrime, perdona, sono pronto a ogni tua parola, non voglio più scappare.

 

Il volto sprofonda e le mani portano a te tutto ciò che sono, dimmi quello che vuoi, con nessun altro oserei tanto, tuo il giudizio, solo tuo. Non chiedere a me di schierarmi, non chiedere di definire ciò che sempre più spesso smargina e frana. Tutto è fermo, tragico e solenne, in questa pianura confido solo nel tuo sguardo, non oso certo decifrarlo. Eccoti quel che sono, quello che son riuscito ad essere, ecco i tradimenti e gli slanci, ecco le parole e i silenzi, ecco quel che ho fatto di me, e se io non oso guardarlo so per certo che tu non abbasserai gli occhi. Forse questo e solo questo basta. Disceso con i Dodici sono e sarò sempre come intruso, mischiato alla gran folla sono e sarò sempre uno tra i tanti, immobile al tuo ordine che ripete di fermarsi in un luogo pianeggiante io mi assimilo alla terra e solo spero, forse unica vera e definitiva beatitudine, che tu continui ad alzare gli occhi su di me, e nient’altro. Davvero nient’altro.

Cristo ha gli occhi di un pesce quinta domenica tempo Ordinario C

“Non pesce” Dulcinea 3.2.22

Cristo ha gli occhi di un pesce

Quinta domenica tempo ordinario C

(Luca 5,1-11)

 

“Mentre la folla gli faceva ressa attorno per ascoltare la Parola di Dio…”

Mentre la folla gli faceva ressa attorno per ascoltare la Parola di Dio, mentre si moltiplicavano incontri, predicazioni, sinodi e gruppi. Mentre la curiosità rende tutto un evento, mentre ci si scandalizza per provocazioni altrui, mentre tutto ingorga in chiacchiera, un Simone qualsiasi rimane: periferico e distratto.

Che si parli di Dio, che sia Cristo in persona a predicare, che la folla si accalchi per non perdere nemmeno una sillaba, a lui non interessa. Lui rimane, marginale, a lavare le reti, segno inequivocabile della decisione di proseguire inalterata la sua vita. Che si sia preso tanto oppure niente, che ci siano pesci oppure no, la rete occorre comunque lavarla, rattopparla, renderla pronta per un nuovo tentativo. Un Simone qualsiasi non ha tempo di fare ressa, misura la propria solitudine, non sembra ne faccia dramma, disinteressato degli eventi apocalittici ripulisce la vita quotidiana per renderla capace di strappare sopravvivenza dal lago che insieme rimane possibilità e condanna.

La chiamata del Cristo non cade mai tra i primi banchi di una chiesa, non premia i più attenti, diffida dei migliori, nessuno spazio per la meritocrazia. Un Simone qualsiasi chiuso nei problemi di ogni giorno, impigliato nella sua stessa rete rimane, ma con la dignità di uno che non ha tempo e voglia di lasciarsi affascinare da scorciatoie religiose.

Gesù da predicatore-pescatore intanto si ritrova pesce assediato dalla rete della curiosità, è in pericolo. Rischiano di soffocarlo contro l’argine del lago. Ne impediscono il cammino. E così pare che la vocazione, o la chiamata, o semplicemente la vita nella sua verità sia sempre e solo incontro tra solitudini. Gesù cerca Simone. Il gruppo fa subito paura. Follia la folla che scompone la singolarità in branco.

Così è lui a pregare, Cristo prega e non Simone. Dio prega, non l’uomo. Gesù prega Simone di fargli spazio. Simone è come stupito e risvegliato. Se il pescatore alza gli occhi dalla rete è solo perché conosce gli occhi di chi è braccato, di chi vuole fuggire. Cristo ha gli occhi di un pesce prima di essere catturato. La rete rimane a riva, la barca si scosta da terra, Simone mette Dio al sicuro. La fede inizia sempre così, ci si riconosce nella paura dalla morte, c’è complicità tra chiamato e chiamante, e forse nemmeno si capisce bene chi chiama e chi è chiamato. Dio che prega di essere messo in salvo è passaggio da far tremare i polsi. Simone esaudisce, il miracolo, all’inizio è suo. Fare spazio.

 

“Fecero così e presero una grande quantità di pesci”

 Dei pesci non importa niente a nessuno. Possiamo continuare a lucrare sulla presunta obbedienza di Simone. Possiamo elogiarne l’obbedienza, ipotizzarne il fascino che il Maestro aveva saputo operare in lui, possiamo teorizzare della fede del pescatore ma quello che succede non è altro che una condivisione di destini. Cristo rende Simone come lui, si sono riconosciuti e ora Cristo replica l’assedio di cui è stato vittima, i pesci come la folla, sono invasione, occorre mettersi in salvo per non sprofondare, per non farsi addomesticare. Se il Vangelo viene fagocitato dalla rete dell’indistinto non rimane che predicazione ammiccante e consolatoria. Quello che la gente vuole. Riempimento facile. Satura di pesci la barca come prima il predicatore era saturo di folla, impauriti, a fiato corto, Cristo e Simone bramano la stessa libertà.

Dei pesci, della loro quantità, non importa niente a nessuno, saranno abbandonati al loro destino di lì a qualche istante, quello che emerge chiaramente è la prossimità di destini tra Cristo e Simone, i due solitari condividono la stessa paura, essere schiacciati dagli eventi, essere fagocitati dalla folla, essere catturati dalle reti del mondo.

Le parti si invertono, ora è Cristo a salvare Simone. A strapparlo dall’assedio, a proporgli un cammino di solitudine. Questa è la fede. Affare di solitudini che si incontrano, terrore di capitolare nel branco, opposizione al rischio di veder trasformata la Parola in mangime. Il resto del testo, e forse di tutto il Vangelo, è una fuga in avanti, uno scivolare via dalle reti del possesso, perfino dalla rete della morte. E non è un caso che tutto possa cominciare con il movimento di Simone che è un gesto uguale e contrario rispetto a quello della folla: si allontana.

 

“Signore allontanati da me perché sono un peccatore”

 Simone cede, si inginocchia, frana e spinge lontano Cristo, crea uno spazio, un vuoto. Lo chiama peccato, serve a creare un deserto, è la distanza utile a non soffocare. Cristo e Simone ora possono camminare senza togliersi il respiro, il peccato vero di Simone verrà dopo, più avanti, quando anche lui tenterà di prendere nella sua rete il Messia, quando crederà di possederlo, quando la sua eccessiva sicurezza lo porterà a dettare le mosse per la salvezza, peccato vero è quello di cercare di catturare il Mistero.

La folla, i pesci, le barche, tutto rimane ancorato a quel lembo di lago che stava per arpionare l’inizio. Si parte come in volo, liberi di una libertà che espone, in perenne fuga dalla folla, che tre anni dopo farà ressa a Gerusalemme per chiedere una condanna a morte. In fuga da ogni sistema, da una religione che riempie e ingombra, ci si crocifiggerà ad ali spiegate, inchiodati all’unica vocazione possibile, quella di non lasciarsi mai masticare dalle sabbie mobili delle paure umane, fossero anche devote e sacralizzate.

Il miracolo è Cristo che viene a pregarci di fargli spazio nelle nostre solitudini, che condivide le nostre stesse paure, che espone ad un volo pericoloso ed estremo. Il miracolo è il volo ed è comprensibile solo da chi ha sperimentato la paura di finire trascinato a riva dalla rete, il miracolo non è la pesca miracolosa ma che due pesci, guardandosi, siano riusciti a fuggire.

 

Dal Vangelo secondo Luca
Lc 5,1-11
 
In quel tempo, mentre la folla gli faceva ressa attorno per ascoltare la parola di Dio, Gesù, stando presso il lago di Gennèsaret, vide due barche accostate alla sponda. I pescatori erano scesi e lavavano le reti. Salì in una barca, che era di Simone, e lo pregò di scostarsi un poco da terra. Sedette e insegnava alle folle dalla barca.
Quando ebbe finito di parlare, disse a Simone: «Prendi il largo e gettate le vostre reti per la pesca». Simone rispose: «Maestro, abbiamo faticato tutta la notte e non abbiamo preso nulla; ma sulla tua parola getterò le reti». Fecero così e presero una quantità enorme di pesci e le loro reti quasi si rompevano. Allora fecero cenno ai compagni dell’altra barca, che venissero ad aiutarli. Essi vennero e riempirono tutte e due le barche fino a farle quasi affondare.
Al vedere questo, Simon Pietro si gettò alle ginocchia di Gesù, dicendo: «Signore, allontànati da me, perché sono un peccatore». Lo stupore infatti aveva invaso lui e tutti quelli che erano con lui, per la pesca che avevano fatto; così pure Giacomo e Giovanni, figli di Zebedèo, che erano soci di Simone. Gesù disse a Simone: «Non temere; d’ora in poi sarai pescatore di uomini».
E, tirate le barche a terra, lasciarono tutto e lo seguirono.