La fede è una malattia (da cui non si deve guarire) Quarta tempo ordinario C

Fame. Crocetta 28.1.22
La fede è una malattia (da cui non si deve guarire)
Quarta domenica tempo ordinario C
(Luca 4,21-30)


Ma (Gesù) passando in mezzo a loro si mise in cammino…

Gesù scivola tra la violenza, non si lascia afferrare dal linciaggio, non è ancora tempo. Prima di essere macellato in croce l’Amore desidera incidersi nelle carni sofferenti dell’umanità precaria. Ha prima da baciare la fame d’eternità dei derelitti. Nel finale di questa pagina Gesù intravede già il suo profetico destino, sperimenta da subito il rifiuto, vede la meraviglia tramutarsi in odio, sente l’odore selvatico della paura umana che ringhia, pretende, sbrana. L’esito di un amore passato al fuoco delle tentazioni nel deserto porta già alle estreme conseguenze. Lucida la demoniaca tentazione, la fame dell’uomo chiede solo di essere solamente riempita.


Non è costui il figlio di Giuseppe?

Non gli viene perdonato il tempo della crescita, sembra impossibile che il divino possa maturare dentro le nostre umane banalità. Forse anche dentro le ambiguità che il Nazareno avrà dovuto scontare. Non si può credere a un Dio che cresce dentro l’incedere insicuro della carne, non si riesce a credere che sia un seme paziente e ordinario. Gesù è il figlio di Giuseppe, il fatto che non si parli di Maria, di annunciazioni angeliche, dovrebbe aiutarci a ridefinire in modo più maturo alcune narrazioni di miracolosi concepimenti. Gesù è carne, muscoli, sentimenti, parole e tanto banale affastellato giorno dopo giorno. L’esperienza del divino è quotidiana, i segni sono quasi impercettibili. Nessun miracolo, solo il lento procedere dei giorni.  


Medico cura te stesso 

Gesù svela subito lo spazio dell’incomprensione. Non è medico, tantomeno di sé stesso. Gesù è bisognoso di cure, e anche il Padre lo è, bastano quattro parole ad infrangere tutte le idee onnipotenti e fragorose del divino, bastano quattro parole assestate come il sasso di Davide contro Golia ad abbattere le infantili attese di un popolo, l’amore è fragile, ferito e bisognoso altrimenti si negherebbe. Non siamo chiamati a credere in Dio per attingere forza e perfezione ma, al contrario, per sprofondare nel bisogno, nella fame, nella perenne implorazione di vita che scorre tra le vene degli innamorati. Bisognoso di cura dalla grotta al sepolcro, bisognoso di cura tra le case degli amici, bisognoso di cura anche oggi che affida la sua presenza del mondo alla fragilità dei gesti umani. Le tentazioni nel deserto hanno spinto Cristo verso la fame, una fame continua e insaziabile, un bisogno che esploderà sulla croce quando il Figlio diventerà supplica verso il Cielo. Il Crocifisso è la carne inchiodata all’inestinguibile fame d’amore. E Gesù mai sarà medico di questa mancanza, al contrario, si lascerà scavare dagli eventi, lascerà alla lama del dolore e della pietà di incidere ogni frammento del suo corpo, tre anni per non guarire dalla fame, tre anni per sventrarsi verso il cielo, per diventare solo fame, per evitare ogni cura. La fede non riempie, svuota. La fede non risponde, espone. La fede è una malattia da cui non si deve guarire, è trascinarsi fino all’ultimo nostro respiro sperando di riuscire a balbettare l’essenza… “Dio mio perché mi hai abbandonato?”, vieni ti prego, ho bisogno di te, non ho più nulla, non sono che carne trafitta, sono malato di te, e mi consegno, ti scongiuro accoglimi tra le tue braccia.

E avere il coraggio di dire che anche il Padre è malato del nostro stesso bisogno d’amore, anche Dio è affamato di noi, anche lui non cura sé stesso ma rimane appeso al bisogno di amare la sua creatura. La vita, la vita che viviamo è lo spazio estremo in cui la fame d’amore del Creatore e della sua creatura esplodono drammaticamente. E tutto questo fa paura, ed è normale voler gettare dal ciglio del monte questa sfrontata immagine di Dio. Vorremmo guarire, ci basterebbe una qualche consolazione, un minimo di certezze, dogmi, punti fermi, sicurezze, garanzie.

Ci basterebbe qualche miracolo, ci basterebbe illuderci che credere tenga al riparo dal dolore, ci basterebbe declinare in illusione qualche parola buona, ci basterebbe un po’ di tranquillità, morire senza troppo dolore, avere qualche affetto sicuro, meditare in silenzio e respirare profondamente per liberarci dei dolori, continuare a dire che dopo la morte si vive nel ricordo di chi rimane, ci basterebbe bastare a noi stessi, essere medici dei nostri tormenti, calmare la fame, anestetizzare i bisogni. E così spesso proviamo a fare. Invece Cristo, affamato e ferito, risorto passando attraverso le ferite dice l’esatto opposto. Con la nostra patetica resilienza, con la nostra religiosità di tenerezza e piccolezza e fragilità stiamo buttando dal monte l’affamato di infinito. Il bisognoso d’Eterno. Stiamo uccidendo Cristo, esattamente come duemila anni fa. Perché consegnarsi ad una vita mendicante d’amore fa paura. Ma questa è fede, il resto è diabolica illusione in abiti sacri.

Così Lui rimane, vivo, presente, fastidioso. Così lui rimane, a parlare di resurrezione, di vita che attraversa la morte. Rimane, incarnato nelle nostre ferite che non vanno mai cicatrizzate, dentro le fami, dentro le lacrime, dentro le povertà… così Lui sfugge e rimane, anche dopo la croce, a provocarci. Cristo vivo è la nostra vera ferita. Il nostro tormento che cerchiamo di addomesticare.

Ma cosa rimane di noi se l’amore non grida il bisogno di essere amati per sempre? Se la povertà non diventa segno di una mancanza infinita? Se la morte di chi amiamo non si trasfigura in bisogno divino di ricomposizione? Se l’obbedienza non diventa ascolto profondo del creato che tutto e sempre parla di un compimento che sarà? 

Cosa rimane di Cristo se non crediamo che lui sia vivo, adesso?

Cristo rimane, implorante, dentro ogni ferita, perché questa è la vera profezia: una vita tramutata in piaga. 


Dal Vangelo secondo Luca
Lc 4,21-30
 
In quel tempo, Gesù cominciò a dire nella sinagoga: «Oggi si è compiuta questa Scrittura che voi avete ascoltato».
Tutti gli davano testimonianza ed erano meravigliati delle parole di grazia che uscivano dalla sua bocca e dicevano: «Non è costui il figlio di Giuseppe?». Ma egli rispose loro: «Certamente voi mi citerete questo proverbio: “Medico, cura te stesso. Quanto abbiamo udito che accadde a Cafàrnao, fallo anche qui, nella tua patria!”». Poi aggiunse: «In verità io vi dico: nessun profeta è bene accetto nella sua patria. Anzi, in verità io vi dico: c’erano molte vedove in Israele al tempo di Elìa, quando il cielo fu chiuso per tre anni e sei mesi e ci fu una grande carestia in tutto il paese; ma a nessuna di esse fu mandato Elìa, se non a una vedova a Sarèpta di Sidòne. C’erano molti lebbrosi in Israele al tempo del profeta Eliseo; ma nessuno di loro fu purificato, se non Naamàn, il Siro».
All’udire queste cose, tutti nella sinagoga si riempirono di sdegno. Si alzarono e lo cacciarono fuori della città e lo condussero fin sul ciglio del monte, sul quale era costruita la loro città, per gettarlo giù. Ma egli, passando in mezzo a loro, si mise in cammino.

Cancellazione terza domenica tempo ordinario C

Madonna del Monte 21.1.22
Cancellazione
Terza domenica tempo ordinario C
(Luca 1,1-4; 4,14-21)


Poiché molti hanno cercato di raccontare con ordine gli avvenimenti che si sono compiuti in mezzo a noi, come ce li hanno trasmessi coloro che ne furono testimoni oculari fin da principio e divennero ministri della Parola, così anch’io ho deciso di fare ricerche accurate su ogni circostanza, fin dagli inizi, e di scriverne un resoconto ordinato per te, illustre Teòfilo, in modo che tu possa renderti conto della solidità degli insegnamenti che hai ricevuto.

La verità è un groviglio di racconti, la storia si riscrive ad ogni passo, gli avvenimenti non sono mai oggettivi, servono testimoni e gli unici testimoni da ascoltare sono solo gli innamorati, quelli che raccontano ciò che non tutti riescono a vedere, quelli che muovono sismografi affettivi. Inaffidabili, imprevedibili, ma fedeli.  

La verità prevede una ricerca accurata e meticolosa. Maniacale. Servono parole scritte da mani cha continuano a scavare. Qualità essenziale è che non deve bastarti ciò che sai. I testimoni da ascoltare hanno più interrogativi che esclamativi, e una vita inquieta, incompresa e mai addomesticata. I testimoni possono anche essere contradditori, stanno ancora cercando quindi espongono allo smarrimento. 

I testimoni stilano resoconti ordinati, ordinano rese dei conti, finiscono al tappeto, risorgono, ripiegano, quasi mai spiegano. I testimoni vacillano. Non si nascondono. Accompagnano.

I testimoni scrivono sempre per qualcuno, anche quando parlano per sé, a Teofilo, all’amico di Dio, che proprio in quanto amico si dimostra esigente. E merita rispetto. Il testimone giura di non dire niente in cui non crede, non dice che riesce a fare ciò che scrive ma giura che niente di ciò che è da lui scritto non è creduto. 

In quel tempo, Gesù ritornò in Galilea con la potenza dello Spirito e la sua fama si diffuse in tutta la regione. Insegnava nelle loro sinagoghe e gli rendevano lode.

Gesù torna e in-segna, ingravida con il Segno la sinagoga. La fama si diffonde, Gesù non si oppone, la potenza dello Spirito servirà a non rimanerne vittima. L’insegnamento genera lode. Lodevoli parole su labbra fino a quel momento pietrificate da cieca obbedienza. 

Venne a Nàzaret, dove era cresciuto, e secondo il suo solito, di sabato, entrò nella sinagoga e si alzò a leggere. 

Alzarsi a leggere. Azione solita. Solita come un rito, come respirare, come aprire gli occhi, come mangiare e dormire. Trent’anni a rendere abituale l’immersione nel Mistero. Evitare lo scalpore dello straordinario, scovare il Padre nello scorrere di quello che potrebbe risultare banale. Miracolo è meravigliare la ripetitività, coglierla di sorpresa, scipparla della noia. 

Gli fu dato il rotolo del profeta Isaìa; aprì il rotolo e trovò il passo dove era scritto:
«Lo Spirito del Signore è sopra di me;

Non è la Parola ad essere imprevedibilmente commentata, è la carne ad essere ingravidata. Non serve l’ennesima acrobazia interpretativa ma stupire, stupire tutti con una totale passività, srotolarsi all’incisione infuocata del testo. Gesù si lascia penetrare dalla profezia, come se quel suono, invece di venir amplificato a voce alta, venisse leccato fino all’ultima goccia, è la mancata dispersione a rendere il momento folgorante. Le parole in pane e il pane in carne. Nemmeno una briciola lasciata al vuoto, nessun cedimento alla voglia di stupire. Isaia rotolava in Gesù, dispiegava in storia.

per questo mi ha consacrato con l’unzione
e mi ha mandato a portare ai poveri il lieto annuncio,
a proclamare ai prigionieri la liberazione
e ai ciechi la vista;
a rimettere in libertà gli oppressi,
a proclamare l’anno di grazia del Signore».

E così i poveri si scoprivano lieti e liberi i prigionieri e nessuna oppressione pareva più infinita. La parola si mostrava promettente, trovava nel corpo dell’uomo la sua unica esegesi. La Scrittura veniva risucchiata con avidità fin nel cratere delle viscere umane. Era in atto il primo saccheggio, un furto, il tesoro sarebbe stato distribuito in pasto alla fame. La sinagoga franava sotto colpi micidiali, esatti, definitivi. Barbaro e iconoclasta, le mani del Cristo coglievano ogni frase, ne facevano grappoli, torchiavano in vino nuovo nettare per umanità derelitte. 

Riavvolse il rotolo, lo riconsegnò all’inserviente e sedette. Nella sinagoga, gli occhi di tutti erano fissi su di lui. Allora cominciò a dire loro: «Oggi si è compiuta questa Scrittura che voi avete ascoltato».

Il fruscio del rotolo svuotato, la riconsegna di pagine ormai bianche, la cancellazione in nome dell’incarnazione. E silenzio. Normale che rimanessero vigili gli sguardi dei vecchi. Erano l’unica cosa che sapevano fare: consumarsi nella lettura, sprofondare nei segni. 

Normale anche che gli occhi portassero a ribellione, stavano per essere cavati, inutili retaggi di una tradizione adorata. Ora si inaugurava il tempo della carne. E lo sapevano. Che questo è il compimento di qualsiasi Scrittura, il verbo dev’essere ingravidato, il seme conficcato come chiodo nel muscolo. Il sangue è il compimento del suono. 

Non c’è niente di più pericoloso di una promessa mantenuta. Scandisce un punto di non ritorno. Serviva e serve un coraggio inimmaginabile, dalla conservazione del testo all’incisione dolorosa in noi, diventare parola, essere complici di un assalto. Assalire biblioteche, depredare come barbari i santuari del sapere, distruggere ogni mediazione. Diventare Parola. Lasciarla libera di farsi carne in noi. E poi lasciarsi sbranare dalla fame dei lebbrosi, dall’ingordigia dei peccatori, dalla rabbia dei ciechi e degli storpi. 

La buona notizia ha il suo inizio in un pericoloso compimento. 

NON BASTA Seconda domenica tempo ordinario C

Stamattina 14.1.22
Non basta
Seconda domenica tempo ordinario C
(Giovanni 2,1-11)


“Non hanno vino”, disse la madre, e nessuno osò replicare. Perché non basta l’amore dei due, non bastano le piccole cose, non basta una festa, non basta sposarsi, non basta far finta di nulla, non basta accontentarsi, non basta scusarsi, non basta confidare nella comprensione degli invitati, non basta chi dice che tanto l’essenziale è nel nostro cuore, non basta niente se non c’è il vino divino dell’alleanza. 

Maria è lucida, feroce, implacabile. Invitata come tutti alle nozze della vita non si fa bastare l’illusione che l’uomo possa costruirsi da solo una felicità tascabile. Non siamo solo una somma di piccole cose, non basta chiudersi nel guscio dell’intimismo, non basta nemmeno liberarsi dai bisogni, non basta credere di potersi sbarazzare dei desideri, delle fami, dall’istinto d’eterno che spinge dal fondo dell’anima. Se non sappiamo più gridare ciò che manca siamo già morti.

“Non hanno vino”, poche parole esplose nel cuore della festa, come una sfida, il vero regalo per i due sposi: finirà l’illusione, è già finita, non vi bastate, non lasciate che la vita scorra dalla festa al dramma, dalla vita alla morte, finirà, è già finita, se il vostro amore non rimane una fame condivisa, se il vostro incontro non si tramuta in una moltiplicazione di supplica al padrone della festa, se il vostro incontro non svela la vera natura dell’innamoramento, la vostra sia fame moltiplicata, fate vostro il bisogno di chi amate, siate come passeri che dal nido spalancano il becco in attesa del cibo che dispieghi le ali dell’eternità. Maria non predica consolazione, svela il dramma del bisogno, punta il dito sull’ingranaggio malato delle apparenze. Il vino manca sempre. Ed è la nostra fortuna.

“Donna che vuoi da me? Non è ancora giunta la mia ora”. L’uomo nuovo risponde alla donna nuova, tratti di una genesi evangelica, la donna ha fame di eterno, l’uomo nuovo conosce il tempo, arriverà e sarà lui a trasfigurarsi in vino nuovo rosso sangue, a grappoli le sue parole saranno vendemmiate, torchiate. Ma non è ancora giunta l’ora della cena ultima, del velo strappato alle apparenze. C’è solo il tempo di un segno, che però rischia il fraintendimento, quanti capiranno che sarà pericoloso chiedere di diventare vino? Che la spremitura sarà dolorosa e definitiva?

“Qualsiasi cosa vi dica, fatela” ma non solo ora, non solo in questo inizio ma sempre, anche dopo, anche quando vi brucerà la gola per la sua assenza, anche quando vi farà paura dover decidere di essere voi il pane e il vino, anche quando vi accorgerete che moltiplicare pane sarà solo sfumatura di diabolica tentazione, anche quando resterete ancora più soli, anche quando davanti al sepolcro di un amore, alla morte di un figlio, al tramonto di un sogno vi sembrerà d’essere nient’altro che terribile mancanza.
  
“Riempite d’acqua le anfore”. Servono ancora le anfore, serve l’acqua, serve la vita con i suoi tradimenti, serve la legge, serve tutto, serve soprattutto un cuore scavato dal desiderio, serve non perdere niente, non dimenticare niente, non rinnegare niente. Nessuna fuga in paradisi spiritualistici, nessuna condanna della vita così com’è, nessun delirio di pacificazioni profonde solo un grande riempimento, fino all’orlo, un’immersione. Ma poi la trasfigurazione. L’acqua non basta se non è segno del vino. La vita non basta, nemmeno il matrimonio basta, se non è trasfigurato in promessa d’eterna alleanza. 

Il segno di Cristo è scomodo, della vita anche lui prenderà tutto, si lascerà riempire dal dolore e dalle miserie, dai fallimenti umani e dalle regole antiche, dalle lacrime e perfino dalla morte ma tutto, tutto sarà trasfigurato in vino. Noi siamo anfore cave e affamate, noi siamo uomini e donne pieni di vita, con tutte le contraddizioni, ma possiamo diventare segno. Segno e non miracolo. 

Segno di una speranza, segno di un desiderio, segno di un incontro. Noi possiamo essere segno di una relazione. Nessuna soluzione, le fami del mondo rimarranno e solo uomini profetici sapranno muoversi elencando mancanze, loro non illuderanno, nessuna consolazione, qui e ora la fame sarà nostra compagna di viaggio. Ma sarà quel bisogno a prendere nome di Padre, quando sulla croce il vino dell’uomo nuovo si tramuterà in supplica per il Suo intervento. Siamo nati per imparare la mancanza d’eterno. Siamo nati non per subire il riempimento di una vita che rimarrà comunque sempre mancante, siamo nati per diventare desiderio di Lui, come il Padre desidera noi. 

Cana è la salvezza, benedizione è il vino che finisce, svelamento della nostra profonda natura, salvezza da ogni illusione. Ma anche trasparenza della natura divina. Siamo tutti, noi e Lui, desiderio in ricerca, bisogni d’amore. Siamo poveri che elemosinano pienezza. E anche il Padre lo è, in Cristo si mostra bisognoso. Bisognoso di noi. Anche Lui sembra senza vino lontano dalla sua creatura.

“Tu invece hai tenuto da parte il vino buono finora”. Il segno vero è la vita che inverte le apparenze. Da morte a vita. Da fine a inizio. Il segno è trasformare in gravidanza lo scorrere del tempo. Il segno è che i nostri tentativi d’amore non sono altro che transitorie, tenere e impacciate richieste d’Infinito di uomini e donne che hanno il coraggio di ammettere che non basta niente, nemmeno l’amore più grande, se non amplifica la fame d’Eterno.     
Dal Vangelo secondo Giovanni
Gv 2,1-11
 
In quel tempo, vi fu una festa di nozze a Cana di Galilea e c’era la madre di Gesù. Fu invitato alle nozze anche Gesù con i suoi discepoli.
Venuto a mancare il vino, la madre di Gesù gli disse: «Non hanno vino». E Gesù le rispose: «Donna, che vuoi da me? Non è ancora giunta la mia ora». Sua madre disse ai servitori: «Qualsiasi cosa vi dica, fatela».
Vi erano là sei anfore di pietra per la purificazione rituale dei Giudei, contenenti ciascuna da ottanta a centoventi litri. E Gesù disse loro: «Riempite d’acqua le anfore»; e le riempirono fino all’orlo. Disse loro di nuovo: «Ora prendetene e portatene a colui che dirige il banchetto». Ed essi gliene portarono.
Come ebbe assaggiato l’acqua diventata vino, colui che dirigeva il banchetto – il quale non sapeva da dove venisse, ma lo sapevano i servitori che avevano preso l’acqua – chiamò lo sposo e gli disse: «Tutti mettono in tavola il vino buono all’inizio e, quando si è già bevuto molto, quello meno buono. Tu invece hai tenuto da parte il vino buono finora».
Questo, a Cana di Galilea, fu l’inizio dei segni compiuti da Gesù; egli manifestò la sua gloria e i suoi discepoli credettero in lui.

Ridammi l’esilio Battesimo anno C

Crocetta, rosa d’inverno. 8.1.22

Ridammi l’esilio

Battesimo anno C 2022


Ridammi, ti scongiuro, l’esilio, ridammi il vuoto, la distanza, la mancanza. Ridammi la forza di scavare a mani nude il sepolcro da cui implorarti. Ridammi la febbricitante lucidità di chi spolpa le proprie illusioni. Ridammi il coraggio di misurarmi ogni istante con la morte che, dolorosa amica, mi scongiura di non credere che sia tutto e solo qui. 

Qui è solo il tempo del rischio, quello di abituarsi, addestrare la vita a rispondere nelle piccole cose, qui la trappola della dolcezza, la fede consolante dei baci e l’illusione di una qualche sciagurata felicità.

Ridammi, ti scongiuro, la fame degli inizi, sprofondami nel tempo del lutto, fammi masticare il male che mi abita, non concedermi subito il perdono, fammi travolgere dalle mie miserie. Affogami nei miei limiti. Non avere fretta, non avere fretta mai, di portarmi nelle praterie dell’accettazione. Liberami dalle utopie che impongono paradisi artificiali. Ridammi l’esilio, quello che si apre nascendo, gridami sul muso che questo nostro vivere è solo Babilonia e che il rischio maggiore sarebbe di abituarsi, credere che siamo fatti per restare. 

Ridammi il dolore e non liberarmi dai volti amici che, sono sicuro, mi chiamano dall’Altrove a cui sono chiamato. Sono i morti a pregare per i vivi, loro sentono la mancanza e io non posso deluderli. Ridammi padri che non abbiamo paura di vedermi soffrire, dammi di rotolare nelle assenze, e di annientarmi di nostalgia. Ridammi la compagnia dei morti, siano il coro di ogni mio giorno.

Ridammi di sprofondare nel male, nel mio, che è poi quello del mondo, che non abbia paura di guardare alla mia miseria, solo così la preghiera può sciogliersi in pianto e implorare liberazione.

Ridammi l’esilio dalle mie parole, che ogni mia frase sia epigrafe e implorazione e mai, mai, ti prego, adulazione per questo mondo che non deve bastarci mai. Rimettimi alla scuola dei poveri, di quelli che bestemmiano la vita, di chi si sente tradito da eccesive promesse, da chi ha scoperto che i giorni sono solo esplosioni nel cuore, a trasformare in cratere ogni nostro passo.

Ridammi l’esilio, quello che rende la morte alleata, riportiamola a casa insieme, chiediamole di restare, raccontiamola ai nostri figli, sorella che tiene la mano per portarci, alla fine, a casa.

Ridammi l’esilio di un mondo fatto di tende e non di palazzi, di polvere e non di asfalto. Ridammi ossa che bruciano di mancanza e carne sempre crocifissa ai bisogni. Ridammi la sete, la fame, la paura, l’angoscia e i sensi di colpa di quando oso dirmi che in fondo mi basta quello che ho, quello che sono. Ridammi la morte che squarcia le illusioni, che umilia le catechesi saccenti, che compatisce i predicatori ingenui.

Ridammi l’inconsistenza dei progetti, l’impalpabilità delle leggi, la frantumazione delle arroganze, la dissoluzione dei buoni propositi. Ridammi una fede che abbia le stigmate trapassate e il buio negli occhi. Ridammi un motivo per scongiurarti. E se un giorno dovessi darti per scontato, ti prego, toglimi anche la fede in te. Battezzami nella mia miseria, affogami e toglimi il fiato fino a quando non torni a scongiurarti. 

Ridammi una predicazione che non si accontenti di plasmare obbedienze, ridammi il grido gelido dei lebbrosi e il tuo cadavere sul Golgota a sfidare il Cielo. Che si apra, che ti accolga, del resto non sappiamo cosa farcene, non ci basta più. Ridammi le preghiere senza grammatica, le implorazioni sfacciate, il coraggio di chiedere conto a Dio. Ridammi l’esilio del vivere, quello che hai solcato anche tu.

Ridammi parole che sappiano di eternità, di resurrezione, della grande sfida tra vita e amore, e non tra vita e morte, la morte ci è sorella, compagna, salvifico appiglio. Non voglio qui l’oro con cui rattoppare le cicatrici dei cocci delle mie azioni, adesso lascia che mi tagli con i frantumi dell’esiliata mia vita, sanguini ogni mio dolore, emorragia di facili consolazioni, l’oro lo pretenderò alla fine, lo pretenderò tutto, affogherò nell’oro, ne berrò fino alla nausea, perché me l’hai promesso. E io voglio crederti ancora.

Liberami da letture moralistiche e infantili, la sobrietà, la giustizia e la pietà siano le punte acuminate a impedire alla mia fame di cicatrizzarsi, ridammi la coscienza di essere ferita aperta, smarginata, implorante.

Ridammi la forza di credere che il cielo si possa squarciare come a tagliare con lama il ventre di una animale, ridammi di implorare viscere calde di Spirito e una pioggia di fuoco su questo nostro esilio chiamato vita. Non basta l’acqua, non il battesimo, non le piccole consolazioni, non una fede senza resurrezione, mi nausea una morale che non cammini il confine del morire. 
Ridammi la forza di non retrocedere, di seguirti fino alla fine, e di capire che Tu sei la fame e la sfida, che tutto si sveli in terra d’esilio, che tu ci chiedi solo di tornare, che ci prometti un posto, che siamo come in temporanea migrazione. Ridammi ogni giorno di poter sprofondare in te, nella tua di fame, nel tuo infinito bisogno di Eterno. Nella tua fame di me. 

Dal libro del profeta Isaìa
Is 40,1-5.9-11
 
«Consolate, consolate il mio popolo
– dice il vostro Dio –.
Parlate al cuore di Gerusalemme
e gridatele che la sua tribolazione è compiuta,
la sua colpa è scontata,
perché ha ricevuto dalla mano del Signore
il doppio per tutti i suoi peccati».
Una voce grida:
«Nel deserto preparate la via al Signore,
spianate nella steppa la strada per il nostro Dio.
Ogni valle sia innalzata,
ogni monte e ogni colle siano abbassati;
il terreno accidentato si trasformi in piano
e quello scosceso in vallata.
Allora si rivelerà la gloria del Signore
e tutti gli uomini insieme la vedranno,
perché la bocca del Signore ha parlato».
Sali su un alto monte,
tu che annunci liete notizie a Sion!
Alza la tua voce con forza,
tu che annunci liete notizie a Gerusalemme.
Alza la voce, non temere;
annuncia alle città di Giuda: «Ecco il vostro Dio!
Ecco, il Signore Dio viene con potenza,
il suo braccio esercita il dominio.
Ecco, egli ha con sé il premio
e la sua ricompensa lo precede.
Come un pastore egli fa pascolare il gregge
e con il suo braccio lo raduna;
porta gli agnellini sul petto
e conduce dolcemente le pecore madri».

Dalla lettera di san Paolo apostolo a Tito
Tt 2,11-14; 3,4-7
 
Figlio mio, è apparsa infatti la grazia di Dio, che porta salvezza a tutti gli uomini e ci insegna a rinnegare l’empietà e i desideri mondani e a vivere in questo mondo con sobrietà, con giustizia e con pietà, nell’attesa della beata speranza e della manifestazione della gloria del nostro grande Dio e salvatore Gesù Cristo.
Egli ha dato se stesso per noi, per riscattarci da ogni iniquità e formare per sé un popolo puro che gli appartenga, pieno di zelo per le opere buone.
Ma quando apparvero la bontà di Dio, salvatore nostro,
e il suo amore per gli uomini,
egli ci ha salvati,
non per opere giuste da noi compiute,
ma per la sua misericordia,
con un’acqua che rigenera e rinnova nello Spirito Santo,
che Dio ha effuso su di noi in abbondanza
per mezzo di Gesù Cristo, salvatore nostro,
affinché, giustificati per la sua grazia,
diventassimo, nella speranza, eredi della vita eterna.

Dal Vangelo secondo Luca
Lc 3,15-16.21-22
 
In quel tempo, poiché il popolo era in attesa e tutti, riguardo a Giovanni, si domandavano in cuor loro se non fosse lui il Cristo, Giovanni rispose a tutti dicendo: «Io vi battezzo con acqua; ma viene colui che è più forte di me, a cui non sono degno di slegare i lacci dei sandali. Egli vi battezzerà in Spirito Santo e fuoco».
Ed ecco, mentre tutto il popolo veniva battezzato e Gesù, ricevuto anche lui il battesimo, stava in preghiera, il cielo si aprì e discese sopra di lui lo Spirito Santo in forma corporea, come una colomba, e venne una voce dal cielo: «Tu sei il Figlio mio, l’amato: in te ho posto il mio compiacimento».

Don’t look up Epifania anno C

Scia Dulcinea

Dal Vangelo secondo Matteo Mt 2,1-12

Nato Gesù a Betlemme di Giudea, al tempo del re Erode, ecco, alcuni Magi vennero da oriente a Gerusalemme e dicevano: «Dov’è colui che è nato, il re dei Giudei? Abbiamo visto spuntare la sua stella e siamo venuti ad adorarlo». All’udire questo, il re Erode restò turbato e con lui tutta Gerusalemme. Riuniti tutti i capi dei sacerdoti e gli scribi del popolo, si informava da loro sul luogo in cui doveva nascere il Cristo. Gli risposero: «A Betlemme di Giudea, perché così è scritto per mezzo del profeta: "E tu, Betlemme, terra di Giuda, non sei davvero l’ultima delle città principali di Giuda: da te infatti uscirà un capo che sarà il pastore del mio popolo, Israele"». Allora Erode, chiamati segretamente i Magi, si fece dire da loro con esattezza il tempo in cui era apparsa la stella e li inviò a Betlemme dicendo: «Andate e informatevi accuratamente sul bambino e, quando l’avrete trovato, fatemelo sapere, perché anch’io venga ad adorarlo». Udito il re, essi partirono. Ed ecco, la stella, che avevano visto spuntare, li precedeva, finché giunse e si fermò sopra il luogo dove si trovava il bambino. Al vedere la stella, provarono una gioia grandissima. Entrati nella casa, videro il bambino con Maria sua madre, si prostrarono e lo adorarono. Poi aprirono i loro scrigni e gli offrirono in dono oro, incenso e mirra. Avvertiti in sogno di non tornare da Erode, per un’altra strada fecero ritorno al loro paese.

Lasciarsi l’oriente alle spalle,
la nascita è sempre fonte di smarrimento,
dis-orientati, per giorni infiniti, forse per sempre, pugnalati dall’ombra del sole che sorprende alle spalle, dimenticare le albe, sciogliersi nei tramonti, morire per dilatazione d’ombra, dileguarsi nello scintillio confuso delle stelle. Inutile pensare di poter camminare e intanto interrogare gli astri, il sogno prevede sempre una qualche forma di sospensione, una dissipazione. Tra il desiderio e l’azione cade il cedimento.

I Magi si accorgono che sono due le vite che servono, o forse cento o mille e che non basteranno mai. Perché se cerchiamo un re quando abbiamo tutto l’Universo a disposizione è solo per paura della dissoluzione, di non essere nient’altro che forma transitoria del niente. 

Terra e luna separati da una mucosa stellata di sonno. Arare la terra e incidere il cielo per rendere credibile la membrana tenue del sogno: pericoloso, inconsistente, sacro per definizione e per condanna relegato all’interpretazione. 

Il cammino è già tramonto, la morte sorella della visione, la terra scuoia, il vento scortica, l’ideale si corrode inevitabilmente.
 
Nelle sacche sprofondano mappe e frantumi di consuetudine, brandelli di intuizioni, diottrie sacrificate al cielo, magie, salti mortali, insonnie e vite scorticate da ingenua fede nelle teorie. Ci si perde nei parcheggi di Gerusalemme, la stella illumina al neon le nostre intermittenze.

Chi può si sente mago, re, imbonitore, ciarlatano, curioso, costretto al viaggio. Gli altri sistemano statuine sul muschio riciclato della tradizione.

La fede procede per fallimenti, fraintendimenti, rischiano di uccidere il neonato, consegnano indirizzi al killer, disorientano i piani di Dio, espongono l’Altissimo alla loro incoscienza. Inconsistenza di chi per eccesso di filosofia cede ingenuamente alla bontà di una qualsiasi forma di potere. 

Gerusalemme don’t look up ma con meno idiozia. Erode almeno sapeva turbarsi, ancora. E aveva misura di quanto le porte della città potessero ghigliottinare ogni sua parvenza di autorevolezza. 

I Magi non sanno, Erode invece comprende, fuori Gerusalemme c’è il deserto, conviene cannibalizzare gli astri, appallottolare le scie, il deserto è aggressivo, parole come locuste e il divino stana, provoca, le mura sono per lui, che se ne stia a distanza. Il sacro quando protegge è complice della Sua lontananza. Tana per i nostri intrighi, danze a decapitare i profeti, preghiera in fondo: che ci lasci in pace.

I sacerdoti e gli scribi purtroppo sanno. Non è loro la debolezza, loro sono al sicuro, è il profeta che non ha scampo. Disinnescano restando, Gerusalemme protegge. Già si intuisce la sfida: e già si desume il vincitore. Si inchioderà al legno l’ennesimo profeta. Il figlio del padrone. Che se ne stia nei cieli, che si faccia cappio della cometa, che si rimandi al mittente il figlio e si tenga la vigna, e si sprema il vino, almeno questo è dovuto a sudditi che non hanno mai chiesto di nascere.

	Erode è l’angelo che parla in segreto, i magi sono pastori con la corona, solo credono di sapere, Erode mette in scena la sua annunciazione, sue le coordinate e anche la fede esposta in una paradossale confessione: di poterlo incontrare per poterlo uccidere in tempo, prima dell’ennesima planetaria illusione. Per evitare un male maggiore. Per preservare ogni cosa. Erode, del suo e nostro mondo, è l’angelo e il custode.

Ma poi tutto si disfa, e pare più per cedimento del potente che per altro, passeranno trent’anni prima della resa dei conti, i magi torneranno per altra strada. Orientati stavolta, torneranno a casa, inconsapevoli e incoscienti, cristallizzati in statue da presepio a decretare la fine delle feste e l’inizio delle stragi. 

C’è sempre un’altra strada, è quella che permette di sopravvivere, di sfilarsi fuori dal duello. Gesù il disorientante appuntirà a stella il suo dire, una scia di miracoli mal interpretati lo consegnerà al nemico, cocciuto rimarrà a sfidare eternamente ogni Gerusalemme, esclusa ogni altra strada che non preveda il Golgota. 
Nessuna strada mai, nessuna stella mai, nessun potere mai. L’oro sulle labbra, la mirra a profumare di morte anche il più ingenuo dei miracoli e l’incenso, sempre l’incenso, come fiato di nebbia fitta nella notte, come una preghiera a tentare di costringere il Padre a mostrarsi. 

Ma come per Erode anche l’Onnipotente rimarrà nella Gerusalemme dei cieli. Il silenzio a preservare, custodire, proteggere. Il neonato non cercherà altre strade, d’oro erano forse i capelli incrostati nel sangue. Appuntita la lama a squarcio di un cielo che partorirà a rischio un Dio sacrificato a se stesso. E verrà la luce. L’unico modo per sconfiggere il potere è consegnarsi alla strage. Forse il vangelo è il manuale di chi non fugge più. Di chi si inchioda al suo destino.