Per ogni cosa Seconda dopo Natale anno C

Crocetta

Due versioni, la prima è più leggibile, la seconda svela le fonti

Prima versione

Per ogni cosa

(prologo Giovanni)

Seconda dopo Natale anno C 2021

Per ogni traiettoria che riporta all’Origine,

per il gomitolo insicuro delle relazioni,

per gli smarrimenti e le illuminazioni,

per ogni respiro che ritrova sé stesso solo adagiandosi nei pressi di Dio,

per il suono che rimane orfano se non si aggrappa al suo principio.

Per la paura del niente, per le notti insonni,

per quelle arsure di cuore che fanno tremare,

per la profondità di chi affonda nelle piaghe,

per chi ha paura del Nulla ma non può vivere di continui riempimenti,

per chi si sente minima cosa

per chi non osa ammettere di aver capito che il nostro esserci garantisce a Dio di esistere

Per il pudore di chi non nomina la vita ma sempre la accoglie,

per chi tace di fronte alla luce

per chi si sente indegno di spiegare l’esistere

per chi vive la vita, la luce, gli uomini come inspiegabile mistero,

per chi piange lasciandosi trovare da vita, da luce e dagli uomini

per chi cede solo all’inabissamento della carne.

Per le tenebre, senza le quali la luce non avrebbe materia,

perché si lasciano vincere opponendo resistenza allo scontato,

per le albe che nulla sarebbero senza le notti,

per le mie tenebre che finalmente si dilatano

e senza vergogna trasmutano in deserto

per il loro diventare sete esplicita d’amore

Per Giovanni e per chiunque è capace di annientarsi

Per chi osa diventare ciò che la Sua voce osa anticipare

per chi vede Dio nei maldestri tentativi,

per chi osa diventare ciò che è costretto a predicare

Per la luce che si nutre di testimoni,

che si impasta nella polvere,

che si smarrisce nella carne.

Per chi vive gli argini,

per chi immagina la sorgente

per chi confida nel mare.

Per chi ama negando sé stesso,

per chi sacrifica tutto,

per chi scuoia le apparenze,

per chi decide di deludere le attese,

per chi scompare,

per chi vive usando ogni mezzo pur di non intaccare il fine.

Per chi osa morire giorno dopo giorno,

per chi è testimone e mai lo saprà,

per chi non si definisce mai tale.

Per chi ha fede nell’uomo, corpo estraneo affogato di luce,

per chi crede che ogni forma vivente sia segno divino

per lo scandalo di riconoscerlo in ogni cosa

anche nello scandalo.

Per chi lascia che Lui sfugga da ogni parvenza di definizione,

per chi segue l’amore inabissarsi in ogni forma.

Per la luce che acceca, per la luce che si affoga

per quella che sbrana le pupille e per quella che scalda la pelle.

Per la luce vera riflessa nei cadaveri

e anche nelle stelle.

Per chi continua a non riconoscerlo

ed è la forma di fede più vera.

Per chi scoprirà, solo dopo la morte

che Sua era la riconoscenza per ogni nostro tentativo di

resistenza.

Per il Suo continuo venire,

per il divino delirio

della maniacale sua ricerca,

per chi si crocifigge al dolore di essere orfano

e si consegna al potere del perdono.

Per il dolore di chi ha creduto nel potere del sangue,

per l’illusione di chi ha creduto nell’obbedienza della carne,

per chi si illude di poter decidere,

ma soprattutto per i cadaveri delle buone intenzioni,

per il tradimento di antiche convenzioni,

per il taglio,

per ogni morte che presidia la rinascita,

per chi accetta di essere generato senza sapere ancora a cosa è chiamato,

per chi ha paura di questa divina invadenza

e del Suo coraggio.

Per il Verbo che azzanna le carni,

per ogni parola trascinata nel mezzo dei tormenti,

per la contemplazione che muove tra le zolle di questa terra,

per la grazia di chi riempie ogni dolore

per la verità, che si fa sempre toccare con mano.

Per Giovanni e per chi, come lui, si rotola nel tempo,

per chi lascia al futuro di svelare le proprie radici.

Per chi si lascia rivelare da un incontro,

per chi ammette di non sapere nulla di sé,

per chi accetta che l’amore cambi ogni volta ogni cosa,

per chi sa bene che solo la morte libererà lo sguardo.

Per chi si sente condannato a

essere quotidianamente graziato,

per chi ci ha perdonato

e non sapeva di essere Dio.

per chi ha perforato i principi,

per chi ha oltrepassato i riti,

per chi ha trasfigurato i sacramenti,

per la grazia che oltrepassa le norme,

che rende inutile il diritto.

Per chi ha come regola

l’amare senza regole.

Per chi dice di non aver mai visto Dio,

ma di non poter vivere lontano dai suoi occhi,

per chi vede nel Crocifisso massacrato nient’altro che Dio.

Per chi crede in un Dio massacrato per amore della creatura.

Per chi rivela il divino

ma lo fa con leggerezza,

con pudore,

con il sussurro lieve di ogni tipo di silenzio.

Seconda versione

Per ogni cosa con citazioni del Vangelo

(prologo Giovanni)

Seconda dopo Natale anno C 2021

“In principio era il Verbo
e il Verbo era presso Dio
e il Verbo era Dio.…”

Per ogni traiettoria che riporta all’Origine,

per il gomitolo insicuro delle relazioni,

per gli smarrimenti e le illuminazioni,

per ogni respiro che ritrova sé stesso solo adagiandosi nei pressi di Dio,

per il suono che rimane orfano se non si aggrappa al suo principio.

“Egli era, in principio, presso Dio:
tutto è stato fatto per mezzo di lui
e senza di lui nulla è stato fatto di ciò che esiste”.

Per la paura del niente, per le notti insonni,

per quelle arsure di cuore che fanno tremare,

per la profondità di chi affonda nelle piaghe,

per chi ha paura del Nulla ma non può vivere di continui riempimenti,

per chi si sente minima cosa

per chi non osa ammettere di aver capito che il nostro esserci garantisce a Dio di esistere

“In lui era la vita
e la vita era la luce degli uomini”;

Per il pudore di chi non nomina la vita ma sempre la accoglie,

per chi tace di fronte alla luce

per chi si sente indegno di spiegare l’esistere

per chi vive la vita, la luce, gli uomini come inspiegabile mistero,

per chi piange lasciandosi trovare da vita, da luce e dagli uomini

per chi cede solo all’inabissamento della carne.

“la luce splende nelle tenebre
e le tenebre non l’hanno vinta”

Per le tenebre, senza le quali la luce non avrebbe materia,

perché si lasciano vincere opponendo resistenza allo scontato,

per le albe che nulla sarebbero senza le notti,

per le mie tenebre che finalmente si dilatano

e senza vergogna trasmutano in deserto

per il loro diventare sete esplicita d’amore

“Venne un uomo mandato da Dio:
il suo nome era Giovanni”

Per Giovanni e per chiunque è capace di annientarsi

Per chi osa diventare ciò che la Sua voce osa anticipare

per chi vede Dio nei maldestri tentativi,

per chi osa diventare ciò che è costretto a predicare

“Egli venne come testimone
per dare testimonianza alla luce,
perché tutti credessero per mezzo di lui”.

Per la luce che si nutre di testimoni,

che si impasta nella polvere,

che si smarrisce nella carne.

Per chi vive gli argini,

per chi immagina la sorgente

per chi confida nel mare.

“Non era lui la luce,
ma doveva dare testimonianza alla luce.”

Per chi ama negando sé stesso,

per chi sacrifica tutto,

per chi scuoia le apparenze,

per chi decide di deludere le attese,

per chi scompare,

per chi vive usando ogni mezzo pur di non intaccare il fine.

Per chi osa morire giorno dopo giorno,

per chi è testimone e mai lo saprà,

per chi non si definisce mai tale.

“Veniva nel mondo la luce vera,
quella che illumina ogni uomo.
Era nel mondo
e il mondo è stato fatto per mezzo di lui”

Per chi ha fede nell’uomo, corpo estraneo affogato di luce,

per chi crede che ogni forma vivente sia segno divino

per lo scandalo di riconoscerlo in ogni cosa

anche nello scandalo.

Per chi lascia che Lui sfugga da ogni parvenza di definizione,

per chi segue l’amore inabissarsi in ogni forma.

Per la luce che acceca, per la luce che si affoga

per quella che sbrana le pupille e per quella che scalda la pelle.

Per la luce vera riflessa nei cadaveri

e anche nelle stelle.

“eppure il mondo non lo ha riconosciuto.”

Per chi continua a non riconoscerlo

ed è la forma di fede più vera.

Per chi scoprirà, solo dopo la morte

che Sua era la riconoscenza per ogni nostro tentativo di

resistenza.

Venne fra i suoi,
e i suoi non lo hanno accolto.
A quanti però lo hanno accolto
ha dato potere di diventare figli di Dio:

Per il Suo continuo venire,

per il divino delirio

della maniacale sua ricerca,

per chi si crocifigge al dolore di essere orfano

e si consegna al potere del perdono.

“a quelli che credono nel suo nome,
i quali, non da sangue
né da volere di carne
né da volere di uomo,
ma da Dio sono stati generati”.

Per il dolore di chi ha creduto nel potere del sangue,

per l’illusione di chi ha creduto nell’obbedienza della carne,

per chi si illude di poter decidere,

ma soprattutto per i cadaveri delle buone intenzioni,

per il tradimento di antiche convenzioni,

per il taglio,

per ogni morte che presidia la rinascita,

per chi accetta di essere generato senza sapere ancora a cosa è chiamato,

per chi ha paura di questa divina invadenza

e del Suo coraggio.

“E il Verbo si fece carne
e venne ad abitare in mezzo a noi;
e noi abbiamo contemplato la sua gloria,
gloria come del Figlio unigenito che viene dal Padre,
pieno di grazia e di verità.

Per il Verbo che azzanna le carni,

per ogni parola trascinata nel mezzo dei tormenti,

per la contemplazione che muove tra le zolle di questa terra,

per la grazia di chi riempie ogni dolore

per la verità, che si fa sempre toccare con mano.

Giovanni gli dà testimonianza e proclama:
«Era di lui che io dissi:
Colui che viene dopo di me
è avanti a me,
perché era prima di me».

Per Giovanni e per chi, come lui, si rotola nel tempo,

per chi lascia al futuro di svelare le proprie radici.

Per chi si lascia rivelare da un incontro,

per chi ammette di non sapere nulla di sé,

per chi accetta che l’amore cambi ogni volta ogni cosa,

per chi sa bene che solo la morte libererà lo sguardo.

Dalla sua pienezza
noi tutti abbiamo ricevuto:
grazia su grazia.

Per chi si sente condannato a

essere quotidianamente graziato,

per chi ci ha perdonato

e non sapeva di essere Dio.

“Perché la Legge fu data per mezzo di Mosè,
la grazia e la verità vennero per mezzo di Gesù Cristo”.

per chi ha perforato i principi,

per chi ha oltrepassato i riti,

per chi ha trasfigurato i sacramenti,

per la grazia che oltrepassa le norme,

che rende inutile il diritto.

Per chi ha come regola

l’amare senza regole.

“Dio, nessuno lo ha mai visto:
il Figlio unigenito, che è Dio
ed è nel seno del Padre,
è lui che lo ha rivelato”.   

Per chi dice di non aver mai visto Dio,

ma di non poter vivere lontano dai suoi occhi,

per chi vede nel Crocifisso massacrato nient’altro che Dio.

Per chi crede in un Dio massacrato per amore della creatura.

Per chi rivela il divino

ma lo fa con leggerezza,

con pudore,

con il sussurro lieve di ogni tipo di silenzio.

Censimenti e Cedimenti Natale

regali

Censimenti e cedimenti

(Luca 2,1-14)

Natale anno C 2021

“In quei giorni un decreto di Cesare Augusto ordinò che si facesse il censimento su tutta la terra…”

Siamo figli di un decreto. In greco, nel vangelo, la parola è “dogma”, Cristo nasce e muore per decreto umano, dogma di fede il suo passaggio nel mondo. Come figli di padri suicidati per troppo amore viviamo cercando qualcuno che decreti il nostro posto nel mondo, imploriamo attenzione, ci sfiniamo nelle apparenze confuse in appartenenze.

Cristo non oppone apparente resistenza, sia al dogma del nascere sia a quello del morire, sempre per decreto potente e inappellabile. La pagina del Natale è scritta dopo la Passione, ne ricalca le curve, ne accenna il destino, sangue e morte attorno al cadavere di un Dio diventato improvvisamente improponibile e debole. Natale è la genesi della mattanza, nella grotta già il sepolcro, nella mangiatoia la cena ultima di un corpo fatto a pezzi, sempre e solo fuori dalle mura di Gerusalemme.

“E andavano tutti a farsi censire”. Le pagine del Vangelo sono registro eterno di nomi altrimenti destinati all’oblio. Un registro spietato, violento, il profilo dell’uomo sempre pronto a incolpare il Padre, il troppo amore non trova posto, la crocifissione inizia subito, affilati i chiodi per la carneficina, sembrano gli stessi che tengono insieme la culla.

La Buona Notizia è da subito accusa, schierarsi tra i buoni non serve a nulla se non a falsificare le successive interpretazioni, perché noi dovremmo sentirci accoglienti? Perché non ammettere la paura di un amore troppo invadente? Perché non avere almeno il coraggio di chi lo ripudia? Non si cresce forse annientando i padri, facendoli a pezzi? Mangiandoli.

“Ciascuno nella propria città”. Forse si gioca tutto qui, è questione di Regno a cui appartenere. Se il nostro regno è di questo mondo non abbiamo altro da fare che tornare al nostro posto, una città, l’anagrafe della nostra presunta innocenza. Sentirsi di questo mondo non per scelta ma per decreto antico, obbedienti a radici che hanno trovato terreno nel qui e ora. Siamo nati per inerzia d’illusione, forse concepiti per amore ma poi consegnati alla realtà. Cristo sembra obbedire. Trent’anni dopo invece tradirà proprio i suoi compaesani, la sua prima chiesa, loro, che pretendevano di conoscerlo riducendolo alle sole vie del sangue. Il figlio di Giuseppe, il falegname. Cristo tradirà la linea perfetta della genealogia. Produrrà uno scarto. Sposterà Altrove la propria città, parlerà con un padre dei cieli lasciando a Giuseppe di togliere il disturbo in un silenzio sepolcrale.  Sarà l’inizio di una frattura insanabile. Messia dei disadattati non cercherà mai di costruire sistemi di potere alternativi, padre degli scarti sarà tradito dai suoi stessi discepoli. Luce degli emarginati tradirà anche loro, dopo averli guariti o perdonati, consegnandoli a una fede inutile per il tempo presente. Demolitore di ogni censimento porterà divisione sulla terra, fratturerà famiglie, slogherà le chiese, disarticolerà qualsiasi ruolo, gli uni contro gli altri, a decretare l’impossibilità di ogni definitiva appartenenza terrena. La Buona Notizia decreta la distanza, dogma è l’appartenenza ad un Padre che qui si può solo sperare, intravedere, implorare, sbriciolandolo in gesti che sembrano d’amore.

“…alla città di Davide chiamata Betlemme”

Betlemme è un tentativo, Davide un antenato nobile a cui appellarsi. Almeno nel suo essere pastore, credibile solo la sua guerriglia e dignitoso il suo profilo ma solo fino all’ingresso in Gerusalemme. Poi re tristemente obbediente al potere e padre fallimentare, senza capitolazione non esiste salvezza.

Betlemme forse è un avvertimento, questo figlio di Davide rimarrà profetico, ne pagherà il prezzo, impressiona che unico decreto umano sia sempre e solo quello della violenza, praticarla oppure subirla, consegnandosi, annullarla è impossibile. Davide difenderà il regno, Cristo si crocifiggerà al Silenzio.

Maria, sua sposa, che era incinta”

Maria è l’Arca di Genesi, salpa per sopravvivenza, custode di una vita che non replica gli antichi riti, la rottura della genealogia di Adamo chiede il naufragio fuori dalle abitudini. I giorni del parto avvengono nella solitudine, la famiglia è assente, il villaggio è assente, l’unica alleanza possibile è quella con Giuseppe, clandestina, sigillata in segreto da un angelo. Anche Giuseppe ha dovuto scegliere, niente è concesso alla consuetudine, figli di un dramma nato svuotando di senso qualsiasi rituale. Non può essere un caso. Si sopravvive non in comunità ma per comunioni fragili, patti di sangue sigillati da un sogno, se non ci fosse un Padre sarebbe pura follia. Il sistema avrebbe tutelato il carpentiere, Dio no, lo condanna a sé stesso.

Questo è un testo scritto dopo la Passione, Giuseppe è nome antico di fratello venduto, simbolo di una famiglia disgregata, rimando alla violenza maturata tra le mura domestiche, sogni uccisi da una veste regale marchiata a sangue. Si diventa padri riproducendo il destino di morte di Abele. Sarà il nemico comune a riassestare i cocci, i due Giuseppe dovranno la vita all’Egitto.

“Lo avvolse in fasce e lo depose in una mangiatoia”

I gesti sono gli stessi della passione, nascere e morire non hanno altra grammatica, sigillano l’insufficienza umana. Che sia un neonato o un cadavere poco importa, si fascia un mistero, entrambi ci abbandoneranno, incomprensibili nel loro sfuggirci. Maria usa fasce e depone, anche dopo la croce ci saranno fasce e deposizioni, e non basterà mai, non all’inizio, meno ancora alla fine. Scivolerà sempre Altrove il figlio dell’uomo e a noi non resterà che seguirlo oppure inchiodarlo alle nostre paure, fasciarlo alle nostre miserie, deporlo sulla superficie dei nostri deliri.

Ma lui è la vera cometa, rimane poco più che una scia. A noi la scelta, abissale, definitiva: lasciarci sprofondare in Lui e vivere lasciando che il tempo ci scavi, ci azzanni, ci annienti oppure. Oppure crocifiggerci alle nostre certezze dogmatiche, decretare la speranza, dogmatizzare la vita, ordinare la felicità. Crocifiggere l’umano al dovere di essere gioioso.

C’erano in quella regione alcuni pastori”

L’angelo si specchia nel pastore, la luce viene ingabbiata tra le croste e l’incenso lascia il posto al puzzo delle capre. Si incaglia subito la gioia, s’incarna, imputridisce, si affida agli inaffidabili e poi sparisce. Un brano scritto dopo la Passione. Nuovi pastori saranno le donne del sepolcro e credibile sarà il Vangelo ma solo putrefatto sulla lebbra delle carni dei traditori. Tre anni per riportare i pescatori nella grotta, nel cratere, nel sepolcro che ognuno si porta dentro, tre anni per sprofondare dentro, loro che in ogni modo provavano a negare discesa negli inferi dell’uomo, rifiutavano di riconoscersi complici del male. Come facciamo noi.

I pastori invece erano già pronti, ripudiati dalla vita, o forse quei pastori erano solo immagine dei discepoli, proiezione di ciò che avvenne dopo il Calvario. L’angelo si specchia nelle pupille del peccato e poi scompare, si insinua nelle ferite del tradimento e poi abbandona, la cometa cerca le grotte più oscure dei nostri peccati e poi ci lascia.

Per risorgere bisogna lasciarsi trascinare negli abissi che ci abitano. Senza incarnazione non resta che lasciarsi censire all’anagrafe dei buoni sentimenti.

Dal Vangelo secondo Luca
Lc 2,1-14
In quei giorni un decreto di Cesare Augusto ordinò che si facesse il censimento di tutta la terra. Questo primo censimento fu fatto quando Quirinio era governatore della Siria. Tutti andavano a farsi censire, ciascuno nella propria città. Anche Giuseppe, dalla Galilea, dalla città di Nàzaret, salì in Giudea alla città di Davide chiamata Betlemme: egli apparteneva infatti alla casa e alla famiglia di Davide. Doveva farsi censire insieme a Maria, sua sposa, che era incinta.
Mentre si trovavano in quel luogo, si compirono per lei i giorni del parto. Diede alla luce il suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce e lo pose in una mangiatoia, perché per loro non c’era posto nell’alloggio.
C’erano in quella regione alcuni pastori che, pernottando all’aperto, vegliavano tutta la notte facendo la guardia al loro gregge. Un angelo del Signore si presentò a loro e la gloria del Signore li avvolse di luce. Essi furono presi da grande timore, ma l’angelo disse loro: «Non temete: ecco, vi annuncio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo: oggi, nella città di Davide, è nato per voi un Salvatore, che è Cristo Signore. Questo per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce, adagiato in una mangiatoia».
E subito apparve con l’angelo una moltitudine dell’esercito celeste, che lodava Dio e diceva: «Gloria a Dio nel più alto dei cieli e sulla terra pace agli uomini, che egli ama».

Le radici del canto Quarta domenica anno C

Stamattina

Dal Vangelo secondo Luca
Lc 1,39-45
 
In quei giorni Maria si alzò e andò in fretta verso la regione montuosa, in una città di Giuda.
Entrata nella casa di Zaccarìa, salutò Elisabetta. Appena Elisabetta ebbe udito il saluto di Maria, il bambino sussultò nel suo grembo. Elisabetta fu colmata di Spirito Santo ed esclamò a gran voce: «Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo! A che cosa devo che la madre del mio Signore venga da me? Ecco, appena il tuo saluto è giunto ai miei orecchi, il bambino ha sussultato di gioia nel mio grembo. E beata colei che ha creduto nell’adempimento di ciò che il Signore le ha detto».

Le radici del canto

(Luca 1,39-45)

IV Avvento anno C 2021

Poi un giorno ti toccherà di cantarla ancora la vita, e sarà la tua pena più grande, la condanna, cantare quando il frutto del grembo sarà già stato strappato, l’infante inchiodato alla croce. Ti toccherà di cantare il Magnificat e non servirà opporre l’inciampo doloroso delle note tra i denti, non basterà giurare che hai le sue spine conficcate in una lingua ormai di pietra, che nella testa ogni nota si tramuta nel suo grido, non servirà, si aspetteranno il tuo canto, non potrai implorarli di lasciarti morire, la fede che impongono a te è per loro pretesa di speranza. Aguzzini i discepoli, sei la loro ultima speranza.

Un giorno ti toccherà di cantarla ancora la vita, a un gruppo di disgraziati, resto di un sogno, macerie di tradimenti. Un esercito ferito, occhi da animale braccato, nemmeno più la forza di scappare, nemmeno di nascondersi. Undici relitti, nel cuore è sedata ogni tempesta, le arterie strisciate da sangue freddo, quasi rappreso, perfino la vergogna per loro è un sentimento troppo nobile. Maria cantaci il Magnificat. Il Cenacolo è muto. Non ti lasciano morire.

E allora ricorderai che ogni canto ha le radici nel dolore. La spada aprirà in due il tuo petto, le viscere si riverseranno ai loro piedi, potranno nutrirsi di te come si nutriranno di Lui, cuore caldo di cerbiatto appena trapassato da una freccia. Tu li immergerai nel sangue uno a uno. Un battesimo caldo e definitivo. Più della placenta di una madre.

Le radici del canto, cercherai la genesi del Magnificat e la troverai ancora nella solitudine delle montagne. Non avresti cantato mai senza quella fretta nel cuore, scappavi anche tu, in fondo, scappavi da un destino misterioso, dalla vita che non si comprende, dagli angeli che dopo aver parlato portano via ogni suono rassicurante. La casa dopo l’annunciazione era un luogo senza riferimenti. Nessuna parete a contenere il mistero.

Il canto ha radici nel cammino solitario tra i monti dell’abbandono. Ed è un cammino duro, ti salva sapere di una casa aperta, appena oltre. Devi cantare ancora Maria, devi farlo per loro, era più facile confidare in Elisabetta, ora tra te e la casa del Padre c’è lo scandalo di una croce, un cadavere tramutato in Vuoto. Ti chiedono di cantare mentre tu vorresti solo morire, e allora toni a quel giorno in cui la solitudine ti spingeva tra gli alberi e poi giù, di corsa, a cercare un’altra donna sorpresa da una gravidanza in ritardo sull’attesa. Elisabetta non se l’aspettava più e tu non te l’aspettavi ancora, siamo sempre fuori tempo. Anche gli occhi dei suoi discepoli lo sono, chiamati troppo presto e troppo presto abbandonati, partoriti dalla fretta di quel Figlio che dopo trent’anni di niente sembrava doverla prendere per la gola la vita e spremerne ogni istante. Braccato dalla morte o da un desiderio, certo entrambi ti facevano paura.

            Ti chiedono di cantare il Magnificat, perché è l’ultima possibilità, se nemmeno tu saprai ringraziare della vita per loro non ci sarà mai più speranza. Senti che la richiesta ti strappa l’anima. Come cantare senza di Lui? Perché certo, credi che Lui sia risorto ma adesso non c’è. In questo mondo non c’è, in questa casa non c’è, a riempirti la vita non c’è. E lo sai che in fondo una cosa sola ti tormenta: cosa gli costava chiamarti a lui? Perché non ti ha fatto morire sotto la croce?

Che sia questa la fede? Questo diventare deserto che implora la fine? Questo canto preteso sulle rovine?

Ti chiedono di cantare ancora, tu cerchi l’abbraccio di Elisabetta, cerchi lei che sorride ma adesso le parole sono altre, una spada di trafiggerà, sorride e trapassa, questa è la vita, non hai mai sentito gli estremi così vicini. L’anima mia Magnifica il Signore… ogni sillaba è gravida, sanguina, viene partorita nel dolore, e il mio spirito esulta in Dio mio salvatore… i discepoli leccano ogni nota, lupi affamati, il muso nel sangue, tu canti e loro vivono, tu senti l’abbraccio di Elisabetta e loro bevono, tu senti il profumo della casa di Zaccaria e loro azzannano la preghiera come fosse una preda, perché ha guardato l’umiltà della sua serva, e mentre il branco ti assedia tu canti, canti e muori, canti e ti affidi, canti e ti lasci mangiare, canti e non trattieni più niente, canti ed è la tua passione, il tuo testamento, e non hai più paura, non hai più niente, il cerchio si sta chiudendo, ora quella che sta nascendo sei tu, partorita oltre le montagne, oltre il Calvario, oltre il dolore, oltre il sepolcro, tra le viscere squarciate dalla preghiera.

Le radici sono nel canto, era già tutto scritto, la vita è una regione montuosa, era già tutto scritto. L’avevi già cantato.

L’ultima nota si aggrappa all’ultimo respiro. Cantare è morire. E il bambino sussultò… Sorridi, adesso sei tu, finalmente, nel Suo grembo.

Io vedo ancora sacrifici Quarta domenica di Avvento anno C

Dulcinea

Io vedo ancora sacrifici

(Ebrei 10,5-10)

IV Avvento anno C 2021

“Fratelli, entrando nel mondo Cristo dice…” rallento il respiro, lascio che i muscoli riscoprano la consapevolezza di occupare lo spazio, mi sembra di essere connesso al movimento lento delle sistoli e delle diastoli, mi commuove il respiro lento del cane, appoggio i miei pensieri a quel ritmo animale e divino. Lo faccio perché voglio crederti ancora, sospendere le delusioni, accettare di farmi sbranare dalla tua audacia. Voglio crederti ancora mia Infinita tentazione, lasciare che le tue parole mi sprofondino nel mondo, accetto di tornare a scavare, rompermi ancora le unghie, torturare a sangue le parole. Se tu dici che sei entrato nel mondo io non sono niente, il mio dubbio è irrilevante. Sposterò i detriti come dopo un terremoto, la fede forse è nient’altro che ricerca di scampati.

Chi sono io per dubitare di Te? Non ho l’audacia di Giobbe, la sua santità mi è estranea, il suo tormento troppo nobile. Voglio tornare a credere che tu ci sia, dentro le meccaniche terrestri, infangato nelle mie ipocrisie, nella banalità che mi deprime, perfino nel vuoto che crepa una distanza tra le parole e la realtà. Vorrei tornare bambino a quando tutto era scontato stupore. Non posso. Voglio tornare a credere che tu lo abiti questo mondo, che lo hai penetrato, trafitto, incarnato, ma tu aiutami, da solo non ce la faccio. Mi perdo tra le paure.

Tu non hai voluto né sacrificio né offerta” perché allora tutte questi cadaveri? Perché il ripetersi infinito di vite macellate all’ennesimo idolo? Sai bene che qui il sacrificio continua, purtroppo sotto alta forma. Si ammazzassero solo i buoi, almeno. Invece qui si macellano i nostri sogni. Abbiamo strutture da conservare, identità da difendere, case religiose da presidiare, sacre intuizioni di megalomani padri fondatori da non sperperare. Dillo tu che è sospeso il sacrificio a quel mio amico prete che è stato abbandonato dalla chiesa dopo che tutto di lui è stato depredato. Dillo tu che nessun Dio voleva il sacrificio della sua vita e che tutto quello che ha costruito non era in Nome tuo ma a difesa di un sistema di potere sotto falso nome che ora non ha più bisogno di lui. Io non ce la faccio, la vita è sacrificio, abuso di potere, ricatti emotivi e retorica, e falsificazione. Se tu ci sei, e voglio credere che tu ci sia, come oltrepassare la condanna del sacrificio umano?

“Un corpo invece mi hai preparato” così hai scritto e io non opporrò resistenza. Un corpo, il tuo, da subito adorato dai magi ma anche minacciato dal potere, prima venerato e poi crocifisso. Sacrificato, infine. Un corpo, anche il mio, che prometti di abitare. Ma come?

“Non hai gradito né olocausti né sacrifici per il peccato” voglio credere sia vero, lo ripeti, nessun olocausto, nessun sacrificio, ma il peccato rimane, lo vedi anche tu, respira a ogni passo. Lui sì lo sento dentro di me, sempre pronto a disumanizzarmi.

Allora ho detto: “Ecco, io vengo – poiché di me sta scritto nel rotolo del libro – per fare, o Dio, la tua volontà”». Mi fanno paura queste parole, lo sai, sono cariche di presagi di morte, vibrano del fruscio del Getsemani. Non c’è davvero altra scelta? Solo il fragilissimo “eccomi” della mia storia? Ricordo quotidianamente l’amicizia con Claudio, il suo Eccomi risuonò solenne nel duomo di Milano, ordinazione sacerdotale, ma ritornò quell’eccomi, solo pochissimi anni dopo, nel canto struggente in quella chiesa gremita per il suo funerale. Non sacrificio, non olocausti, aveva scritto sulla sua immagine della prima messa. Lui, che finì massacrato dalla leucemia in un letto di ospedale. Io voglio credere, ma è davvero tutto qui? Ci è dato solo questo? Una consegna alla volontà del Padre? Il fragile di una creatura alla perversità della vita?

“Così egli abolisce il primo sacrificio per costituire quello nuovo”. Mediante quella volontà siamo stati santificati per mezzo dell’offerta del corpo di Gesù Cristo, una volta per sempre.

Così mi stai portando ancora ai piedi della croce, il sacrificio nuovo e definitivo, cioè l’ultimo. La croce, capolinea della logica sacrificale, lì dove c’è solo la libertà regalata ai tuoi amici e il perdono senza senso apparente dilatato sui tuoi carnefici. Io voglio ancora crederti ma ho paura, capisci? C’è troppa libertà in quello che mostri. Gli idoli sono mimetici, affascinano, si travestono di bene, dicono di essere te! Come smascherarli? Qual è questa volontà del Padre, quella che oltrepassa i sacrifici, che riconsegna a libertà? Come relegare la logica sacrificale al passato?

“Non perdere nessuno di quelli che mi hai dato” questo risuona in me, sono parole tue, il tuo testamento. Non perdere nessuno per nessun motivo. Salvare sempre la relazione, ad ogni costo, sapere prima, sapere sempre, se il fratello che ho davanti lo sto amando o lo sto usando. E quando sbagliamo tornare e chiedere scusa. E perdere, perdere qualsiasi struttura, perché la struttura chiede sacrifici umani per essere mantenuta. La tua volontà è la mia nudità, il mio perdere qualsiasi cosa, prima di tutto la faccia. Il mio orgoglio. La tua volontà è la mia capitolazione, è il mio scomparire, è la decostruzione di qualsiasi progetto. C’è solo il volto della persona che ho di fronte. Il resto conta nulla. E per lui accettare di far morire ogni cosa. Sacrificare le parrocchie perché non generano legami di libertà, sacrificare le ideologie perché si nutrono di cieca disciplina, sacrificare i progetti pastorali se trasformano gli uomini in ingranaggi, sacrificare il proprio ego perché inevitabilmente ruba spazio all’altro, sacrificare i sinodi se sono generati da strutture gerarchiche senza accenni di smantellamento, sacrificare l’idealizzazione che trasforma le persone in idoli, far saltare il meccanismo perverso di ogni sistema di potere, questo è l’unico e definitivo sacrificio da operare. Questa è la croce. L’amore che fa paura. La troppa libertà.

Unico e definitivo sacrificio è quello del potere e della sopraffazione, su quel legno dove ha vinto la misericordia, dove i legami di cura, seppur sussurrati, hanno resistito all’infamia dei chiodi e della bestemmia, da quella volontà, da quel tuo eccomi, continuamente ripartire. Sarà la mia grotta, la mia capanna, il mio Natale sarà ormai sempre sul Golgota. Anche se non ne sono all’altezza, proverò ancora, tornerò sempre. Se tu mi chiami.

Conoscere il carnefice che ci abita, misurare con spietatezza la nostra tentazione per l’idolo, smascherare la falsificazione che ci fa credere di servire il vangelo dove invece siamo proni alle logiche umane. E pagarla questa cosa. Pagarla fino in fondo. Crocifiggersi a te. Unico Natale credibile.

Dalla lettera agli Ebrei
Eb 10,5-10
 
Fratelli, entrando nel mondo, Cristo dice:
«Tu non hai voluto né sacrificio né offerta,
un corpo invece mi hai preparato.
Non hai gradito
né olocausti né sacrifici per il peccato.
Allora ho detto: “Ecco, io vengo
– poiché di me sta scritto nel rotolo del libro –
per fare, o Dio, la tua volontà”».
Dopo aver detto: «Tu non hai voluto e non hai gradito né sacrifici né offerte, né olocausti né sacrifici per il peccato», cose che vengono offerte secondo la Legge, soggiunge: «Ecco, io vengo per fare la tua volontà». Così egli abolisce il primo sacrificio per costituire quello nuovo. Mediante quella volontà siamo stati santificati per mezzo dell’offerta del corpo di Gesù Cristo, una volta per sempre.

Amate e fate quello che volete Terza Avvento C

Crocetta tramonto 9.12.21

Dal Vangelo secondo Luca
Lc 3,10-18
 
In quel tempo, le folle interrogavano Giovanni, dicendo: «Che cosa dobbiamo fare?». Rispondeva loro: «Chi ha due tuniche, ne dia a chi non ne ha, e chi ha da mangiare, faccia altrettanto».
Vennero anche dei pubblicani a farsi battezzare e gli chiesero: «Maestro, che cosa dobbiamo fare?». Ed egli disse loro: «Non esigete nulla di più di quanto vi è stato fissato».
Lo interrogavano anche alcuni soldati: «E noi, che cosa dobbiamo fare?». Rispose loro: «Non maltrattate e non estorcete niente a nessuno; accontentatevi delle vostre paghe».
Poiché il popolo era in attesa e tutti, riguardo a Giovanni, si domandavano in cuor loro se non fosse lui il Cristo, Giovanni rispose a tutti dicendo: «Io vi battezzo con acqua; ma viene colui che è più forte di me, a cui non sono degno di slegare i lacci dei sandali. Egli vi battezzerà in Spirito Santo e fuoco. Tiene in mano la pala per pulire la sua aia e per raccogliere il frumento nel suo granaio; ma brucerà la paglia con un fuoco inestinguibile».
Con molte altre esortazioni Giovanni evangelizzava il popolo.

Amate e fate quello che volete

(Luca 3,10-18)

III Avvento anno C 2021

Giovanni dalle arterie di fuoco, bruciava il sangue mentre gli occhi si consumavano di Niente e di Vuoto. Deserto. Sarebbe salito in cielo a prenderlo il Messia, l’avrebbe strappato a morsi dalle stelle, ogni giorno gli sembrava di morire, ogni giorno gli sembrava fosse l’ultimo, di esplodere gli sembrava, questo sentiva, stava per essere schiacciato dalle attese .

Il fiume, il deserto, le parole e poi occhi, occhi dappertutto, lo stanavano, lo infilzavano, gli sguardi della gente erano un martirio, aghi, se avesse saputo dove si trovava sarebbe andato lui a prenderlo il Messia, e l’avrebbe dato in pasto alla folla, che se lo sbranassero loro, lui Giovanni non aveva più carne addosso, scorticato dai morsi della preghiera, consumato dentro.

Un cavallo in piena corsa, così lo immaginava lui, un cavallo di fuoco, una scia luminosa, il vento e la traiettoria, l’eleganza e la potenza, così lo immaginava lui, il manto lucido, gli occhi sempre oltre, il fuoco, fuoco dalle narici, dagli zoccoli, fuoco a incendiare di bellezza il mondo, così lo sognava, soprattutto quando il desiderio prendeva forma di preghiera. Spirito Santo e fuoco, un nitrito divino.

Forse perché lo scalpitare della gente diventava ad ogni giorno più incontrollabile. Arrivavano da lontano e avevano addosso quella pretesa che solo certi devoti osano sfoderare: che cosa dobbiamo fare? Pretendevano risposte. Avrebbero fatto qualsiasi cosa gli avesse detto, qualsiasi. Quando un uomo vuole credere ha già deciso di abbassare ogni difesa, è nelle tue mani. Giovanni lo sapeva che quella domanda era l’anticamera dell’inferno, lui lo sapeva che da sempre ci sono uomini pronti a dirti cosa devi fare esattamente, cosa devi fare, come se quello fosse il vero problema della vita. Giovanni prendeva quelle domande e le lanciava nel suo sogno: un cavallo in corsa, le battezzava di fuoco e libertà.

Giovanni era in mezzo, da una parte fremeva la folla dall’altra rimbombava il Suo silenzio. Giovanni aveva un solo compito, almeno questo gli sembrava di aver capito: tenerli a bada, contenerli, rassicurarli. La folla andava contenuta. Ma senza far loro perdere la tensione. Da una parte aveva questa gente che avrebbe accetto pure di credere che lui, il Battista, fosse il Messia, perché quando vuoi credere credi in ogni cosa. Dall’altra lui sapeva che bisognava farsi trovare pronti al fuoco, all’esplosione, alla terra che si apre in due, ad una corsa incandescente di un cavallo, all’incendio di una vita inedita. Acqua da una parte e Fuoco dall’altra, in mezzo: lui.

Giovanni, conteneva e sperava, insieme, c’erano notti in cui gli sembrava di esplodere, come una stella, arso da quella vita vissuta a una tensione disumana.

Come cavalli dietro al canape, prima della partenza, lui doveva tranquillizzarli senza far loro perdere il nervosismo indispensabile per la corsa. Doveva tenerli a bada perché non si disperdessero in utopie, doveva tenere a bada la forza del mondo, e lui si sentiva solo e credeva di non farcela.

Loro arrivavano e lui usava acqua, calmava, normalizzava: fate giustizia, diceva, che non è poco, dividete la veste e condividete il cibo, accontentatevi delle vostre paghe, non esagerate con la violenza. Dava risposte nobili ma non nuove, rimetteva l’umano nel suo recinto, ecco la sua predicazione era quella di un uomo che chiedeva agli uomini di essere tali. Non era poco, la giustizia, la vita insieme, non era poco, sarebbe già stato tanto ma lui lo sapeva, quello serviva solo a non disperdere le forze. Poi parlava di Spirito Santo e fuoco, un respiro incendiario, una rivoluzione. Giovanni era in mezzo, da una parte doveva ascoltare le pulsioni di un mondo che aveva bisogno di qualcosa di nuovo, come una nascita inedita, un popolo che non sapeva bene cosa stesse chiedendo e dall’altra aspettava il fuoco ad incendiare la terra.

Quando Cristo arrivò fu come liberare finalmente le energie. Come fosse una corsa incontenibile, la potenza e la bellezza. Finalmente l’Inedito poteva esplodere, non si trattava più di giustizia, non più di uguaglianza, quella era compito umano, nobile sì ma che qualsiasi uomo avrebbe potuto comprendere, non c’era bisogno che Dio infuocasse le strade del mondo per dire quello che già i profeti ripetevano da sempre, qui c’era un Fuoco, come un cavallo in corsa, qui c’era il sogno bruciante di perdere qualsiasi protezione, di liberarsi del mantello e di non avere più nessuna veste, qui c’era il fuoco di un amore che si sarebbe fatto crocifiggere nella sua nudità, e non bastava più condividere il cibo, bisognava diventare pane, per tutti, a costo di morire, il fuoco avrebbe trasformato in pane le carni e le carni in pane, sbranati per il desiderio di nutrirsi di Dio, e che il mondo si tenesse i soldi e anche i poteri, che si illudessero, che ci giuocassero come bambini, qui il cavallo era infuocato e incontenibile, nessun potere, nessuna tassa, solo la libertà! Il cavallo era libero, la scia illuminava a giorno le notti, lo guardava correre Giovanni e piangeva, adesso non c’era più niente da contenere, era un battesimo di fuoco quello, oltre tutto, oltre la giustizia, oltre gli eserciti, perfino la violenza lui avrebbe trasformato in scia di cometa, in squarcio nel cielo, Giovanni piangeva e guardava e si lasciava finalmente bruciare, poteva aprirle le mani e dire ad ogni uomo che adesso non dovevano più controllarsi, mai più, che non c’era più niente da trattenere, che adesso era tempo di fuoco nelle arterie, di andare oltre, non più il tempo delle religioni, non più il tempo dei doveri, oltre gli equilibri, era il tempo nuovo della libertà. Amate e fate quello che volete. Amate e fate quello che volete. Piangeva Giovanni, e sentiva che ora nessuna regola mai. Amate e fate quello che volete. E lo vedeva, bellissimo, il manto lucido e la corsa, e la libertà. Ora nemmeno il deserto serviva più. Era luce, bellissima e potente.

Sono passati duemila anni, la giustizia è ancora lontana, il pane non si divide, il potere regna. Giovanni lo sapeva. Che occorra battersi per questo è giusto, doveroso: umano. Ecco a me pare umano. Molto umano. Se non senti in te lo scandalo per le ingiustizie sei disumano. Combattere per la giustizia, combattere ancora. Però farlo su di sé, questo anche mi pare ineludibile. Perché anche noi siamo custodi del male, da tempo non credo più a chi mi stordisce con grandi campagne di giustizia planetaria se prima non mi ha mostrato la sua fragilità. Ho dato troppo alla giustizia che con violenza brandiva vecchi e nuovi pacifismi. Ho sofferto troppo per chi aveva sulle labbra la parola “povero” e poi abusava di potere. E poi mi sono conosciuto, non mi sento immune da niente, anche io sono complice. Viro spesso in disumanità.

Però non possiamo dimenticare il fuoco. Questo credo. A me non basta la giustizia, se anche nel mondo non ci fosse più una vittima, se anche nel mondo ci fosse solo bene, a me non basta. Io ho bisogno di qualcuno che mi parli di un fuoco e di una corsa, di un amore così radicale da non essere contenibile nelle categorie del giusto. Voglio la follia di un cavallo in corsa, voglio una Chiesa bruciante e che non mi riporti sempre e solo alla predicazione del Battista. A me non basta, non basta per niente. E son sicuro non basterebbe più nemmeno al Battista perché quando incontri il Fuoco non basta un galateo di giustizia, amate e fate quello che volete canta quel poeta di Vasco Brondi… che poi è Sant’Agostino… bruciare, diventare pane, spogliarsi di tutto, fottersene del potere e porgere la guancia sempre di fronte a qualsiasi forma di violenza. Questa non è giustizia, questa è libertà, Infuocata. Fede. Se non raccontiamo questa perché dovremmo ancora esistere?