Finalmente Gesù mi è di scandalo Ventottesima domenica tempo ordinario B

Cielo di Crocetta 6.10.21

Dal Vangelo secondo Marco
Mc 10,17-27
 
In quel tempo, mentre Gesù andava per la strada, un tale gli corse incontro e, gettandosi in ginocchio davanti a lui, gli domandò: «Maestro buono, che cosa devo fare per avere in eredità la vita eterna?». Gesù gli disse: «Perché mi chiami buono? Nessuno è buono, se non Dio solo. Tu conosci i comandamenti: “Non uccidere, non commettere adulterio, non rubare, non testimoniare il falso, non frodare, onora tuo padre e tua madre”».
Egli allora gli disse: «Maestro, tutte queste cose le ho osservate fin dalla mia giovinezza». Allora Gesù fissò lo sguardo su di lui, lo amò e gli disse: «Una cosa sola ti manca: va’, vendi quello che hai e dallo ai poveri, e avrai un tesoro in cielo; e vieni! Seguimi!». Ma a queste parole egli si fece scuro in volto e se ne andò rattristato; possedeva infatti molti beni.
Gesù, volgendo lo sguardo attorno, disse ai suoi discepoli: «Quanto è difficile, per quelli che possiedono ricchezze, entrare nel regno di Dio!». I discepoli erano sconcertati dalle sue parole; ma Gesù riprese e disse loro: «Figli, quanto è difficile entrare nel regno di Dio! È più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, che un ricco entri nel regno di Dio». Essi, ancora più stupiti, dicevano tra loro: «E chi può essere salvato?». Ma Gesù, guardandoli in faccia, disse: «Impossibile agli uomini, ma non a Dio! Perché tutto è possibile a Dio».

Finalmente Gesù mi è di scandalo

XXVIII domenica del tempo ordinario B

La corsa del tale che si getta in ginocchio davanti a Gesù non è solo il momento d’entusiasmo di un uomo in ricerca, quella corsa che lo vede franare ai piedi del Maestro è il vertice di uno sfinimento. Non poteva andare oltre. Un punto di non ritorno. La collisione inevitabile.

Crollare davanti a Cristo, che è in cammino ed è diretto a Gerusalemme, pone quell’uomo nell’ambigua condizione di essere nel posto più vicino a Cristo ma anche, contemporaneamente, nel luogo più lontano: l’uomo è voltato esattamente nel verso contrario rispetto alla marcia di Cristo, e non è un particolare secondario.

Gesù sta camminando, il tale (Marco non dice che era giovane) arriva dopo una corsa e crolla ai suoi piedi diventando però così anche ostacolo per il cammino di Gesù, che è costretto a fermarsi. Neppure questo è un particolare di poco conto. I due cammini ora sono faccia a faccia, qualcuno dovrà cambiare rotta per non perdersi.

Non possiamo non iniziare da qui, perché in gioco nella pagina del Vangelo di oggi non c’è la condanna di un vago attaccamento ai beni terreni, in gioco c’è una torsione profonda che l’uomo non riesce a compiere, in gioco c’è la scomoda posizione di un uomo che, al vertice del cammino di perfezione, all’apice della santità, diventa ostacolo per il cammino di Cristo e impedimento per la propria felicità. C’è un punto nel cammino di fede che è uno strappo, l’attimo esatto in cui Dio smette di essere una costruzione e inizia a diventare un’invasione.

La fine della corsa dell’uomo è segnata da una domanda che è il culmine di una vita vissuta nei comandamenti. “Maestro buono cosa devo fare per avere la vita eterna?”, è il massimo che quell’uomo può dire, è il massimo che ognuno di noi può dire alla fine dei cammini religiosi, dei percorsi biblici, della vita di parrocchia, è il massimo del cammino umano di avvicinamento a Dio. “Maestro buono” che la bontà è davanti a noi e noi siamo disposti a tutto pur di inginocchiarci e farci riconoscere e consolare da lei. Ci basta. Che ci rassicuri, che ci premi. Che si accorga di noi.

Cosa devo fare per avere”, non può che essere così, dopo una vita a “fare” per “avere”. Dopo una vita passata ad accumulare impegno e carità e giustizia, è il massimo, è davvero il massimo che possiamo chiedere al termine dei nostri cammini vocazionali, quest’uomo è il frutto maturo della nostra pastorale, in fondo siamo sempre alla ricerca di qualcuno che si dia da fare.

In eredità la vita eterna”, e sembra di sentire il fratello maggiore della parabola. Uno che si spacca la schiena in casa del padre per avere in eredità la vita eterna.

Il vertice del cammino dell’uomo è in ginocchio davanti a Cristo in cammino. Non c’è giudizio, non è una domanda sbagliata, ma è poco, troppo poco. Cosa può aggiungere Gesù a quest’uomo che “fin dalla giovinezza” osserva le regole?

Cosa si aspetta quest’uomo da Gesù? Solo conferme? Si è reso conto di essere al vertice, di aver fatto tutto e di non poter proseguire? È arrivato e non gli basta?

In verità deve ammettere che ora non sa più dove andare perché, adesso che ha incontrato Cristo, è proprio Cristo che gli sbarra la strada! Ora che l’ha incontrato finalmente Cristo gli è di scandalo. E può iniziare una storia nuova e matura solo in questo preciso momento. Dallo scandalo di un incontro.

Il tale sta ancora voltando le spalle al Calvario (e quando mai in parrocchia proponiamo con onestà cammini di svuotamento, di morte, di oblio di sé? E quando mai crediamo in prima persona allo svuotamento crocifisso della nostra vita?). Il vero incontro con Cristo non è mai indolore. L’incontro se è sincero è scandaloso.

Gesù decide di amare quel tale, fissa lo sguardo su di lui, e anche questo non è particolare di poco conto, perché certe cose non le puoi dire se non ami la persona a cui sei rivolto, perché se le dici senza amore rischi di distruggere la vita di chi hai davanti. Come puoi dire a quel tale che il cammino che ha compiuto da una vita a questa parte è stato perfetto ma ora deve lasciarlo andare? Completamente. Come puoi dirlo senza ferirlo? Non lo so, almeno è possibile provare a fargli arrivare l’amore.

Quello che Gesù prova a dire a quell’uomo è che dal punto di vista della crescita umana non c’è più nulla da aggiungere, ora deve solo perdere quello che ha accumulato. Tutta la santità, tutti i comandamenti, tutte le ore in parrocchia, tutto il volontariato, tutti i sacramenti, tutto non serve più. Serviva per arrivare a maturare l’incontro con Cristo, un cammino che stava in piedi per mille motivi, si possono servire i poveri, si può leggere la Bibbia, si può far del bene anche senza precipitare nella follia della fede. Più di così però non si può fare, ora non resta che alzarsi e voltarsi e camminare verso Gerusalemme (seguimi) e diventare Cristo. A un certo punto non serve più tutta la ricerca dell’amore, bisogna diveltarlo e basta. Diventare amore, con tutto quel che ne consegue. Crocifiggersi, prendere la croce, incarnarsi. Non serve più cercare di comprendere Dio, bisogna lasciarsi comprendere.

I molti beni che il tale possedeva erano anche il frutto di una vita di obbedienza alla Legge, ora tutto andava lasciato, tutto andava perduto. Seguire Gesù verso Gerusalemme significava imparare da lui, diventare Lui: perdere i miracoli, perdere gli amici, perdere le folle, perdere la faccia, perdere perfino la voce di Dio (sul Golgota ci sarà silenzio) perdere tutto ciò che umano, perché si arriva a un certo punto in cui proseguire “è impossibile agli uomini ma non a Dio”.

Gesù sta proponendo al tale di perdere tutto per farsi abitare finalmente e pienamente da Dio. Per cedere all’invadenza del Mistero. Per diventare ciò che da una vita obbedientemente balbettava. Per consegnarsi a questa follia d’amore occorre perdersi completamente in Lui. Gesù sta proponendo al tale una vita che sia davvero una vita di fede, uno svuotamento profondo e totale, un perdersi per consegnarsi: croce e resurrezione, unica nostra eredità.

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