Onda di incontenibile amore Trentunesima domenica tempo ordinario B

Alba Crocetta

Dal Vangelo secondo Marco
Mc 12,28b-34
 
In quel tempo, si avvicinò a Gesù uno degli scribi e gli domandò: «Qual è il primo di tutti i comandamenti?».
Gesù rispose: «Il primo è: “Ascolta, Israele! Il Signore nostro Dio è l’unico Signore; amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore e con tutta la tua anima, con tutta la tua mente e con tutta la tua forza”. Il secondo è questo: “Amerai il tuo prossimo come te stesso”. Non c’è altro comandamento più grande di questi».
Lo scriba gli disse: «Hai detto bene, Maestro, e secondo verità, che Egli è unico e non vi è altri all’infuori di lui; amarlo con tutto il cuore, con tutta l’intelligenza e con tutta la forza e amare il prossimo come se stesso vale più di tutti gli olocausti e i sacrifici».
Vedendo che egli aveva risposto saggiamente, Gesù gli disse: «Non sei lontano dal regno di Dio». E nessuno aveva più il coraggio di interrogarlo.

Onda di incontenibile amore

XXXI domenica del tempo ordinario B

Arrivi a un certo punto che non serve più alzare la voce, ribaltare i tavoli dei cambiavalute, gridare profetici strali di conversione. Arrivi a un certo punto (ma solo per Lui la discesa verso se stesso è stata così impietosa) che ogni parola, anche quella sussurrata, anche lo scambio apparentemente più innocuo mostra comunque i nervi. Come fosse imbevuto di definitività.

Arrivi a un certo punto, ma devi avere coraggio, tanto coraggio, che sei così immerso nella storia che hai scelto, che sei così libero e pienamente consapevole, che perfino ogni tuo silenzio ammutolisce chi ti sta attorno e chi ti ascolta non può che meravigliarsi di tanta semplice compiutezza. Nessuno aveva più il coraggio di interrogarlo.

Arrivi a un certo punto che sei seduto nel cuore più profondo della verità che anche le parole sembrano essere un pretesto per mostrare la tua posizione, la sconvolgente verità è che non dici più niente di così nuovo eppure sembra che quelle parole siano venute al mondo grazie a te. Più ancora ascolti parole antiche e senti che ora quei suoni hanno trovato una carne così docile al loro disegno che nessuno potrà pronunciarle più senza vergognarsi. Senza svilirle.

(Vorrei non pronunciale neppure io oggi, vorrei lasciarle scritte e dette da colui che è stato l’approdo definitivo dell’amore del Padre)

Arrivi a un certo punto che ogni comandamento è così incastrato tra le costole, scorre nelle arterie, respira in ogni lacrima che ti sembra che quell’uomo sia nato per essere attraversato dall’Ascolto di una Parola, che sembra che quell’uomo sia diventato quella Parola. Lo guardi e lui e solo lui è Israele e ti sembra che tutte le preghiere dei padri siano servite solo a spingere gli eventi a Cristo e che dopo di lui noi non potremmo neppure lontanamente intuire cosa significhi sentirsi attraversati dal verbo del Creatore in modo così devastante. E anche se le parole sembrano ripetere una catechesi risaputa è quella carne trasfigurata d’Amore a lasciarci senza parole.

Noi non possiamo amare fino a quel punto, abbiamo bisogno di proteggere la nostra mediocrità, non troviamo il coraggio di smarrirci in modo così totale. Lui ci è riuscito, in una discesa così perfetta, in una corrispondenza tale con l’Amore, da infilzare a morte perfino la morte.  

Perché dentro il dialogo educato tra Lui e uno scriba ciò che i due si dicono è praticamente uguale solo che mentre lo scriba è semplicemente saggio Lui, invece, è completamente consegnato. Non si tratta di semplice sapienza, non si tratta di comprendere qualcosa su Dio, si tratta di consegnarsi in un delirante abbandono, in un maniacale tradimento di se stessi. Uno saggiamente riporta la verità l’altro, invece, la scrive, la mostra, diventa ciò che l’altro si limita a disegnare con la voce.

Ecco cosa lascia senza parole, che lui diventa ciò che la Legge raccomanda.  E tutto trasfigura di sé, tutto prende di sé: cuore, anima, mente; nessuna uscita di sicurezza, niente è preservato, ogni cosa è compromessa, se non ci fosse Dio lui non sarebbe. Ammutoliscono gli altri, come si ammutolisce davanti a chi non si risparmia, a chi è riuscito a sconfiggere ogni minima ombra d’ambiguità.

Tutto questo fa paura. Il suo amore è così totale che non serve alzare la voce, è così evidente che anche le persone che vengono in contatto con lui sono semplicemente travolte: amerai il prossimo tuo come te stesso, e non è una indicazione moralistica, non una legge da applicare per buona volontà ma la semplice conseguenza, lui è torrente travolgente, niente di ciò che gli sta intorno può rimanerne indenne, nemmeno i nemici. Nemmeno il peccatore. Questo ammutolisce.

Lui non dice cose nuove ma è definitivo, dopo di lui nessuno riuscirà a rapportarsi con la stessa pienezza. Lui non dice cose nuove e non deve nemmeno spiegarle, lui è il Verbo fatto carne.

A noi non resta che arrenderci e lasciarci travolgere. Volerci mettere sullo stesso piano della sua capacità d’amare è pura follia, mai sapremo amare il prossimo come noi stessi, però possiamo deporre le armi e consegnarci, quello sì, riuscire a trovare il modo per farci travolgere, riuscire a credere che quell’Uomo nulla abbia lasciato di non amato, nemmeno il mio peccato. Ecco, forse questa mi pare una strada percorribile, smettere di dire che dobbiamo “amare il prossimo come noi stessi” ma iniziare a guardare ogni uomo, ogni evento, ogni cosa come attraversata e amata da quell’onda di incontenibile amore.

Io non sono capace e mai lo sarò di amare così tanto il mio prossimo ma credo nel Suo amore, una forza così radicale che la mia banalità non riuscirà certo a disinnescare. Io non riesco e mai riuscirò ma mi hanno detto che per qualcuno è stato possibile e io voglio crederci.

E spero che un giorno, quando io non riuscirò ad amare nemmeno me stesso, spero che qualcuno al mio fianco abbia la pazienza di raccontarmi ancora di quell’uomo, quello che un giorno ha iniziato ad amare in modo così folle che nessuno aveva più il coraggio di interrogarlo.

Invece Cristo è un incubo Trentesima domenica anno B

Dal Vangelo secondo Marco

In quel tempo, mentre Gesù partiva da Gèrico insieme ai suoi discepoli e a molta folla, il figlio di Timèo, Bartimèo, che era cieco, sedeva lungo la strada a mendicare. Sentendo che era Gesù Nazareno, cominciò a gridare e a dire: «Figlio di Davide, Gesù, abbi pietà di me!».
Molti lo rimproveravano perché tacesse, ma egli gridava ancora più forte: «Figlio di Davide, abbi pietà di me!».
Gesù si fermò e disse: «Chiamatelo!». Chiamarono il cieco, dicendogli: «Coraggio! Àlzati, ti chiama!». Egli, gettato via il suo mantello, balzò in piedi e venne da Gesù.
Allora Gesù gli disse: «Che cosa vuoi che io faccia per te?». E il cieco gli rispose: «Rabbunì, che io veda di nuovo!». E Gesù gli disse: «Va’, la tua fede ti ha salvato». E subito vide di nuovo e lo seguiva lungo la strada.

Invece Cristo è un incubo

XXX domenica del tempo ordinario B

Duecentocinquantasei metri sotto il livello del mare, il punto abitato più vicino agli inferi, bisogna scavare e scendere, farsi risucchiare, tornare nel grembo protetto e poi chiudere gli occhi in un liquido amniotico, placentare protezione e poi imparare a mendicare, solo quanto basta, un po’ di sopravvivenza e poi stare bene attenti che nessuno pronunci parole di eccessiva speranza. L’inferno non è un corpo in fiamme, non è la sofferenza infilzata nella carne, non sono gli occhi brucianti e scavati dal desiderio, l’inferno non è la condanna all’eterna mancanza, quello è il paradiso, quelli sono i sintomi dell’amore, inferno vero è cedere alla confortevole tentazione di rimanere ai margini della vita, è la dolce seduzione di poter chiudere gli occhi e lasciare che il mondo ci scorra davanti, la vera condanna è tornare a vedere.

Bartimeo l’inferno ha imparato ad abitarlo, ed è comodo, è bastato disinnescare i desideri. Togliere le spine dalle rose. È bastato fare i conti con l’essere figlio di un mondo “impuro” (pare sia questa l’etimologia del nome Bar-timeo, figlio di Timeo, figlio dell’impuro), mondo impuro nei sogni, impuro nella giustizia, impuro perché sempre difficile da interpretare. Figlio di un mondo impuro per la sofferenza che striscia e morde come una serpe, per la felicità negata, per il male che ci abita, per le illusioni, per gli amori che muoiono. Bartimeo ha ceduto alla tentazione e ha chiuso gli occhi, si è messo ai margini della strada, ha steso un mantello che è provare a vivere di ciò che gli altri concedono e si è protetto. L’inferno è quando si decide di non amare più per difendere il cuore, è chiudere gli occhi per non soffrire.

Se avesse avuto davvero pietà quel giorno Gesù avrebbe tirato dritto, se avesse pietà Cristo ci lascerebbe a occhi chiusi, è il male in fondo ad aver pietà di noi, ci guarda e non ci considera all’altezza della ferocia dell’innamoramento.

La tentazione è accontentare e accontentarsi, credere che in fondo basti elemosinare un po’ di attenzione e poi impegnarsi a tenerli chiusi gli occhi per non stare troppo male. Vera tentazione è proteggersi dal dolore, che equivale a proteggersi dall’amore. Se avesse avuto pietà della nostra mediocrità Cristo si sarebbe accontentato di moltiplicare pane e accarezzare le nostre paure e moltiplicare sacerdotali buone intenzioni e inventare comunità perfette per raccontarsi la favola che siamo tutti, in fondo, buoni, ci avrebbe chiuso gli occhi come una madre premurosa, ci avrebbe introdotto a un cristianesimo noioso come una ninna nanna, inutile come un ansiolitico, banale come certe contemporanee letture ecclesiastiche. Insignificante e banale perché spuntato dalla violenza che invece lo anima dal profondo.

Invece Cristo è un incubo che si insinua sotto le palpebre, è la carne in fiamme, è il sangue sulla croce, è la delirante sicurezza che anche noi uomini possiamo trasfigurarci in divinità dell’amore totale.

Il paradiso è doloroso, il paradiso è vederla la vita, è mettersi a camminare dietro al Messia che dal punto più basso del mondo raggiungerà la vetta scandalosa del Calvario. Perché Bartimeo è l’ultima tappa prima di Gerusalemme. Ne valeva davvero la pena togliere le squame dagli occhi per vedere il miracolo inchiodato sul legno? Ne valeva davvero la pena trovarsi sulla soglia di un sepolcro vuoto, ne valeva davvero la pena disarmare gli occhi per far entrare tanta violenza e per far entrare tutto quel vuoto che avrebbe chiesto l’impegno di una revisione totale? Ne vale davvero la pena? Perché amare, vivere, sprofondare nel mondo prevede la pena, prevede il delirio e la paura. Prevede il crocifisso.

L’inferno, l’inferno vero è la tranquillità di occhi chiusi, la purezza del tempio, il rito angelico, la leggerezza dell’incenso, il sorriso di una vita senza aculei, la negazione della complessità, lo sprofondare nella tana buia e calda, come se le mura di Gerico non fossero mai franate.

La strada del Cristo è una salita senza protezioni, è la vita che frusta incomprensione, è amare più per istinto, quello che spinge oltre la ragione che prevederebbe di tradire chi per paura sta crocifiggendo ogni incarnazione d’amore. Il paradiso vero brucia e sanguina, è la mendicanza totale di un grido infilzato tra le nubi, è lo sprofondare nel Silenzio mistico e misterioso, è una nascita che prevede rischio e travaglio.

Coraggio, alzati, ti chiama. L’inferno vero arriva quando la vita non conosce più attimi di paura e non chiede più l’impertinenza del coraggio. L’inferno è già qui quando rimaniamo seduti o inginocchiati dentro la roccaforte delle nostre quattro sicurezze e nessuna chiamata ci inquieta più. L’inferno vero è la nenia di chi si sente sempre e solo vittima, di chi crede di aver già dato, l’inferno è vivere mendicando un risarcimento. L’inferno è il dolce risentimento chi crede solo nel proprio punto di vista, l’inferno è la nostra vita che non si inquieta più, che non si mette più in discussione. L’inferno sono idee chiare e nette e protette. L’inferno è quando non soffriamo più.

Davvero vogliamo vedere di nuovo? Davvero vogliamo seguire il Maestro nella sua dissoluzione totale? Davvero vogliamo vedere dove può arrivare il dolore e fin dove può infilarsi la follia del perdono? Davvero vogliamo sporgerci oltre il muro rischiando di perderci per sempre? Davvero ci sentiamo in grado di poter chiedere di lasciare affilati gli aculei della vita per poter patire di compassione vera? Davvero desideriamo finalmente avere il coraggio di guardarlo fino in fondo lo scandalo dell’innocente massacrato da chi si crede giusto? Davvero abbiamo in cuore di aprire gli occhi su un sepolcro che non offre facili risposte se non di cambiare radicalmente lo sguardo sulla vita? Davvero vogliamo avere il coraggio di rimetterci in piedi per iniziare a perderci?

Dal baratro di Gerico la tentazione dice che non ne saremo mai all’altezza. Dall’alto della croce il folle trafitto d’amore dice che siamo nati per questo.

Il paradiso è crocifisso, è carne bruciane d’amore, labbra screpolate dalla fame di vita, il paradiso è infuocato, vivo, complesso, eccessivo, scandaloso, nudo, trafitto, totale. Il paradiso è la vita portata all’eccesso. Il paradiso è sprofondare nella carne del Cristo, nella sua ferita generativa.

Bisogna annientarsi ventinovesima tempo ordinario B

Dulcinea 12.10.21

Dal Vangelo secondo Marco

In quel tempo, si avvicinarono a Gesù Giacomo e Giovanni, i figli di Zebedèo, dicendogli: «Maestro, vogliamo che tu faccia per noi quello che ti chiederemo». Egli disse loro: «Che cosa volete che io faccia per voi?». Gli risposero: «Concedici di sedere, nella tua gloria, uno alla tua destra e uno alla tua sinistra».
Gesù disse loro: «Voi non sapete quello che chiedete. Potete bere il calice che io bevo, o essere battezzati nel battesimo in cui io sono battezzato?». Gli risposero: «Lo possiamo». E Gesù disse loro: «Il calice che io bevo, anche voi lo berrete, e nel battesimo in cui io sono battezzato anche voi sarete battezzati. Ma sedere alla mia destra o alla mia sinistra non sta a me concederlo; è per coloro per i quali è stato preparato».
Gli altri dieci, avendo sentito, cominciarono a indignarsi con Giacomo e Giovanni. Allora Gesù li chiamò a sé e disse loro: «Voi sapete che coloro i quali sono considerati i governanti delle nazioni dominano su di esse e i loro capi le opprimono. Tra voi però non è così; ma chi vuole diventare grande tra voi sarà vostro servitore, e chi vuole essere il primo tra voi sarà schiavo di tutti. Anche il Figlio dell’uomo infatti non è venuto per farsi servire, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti».

Bisogna annientarsi

XXIX domenica del tempo ordinario B

«Maestro, vogliamo che tu faccia per noi quello che ti chiederemo»

Adesso invece non chiedo più nulla, ho paura di essere esaudito ancora. Ho paura che i miei desideri possano tornare a essere realtà. Un inferno. Credo che l’uomo sia abile a costruirsi la propria trappola. La tentazione per essere tale deve apparire promettente e divina. L’inferno è l’accadimento di una vita che fa coincidere i miei desideri profondi con quello che io credo essere la volontà di Dio. Una trappola mortale, si resta invischiati, il divino diventa un alibi, Dio un colpevole, un carnefice. Invece abbiamo scelto noi, solo noi, e ci siamo illusi che fosse la risposta a una vocazione. E anche sul termine vocazione sarebbe urgente tornare…

«Che cosa volete che io faccia per voi?»

Sì è vero, è Gesù a chiedere ai discepoli, ma è chiaramente una caricatura terribile del rapporto uomo-Dio… è la creatura che dovrebbe chiedere “cosa vuoi che io faccia?” al massimo. E comunque non credo sia mai questione di fare o non fare, fino a quando rimani in questa prospettiva sei sempre come spaccato in due, e Dio è sempre troppo altrove, appare come un qualcosa da conquistare. Non c’è alleanza, non so se mi spiego. Io se amo qualcuno non voglio che “faccia qualcosa per me” io voglio che “sia con me”. Forse anche, capiscimi bene, che “sia me”. Ecco credo che Gesù cerchi, invano, di portarci in altra prospettiva, oltre il fare o non fare di Dio, oltre il fare o non fare dell’uomo, dovrebbe esserci un dimorare, un rotolare, un precipitare in Lui. Ma anche viceversa. Il Vivente precipita per amore nella mia vita e io mi lascio invadere.

«Concedici di sedere, nella tua gloria, uno alla tua destra e uno alla tua sinistra».

Immagino sia una richiesta nobile, tipo occupare uno spazio d’onore. Il problema vero è che ci siamo già alla destra o alla sinistra di Cristo, come bestie nel presepe, come demonio tentatore nel deserto, come discepoli incapaci di capire, come malfattori condannati a morte sulla croce. Ci siamo già ma solo perché Lui sceglie di stare con farabutti, prostitute e ladri. Con noi. Che siamo anche come madri che perdono il figlio, ciechi che ricominciano a vedere, peccatori perdonati. Lui c’è già, nel Vangelo si capisce bene, il problema vero è: dove è questa gloria? A cosa serva averlo a fianco se poi la vita frana e la malattia ti mangia da dentro e la solitudine ti stordisce… cosa vuol dire averlo a fianco, cosa è questa benedetta gloria? È tutto rimandato a una eternità che sarà e questa è solo una valle di lacrime, come da certa tradizione ci viene consegnato? Oppure la Sua gloria è presente ma io come dice qualcuno non la vedo? E così si moltiplicano in me pure i sensi di colpa per una mancanza di fede. Questo credo sia interessante indagare. Io credo che oltre la destra e la sinistra sia ora di unificarci, Lui è dentro. Serve di imparare una grammatica che ci impedisca di pensare a Dio come a un Ente da adorare o da chiamare sul banco degli imputati in base allo scorrere degli eventi.

“Voi non sapete quello che chiedete”

Infatti non lo sappiamo. Nel campo della fede dico, se avessimo anche solo il vago sentore di sapere cosa ci stia proponendo la follia del Vangelo credo non avremmo il coraggio di restare un minuto in più. Beata incoscienza mi viene da dire, come si fa a sapere che quando preghiamo stiamo chiedendo di uniformarci al massacrato per incomprensione, allo schiavo, al vomitato dalle istituzioni? Non lo sappiamo. Forse lo intuiamo quando la vita ci porta lì, a un passo dallo scarto definitivo che si chiama morte e allora ci ricordiamo di aver pregato un Maestro che ci è già passato ma che aveva maturato una fede profonda nella Consegna a un Tu. A un Padre.

Potete bere il calice che io bevo, o essere battezzati nel battesimo in cui io sono battezzato?

Possiamo bere il calice che è giuramento di alleanza anche davanti a un tradimento? Possiamo immergerci nella vita con la stessa ferocia misericordiosa di Cristo? Non lo so, se solo riuscissi almeno a chiederlo mi sentirei di aver intuito qualcosa del Vangelo. Di certo qualcuno ci riesce, perché la vita lo accompagna a certe scelte, per chissà quali misteriosi giri. Davanti alla vita che tradisce bere il calice amaro del rifiuto e trasformarlo nella coppa dell’alleanza, rimanere fedeli alla vita nonostante la vita. Liberarsi da ogni risentimento o desiderio di vendetta. È eroico vero?

Affondare nella vita fino ad affogarci, non rimanere mai in superficie, battezzarsi che poi vuol dire morire per amore. Se solo riuscissimo a liberare la Sua proposta da tutta la melassa in cui la stiamo affogando sentiremmo la violenza dell’amore. Perché di questo si tratta, e ci fa paura. La propaganda a cui siamo abituati non può permettersi di spaventare. Invece i discepoli si spaventano spesso.

Ma fino alla croce non scappano, e poi tornano per farsi ammazzare. Sono maestosi.

Lo possiamo

Certo che lo possiamo, il problema vero è se nel momento esatto in cui il mondo ci crollerà addosso noi lo vorremmo. Non so se mi spiego. Si può passare una vita a credere e predicare sulla nostra chiamata alla sequela di Cristo, ci possiamo scrivere libi e predicare esercizi, poi però il problema è che nella vita accade la frana, il fallimento, l’abbandono, il ripudio. Per mille motivi. E in quel momento certo che “lo possiamo” il problema vero è che forse non ci riusciremo e cercheremo colpevoli, e alibi. Che è poi quello che hanno fatto Adamo ed Eva incolpandosi a vicenda nel giardino e tirando in ballo il serpente. Il peccato è la falsificazione della vita per crearsi un alibi. L’amore invece è franare nelle braccia dello Scandalo, crocifiggersi a un respiro, scegliere di non disintegrare il nemico. Credere che divino sia lo svuotamento di sé pur di evitare l’annientamento dell’altro. La risposta all’albero del peccato è l’albero della croce. Lo possiamo, se vogliamo, diventare nuovo Adamo, bisogna capire se siamo riusciti a smettere di sentire Dio come un accusatore, bisogna capire se siamo riusciti a sentirci abitare dallo scandalo del Suo silenzio.

Il calice che io bevo, anche voi lo berrete, e nel battesimo in cui io sono battezzato anche voi sarete battezzati. Ma sedere alla mia destra o alla mia sinistra non sta a me concederlo; è per coloro per i quali è stato preparato

Alla fine impossibile agli uomini ma possibile a Dio. Calice e battesimo saranno possibili per dono scandaloso. Non come merito ma come cedimento, come svuotamento in lui. Se siamo discepoli è per la sua fede nei nostri confronti e non il contrario. Alla fine è l’unica cosa che può regalarci un po’ di speranza, il fedele è lui e solo lui e noi siamo destinatari di un amore impensabile.

Ed è toccante sentire dire da Cristo “non sta a me concederlo”, la concessione, qualsiasi concessione è sempre un atto di potere, e Cristo non regge questa logica. Rimanda a un Amore più grande. Solo Lui è buono, noi qui ci sentiamo come destinatari di una cura immeritata.

Voi sapete che coloro i quali sono considerati i governanti delle nazioni dominano su di esse e i loro capi le opprimono.

C’è un modo di affrontare la vita che è quella di “governarla”, che poi è illudersi di tenerla sotto controllo. Alla fine la vita così si opprime, si soffoca. Manca il vento dello Spirito. Chiaramente un Vento che non sai dove ti porterà. Serve libertà e una certa incoscienza.

Tra voi però non è così; ma chi vuole diventare grande tra voi sarà vostro servitore, e chi vuole essere il primo tra voi sarà schiavo di tutti. 

Non c’è alternativa, cosa vuoi che ti dica? Svuotare il potere dall’interno e pagarne le conseguenze. L’unico modo per non vivere sotto il dominio del potere è svuotarlo da dentro, ucciderlo uscendone.

Uscire dal suo campo d’azione. E no, non basta giocare con le parole, bisogna annientarsi. Il potere buono non esiste. Ogni potere istruisce dominati e dominanti, ogni gerarchia è violenta anche se esercitata con il sorriso o dietro l’illusione della carità, pensare di cambiare i vertici è inutile, lo schema del potere si ripeterà, sopravvivrà a qualsiasi rivoluzione. Unica possibilità è quella di annientarsi. Deporsi. Crocifiggersi. E accettare che il potere tenterà comunque di usare il tuo sacrificio per costruire gerarchie. Siamo sottomessi al Fascino. Per ora.

Anche il Figlio dell’uomo infatti non è venuto per farsi servire, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti».  

Come se la morte, quel tipo di morte sia l’unico modo per creare una crepa, una fessura, un pertugio. In fondo lo schema è sempre lo stesso no? Sconfiggo il potere svuotandolo. Sconfiggo la morte svuotando un sepolcro. La libertà della resurrezione forse non è altro che la coincidenza con la forma più alta di schiavitù.

Finalmente Gesù mi è di scandalo Ventottesima domenica tempo ordinario B

Cielo di Crocetta 6.10.21

Dal Vangelo secondo Marco
Mc 10,17-27
 
In quel tempo, mentre Gesù andava per la strada, un tale gli corse incontro e, gettandosi in ginocchio davanti a lui, gli domandò: «Maestro buono, che cosa devo fare per avere in eredità la vita eterna?». Gesù gli disse: «Perché mi chiami buono? Nessuno è buono, se non Dio solo. Tu conosci i comandamenti: “Non uccidere, non commettere adulterio, non rubare, non testimoniare il falso, non frodare, onora tuo padre e tua madre”».
Egli allora gli disse: «Maestro, tutte queste cose le ho osservate fin dalla mia giovinezza». Allora Gesù fissò lo sguardo su di lui, lo amò e gli disse: «Una cosa sola ti manca: va’, vendi quello che hai e dallo ai poveri, e avrai un tesoro in cielo; e vieni! Seguimi!». Ma a queste parole egli si fece scuro in volto e se ne andò rattristato; possedeva infatti molti beni.
Gesù, volgendo lo sguardo attorno, disse ai suoi discepoli: «Quanto è difficile, per quelli che possiedono ricchezze, entrare nel regno di Dio!». I discepoli erano sconcertati dalle sue parole; ma Gesù riprese e disse loro: «Figli, quanto è difficile entrare nel regno di Dio! È più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, che un ricco entri nel regno di Dio». Essi, ancora più stupiti, dicevano tra loro: «E chi può essere salvato?». Ma Gesù, guardandoli in faccia, disse: «Impossibile agli uomini, ma non a Dio! Perché tutto è possibile a Dio».

Finalmente Gesù mi è di scandalo

XXVIII domenica del tempo ordinario B

La corsa del tale che si getta in ginocchio davanti a Gesù non è solo il momento d’entusiasmo di un uomo in ricerca, quella corsa che lo vede franare ai piedi del Maestro è il vertice di uno sfinimento. Non poteva andare oltre. Un punto di non ritorno. La collisione inevitabile.

Crollare davanti a Cristo, che è in cammino ed è diretto a Gerusalemme, pone quell’uomo nell’ambigua condizione di essere nel posto più vicino a Cristo ma anche, contemporaneamente, nel luogo più lontano: l’uomo è voltato esattamente nel verso contrario rispetto alla marcia di Cristo, e non è un particolare secondario.

Gesù sta camminando, il tale (Marco non dice che era giovane) arriva dopo una corsa e crolla ai suoi piedi diventando però così anche ostacolo per il cammino di Gesù, che è costretto a fermarsi. Neppure questo è un particolare di poco conto. I due cammini ora sono faccia a faccia, qualcuno dovrà cambiare rotta per non perdersi.

Non possiamo non iniziare da qui, perché in gioco nella pagina del Vangelo di oggi non c’è la condanna di un vago attaccamento ai beni terreni, in gioco c’è una torsione profonda che l’uomo non riesce a compiere, in gioco c’è la scomoda posizione di un uomo che, al vertice del cammino di perfezione, all’apice della santità, diventa ostacolo per il cammino di Cristo e impedimento per la propria felicità. C’è un punto nel cammino di fede che è uno strappo, l’attimo esatto in cui Dio smette di essere una costruzione e inizia a diventare un’invasione.

La fine della corsa dell’uomo è segnata da una domanda che è il culmine di una vita vissuta nei comandamenti. “Maestro buono cosa devo fare per avere la vita eterna?”, è il massimo che quell’uomo può dire, è il massimo che ognuno di noi può dire alla fine dei cammini religiosi, dei percorsi biblici, della vita di parrocchia, è il massimo del cammino umano di avvicinamento a Dio. “Maestro buono” che la bontà è davanti a noi e noi siamo disposti a tutto pur di inginocchiarci e farci riconoscere e consolare da lei. Ci basta. Che ci rassicuri, che ci premi. Che si accorga di noi.

Cosa devo fare per avere”, non può che essere così, dopo una vita a “fare” per “avere”. Dopo una vita passata ad accumulare impegno e carità e giustizia, è il massimo, è davvero il massimo che possiamo chiedere al termine dei nostri cammini vocazionali, quest’uomo è il frutto maturo della nostra pastorale, in fondo siamo sempre alla ricerca di qualcuno che si dia da fare.

In eredità la vita eterna”, e sembra di sentire il fratello maggiore della parabola. Uno che si spacca la schiena in casa del padre per avere in eredità la vita eterna.

Il vertice del cammino dell’uomo è in ginocchio davanti a Cristo in cammino. Non c’è giudizio, non è una domanda sbagliata, ma è poco, troppo poco. Cosa può aggiungere Gesù a quest’uomo che “fin dalla giovinezza” osserva le regole?

Cosa si aspetta quest’uomo da Gesù? Solo conferme? Si è reso conto di essere al vertice, di aver fatto tutto e di non poter proseguire? È arrivato e non gli basta?

In verità deve ammettere che ora non sa più dove andare perché, adesso che ha incontrato Cristo, è proprio Cristo che gli sbarra la strada! Ora che l’ha incontrato finalmente Cristo gli è di scandalo. E può iniziare una storia nuova e matura solo in questo preciso momento. Dallo scandalo di un incontro.

Il tale sta ancora voltando le spalle al Calvario (e quando mai in parrocchia proponiamo con onestà cammini di svuotamento, di morte, di oblio di sé? E quando mai crediamo in prima persona allo svuotamento crocifisso della nostra vita?). Il vero incontro con Cristo non è mai indolore. L’incontro se è sincero è scandaloso.

Gesù decide di amare quel tale, fissa lo sguardo su di lui, e anche questo non è particolare di poco conto, perché certe cose non le puoi dire se non ami la persona a cui sei rivolto, perché se le dici senza amore rischi di distruggere la vita di chi hai davanti. Come puoi dire a quel tale che il cammino che ha compiuto da una vita a questa parte è stato perfetto ma ora deve lasciarlo andare? Completamente. Come puoi dirlo senza ferirlo? Non lo so, almeno è possibile provare a fargli arrivare l’amore.

Quello che Gesù prova a dire a quell’uomo è che dal punto di vista della crescita umana non c’è più nulla da aggiungere, ora deve solo perdere quello che ha accumulato. Tutta la santità, tutti i comandamenti, tutte le ore in parrocchia, tutto il volontariato, tutti i sacramenti, tutto non serve più. Serviva per arrivare a maturare l’incontro con Cristo, un cammino che stava in piedi per mille motivi, si possono servire i poveri, si può leggere la Bibbia, si può far del bene anche senza precipitare nella follia della fede. Più di così però non si può fare, ora non resta che alzarsi e voltarsi e camminare verso Gerusalemme (seguimi) e diventare Cristo. A un certo punto non serve più tutta la ricerca dell’amore, bisogna diveltarlo e basta. Diventare amore, con tutto quel che ne consegue. Crocifiggersi, prendere la croce, incarnarsi. Non serve più cercare di comprendere Dio, bisogna lasciarsi comprendere.

I molti beni che il tale possedeva erano anche il frutto di una vita di obbedienza alla Legge, ora tutto andava lasciato, tutto andava perduto. Seguire Gesù verso Gerusalemme significava imparare da lui, diventare Lui: perdere i miracoli, perdere gli amici, perdere le folle, perdere la faccia, perdere perfino la voce di Dio (sul Golgota ci sarà silenzio) perdere tutto ciò che umano, perché si arriva a un certo punto in cui proseguire “è impossibile agli uomini ma non a Dio”.

Gesù sta proponendo al tale di perdere tutto per farsi abitare finalmente e pienamente da Dio. Per cedere all’invadenza del Mistero. Per diventare ciò che da una vita obbedientemente balbettava. Per consegnarsi a questa follia d’amore occorre perdersi completamente in Lui. Gesù sta proponendo al tale una vita che sia davvero una vita di fede, uno svuotamento profondo e totale, un perdersi per consegnarsi: croce e resurrezione, unica nostra eredità.

Servono regole! (ma solo per i cuori induriti) Ventisettesima domenica anno B

Scultura di Gino, particolare, Crocetta 1.10.21

Dal Vangelo secondo Marco

In quel tempo, alcuni farisei si avvicinarono e, per metterlo alla prova, domandavano a Gesù se è lecito a un marito ripudiare la propria moglie. Ma egli rispose loro: «Che cosa vi ha ordinato Mosè?». Dissero: «Mosè ha permesso di scrivere un atto di ripudio e di ripudiarla».
Gesù disse loro: «Per la durezza del vostro cuore egli scrisse per voi questa norma. Ma dall’inizio della creazione [Dio] li fece maschio e femmina; per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due diventeranno una carne sola. Così non sono più due, ma una sola carne. Dunque l’uomo non divida quello che Dio ha congiunto».
A casa, i discepoli lo interrogavano di nuovo su questo argomento. E disse loro: «Chi ripudia la propria moglie e ne sposa un’altra, commette adulterio verso di lei; e se lei, ripudiato il marito, ne sposa un altro, commette adulterio».

Servono regole! (ma solo per i cuori induriti)

XXVII domenica del tempo ordinario B

La regola, ogni regola, è un tranello. Non solo quando i farisei, come nel Vangelo di oggi, la usano per mettere con le spalle al muro Gesù ma sempre. Sempre ogni regola è una trappola, un imbroglio. Perché illude di poter sistemare le cose e non è mai così, una regola si limita, al massimo, a mantenere l’ordine, che sarà pure importante per rendere la vita più vivibile però è davvero troppo poco per accogliere la vita tutta nella sua maestosa e commovente complessità.

La regola, ogni regola, è un imbroglio terribile soprattutto quando si astrae dalla realtà, e lì diventa violenta, ipocrita e pericolosa: è lecito a un marito ripudiare la propria moglie?
Dipende. Non lo so. Di sicuro mi vengono in mente mille domande: chi è questa moglie? Chi è questo marito? Come si chiamano? Sono giovani, sono vecchi? E se fosse la moglie a voler ripudiare il marito? E che storia hanno? E come sono arrivati fino a questo punto? E le famiglie da cui provengono come hanno influito? Hanno figli? Chi li sta aiutando? Cosa desideravano quando si sono sposati e adesso? Hanno avuto dolori profondi? Hanno maturato visioni di se stessi diverse? Come erano prima, come sono adesso? Posso fare qualcosa? Come stanno? Ecco, soprattutto questo: come stanno? E poi via… le domande sarebbero infinite e ad ogni domanda la regola arrossisce e diventa piccola e inutile. E non tiene a posto niente in verità, se non l’ipocrisia di un mondo che si vorrebbe ordinato, come quello costruito nella mente di certi malati psichici che non sopportano nulla fuori posto. Come quello di certa gente di chiesa impaurita da quello che loro, semplificando, chiamano disordine.

E così continuiamo a chiedere regole, ma solo perché siamo terribilmente impauriti. Il problema è che dovremmo smettere di voler ordinare (nel senso di mettere in ordine ma anche di dettare ordini) e accettare invece la grande libertà di chi, davanti a un qualsiasi comportamento morale di un fratello, preferisce l’ascolto. E il silenzio partecipe. Perché della vita degli altri noi non dovremmo mai permetterci di dire niente. E infatti la regola, che è anche codarda, si astrae sempre dalla storia, parla in generale, parla per “le mogli” e “i mariti”, cioè per nessuno. Grida la sua sicurezza al vento, gonfia il petto per la paura di morire di paura. E invece: non lo so cosa devi fare tu, posso solo essere al tuo fianco. Ma per essere al tuo fianco serve cuore. Eccolo il problema, il cuore. Lo dice bene Gesù, una regola serve ma solo per chi ha il cuore indurito.  

Ma dall’inizio della Creazione

Un cuore caldo riesce a muoversi nel tempo e nello spazio, non si incaglia sul presente, un cuore vivo riesce a muoversi e a tornare all’Inizio, alla Sorgente. Cosa rimane del sogno generativo di un amore? Questa è la domanda che un cuore non ancora indurito riesce a farsi, e sarà un cuore coraggioso perché magari scoprirà che, per una coppia, non ci sono più le condizioni per essere creativi. Coraggio di un cuore che accompagna a scoprire che il sogno della Creazione si è trasformato nell’incubo di una distruzione. Quale carità nel lasciare che due sposi si distruggano? Ma anche che un prete o una suora desiderino morire pur di non disobbedire a una qualche promessa fatta in gioventù. Perché no, non si poteva sapere come sarebbero andate le cose, perché la vita cambia e ci cambia, solo una regola rigida e un cuore indurito non riescono a capirlo. Ma non è un caso che l’uomo una volta cadavere diventa rigido e freddo.

Davvero crediamo in un Dio così fiscale e inflessibile? Serve un cuore davvero duro per imporre acriticamente il peso di una regola addosso a un fratello che invece dovremmo imparare prima di tutto ad amare.

Serve un cuore coraggioso, un cuore vivo, capace di non cercare i colpevoli anche davanti a ciò che per comodità chiamiamo tradimento. Certo nascondersi dietro una regola è più semplice, non serve compromettersi con la sofferenza del fratello. Ecco perché cerchiamo sempre regole e non ci rassegniamo all’idea della loro inutilità: perché una regola è una scusa nobile per non fare strada con il fratello che soffre. La regola si impone, un cuore si dispone. La regola non chiede di cambiare nulla di noi. Non ci scomoda.

Li creò maschio e femmina

Gesù ribadisce che la complessità è originaria, che l’altro è sempre diverso da me. Non siamo per niente tutti uguali, siamo tutti diversi, siamo dei misteri, siamo per noi stessi e per gli altri degli enigmi da scoprire giorno per giorno e mai fino in fondo. Come si può immaginare che una regola rigida e immutabile possa accompagnarmi in un itinerario umile di scoperta? La vita è complessa e la complessità non può essere annientata dalla poca fantasia di gente che divide la vita in buoni e cattivi, fedeli e atei… Maschio e femmina significa immergersi continuamente nel tentativo di poter imparare qualcosa di nuovo di me grazie a chi è diverso da me. Un cuore vivo e non duro è un cuore anche umile. Che cambia e impara dagli eventi.

Lascerà suo padre e sua madre

Serve un cuore vivo, che sarà anche un cuore coraggioso, capace di verità, e la verità è “lasciare” e non “rimanere”, la verità è camminare, tagliare, inventare strade nuove, entrare in un mondo dove non ci sono regole da applicare ma dove l’unica regola è una fedeltà all’immagine di un Dio creativo e liberante, di un Dio in cammino e sempre sorprendente. La verità è sempre figlia di una rottura coraggiosa e misteriosa, bisogna lasciare il conosciuto per non diventare replicativi, bisogna uscire dall’essere eternamente figli per iniziare a essere padri e madri. Ogni libertà esige sempre una rottura. Magari di alcune regole tramandate come immutabili da padre a figlio.

Una carne sola

Ecco la vera verità, e non è una regola astratta ma proprio il suo contrario: incarnazione. La verità può dirsi tale solo se è incarnata. E Cristo lo mostra perfettamente. Una carne sola significa che quello che possiamo fare davvero davanti ai drammi di chi incrocia la nostra storia è provare a sentire il suo dolore nella nostra carne. Se in una coppia che dice di amarsi non c’è questa incarnazione di gioia e di dolore, se non si vive la vita “nella stessa carne”, credo che il ripudio si sia già consumato anche se apparentemente nessuna regola è ancora stata infranta. Il cuore vivo lo sa bene quanti ripudi silenziosi hanno ferito la nostra storia. Il Signore abita quel livello profondo e misterioso, e lo fa proprio per il suo essersi incarnato.

L’uomo non divida quello che Dio ha congiunto

Stiamo attenti, stiamo davvero attenti e rimaniamo umili. Cosa e come congiunge Dio? Io credo non si possa sminuire questa frase applicandola solo ai nostri sacramenti. Sono consapevole di muovermi in un terreno minato ma credo serva anche qui tanta umiltà: davvero i nostri matrimoni e le nostre ordinazioni sono sempre e solo espressione della volontà di Dio? Davvero solo quello che noi riteniamo sacramento è espressione di Dio? Io mi stupisco sempre più della Sua anarchica fedeltà all’uomo, vedo continuamente espressioni d’amore che sono legami e che non sono altro che Segno vivo di quell’Amore che è Lui, e che è poi l’unica regola a cui val la pena affidarsi.

Chi ripudia una moglie (…) e se lei ripudiato il marito (…) commette adulterio

Non è questione di lasciare le regole in nome di una vita più semplice ma, al contrario, abbandonare la rigidità delle regole è segno di una vita molto meno comoda. Senza regole astratte e immutabili siamo chiamati a interrogarci in prima persona su ciò che siamo, su quello che proviamo a essere. Non ripudiarla la vita, anche quando la tentazione è alta. Rimanere fedeli anche quando non si capisce più nulla e i sogni si infrangono. Ma chiedersi con spietata lucidità a Chi e come essere fedeli. Ricordando sempre che l’unico compagno fedele sempre è Lui. E noi siamo chiamati semplicemente a riconoscerlo presente e vivo in questa nostra vita che chiede solo di essere accolta e mai tradita.