Resteremo per sempre ideologici ventiseiesima domenica anno B

Crocetta, 24.9.21

Dal Vangelo secondo Marco
Mc 9,38-43.45.47-48
 
In quel tempo, Giovanni disse a Gesù: «Maestro, abbiamo visto uno che scacciava demòni nel tuo nome e volevamo impedirglielo, perché non ci seguiva». Ma Gesù disse: «Non glielo impedite, perché non c’è nessuno che faccia un miracolo nel mio nome e subito possa parlare male di me: chi non è contro di noi è per noi.
Chiunque infatti vi darà da bere un bicchiere d’acqua nel mio nome perché siete di Cristo, in verità io vi dico, non perderà la sua ricompensa.
Chi scandalizzerà uno solo di questi piccoli che credono in me, è molto meglio per lui che gli venga messa al collo una macina da mulino e sia gettato nel mare. Se la tua mano ti è motivo di scandalo, tagliala: è meglio per te entrare nella vita con una mano sola, anziché con le due mani andare nella Geènna, nel fuoco inestinguibile. E se il tuo piede ti è motivo di scandalo, taglialo: è meglio per te entrare nella vita con un piede solo, anziché con i due piedi essere gettato nella Geènna. E se il tuo occhio ti è motivo di scandalo, gettalo via: è meglio per te entrare nel regno di Dio con un occhio solo, anziché con due occhi essere gettato nella Geènna, dove il loro verme non muore e il fuoco non si estingue».

Resteremo per sempre ideologici

XXVI domenica del tempo ordinario B

Resteremo per sempre ideologici, perché è l’unica cosa che ci rassicura, perché di quello possiamo parlare, Come Giovanni che nel Vangelo di oggi, vede uno (che non ha nome perché nell’ideologia il fratello non ha volto, non ha identità, non ha complessità, è solo uno tra tanti, uno tra i nemici) che agisce contro il male nel nome di Cristo e diventa un problema perché “non ci seguiva”. Perché non è dei nostri. Perché l’importante per ogni ideologia è che ad agire nel nome di Cristo in modo ufficiale sia solo il nostro gruppo, la nostra chiesa, la nostra parrocchia, la nostra associazione.

Resteremo per sempre ideologici perché l’ideologia è una vita semplificata e in ordine. Ci sono gli amici e i nemici, i tradizionalisti e i progressisti, quelli di destra e di sinistra, e il mondo diventa chiaro e netto. Ideologicamente basta schierarsi e il gioco è fatto. Ci si sente a posto. E rassicurati, si creano gruppi emotivamente legati e si difende la posizione. E si incolpa il sistema e ci si sente vittime.

Resteremo per sempre ideologici perché siamo come bambini impauriti che hanno bisogno di un papà che ci faccia capire che noi siamo i migliori, i preferiti. Gli altri sbagliano. Ma noi saremo sapremo cristianamente perdonare. Ideologicamente misericordiosi. E allora diremo che “nel suo nome” in tanti possono fare del bene “anche se non lo sanno”. Frase che fa rabbrividire, perché presume che gli unici a sapere dove stia la verità siamo noi. Gli unici consapevoli di fare il bene, di agire davvero nel suo nome. Siamo ancora lì, con Giovanni, a trovare le parole furbe per poter giustificare che noi siamo investiti dell’unica verità, e che gli altri dovrebbero seguirci. “Volevamo impedirglielo perché non ci seguiva”.

Resteremo per sempre ideologici perché nel campo dell’ideologia si può parlare. Perché l’ideologia riduce la ferita del credere al Mistero, il baratro del divino smarrimento in qualcosa di spendibile. Non è più la ferocia del Vangelo a essere custodita ma, in base al “partito” di cui facciamo parte, ci mettiamo solo a parlare di cura per i poveri, difesa della tradizione, accoglienza dello straniero, accettazione della diversità, difesa della vita, valorizzazione culturale, riorganizzazione della curia… basta ridurre il “suo nome” a qualcosa di politico e confrontarsi e dividersi. E illudersi che quello sia il cuore di tutto. Anche i discorsi sulla parrocchia e il suo funzionamento possono diventare ideologici, ci si divide pro o contro le unità pastorali e ci si dimentica che non è quello il cuore dell’evento. Ideologia.

Perché, per non essere ideologici, dovremmo tacere del suo nome. E non trascinarlo nelle nostre beghe, non impossessarci di Lui, non piegarlo alle nostre manie e alle nostre paure, non dovremmo usarlo, non costringerlo ai nostri interessi, non credere di possederlo, non sequestrarlo. A meno che non ci accontentiamo di essere credenti ideologici. E allora va bene tutto. E allora è legittimo dividersi su ogni questione e accontentarsi di mettere in piazza solo cose che alla fine non servono ad altro che a farsi credere di essere credenti. Ma il cuore del Mistero, quello resta crocifisso lontano da ogni ideologia. In altro, sospeso, tra cielo e terra, solo chi si lascia crocifiggere può essere esente dall’ideologia.

Non smetteremo mai di essere ideologici perché il giorno che smettessimo i panni che Giovanni nel Vangelo di oggi indossa così drammaticamente bene scenderebbe su di noi un maestoso infinito silenzio. Senza una fede ideologica rimarrebbe solo l’incontro personale e misterioso con il Mistero. Silenzio e solitudine, uno sprofondare nell’Infinito. Un corpo a corpo con un Dio di cui non possiamo dire il nome, non possiamo delineare i confini. Smettere di essere ideologici è smettere di usare il divino e iniziare a farsi abitare dal Mistero, che non è educato, che non è mansueto, che è libero e impetuoso come il Vento, il Fuoco, lo Spirito.

Non smetteremo mai di essere ideologici perché sull’ideologia possiamo esporci, eppure lo sappiamo, è in profondità che si gioca l’incontro definitivo e cruciale, è lì, dove non possiamo dire nulla, dove siamo nudi e esposti, vulnerabili e affamati, feriti e innamorati. Lì dove possiamo dirci che l’unica cosa che conta davvero non è essere di un partito o di un altro, di una Chiesa o di un’altra, di una teologia o del suo opposto, quello è l’inevitabile balbettare delle nostre insufficienti parole, il cuore di tutto è se io mi sono lasciato incontrare, se mi sono tolto i sandali, se ho in cuore un roveto che non smette di bruciare, se nel vento silenzioso lo riconosco, se nel volto dei fratelli lo vedo incarnato, se sento lo Spirito scorrere tra le vene. Ma come dire tutto questo se non nel silenzio?

Ed è e sarà solo ed esclusivamente esperienza singola e irripetibile. E saranno esperienze anche molto diverse. Perché il Mistero è molto più grande delle nostre miserie. Eppure le abita, e le trasfigura. E io chi sono per dire che la mia miseria è meglio di quella di mio fratello?

Non smetteremo mai di essere ideologici però potremmo allenarci almeno un po’ a non esserlo, almeno per frammenti di vita. E credo che il Vangelo di oggi ci dia indicazioni preziose.

Prima di tutto “dare nome” al fratello. L’altro non è mai solo “uno” ma un frammento incarnato di Infinito, e anche se non la pensa come me, anche se non viene dalla mia storia, anche se politicamente mi è avversario perché non posso dargli nome? E credere che anche in Lui il Divino prenda forma? E imparare e accogliere l’Immenso chinato sul nostro balbettio tenero e insicuro.

E poi riconoscere il miracolo della vita, riconoscere che la Vita è molto più grande di noi e quasi sempre si mostra in modalità che io non riconosco, che io non capisco, che io posso solo accogliere meravigliato.

E lasciar andare, e lasciar essere, e sentire che chi non è contro è per. L’unico vero antidoto alla fede come ideologia è l’umiltà di lasciar libero chi amiamo di essere diverso da noi. E credere, credere davvero che anche il suo modo è fedele al Vangelo. E magari provare a dirglielo, ma questo è solo di pochi.

Tornare al bicchiere d’acqua. Che è la cosa più universale del mondo. Perfino gli animali e le piante possono godere di un bicchiere d’acqua. Ogni cosa che vive. L’ideologia di perde in discussioni infinite la fede invece torna all’essenziale. La fede è tutto ciò che ci fa credere alla vita. La fede non cerca nomi ma esperienze condivise e profonde. Riconosce che tutto ciò che è bene, anche quello che non comprendo, se è simile a un bicchiere d’acqua è riflesso minimo ma trasparente dell’amore di Dio.

E non scandalizzare. E pagare di persona. La fede ideologica si nutre di vittime, chi non è dei nostri va sacrificato. Ci sono relazioni spezzate all’interno della chiesa esattamente per problemi ideologico politici. È il vero scandalo. Credere significa essere così umili da sapere che il volto di Dio è così grande che prende casa anche nei lineamenti del fratello che odio. E così comprendere che se per difendere un’ideale io perdo il fratello ecco che perdo Dio. Meglio una macina al collo. Meglio perdere una mano, un piede, un occhio… una sicurezza, un’appartenenza, una tessera, una tradizione, una convinzione… che perdere il fratello.

L’unico modo per non essere ideologico è incarnarsi. La chiesa, perfino la Scrittura, possono diventare ideologia. Anche questa mia riflessione che vorrebbe essere anti-ideologica potrebbe diventarlo. Cristo è l’incarnato. E lo Spirito soffia dove vuole. Non ci resta che un grande silenzio, almeno ogni tanto, un abisso, un perdersi, uno scendere in noi stessi per farci incontrare senza dire finalmente Nulla.

Non resta che l’Abisso venticinquesima anno ordinario B

Alba a Crocetta. Immersione. 14.9.21

Dal Vangelo secondo Marco

In quel tempo, Gesù e i suoi discepoli attraversavano la Galilea, ma egli non voleva che alcuno lo sapesse. Insegnava infatti ai suoi discepoli e diceva loro: «Il Figlio dell’uomo viene consegnato nelle mani degli uomini e lo uccideranno; ma, una volta ucciso, dopo tre giorni risorgerà». Essi però non capivano queste parole e avevano timore di interrogarlo.
Giunsero a Cafàrnao. Quando fu in casa, chiese loro: «Di che cosa stavate discutendo per la strada?». Ed essi tacevano. Per la strada infatti avevano discusso tra loro chi fosse più grande. Sedutosi, chiamò i Dodici e disse loro: «Se uno vuole essere il primo, sia l’ultimo di tutti e il servitore di tutti».
E, preso un bambino, lo pose in mezzo a loro e, abbracciandolo, disse loro: «Chi accoglie uno solo di questi bambini nel mio nome, accoglie me; e chi accoglie me, non accoglie me, ma colui che mi ha mandato».

Non resta che l’Abisso

XXV domenica del tempo ordinario B

E il nostro sarà finalmente un viaggio in incognito. Nessuno ci vedrà più, nonostante la nostra fedele presenza tra i traffici indelebili del mondo. Parleremo, lavoreremo, faremo figli e manterremo oliati gli ingranaggi del vivere civile, ci scandalizzeremo e manifesteremo, terremo in piedi perfino comunità parrocchiali e associazioni, faremo volontariato, verseremo sorrisi e dispenseremo lacrime, pregheremo e mangeremo ma il viaggio, intanto, il nostro viaggio, quello vero, sarà sommerso. E misterioso. E nascosto. Di noi qualcuno un giorno forse dirà “non voleva che alcuno lo sapesse”.

Contemporaneo e sommerso, alligatori, sotto il pelo d’acqua delle apparenze, cetacei enormemente fragili, scenderemo, scenderemo, scenderemo, nessuno ci vedrà più, davvero nessuno. L’abisso sarà la nostra luce. Saremo finalmente discepoli in cammino e nessuno lo saprà. In superficie tutto scorrerà senza apparenti intoppi ma noi saremo inabissati per sopravvivenza. Bisognerà imparare a trattenere il fiato o a respirare come i pesci, bisognerà fare memoria di tutto il Vangelo incontrate dentro le pieghe delle vite minime, bisognerà aver imparato a gioire di quando il Vangelo ci ha teso agguati agli angoli di vite che noi consideravamo banali. O sbagliate.

Nel silenzio che fa sanguinare gli orecchi finalmente comprenderemo che alla vita non vanno chieste spiegazioni. Lì, dove il silenzio è totale, sotto l’incresparsi degli eventi, sufficientemente inabissati nel mistero che si apre sopra e sotto e dentro di noi, in totale solitudine scopriremo che tutto della vita si decide da come ci si consegna alla vita, e niente più.

Bisognava scendere fino al limite della dispersione però, perché la scoperta non è condivisibile, perché non lo puoi dire a nessuno che la vita cambia solo dal modo con cui ti consegni ad eventi quasi sempre incomprensibili. Non devi dirlo a chi soffre, non devi dirlo a chi piange, non puoi dirlo a nessuno, uno lo scopre in un viaggio silenzioso e nascosto dentro gli abissi del reale. E vale solo per se stessi. E può anche urlare lo scandalo e può non accettare e rigettare e vomitare ma non cambia niente e allora Dio ti sembra ingiusto e inutile, il becchino della felicità, contorcendoti dirai che è troppo poco poter decidere solo su come consegnarsi agli eventi, e il fatto che anche il Cristo lo abbia provato non cambia le carte in tavola: “Il Figlio dell’uomo viene consegnato nelle mani degli uomini”, e non c’è niente di più tragico e definitivo, l’Immensa divinità, il Creatore, si adegua alla misera grandezza di mani d’uomo. Tutto è in mano d’uomo.

Sotto il livello delle apparenze si scopre che la fede riconsegna ognuno di noi alle nostre mani. Come ci stiamo consegnando a questa vita che non immaginavano per nulla così? Come mi consegno alla mia malattia, ai miei errori, alle mie miserie, come posso fidarmi delle mie mani? A cosa serve credere in Dio e pregare se poi Lui si mette in mano d’uomo? Come posso credere alla chiesa che non è altro che una manipolazione continua ed ambigua del divino? Eppure lì, lì in fondo tutto assume un misterioso senso, Dio è abissale. Il buio è il suo ventre. Come fosse madre, come se ci avesse ingoiato. La fede è l’esperienza del perdersi nel Vuoto. Intanto gli occhi cercano e le mani d’uomo tremano per il divino frammentato in presenza simile a pane minuto.

E lo uccideranno”. Non si può eludere la morte. Ma nell’abisso la morte è presente, reale, attraversabile. La vita per come la intendiamo noi rimane in superficie. Nel silenzio delle nostre solitudini lo possiamo dire che tutto ciò che ci interessa è mettere occhi dentro il morire, e cercare di capire, il resto conta nulla. E poi la discesa negli inferi che ci portiamo dentro, l’inabissarsi non è stato altro che esercizio di morte e vivere il nostro quotidiano inabissamento.

La morte già vive con noi, e dentro di noi. In superficie forse non sembra, ma qui la morte ci tiene per mano, si svela come fedele compagna. Non posso parlare di lei senza parlare di me. È l’esperienza più intima a me stesso. Credere non libera dalla morte ma, al contrario, ci allea a lei, sentiamo che siamo esseri morenti. Dal fondo oceanico delle apparenze possiamo vedere colare a picco le persone, gli eventi, le delusioni, i sogni, come se il capodoglio avesse squarciato lo scafo delle nostre sicurezze, stiamo perdendo pezzi e imbarcando acqua da quando siamo nati. Meravigliarsi della morte appare quantomeno strano. Da sotto vediamo nevicare i relitti dei nostri giorni. E, colorati, i nostri ingombranti sogni si depositano per sempre.

Eppure nel silenzio sentire che non è tornando a galla che si risponderà alla vita ma scendendo, attraversando l’abisso, perforando il fondale, resuscitare è morire attraversando il fondo? Come racconti di vecchi marinai rimangono scorie più simili a poetiche speranze che a cronache affidabili.

In superficie non capiscono. E hanno paura. Nessuno, finché costretto, intraprende davvero il viaggio. Si costruiscono velieri grandi e navi enormi. Illusioni solcano onde ridicole, e le chiamano tempeste.

Crosto racconta, è il Figlio dell’Abisso. Ma i suoi discepoli non capiscono. Non si può capire alla luce del sole. Si oscurerà il cielo sullo scoglio dello scandalo. Al calvario attraccheranno le nostre ribellioni. Volevamo risposte.

Eppure abbracciava la morte quell’uomo, anche prima della croce, sa subito, e anche noi lo vediamo ancora con in braccio un bambino. Essere l’ultimo non è forse esercizio di morte? E servire non implica l’ammutinamento al proprio orgoglio? Non parlava che di morte quell’uomo, e alzava al cielo, abbracciandolo come un trofeo, un bambino e diceva che accogliere quello era accogliere Dio. La cosa più inutile del mondo. Lì in superficie la cosa più inservibile.

Ultimo e servo e inutile come un bambino. Questo è Dio, in superficie, non resta che l’Abisso. Non serve che rimanere sotto il filo d’acqua e sperare d’aver la forza di lasciarci cadere nel baratro, come Giona.

PER STRADA ventiquattresima domenica tempo ordinario B

Inizio Crocetta 7.9.21

Dal Vangelo secondo Marco

In quel tempo, Gesù partì con i suoi discepoli verso i villaggi intorno a Cesarèa di Filippo, e per la strada interrogava i suoi discepoli dicendo: «La gente, chi dice che io sia?». Ed essi gli risposero: «Giovanni il Battista; altri dicono Elìa e altri uno dei profeti».
Ed egli domandava loro: «Ma voi, chi dite che io sia?». Pietro gli rispose: «Tu sei il Cristo». E ordinò loro severamente di non parlare di lui ad alcuno.
E cominciò a insegnare loro che il Figlio dell’uomo doveva soffrire molto, ed essere rifiutato dagli anziani, dai capi dei sacerdoti e dagli scribi, venire ucciso e, dopo tre giorni, risorgere.
Faceva questo discorso apertamente. Pietro lo prese in disparte e si mise a rimproverarlo. Ma egli, voltatosi e guardando i suoi discepoli, rimproverò Pietro e disse: «Va’ dietro a me, Satana! Perché tu non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini».
Convocata la folla insieme ai suoi discepoli, disse loro: «Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua. Perché chi vuole salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia e del Vangelo, la salverà».

Per strada

XXIV domenica del tempo ordinario B

L’inizio è una domanda che scivola improvvisa tra la polvere sollevata da discepoli in cammino, domanda subito calpestata: “la gente chi dice che io sia?”.

Domanda giustamente schiacciata al suolo, dimenticata, maltrattata. Non credo interessasse molto nemmeno a Gesù. La gente dice tutto e il contrario di tutto.

Spesso sparla la folla, spesso dice nulla anche quando urla.

E comunque se dalla gente dovesse pure uscire una risposta sensata ecco che questa verrebbe affogata nella frammentarietà della ressa. La gente non produce risposte ma opinioni mutevoli e banali. La folla è inutile, le sue risposte dannose.

Sarà la folla a osannare Gesù. Sarà la folla a decretarne la crocifissione.

Nessuno ha il coraggio di dire a Gesù che è una domanda idiota la sua.

“Giovanni il Battista, Elia, profeti”, come volevasi dimostrare, la folla dice e non dice, butta in aria risposte altisonanti e sostanzialmente vuote. Il discepolo seleziona tre risposte nobili nel mazzo variegato dell’opinione, tre risposte che non possono fare male a nessuno. Perché è gente morta quella citata. Ma soprattutto perché la risposta a una domanda di identità non può essere risolta con un nome. Un nome è niente, è un involucro che vorrebbe illudere di conoscere. Cosa ne sappiamo della complessità del Battista, del mistero di Elia e della feroce fede di tutti i profeti? Niente. Niente di niente. Non servono i nomi. La risposta è da cercare altrove.

E Gesù lo sa. Ecco perché cammina. Ecco perché queste domande arrivano in mezzo a una strada. Solo che i discepoli sono ancora raggomitolati, accartocciati, chiusi. Solo che i discepoli la strada la calpestano e non la vedono, si avventano sugli interrogativi e non capiscono che è lei, la strada, parte della risposta.

Io sono la Via, dirà un giorno. E la Verità, e la Vita. Nessuna definizione che non sia lo scorrere verso Altrove.

Nessuno ha il coraggio di dire a Gesù che non serve a niente interrogare la folla. E comunque non ne hanno tempo i discepoli, è Gesù a inventare un passo ulteriore “ma, voi, chi dite che io sia?”. Solo Pietro osa intervenire, e regala una risposta splendida, perfetta e quindi inutile. “Tu sei il Cristo”, dice. E nella brevità c’è tutto e non c’è niente. Nella brevità c’è il “Tu sei”, con tutti i rimandi divini del caso, declinazione dell’impronunciabile “Io Sono”, Nella brevità c’è “Cristo”, che non è solo Gesù, ma è già missione e consacrazione. Una risposta esatta. Splendida. E quindi inutile, perché in quella risposta non c’è strada. Non c’è la strada del Cristo e soprattutto non c’è la strada slogata, infantile, blasfema, traditrice di Pietro. Nella risposta c’è la perfezione ma manca la vita. La risposta è giusta ma terribilmente inutile. Cosa te ne fai di una definizione se poi non hai ancora combattuto, pianto, amato, chiesto scusa, compreso, tradito di nuovo…?

Liberaci Signore dalla grande tentazione delle definizioni.

Dacci strade e silenzio. Dacci il coraggio del cammino. Come lo hai avuto tu.

Non importa sapere cosa dice la gente. Non importa sapere cosa dicono di Cristo i discepoli. E nemmeno cosa dicono i preti e i predicatori. Non importa se non a confermare le nostre tesi. Non importa quello che dico io. Non importa niente. L’unica cosa che conta?

Che il figlio dell’Uomo doveva soffrire molto. Eccola la strada, è la passione per l’uomo, sono le lacrime e la rabbia dell’impotenza. Sono i sensi di colpa per aver fatto star male qualcuno, per non avere avuto il coraggio, sono gli errori. Alla vita si risponde solo con il coraggio di accettare di soffrire, che poi vuol dire non proteggersi. A salvarci la vita è chi accetta di soffre il nostro dolore.

Doveva essere rifiutato dagli anziani, eccola l’unica risposta possibile, il rifiuto. E non se ne esce. Se stai rispondendo con libertà e verità agli appelli della vita guardati intorno, sei solo. Se hai folla intorno a te significa che stai tradendo. Risposta vera e credibile non è definire ma defilarsi, stare ai margini. Risposta vera non è dentro un nome ma dentro la resistenza a ogni adulazione, la resistenza a ogni potere, la resistenza a ogni conciliazione. La risposta è un uomo solo, e per niente risentito.

Venire ucciso. Risposta, risposta vera d’identità è un copro che non fugge nemmeno davanti alla morte. Un corpo che si consegna alla morte. Venire ucciso, solo la morte svela la verità, solo l’urto del morire rende credibile il nostro passaggio nel mondo. L’unica risposta che resterà al mondo non saranno le mie definizioni limpide ma il modo in cui avrò affrontato l’atto di morire.

E poi risorgere. Che è credere fermamente che qui non è possibile definire niente perché questo non è un mondo definito. Qui si ama per provare a risorgere. Qui si passa per provare a penetrare l’eternità. Qui si scorre, si cammina di squilibrio in squilibrio per oltrepassarlo e renderlo infinito il tempo. Ma da risorti, non prima.

Invece è solo strada,

per me per te,

strada

rifiuti,

vicoli chiusi,

binari morti,

brandelli di resurrezione

palpebre mute

definizioni abbaiate

randagie

violente.

Invece è solo strada,

di noi diranno

che non ricordano

nemmeno

di quando ci hanno rifiutato

che tanto Dio è definitivamente più grande

e forse solo che abbiamo amato,

quello sì,

almeno non maledetto,

non imprecato,

e camminato,

senza pretesa

di comprensione.

Corpo a corpo ventitreesima domenica tempo ordinario B

Rosa di notte 2.9.21

Dal Vangelo secondo Marco

In quel tempo, Gesù, uscito dalla regione di Tiro, passando per Sidòne, venne verso il mare di Galilea in pieno territorio della Decàpoli.
Gli portarono un sordomuto e lo pregarono di imporgli la mano. Lo prese in disparte, lontano dalla folla, gli pose le dita negli orecchi e con la saliva gli toccò la lingua; guardando quindi verso il cielo, emise un sospiro e gli disse: «Effatà», cioè: «Apriti!». E subito gli si aprirono gli orecchi, si sciolse il nodo della sua lingua e parlava correttamente.
E comandò loro di non dirlo a nessuno. Ma più egli lo proibiva, più essi lo proclamavano e, pieni di stupore, dicevano: «Ha fatto bene ogni cosa: fa udire i sordi e fa parlare i muti!».

Corpo a corpo

XXIII domenica del tempo ordinario B

Occorre uscire ancora dalla regione di Tiro, come ha fatto Gesù duemila anni fa, attraversare Sidone e poi tornare verso il mare. Occorre un giro lungo e apparentemente inutile, andare per tornare al punto di partenza. Andare e avere l’impressione di spenderci tutta la vita in un giro come quello, inutile e senza senso, come spesso appare la vita. Occorre arare i deserti dei pagani, sentirsi stranieri in terra straniera, che poi è il destino di ognuno.

Occorre andare per tornare al punto di partenza non migliori ma confusi, non perfetti ma scarnificati, perché in quei chilometri di smarrimento senza senso, in quel perdersi lento e inesorabile, in quella curva assurda fatta di terra e di niente c’è il segreto profondo della fede.

Bisogna andare oltre Tiro e masticare la sabbia di Sidone e poi tornare, sfatti da un giro che concede una cosa, una soltanto, eppure fondamentale: abbandonare la fede. Bisogna uscire per abbandonare la fede, questa è la condizione per non morire di illusioni. E che la vita spinga spesso per farci smarrire, se siamo onesti, ce ne siamo accorti tutti. Che si opponga resistenza per illudersi di non soffrire, anche.

Perdersi. E non è ammiccante concessione da predicatore furbo, non è l’ennesima parola da ammucchiare alla banalità postmoderna insieme a resilienza, fragilità, tenerezza, debolezza e ogni sorta di comoda parola buona per non mettersi mai davvero in discussione. Che sono parole serie, ci mancherebbe, ma svilite, umiliate, svuotate dall’arroganza di attori poco credibili. Di gente che non sa quel che dice perché non è stata sul punto di morire di disperazione.

Qui Gesù cammina in terra pagana, in una terra dove non sei nessuno, dove la grammatica è saltata, dove per farti comprendere, almeno per non farti ammazzare, devi adeguarti a riti e abitudini a cui non sei abituato. Bisogna essere umili davvero per smarrirsi sinceramente, bisogna rinunciare a tutto.

Perdersi, che poi vuol dire morire, e vi giuro qui non sto dando voce a enfatiche parole di predicatori alla moda, qui vi direi nome e cognome delle persone che conosco e che stanno camminando tra le strade di una vita che non riconoscono più. Donne dilaniate dalla malattia e dalla sofferenza, madri che vedono morire i figli, mogli che si ritrovano sole e smarrite, gente che vorrebbe non essere smarrita, fragile, uomini e donne che non sopportano più la retorica della bontà di Dio per il semplice fatto che non la sperimentano più. Questo è un brano di Vangelo ottimo per chi ha perso la fede. O per dirla meglio, brano ottimo per quelli che hanno perso quello che fino a ieri consideravano fede. Quella che gli hanno insegnato.

Si cammina fuori da ogni grammatica religiosa, come Gesù e con Gesù, cioè lontani da quelle parole che davano consolazione, ognuna di loro è come svuotata, collassata, accartocciata dagli eventi. Gioia, bontà, speranza, ogni cosa che dava gioia è irriconoscibile; la morte, la depressione, il fallimento, anche solo il tempo che passa si sono prese tutto, hanno succhiato il sangue dalle arterie della vita. Questo è perdersi, che è peggio di morire. Questo è essere fragili, giocare con la fragilità altrui è un crimine. Bisognerebbe aver sperato di voler morire prima di usare questi termini.

Gesù non decide di andare oltre Tiro passando per Sidone per convertire i pagani ma per essere vicino a noi poveri cristi, a noi quando non abbiamo più niente, quando continuare a vivere assume i contorni di una condanna. E questo è speranza, questa è l’unica speranza che io conosca e a cui creda, che nella zona pagana della mia storia io possa scoprire un volto inedito e credibile dell’Amore.  E non sarà consolante ma, Dio mio, quando è vero!

Fuori dal territorio dove ogni cosa è a posto, dove tutto è in ordine, dove si può pregare un Dio che si è convinti intervenga sempre in nostro favore, dove si è riconosciuti e stimati, fuori da un mondo dove la liturgia è pulita, la carità indolore e la sessualità immacolata, dove non si sbaglia davvero mai, fuori da un mondo dove per ripartire basta credere all’assoluzione mediata da un prete qualsiasi, fuori dal mondo infantile e asfittico c’è lo scandalo della vita che non promette più se stessa. In quello scandalo Gesù osa camminare. E se non fosse lì io, giuro, non crederei proprio a niente. E che Lui si faccia trovare lì è forse l’unico motivo per cui oso ancora dire di credere. Perché unica condizione per credere è smettere di frequentare le nostre sicurezze. La fede è un dono fatto agli insicuri.

In quello spazio di non religioso, in quello spazio scoperto, Cristo trova la nostra umanità sorda e muta, che siamo noi quando le parole umane annoiano e la Parola di Dio sembra sempre retorica. Siamo noi sordi, quando non riusciamo più credere alle promesse, quando ogni cosa sembra negare la gioia. Siamo noi dopo che troppe parole ci hanno deluso. Gesù cammina esattamente dove non sappiamo più credere alla Parola, Cristo è presente nel silenzio svuotato della nostra miseria.

Solo che è dura arrivare lì. Bisogna sconfiggere tanti falsi profeti di stupide consolazioni, tanti trafficanti del Vangelo, tanti sorrisi estenuanti, bisogna avere il coraggio di rinunciare a ciò che avevamo capito bene, a certa morale e a certe tradizioni, bisogna arrivare a dirsi che non si sente più nulla, che forse non ci crediamo più. Che forse Dio non esiste. Bisogna arrivare lì, costi quel che costi, a farsi strappare via i paramenti liturgici della consolazione.

Lì dove balbettiamo parole disarticolate perché siamo muti. E Dio benedica la nostra fede muta di quando davanti al mistero delle persone, davanti al loro enorme dolore o alla loro enorme gioia abbiamo saputo dire: niente. Dio benedica i nostri silenzi e il nostro balbettare, quando non abbiamo preteso di spiegare perché la vita non si spiega. Siamo tutti sordomuti.

Al massimo si accompagna la vita, nella terra della morte di Dio, si accompagna e si prega, come fanno gli amici del sordomuto. Si balbettano richieste di aiuto. Si confessa che non ce la si fa. Si spera che ci sia una conclusione diversa allo scandalo di stare al mondo. E comunque gli amici rimangono lontani. Il dolore e lo smarrimento rimangono personali, per credere bisogna essere soli e fare i conti con se stessi, E al diavolo la retorica infinita del gruppo e dell’amicizia. L’amicizia vera è quella che accompagna alla soglia dell’incontro con il Divino e poi si ritrae, sparisce. Dio solo sa chi sono stati i nostri veri amici e che triste sopportare il ritorno degli opportunisti.

Poi è grammatica fisica, è il corpo, unico vocabolario universale. Non è un sacerdote Gesù in quel momento, è un uomo che affonda nel corpo di un altro uomo. Così le parole diventano dure e appuntite, rigide e solide, e non emettono suono, sono dita che penetrano e fecondano l’ascolto. Non c’è niente da capire, è il dolore della perforazione. È simbolo maschile e fecondo.

E poi, prendendo a prestito riti e magie e consuetudini del tempo, è saliva che si crede magica, è una specie di bacio, è un affondo intimo intorno a labbra sigillate. Non c’è niente da capire, è un corpo a corpo, è l’unico linguaggio sacro, è fuori dai confini del religioso, è al riparo dal perbenismo delle chiese, è libero dal bigottismo, è il corpo che ama e guarisce, e non c’è niente di più divino.

E forse basta questo. Perché chiedersi ancora come riformare le parrocchie? Perché voler riportare i giovani nei nostri oratori? Perché non lasciare liberi di camminare in terreni vergini, magari non religiosi, ma consegnando loro l’unica cosa che serve: Parola per orecchi penetrati dall’amore, Parole per labbra balbuzienti e vuote senza Scrittura Sacra. E così, solo così, ci si apre. E basta davvero questo. Effatà.

Effatà, in luogo straniero, Effatà quando non si sente niente e non si trovano le parole, Effatà quando la vita sfugge e sembra tradire ogni aspettativa, Effatà quando si ha paura di non credere più, Effatà quando si è sicuri di non credere più a certe tradizioni religiose: Effatà, cioè apriti, che è assumere il rischio di perdersi per sempre. Aprirsi quando si è disarmati, nudi e persi è una specie di suicidio. Invece apriti, dice Gesù, perché quando non avrai più niente potrai finalmente iniziare ad ascoltare una Parola non addomesticata dalla paura, inutile e perfetta e, finalmente fisica, perforerà i tuoi orecchi e bacerà le tue labbra, e sarà per te e in te. E smetterai di credere e sarai creduto. E anche se non dirai niente paradossalmente il Vangelo parlerà in te.