L’Eterno che si fa mangiare Diciannovesima domenica tempo ordinario B

Orto 6.8.21

Dal Vangelo secondo Giovanni

In quel tempo, i Giudei si misero a mormorare contro Gesù perché aveva detto: «Io sono il pane disceso dal cielo». E dicevano: «Costui non è forse Gesù, il figlio di Giuseppe? Di lui non conosciamo il padre e la madre? Come dunque può dire: “Sono disceso dal cielo”?».

Gesù rispose loro: «Non mormorate tra voi. Nessuno può venire a me, se non lo attira il Padre che mi ha mandato; e io lo risusciterò nell’ultimo giorno. Sta scritto nei profeti: “E tutti saranno istruiti da Dio”. Chiunque ha ascoltato il Padre e ha imparato da lui, viene a me. Non perché qualcuno abbia visto il Padre; solo colui che viene da Dio ha visto il Padre. In verità, in verità io vi dico: chi crede ha la vita eterna.
Io sono il pane della vita. I vostri padri hanno mangiato la manna nel deserto e sono morti; questo è il pane che discende dal cielo, perché chi ne mangia non muoia.
Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo».

L’Eterno che si fa mangiare

Diciannovesima domenica Tempo Ordinario anno B 2021

I Giudei si misero a mormorare:

come se il deserto non avesse mai fine, come se la Terra Promessa fosse un inganno, come quando l’uomo ha paura di una libertà eccesiva (forse mai nemmeno esplicitamente richiesta), come se un faraone qualsiasi, un maestro in grado di moltiplicare pane, fosse una soluzione più che accettabile, come se tutta questa storia della libertà non fosse altro che la fissa di Dio e di un manipolo di invasati profeti. Come se la storia non avanzasse mai di un passo, siamo qui, ancora oggi, impantanati nella mormorazione. Che poi quelle mormorate sono parole infami perché sono violente eppure sono in gabbia, sono parole che sembrano avere un oggetto di critica e invece creano vortici di autogiustificazione, forse non sono nemmeno parole, sono suoni dis-articolati per proteggersi, per nascondersi, sono alibi in forma di suono, sono tane in cui si nascondono i codardi.

Io sono il pane disceso dal cielo:

come la manna, più della manna. Se la manna, miracolo disceso dal cielo, era il segno transitorio della premura di Dio, un miracolo circoscritto e definito, qui Gesù mi pare osi un movimento ardito: umiliare le parole della mormorazione, suoni in cattività, per liberare una visione del mondo profondamente diversa: riconoscere che tutto è manna, che le vite degli uomini e delle donne sono discese dal cielo, che la radice di ogni esperienza ha origine in Dio, che ogni forma di manifestazione è il sussurro della fonte divina delle cose.

Ma anche, Gesù presentandosi come manna, come pane disceso dal cielo, manifesta una distanza. Tra lui e il Padre. Tra terra e Cielo. Tra noi e la nostra origine.

La mormorazione chiama quella distanza “abbandono”, la fede la chiama “legame” e istruisce un cammino.

E infatti Gesù aggiunge:

Nessuno può venire a me se non lo attira il Padre:

il movimento è duplice, ed è il movimento della relazione: ogni cosa discende dal padre per imparare la nostalgia del ritorno. Ogni esperienza visibile ha in sé la possibilità di imparare la radice vera della libertà: riconoscere da dove vengo e scegliere dove voglio o dovrei tornare.

(O meglio, provare a intuire, tra tentativi ed errori, dove la vita chiede che io mi consegni definitivamente e a chi).

Ed è già Croce. Si capisce che il profilo luminoso e ambiguo, lo strappo aperto, il momento in cui distanza e consegna saranno al limite, dove Dio e Uomo saranno svelati, dove prigionia e libertà saranno così distanti da coincidere, tutto quello sarà il profilo della croce: E tutti saranno istruiti da Dio. Tutto sarò attirato a Lui, passando per lo scandalo del Crocifisso, lasciano poi una scia luminosa seminata nel ventre di un sepolcro. Distanza e amore che attrae: Resurrezione.

Io sono il pane della vita. I vostri padri hanno mangiato la manna nel deserto e sono morti:

e infatti Gesù trascina i mormoratori dal deserto dei padri al deserto che ognuno deve affrontare: quello della morte. Tutto si decide lì. Mormorare davanti all’esperienza del morire non è difficile, si trascinano i pensieri a covare risentimento contro Dio senza avere il coraggio di accusarlo, che se la vita fosse un lancio di sola andata verso la morte, se fosse discesa senza ritorno sarebbe una perversione di una crudeltà infinita e diabolica.

Noi non arriviamo a tanto, a incolpare Dio intendo, piuttosto mormoriamo dubbi, mormoriamo soluzioni tascabili, mormoriamo di credere in qualcosa che non sappiamo cosa sia e che speriamo non sia tutto qui. Mormoriamo la nostra inadeguatezza.

Io sono il pane vivo disceso dal cielo, se uno mangia di questo pane vivrà in eterno.

Gesù non mormora, Gesù non oppone parole al dubbio, certezze al malcontento, Gesù chiede di mangiare la sua “carne” cioè di nutrirsi di quella Realtà divina che è diventata l’esperienza concreta e fragile della sua storia con noi.

Mangiare, mi serve di stare ancora molto su questo, non è possibile ridurre tutto al sacralizzato segno dell’Eucarestia anche se quello è un passaggio altissimo e luminoso ma… mangiare, fare nostra, nutrirsi, diventare ciò che mangiamo, e farlo con Cristo, farlo di Cristo. Dovrò rimanere ancora molto su questo, scusate se non oso facili poetiche conclusioni. C’è qualcosa in questo mangiare che fa tremare i polsi. Qualcosa di tremendamente divino e umano insieme. Corpo che unisce vertici che sono oltre la nostra comprensione.

Gesù chiede di smettere di perdersi in discussioni e di iniziare a mangiare quella vita, a nutrirsi di quella vita, a sentire che ogni brandello di vita ha in sé quella logica scandalosa di una distanza inevitabile, di una rottura del cordone ombelicale, di un padre che si sacrifica per permettere al figlio di diventare padre. Gesù coraggiosamente svela la logica divina che deve passare attraverso una discesa per poi sperare in un legame d’attrazione. In qualche modo Gesù dice che per imparare a vivere bisogna perdersi, smarrirsi, morire. Bisogna saper lasciar morire. La discesa è la morte di Dio che si affida alla fede del Figlio. Sarà il Figlio a mostrare vivo il volto di Dio se a sua volta avrà generato la libertà nei figli (discepoli).

Non è facile muoversi in questa pagina evangelica, per niente. Molto più semplice sarebbe limitarsi a fare la solita retorica poetica del Padre che ama e che ci aspetta, della poesia di un mondo che è amato e coccolato dalla provvidenza di Dio. Invece sono vertigini, siamo davanti al salto rischioso di trapezisti che non hanno rete. La distanza paradossale della croce, il silenzio del Padre, un Figlio che si nutre di quel silenzio per lanciare i suoi amici e poi provare a fidarsi di loro. Affidarsi a loro. Se mangeranno di questo movimento di feroce amore si potrà ancora sfidare la morte, se si limiteranno a mormorare parole su Dio la morte sarà già entrata nel mondo.

Credere, credere davvero non è facile, significa nutrirsi di una logica rischiosa. Amare così tanto l’uomo da affidarsi a lui. Amare così tanto l’uomo da mettersi nelle sue mani. Fa paura pensare all’Eterno affidato alla fede di un manipolo di eterni mormoratori.

L’Eterno che si fa magiare.

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